‘Ndrangheta in Emilia Romagna, tutti i nomi della maxi operazione “Aemilia” con 117 arresti

di BERNADETTA RANIERI

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Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, a sinistra, nel corso di una conferenza stampa sui risultati dell’attività investigativa svolta dalla Dda di Bologna (foto Radio Città del Capo)

Un’imponente manovra antimafia sta tenendo in questi giorni con il fiato sospeso alcune regioni d’Italia, a cominciare dall’Emilia Romagna. Ad essere sotto i riflettori la ‘ndrangheta e, più precisamente, il clan Grande Aracri, storico “locale” originario di Cutro (Catanzaro) da anni radicato nella provincia di Reggio Emilia con infiltrazioni in molteplici settori economici ed imprenditoriali, soprattutto nel business dell’edilizia. A coordinare l’inchiesta denominata “Aemilia” è la Procura Distrettuale Antimafia di Bologna che ha ottenuto dal gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di centinaia di persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti nei territori di Italia, Austria, Repubblica di San Marino e Germania. Tutti reati commessi con l’aggravante di aver favorito l’attività dell’associazione mafiosa, oltre che di infiltrazione nella ricostruzione post terremoto in Emilia nel 2012. Un’inchiesta di vaste proporzioni che, come ha dichiarato il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, è  “senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord. Non ricordo a memoria – asserisce Roberti – un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”.

Tra i nomi eccellenti anche quelli di Graziano Delrio, l’attuale  sottosegretario alla presidenza del Consiglio, all’epocadei fatti sindaco di Reggio Emilia. Delrio, che non risulta in alcun modo coinvolto nell’inchiesta, è stato sentito dai pm della Dda di Bologna  come persona informata sui fatti e, come riferiscono fonti di stampa, perché chiarisse i suoi rapporti con la “vasta comunità calabrese trapiantata nella città emiliana”.

I numeri saltano immediatamente agli occhi: 160 arresti in tutta Italia e 200 indagati. 117 sono gli ordini di arresto in Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Sicilia. Di questi ordini  7 non sono stati eseguiti perché gli indagati risultano irreperibili. Parallelamente anche le procure di Catanzaro e Brescia hanno emesso altri 46 provvedimenti di fermo per gli stessi reati. Imponente anche il numero di militari impiegati in perquisizioni e arresti, compresi l’utilizzo di elicotteri. A finire in manette imprenditori, soprattutto cutresi, ed esponenti della politica locale delle province di Mantova, Reggio Emilia e Modena. Il sindaco di Mantova, Nicola Sodano di Forza Italia, originario del crotonese, è uno degli indagati. A Brescello, nel reggiano, vivono diversi membri del clan Grande Aracri. A Reggio è presente la comunità di cutresi più popolosa d’Italia ed è qui che risultano coinvolte anche 6 talpe tra le forze dell’ordine che informavano i Grande Aracri, oltre all’avvocato Giuseppe Pagliani, consigliere comunale e provinciale di Forza Italia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. E ancora, il giornalista Marco Gibertini, finito già in carcere nel giugno scorso per un maxi giro di fatture false, e Giuseppe Iaquinta, padre del noto calciatore. Nel modenese, spiccano altri nomi d’eccellenza: Augusto Bianchini, titolare dell’omonima “Bianchini Costruzioni” e Alessandro Bianchini, tecnico del Comune di Finale Emilia. Secondo quanto emerso dall’istruttoria, Bianchini, uno degli imprenditori più impegnati nella ricostruzione nel cratere sismico a cavallo tra il 2012 e 2013,  aveva impiegato nei cantieri della Bassa modenese, alcuni dei quali proprio finalizzati alla ricostruzione post-terremoto, parenti di boss legati alla ‘ndrangheta. Mirandola, Finale Emilia, Reggiolo e Concordia sono alcuni dei comuni colpiti dal sisma in cui la Bianchini Costruzioni ha lavorato prima smaltendo i rifiuti e sgomberando le zone, poi costruendo anche le scuole temporanee. Dalle carte dell’inchiesta emerge un possibile utilizzo di amianto e scarti di fabbricazione per i lavori di muratura. Augusto Bianchini è finito in carcere, Alessandro Bianchini è invece ai domiciliari.

Ciò che è emerso finora dagli interrogatori è qualcosa di nuovo per la gestione del malaffare mafioso : la ‘ndrangheta si era diffusa in maniera capillare sul territorio emiliano e Nicolino Grande Aracri, almeno sino al momento del suo arresto avvenuto nel 2013, era ritenuto il punto di riferimento delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano dunque continui e costanti, soprattutto con gli imprenditori locali, e non si faceva niente senza che Grande Aracri lo sapesse e desse il consenso. In definitiva, l’intenzione era quella di costituire una grande provincia in autonomia rispetto a quella di Reggio Calabria.

Come già detto, l’operazione è denominata “Aemilia”: nome scaturito dall’antica strada romana che collegava Rimini e dunque l’Emilia alla provincia di Milano. Per il momento l’inchiesta sembra non toccare le province di Ferrara, Ravenna, Parma e Rimini dove, invece, in indagini passate si è riscontrata la presenza dei casalesi. Nonostante il non coinvolgimento il sindaco di Rimini, nonché neo presidente della provincia, Andrea Gnassi ha commentato dicendo che “il territorio di Rimini non può guardare con distacco all’inchiesta Aemilia che ha messo ancora una volta in risalto il rischio della permeabilità delle economie locali alle infiltrazioni mafiose, in questo caso della ‘ndrangheta”. Infatti ciò che stupisce più di altri è come la mafia abbia intessuto legami molto stretti con cittadini, imprenditori locali e politici tanto da sembrare una cosa del tutto normale. La preoccupazione è tanta e Gnassi chiede insomma alla cittadinanza un impegno analogo a quello portato avanti in questi anni dal Comune sul fronte della lotta all’illegalità. Comune che “continuerà a investire in iniziative di contrasto e di sensibilizzazione, a partire dallo straordinario lavoro sul problema portato avanti dalle associazioni civiche”.

Contestualmente, Marco Affronte, Europarlamentare riminese del Movimento 5 Stelle,  ha presentato un’interrogazione alla Commissione Europea per capire che fine hanno fatto i 563 milioni di euro che l’Unione Europea, attraverso il suo Fondo di Solidarietà, mise a disposizione dell’Emilia-Romagna per la ricostruzione. “Con il Gruppo Regionale M5S facemmo molta pressione attraverso atti ufficiali per seguire il percorso di quei soldi – dichiara Affronte in un comunicato stampa – e ci rallegrammo quando il 12 dicembre 2013 l’Assessore Muzzarelli e il Presidente Errani dissero di aver centrato l’obiettivo di spenderli tutti nella massima trasparenza di rendicontazione. Peccato che quella trasparenza nei fatti non sia mai esistita. Non c’è alcuna rendicontazione puntuale pubblica di dove siano finiti quei soldi, e il sito Openricostruzione.it, tanto sbandierato in quanto a trasparenza, è fermo ad un anno fa”. Insomma, la ‘ndranghera sembra proprio essere andata a nozze con la ricostruzione post terremoto 2012. Vedremo come si evolverà l’inchiesta e se ci saranno altri altarini da scoprire.

 




La piadina ottiene la denominazione IGP

Farina, acqua, sale, strutto e (oppure) olio di oliva ed (eventualmente) lievito. E guai a chi “sgarra” e poi la chiama piadina romagnola. A mettere tutti i puntini sulle “i” è la norma contenuta sulla Gazzetta Ufficiale. Quindi più consacrata di così la notizia non poteva essere. Il 16 gennaio 2013, infatti, è stato pubblicato proprio il Decreto Ministeriale di protezione transitoria della Piadina Romagnola IGP. Significa che a livello nazionale i produttori dovranno rispettare il relativo Disciplinare di produzione. Le materie prime e le modalità di ottenimento, sono state individuate tenendo in debita considerazione i processi produttivi delle diverse realtà che operano sul mercato, dalla piccola rivendita rionale (chioschi inclusi) all’azienda artigiana, con una particolare attenzione alla qualità ed alla freschezza del prodotto, pertanto, non è consentito l’uso di conservanti, aromi ed altri additivi. L’area di produzione coincide con le Provincie di Rimini, Forlì-Cesena, Ravenna e parte della Provincia di Bologna.

Il disciplinare – si legge ancora nella nota del Consorzio di Promozione della Piadina Romagnola – tiene conto della tradizione e della storia di questo importante prodotto che si sta sempre più affermando anche fuori dai confini della Romagna, sia nella variante “Piadina Romagnola” di minor diametro e maggiore spessore, sia nella variante “Piadina Romagnola alla Riminese”, di maggior diametro e minor spessore, prevedendo un’etichettatura specifica per la variante riminese e concedendo una ulteriore riconoscibilità alla Piadina Romagnola ottenuta con processi per la maggior parte esclusivamente manuali. La richiesta di registrazione della denominazione è ora al vaglio dei competenti uffici della Commissione Europea, e ci auguriamo che nei prossimi mesi, al termine dell’iter di valutazione della proposta, questa importante IGP sia registrata e tutelata su tutto il territorio europeo e non solo, al fine di legare la denominazione Piadina Romagnola, anche nella sua variante alla Riminese, alla vera ed autentica zona di origine, preservando la tipicità e la qualità di questo importante prodotto radicato nella storia e nella più autentica tradizione romagnola. Soddisfazione per questo importante risultato frutto di anni di lavoro del Consorzio di Promozione della Piadina Romagnola con il supporto delle Confartigianato e CNA di Rimini e di tutta la Romagna in stretta collaborazione con il Servizio Percorsi Qualità Relazioni Mercato e Integrazione di Filiera della Regione Emilia-Romagna ed il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.

Doverosi anche i ringraziamenti all’Assessore Regionale all’Agricoltura Tiberio Rabboni e tutto lo staff del Servizio Percorsi Qualità Relazioni Mercato e Integrazione di Filiera della Regione Emilia-Romagna e del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali per il fattivo contributo nel raggiungimento di questo importante risultato. 

 

 

 

 




Neve, spettacolo indegno

Il presidente della Provincia di Rimini Stefano Vitali e l’assessore provinciale Mario Galasso accusano le regioni di non aver riceuto danni dalla neve di aver chiesto risarcimenti pubblici.  Ecco la loro lettera-sfogo.

“Lo spettacolo indecente che sta offrendo  il sistema Italia per il risarcimento dei danni provocati dalle eccezionali nevicate del mese di febbraio dimostra con esattezza matematica lo sfascio, la confusione, l’assoluta assenza di bussola e di buongusto che poi orientano l’opinione e il giudizio generali dell’Europa nei nostri confronti. Come riportato oggi da quotidiani nazionali, Bruxelles non ha digerito per nulla- eufemismo- il ‘conto’ da 2.7 miliardi di euro presentato dall’Italia su vidimazione formale della Protezione Civile Nazionale per accedere ai fondi del cosiddetto Fondo di Solidarietà, creato dalla UE proprio per venire incontro ai Paesi vittime di catastrofi. E Bruxelles ne ha ben donde visto che a far salire in maniera stellare la cifra dei risarcimenti sono state le richieste di alcune regioni del centro e del sud che- a leggere il dossier italiano- hanno subito dalle nevicate di 5 mesi fa più o meno gli stessi danni e gli stessi drammi verificatisi in Emilia Romagna, nella Marche e nell’Umbria. Un mistero gioioso di cui non si trova traccia neanche negli organi d’informazione visto che a febbraio tutti i media raccontavano giornalmente degli inediti disagi, degli sfollamenti, delle imprese rase al suolo, delle strade impraticabili esclusivamente nelle tre regioni del centro nord, ironizzando di tanto in tanto con gli scarsi centimetri di neve che avevano avuto il potere di bloccare Roma.

Basta poi ricordare qualche numero per rendersi conto dell’impatto diretto delle nevicate sul territorio riminese: 27 milioni di euro di danni lamentati dalle imprese agricole, almeno altrettanti dal resto delle aziende tra crolli, cedimenti, ritardi nella consegna delle merci; danneggiamenti a oltre il 70% del patrimonio edilizio privato della Valmarecchia e della Valconca; 70 milioni di euro spesi dagli Enti locali dell’Emilia Romagna negli interventi di soccorso; almeno altri 20 milioni di euro sarebbero necessari per intervenire sugli assi viari e sugli edifici pubblici ammalorati. C’è poi l’indotto di questa calamità: ancora oggi, a mesi di distanza, centinaia di imprese faticano a risollevarsi, costretti a fare i conti con l’incertezza dei risarcimenti e di converso la certezza della fiscalità che non si è fermata.

Il fondo di solidarietà non è una ‘legge mancia’ cui tutti possono attingere. Ma fa rabbia anche il comportamento di chi per ruolo non può limitarsi a fare il ‘passacarte’, inoltrando in automatico all’Europa le mere richieste che arrivano dalle regioni. Il rischio vero è che questa ‘furbizia all’italiana’ adesso sia pagata dai nostri cittadini. Vale a dire che Bruxelles decida di concretizzare il suo sconcerto attraverso un ‘no’ tout court ai risarcimenti, penalizzando i danni veri e accertati. Per la provincia di Rimini questo sarebbe inaccettabile. Ci riserviamo di procedere in tutte le sedi e nei confronti di chiunque a difesa del nostro territorio, gravemente colpito dalle nevicate di qualche mese fa, nel caso in cui il peggiore e il più scandaloso degli scenari dovesse malauguratamente verificarsi”.