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Andrea Gnassi intervistato da Teresio Spadoni. Rimini tra ieri, oggi e domani.

Rieletto Sindaco al primo turno con un’inaspettata valanga di suffragi. Ha saputo parlare un linguaggio nuovo e credibile da paese maturo

 

All’indomani della sua rielezione, il nostro Teresio Spadoni l’ha incontrato e intervistato. Il testo integrale si trova sul numero di Giugno scorso. La ripubblichiamo  sul sito, questa è la prima parte.

 

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Ci ha accolti nel suo studio a Palazzo Garampi in piazza Cavuor. Dal balcone una vista irraccontabile: l’Arco di Augusto, il Ponte di Tiberio, piazza Cavour e l’orizzonte chiuso dalla rupe di San Marino. E’ stato rieletto al primo turno con una inaspettata valanga di voti. La sua visione di città e sviluppo economico sono credibili.

Allora, signor sindaco, come va?
“Come va… va che va di corsa, nel senso che non ti puoi fermare un minuto”.
Nemmeno ora che ha portato a casa un sonoro 57%? Lei è tra i pochissimi sindaci che sono passati al primo turno: complimenti.
“Grazie, ma fino a ieri bisognava lavorare per convincere gli elettori che ciò che gli stavamo raccontando era cosa buona; oggi bisogna lavorare per mantenere fede a quanto raccontato… dunque!”.
Soddisfatto del risultato di “Patto Civico per Gnassi”?
È ovvio che si possa sempre fare meglio, ma quel 13,83% per me è ottimo. È una lista che viene dai territori, fresca: giovani, società civile, medici, imprenditori, artigiani; età media molto bassa. È la rappresentanza di una società che è cambiata.
Da zero a dieci, che voto si dà per i cinque anni passati?
Il voto lo hanno dato gli elettori il 5 giugno. Se si guarda il cambiamento, la direzione di marcia che Rimini ha intrapreso, dico che è una città che ha coraggio come poche in Italia. Qualche mese fa è uscita una rilevazione in contro tendenza rispetto ad un’Italia ripiegata sulla crisi; quella rilevazione diceva che per il sessantasette per cento Rimini si sta modernizzando.
Lei è arrivato a luglio del 2011: cosa ha trovato?
Un mondo che cambiava; un mondo che ha perso interi driver di sviluppo, non singole aziende; un modello riminese degli ultimi settant’anni che aveva prodotto un benessere diffuso e che manifestava i suoi limiti. Vigeva ancora la logica centrata sul modello di sviluppo quantitativo, perché si pensava ancora che l’edilizia potesse continuare a dare sviluppo e ricchezza economica. Comunque: luglio 2011, esplode il tema
delle fogne, non si aprono le paratie sull’Ausa in Piazzale Kennedy e ciò che si sversava in mare in caso di forti piogge invade la città; saltano gli istituti di credito – la Cassa di Risparmio viene commissariata – saltano le associazioni di categoria; salta l’economia… Io non ho mai fatto la “scopa nuova”; ogni amministratore si misura col tempo in cui amministra, ma quando la tua città è colpita da un terremoto economico, politico e sociale, hai davanti due scelte: il consenso a breve – ripari il vetro, l’infisso, le crepe nel muro -, applausi e via; o rifai le fondamenta. Noi abbiamo deciso per la seconda strada; abbiamo cominciato dalle fondamenta. E abbiamo visto giusto.
Quali sono queste fondamenta?
Undicimila case sfitte… troppo cemento. Nel 2012 abbiamo avuto il coraggio di portare in Consiglio la prima variante in diminuzione retroattiva alle previsioni di un PRG (Piano Regolatore Generale) vigente. Non si può fare! Non si può fare? Ricordo che per tutelarci dal problema dei diritti acquisiti andammo a farci le assicurazioni prima di votarla in Consiglio Comunale, ma l’abbiamo portata a casa. Ma anche se cominci a fare meno sopra, e meglio, primaprima devi fare il sotto e oggi la città ha centosessanta milioni di euro di cantieri aperti sul piano
di salvaguardia del sistema idrico fognario: chiuderemo gli undici scolatoi a mare. Oggi si sa che tutta l’Italia è coinvolta dal problema del dissesto idrogeologico; noi siamo l’unica grande città storica sul mare che è in controtendenza. Saremo la prima grande città che non sverserà neanche una goccia di acqua mista nel nostro Adriatico.
Per quando saranno finite le fogne?
Già quest’estate chiuderemo completamente gli scolatoi a mare di Rivabella e Viserba; il depuratore è già stato inaugurato; la dorsale nord è già costruita e stiamo facendo le delibere per l’allaccio dei privati; la dorsale sud, vasche di laminazione, Ospedale, Bellariva, è a buon punto. Se tutto procede così è possibile che sia anticipato al 2019 l’obiettivo di non avere più lo sversamento di una sola goccia in mare. Ma il cantiere più grande è in Piazzale Kennedy, esattamente là dove a luglio 2011 non si sono aperte le paratie. Erano previsti un grattacielo e una galleria commerciale; invece facciamo una vasca di laminazione profonda trentasei metri che raccoglierà trentacinquemila metri cubi di acque. Inoltre va detto che non stiamo spendendo un euro in più di quanto programmato, anzi! Con alcune economie abbiamo programmato altri lavori pubblici.

 

Quali forze hanno osteggiato questo deciso no al cemento?
Finiamo prima con le fondamenta. La mobilità: fatti gli investimenti sulla Fiera, sulla mobilità eravamo rimasti indietro. Con i lavori integrativi alla terza corsia dell’autostrada, la SS16 diventerà una vera nuova circonvallazione con svincoli Cimitero andrà collegarsi a Santarcangelo alla strada di gronda che va a Verucchio. “Fila dritto”, dalla Fiera a Miramare, sull’asse urbano interno, non si troveranno più semafori ma svincoli
rotatori; con il prolungamento della Via Roma a Miramare c’è oggi un collegamento strutturale interno tra Riccione, Miramare e Fiera. Una città ha bisogno di pensieri. Il motore immobiliare è stato sostituito dai i motori culturali. Oggi viaggiano un miliardo e trecentomila persone che tra poco arriveranno due miliardi (dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo).
Cosa chiedono i viaggiatori?
L’Europa. E dell’Europa? l’Italia. L’Italia ha duemila anni di storia e di bellezze. Là (si alza e indica con la mano), Via Garibaldi- Via IV Novembre e il Corso d’Augusto (già Via Emilia), il Cardo e il Decumano; cosa chiedono? Chiedono la tua scia infinita di bellezze; Rimini
è una città romana, è una città rinascimentale, è una città dell’Ottocento che ha inventato i bagni. Noi dobbiamo dare la bellezza. Rimini sta costruendo i più potenti motori culturali che ci sono in Italia. Si sta rialzando il Teatro inaugurato da una prima verdiana (4 agosto 1857 Giuseppe Verdi suona a Rimini, unico teatro in cui ha suonato e diretto in Emilia Romagna) distrutto dalla guerra, che si spalanca
sul retro e va ad abbracciare la Rocca. Era un sogno, adesso è un cantiere; siamo riusciti a spostare il mercato ambulante!
E ancora: il welfare; il pubblico non ce la fa più da solo, il sistema sanitario nazionale non sta più in piedi. Abbiamo avviato il processo dell’Area Vasta Romagna sulla sanità che vuol dire la miglior sanità possibile a portata di quaranta minuti; a Rimini abbiamo le migliori sale chirurgiche d’Italia, e Tonini è il direttore dell’Area Vasta Romagna. Oggi abbiamo una sanità forte e c’è un welfare di comunità che, dove il pubblico
non ce la fa, attinge dal protagonismo privato per dare servizi pubblici. Abbiamo fatto il residence dei babbi per i padri separati, per coloro che non essendo in grado di pagare gli alimenti non potevano vedere i figli; abbiamo fatto un albergo sociale con la Papa Giovanni; non ci sono quasi più liste di attesa negli asili nido.

Fine prima parte




Red Baker translated in Italian by Nicola Manuppelli

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by ALBERTO BIONDI

It is Saturday night. In the heart of Rimini, surrounded by noisy bars and cafes, an open bookshop spreads its orange light from the store windows. Out in the street most of the people wander around holding a drink and following the procession that leads from a pub to the next one, but some of them stealthily enter into the little “Libreria Riminese”. Chairs and benches are soon occupied by an excited crowd and even if there is no seat for everyone, nobody complains for standing up. It really seems a secret society meeting, with wooden bookshelves hiding the acolytes from intrusive looks.

We are all waiting for Robert Ward, author of the Pen West Award winning “Red Baker”, now translated in Italian by Nicola Manuppelli. Tonight is just a stage of the long tournée the novel is making all across Italy and the public quivers palpably for the emotion. A few minutes more and the author steps into the bookshop together with his interpreter, Maria Silvia Riccio. Very soon I realize that “Bob” Ward is a character himself: armed with an half-emptied glass of wine, his flabby cheeks red for the Sangiovese, among the Italians he really seems at ease. Writer, teacher, journalist and a Hollywood scriptwriter (but also a blues guitarist), his turbulent career mirrors his private life. There is no trace of the intellectuals’ subtle arrogance though (typical of writers); Robert Ward talks just as a friend or a crazy uncle would do. “Let me tell you the story of this book – he says, grabbing an English copy of “Red Baker” – I had been writing a novel titled “Baltimore” for five years. It was supposed to be my big novel, something at mid-point between Moby Dick and Jane Austen. I wrote about my divorce, six hundred pages of the most boring crap you can imagine. At that time I was working for the New York Times and one night, after coming back home completely drunk, I read through it all. It was a total shit. I became depressed (I always need to feel on the ridge of desperation to write well) and then I wrote a new start. That was Red Baker’s start. The rest of the novel followed and in eight months I finished the book. My agent sent it to 34 publishing houses, but none of them accepted it. I would have shot myself if Jack Kerouac’s girlfriend hadn’t noticed it and helped me to publish”. Robert Ward doesn’t refrain from telling funny anecdotes, such as his memorable interview with Clint Eastwood which lasted two hours but he forgot to record, or when in Mexico he was left behind by the film crew and he (the scriptwriter) had to sing in a bar all night long. The people inside the bookshop are enthusiastic and I have to wait until the last copy signed before starting the interview. He smiles when he sees my recorder.

Mr. Ward, what makes a story a good story?

Jesus, you started with the hardest question in the world… I think a good story is one which reaches people’s heart. Of course you need the ability to plot, create characters, you know that. But after all the technical stuff (which is hard to do) you still have to have a story which reaches people’s heart like great authors like Dickens did. That is the real ability. I know that many people don’t agree with that, like all today’s meta-fiction authors which write stories about story-writing, but I prefer the nineteenth’s century approach with all the vicissitudes and the characters’ analysis. You look back to those stories and they’re still catchy.

 Is there something you don’t like in contemporary fiction?

Yeah, generally I hate the Modernist approach where language has become the most important thing. It distances the story from real people. I thought the same with jazz music: after Miles Davies and Coltrane, musicians have based everything on creativity forgetting what the melody is. To me melody in music is like the plot in novels. You forget it, and all you got is noise.

Are there relevant differences between writing novels and writing scripts?

Oh huge differences. In scriptwriting you can’t get into the characters’ heads. It’s all visual. And so you have to find visual equivalents to represent their states of mind. It is hard to do and that’s why many movies are not good in depicting characters. Also dialogues in scripts reveal something about the plot more than something about the character, like in TV shows, and that sucks. But even TV writing has become more sophisticated and this gives depth to every story.

How many languages is “Red Baker” translated in?

Well I think just in German and now in Italian. That’s because as I’ve already said I found many difficulties in publishing it. One day I received a phone call from one of the 34 refusing publishers and this guy said “Bob, I really loved your book, but since it talks about poor people we can’t publish it because poor people don’t buy books. So who’s gonna read it?”. That’s when I thought I should take a gun to my head. Then during the years the novel made its way and lots of people call me saying that it is the best book they’ve ever read. And that’s cool.

What do you think people love in your novel?

They are moved by it. If you pick the book you will see this character doing all the wrong things, but it really compels you to read even if you don’t agree with him. One time a friend of mine called me up at four in the morning and he said “Bob, I’ve just finished reading your book. It’s so fuckin’ good man… It’s like looking at a corpse, you can’t take your eyes off that. You know you should and you want to, but you can’t”. I wish this quote was written on the back of the book.

Where do you usually draw inspiration from?

When I came here I didn’t know that this was Fellini’s city. I saw all his movies and I admire him, he’s a real genius. I particularly liked “Amarcord” (and the guy on the tree shouting “I want a woman!” because that’s me) and “I Vitelloni”, but I also loved De Sica’s “Bicycles Thieves” and the Italian movies from the ’40s and ’50s, which truly inspired “Red Baker”. They were so touching. I guess filmmaking influenced me as much as the novels I read.

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Graziano Facondini, comandante di un gigante dei mari

Sergio Facondini per i misanesi con più di 60 anni è stato un mito. Moro, mediterraneo, prima bagnino, poi cutterista, infine proprietario delle motonavi Leon d’Oro e Palma di Majorca. Insieme, ai coetanei, Sergio, frequentava il bar-pizzeria-ristorante-albergo “da Siro”, altro mito misanese. Sergio muore prima del tempo nell’88; il testimone di amore per il mare lo ha raccolto il figlio Graziano. Forse ha passato più tempo nei mari del mondo che sulla terra ferma.

Sposato con una signora di Cremona (la madre di Graziano è originaria di Brescia), un figlio di cinque anni, Elia, più uno in arrivo, da un decennio è uno dei cento comandanti dei Grimaldi, il gruppo napoletano leader mondiale nel trasporto di mezzi su gomme. La nave del misanese si chiama “Grande Portogallo”; 25 uomini di equipaggio (7 italiani), è lunga quasi 200 metri, ed è capace di trasportare circa 3.500 automobili. Dopo sei mesi di navigazione tra il Mediterraneo ed i mari del nord (dal Mar Nero fino alla Danimarca) lo scorso 27 ottobre è sbarcato a Valencia; ora, aspettando il bebè, lo aspetta un lungo riposo, fino al prossimo febbraio. Del suo lavoro racconta: “La mia è una storia di un lavoratore come tante. Se sei nell’Oceano, è rilassante: niente manovre ma soli turni di guardia. Come comandante sono reperibile 24 ore su 24”. Ma qual è la sua giornata tipo? “Eccola. Colazione alle sette del mattino. Pausa pranzo dalle 12 alle 13. Poi al lavoro fino alle 20. Il comandante fa tutte le manovre: entrata ed uscita dai porti”. Nella testa il mondo, a chi gli chiede quali sono i luoghi della sua memoria, racconta: “Sidney, Hawaii, Singapore, Rotterdam, Amburo, Anversa (diretto da una donna). L’Alaska è bellissima. I porti del Nord’Europa sono anche all’avanguardia della tecnica. Da loro c’è solo da imparare”.

E i porti italiani per quanto riguarda l’efficienza economica? Risponde il figlio di Sergio: “Siamo da cinque, purtroppo. Ci mancano le infrastrutture di collegamento, come le strade, le ferrovie. Abbiamo delle gallerie ferroviarie troppo piccole per far passare i container. E le merci, oggi, viaggiano nei container”.

Insomma, la politica potrebbe anche iniziare da qui per rendere competitivo il Belpaese. Mai corso rischi? Graziano: “Mai più di tanto. La prudenza è la stella polare che ti permette di tornare a casa; i rischi sono sempre ponderati. Ad esempio, io non affronto il mare quando le onde sono alte più di sei metri. Resto in porto, o sono alla fonda, o faccio avanti e indietro in un tratto di mare sicuro”.

Il suo gigante del mare (alto 47 metri, con 11 piani di carico) costa 50 milioni di euro (500 milioni i cugini da crociera). Gli hanno proposto più volte il comando delle navi passeggeri, ma ha sempre detto di no: “Ho rifiutato, perché ci trovo molto spettacolo. Il comandante è anche intrattenitore: un uomo da fotografia”. Classe ’72, prima di trasportare automobili e camion, come allievo ufficiale di coperta, Facondini ha lavorato sulle petroliere. Giunge alla corte dei Grimaldi quando la sua nave viene comprata (con l’equipaggio) dalla multinazionale napoletana. Graziano è nato in acqua. Grazie al babbo, si appassiona al mare, alle barche. Quando frequentava le superiori (istituto nautico di Ancona), nella stagione estiva, da giugno a settembre, lavorava sulla motonave del babbo. Non scendeva mai, neppure per dormire.

Il suo futuro? “Mi vedo sempre su una nave da trasporto”. Il suo rapporto con gli uomini dell’equipaggio? “La prima volta avviso, la seconda avverto, la terza mando via. Perché il tuo lavoro, lo deve fare un altro. E non è giusto“. Passioni? “Solo la famiglia: ti manca così tanto quando navighi…”.

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“Crescita culturale è l’impegno che ci siamo dati”

franca foronchi

“La crescita culturale: è questo l’impegno che ci siamo dati come giunta. Qualsiasi cosa facciamo, teniamo conto della scuola e della formazione, che significa senso civico e lavoro per il paese”. Non è un intellettuale ad argomentare così, ma Franca Foronchi, sindaco di Gradara fino al 2017. Professoressa di tedesco e questo forse vuol dire pur qualcosa, quando si chiacchiera con Franca Foronchi si apre una discussione. E’ un ping pong in cui, se non si sa, ci si astiene. Oltre ad oggetti di ceramica artistica, come presente di rappresentanza di Gradara, regala anche dubbi.

Cerca di governare il suo territorio come una buona madre di famiglia. Come dovrebbe essere la politica: soddisfare i bisogni delle famiglie e delle imprese. Il suo consiglio comunale ha messo mani ad una variante al Prg (Piano regolatore generale, oggi chiamato Psc, Piano strutturale comunale) che darà l’opportunità ai gradaresi di piccoli ampliamenti. Un modo intelligente per rispondere alle esigenze delle famiglie e aiutare un settore, quello edilizio, in crisi per una gestione non all’altezza del compito, direbbe il prestigioso economista di Rimini Stefano Zamagni. Sul piano ha messo 1.500 metri quadrati. La variante è appena passata in Provincia di Pesaro. Ora tornerà in consiglio comunale. Poi si metterà in moto una macchina del mattone al servizio delle necessità. Il Piano regolatore del 2008 prevede di portare gli abitanti di Gradara a 7.500; oggi sono 4.500. Ne è stato realizzato solo il 10%.

Qual è il suo primo pensiero, oggi?

“Il freno che ci impone il Patto di stabilità [il troppo rigore del bilancio imposto dallo Stato, ndr] e le incertezze. I cittadini che vengono da me non possono aspettare mesi per le loro soluzioni. Fuori c’è la fila di chi ha perso il lavoro e non riescono ad arrivare a fine mese. Ricevo il pubblico quasi tutti i giorni e fino allo scorso anno le famiglie in difficoltà erano una quindicina; prevalentemente nuove famiglie. Oggi, sono raddoppiate. Poi, ci sono i separati in cassa integrazione a far fatica”.

Che cosa fate?

“Abbiamo un servizio di assistenza sociale che prima ascolta e interviene. Aiutiamo a pagare le bollette del gas, della luce, degli affitti. Poi ci sono i pacchi alimentari con don Germano. Ogni 15 giorni ne distribuiamo più di 50. Cose anche per i bambini”.

Fatto muti negli ultimi tempi?

“Non ne abbiamo fatti dal 2006; se non per un impianto fotovoltaico del valore di 130mila euro. Tutto sommato però abbiamo una buona situazione economica. Non abbiamo aperto mutui ma ci siamo impegnati nel reperire risorse con le quali abbiamo riqualificato il patrimonio storico. Con 500mila euro abbiamo restaurata una casa nel borgo; abbiamo restaurato le mura che danno sul parcheggio”.

Quanto frena il Patto di stabilità la possibilità di effettuare investimenti?

“Abbiamo i soldi, ma per legge non li possiamo spendere. Dove si spreca il divieto potrebbe anche andar bene; da noi no. Quest’anno, per legge, siamo costretti a far risparmi per 390 mila euro”.

Che cos’è la politica per lei?

“E’ partecipazione alla vita della comunità. Deve fare oltre che per chi ha, soprattutto per le fasce sociali più debole. La comunità intelligente è dove tutti stanno abbastanza bene. E va fatta in modo chiaro, trasparente e onesto. La politica è nata per questo”.

In politica qual è il peccato più frequente?

“L’individualismo. Che uno solo possa fare tutto. E’ il fatto più deleterio”.

Che cosa fare?

“Sarebbe sufficiente valorizzare le esperienze dentro il partito. Ascoltare le voci e i pensieri buoni. Poi, ci vorrebbe un po’ più di coraggio. Ci sono i privilegi della politica che non possono più continuare e non si possono più sopportare. Ci vorrebbe anche un progetto per creare lavoro, per i lavoratori ma anche per la piccola e media impresa”.

Il turismo di Gradara tiene, come lo spiega?

“Abbiamo iniziato a lavorare su un progetto, ‘Gradara capitale del Medio Evo’. Si è cercato di far crescere nelle associazioni e nei cittadini la consapevolezza di vivere in un borgo storico che va valorizzato perché ci viviamo. E può anche fare economia. Grazie alle associazioni, si organizzano alcuni eventi insieme, che ci permettono un calendario lungo tutto la stagione. Nelle nostre scuole abbiamo lavorano su un progetto dove i protagonisti sono i personaggi della nostra città. Abbiamo fatto una ricerca storica con corsi sulla musica medievale e del Rinascimento. Invece, dal punto di vista architettonico abbiamo recuperato quello che era possibile dentro le mura; cosa che ha dato impulso ai privati. Tra il 2012 e il 2013 sono nati 4-5 affittacamere; l’ultimo apre a Natale”.

Cosa vorrebbe portare a termine nel suo mandato?

“Riqualificare piazza Mercato, non buttando tutto all’aria, ma semplicemente aggiungendo più verde. Affinché le due Gradara possano essere messe in comunicazione. Un’altra idea che vorrei concretizzare sarebbe la pavimentazione della piazza Rubini Vesin, portando fuori le auto. D’estate sarebbe un signor palcoscenico per il cinema e il teatro all’aperto. Infine, mi piacerebbe collegare con una ciclabile Gradara al mare. Fino ai confini di Gabicce basterebbero 200mila euro”. (G.C.)

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Tutti i colori delle donne

di DANIELE RUGGEI

Piazza Paola, l'autrice

Una primizia letteraria estiva di qualità, quelle che dopo averle mangiate lasciano una certa soddisfazione ed un sapore delicato. ‘’La stanza delle Orchidee’’, di Piera Paola Piazza, Edizioni Nuova Prhomos, è un libro che mette di fronte a se stessi in ogni pagina, ed in ogni pagina la felicità dei personaggi sembra a portata di mano, se non fosse per quel  mistero…’’La stanza delle Orchidee’’ è un romanzo profondo, dove vengono sfiorati gli argomenti più importanti della vita: l’amore, la carriera, la bellezza. Argomenti apparentemente semplici, ma in queste pagine emerge la verità, l’amore puro, quello che non conosce le imposizioni sociali.

Le protagoniste sono due donne belle, sensuali, colte. ‘’Da piccola scrivevo filastrocche e leggevo molto. Prima mi sono dedicata per lo più alla poesia; da qualche anno mi occupo anche di prosa. Alle spalle uno studio approfondito della metrica e della stilistica, sia al liceo, sia all’università. Non meno fondamentale: l’ispirazione, la creatività e a volte anche il vissuto’’. La ‘Stanza delle Orchidee’ diventa un luogo d’incontro con se stessi. Dove si medita sulla propria esistenza, sulle proprie debolezze e su come sottrarsi dalle difficoltà.

Ma lei questa stanza in casa ce l’ha? ‘’Sì, non ci sono proprio le orchidee, ma è la stanza in cui, il passato, il presente ed il futuro si fondono per donarmi  la libertà di essere me stessa. La fragranza delle orchidee è in ognuno di noi. Ognuno è unico. Nel libro vengono affrontati i temi della compassione e dell’incoraggiamento. C’è molta attenzione verso gli altri. Vi è un recupero della perduta umanità. La fede buddista mi ha aiutato nel cammino, mi ha permesso di uscire allo scoperto, per proporre un messaggio. La storia è il rapporto tra una madre e una figlia, dove la giovane deve tagliare il cordone ombelicale, ma… c’è di più. Insomma, il libro va letto e non raccontato’’.

Come vive un’artista nel 2013? ‘’Dovrebbe vivere senza limiti. Un’esistenza è artistica quando la si vive minuto dopo minuto e si ha la possibilità di scrivere negli attimi dell’ispirazione. Voglio dire che se si hanno orari di lavoro e cartellini da timbrare, purtroppo, è difficile cogliere l’attimo’

La storia si snoda tra Venezia, sua città natale e la provincia di Rimini, Misano Adriatico in particolare, cosa ha lasciato a Venezia e cosa ha trovato in Romagna? ‘’Venezia è la nostalgia, là ho imparato a vivere, qui sono rinata. Non tornerei indietro’.’ ‘’Ci tengo a ringraziare di cuore gli amici che mi hanno sostenuta e mi hanno aiutata a concretizzare questo sogno, in particolare Roberto Agostini, per il disegno di copertina; Carla Zancanaro per la consulenza letteraria; l’agenzia M&C Servizi di Vincenzo Maiorano  e Ivana Migani per il marketing ed il supporto web.”

L’autrice  ha esordito nel 1986, vincendo il terzo premio di poesia al Lions di Milano, presieduto dallo scrittore Ottiero Ottieri. Hanno commentato le sue pubblicazioni il poeta Dario Bellezza e la scrittrice Antonia. Arslan. Alcune liriche sono state inserite in un’antologia di poesia erotica, presentata dal regista Tinto Brass. Nel 1990 ha pubblicato il suo primo libro di poesie ‘’Vivere dentro – Vivere fuori’’ e nel 1993 un saggio di critica d’arte. Ancora nel 1993 ha vinto il Primo Premio Nazionale ‘’Francesco Petrarca’’ con la pubblicazione del suo secondo libro di poesie ‘’Dimore d’acqua’’; nel 1995 ha pubblicato il terzo volume di liriche ‘’Controvento’’.

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E’ lui il “re” del centro storico

di MILENA ZICCHETTI

Ci sono chef e chef. Quelli che stanno in cucina e quelli che in cucina ci sono stati e ora danno libero sfogo alle loro capacità imprenditoriali. Giuliano Canzian, classe ’75, è uno di questi ultimi. Ci siamo incontrati in uno dei quattro ristoranti che gestisce assieme alla moglie Enrica e mi sono fatta raccontare gli ingredienti del loro successo, partendo naturalmente dall’inizio.

Lei è di Domodossola, in Piemonte, come è arrivato alla scelta di Rimini?

Bhé in primis Rimini perché, per chi fa questo lavoro, credo sia la città che offre maggiori opportunità a livello nazionale. Ma c’è anche un altro motivo: un amore iniziato da bambino. Sai le classiche vacanze estive con i genitori e i nonni al mare? Io le ho praticamente passate tutte qui in zona e mi porto ancora il ricordo delle luci, le sale giochi, il grattacielo… Per un bambino sono il massimo! E’ partito tutto da mio nonno, che è sempre venuto in vacanza vicino a Cattolica e con lui la famiglia. Aveva un grande amore per Rimini e i sardonicini fritti e comunque appassionato dei sapori e della cucina romagnola. Questa passione per Rimini mi è rimasta da allora, grazie ai bellissimi ricordi che mi porto dietro.

Un nonno appassionato di buona cucina, quindi. La sua passione invece da dove viene?

Tanto per comunciare, nessuno della famiglia ha questo dono. E’ nato forse un po’ per caso, da bambino mi piaceva giocare con le pentole, un po’ per curiosità e poi anche per esigenza. A otto anni infatti ho dovuto iniziare a “cucinare” perché i miei lavoravano. Cucinare forse è una parola grossa, diciamo che ho iniziato a pasticciare un po’. Ho incominciato mettendo a bollire l’acqua per la pasta e scaldare quello che la mamma preparava prima di andare al lavoro, per arrivare poi a dieci anni in grado di fare una salsa di pomodoro o addirittura un ragù. Inoltre, sin da piccolo sono stato sempre molto attratto dai profumi, ho un olfatto particolarmente sviluppato e una grande memoria dei piatti che assaggio. Riesco a capire quali sono gli ingredienti e a ricreare un piatto anche solo col semplice ricordo.

A proposito, che tipo di cucina è la sua?

Principalmente di tipo tradizionale, perché credo che la tradizione sia la strada maestra da cui partire. Poi certo, la tecnica non deve mancare anzi, credo proprio sia una cosa da non tralasciare. I tempi cambiano e le esigenze della clientela, sempre più informata ed esigente, pure. Credo poi che alla base di tutto ci debba essere un grande, grandissimo rispetto per la materia prima e la stagionalità dei prodotti. Per quanto mi riguarda, sulla scelta delle materie prime non si transige e nei miei ristoranti seguo tutto personalmente. Altra mia caratteristica, è poi quella di proporre ai miei clienti piatti che siano il più leggero e digeribile prossibile, perché leggerezza e bontà sono un po’ la regola base del mio modo di vedere la cucina.

Sul fronte lavorativo, grandi soddisfazioni. Nel 2003 il Ristorante Dallo Zio, nel 2007 l’Osteria De Borg, nel 2008 la Trattoria La Marianna e per ultimo nel 2010 Nud e Crud…

Si, grandi soddisfazioni, è vero, ma c’è sempre un peso dall’altra parte della bilancia: un grandissimo impegno e tanto tempo libero sacrificato. I primi anni sono stati davvero molto difficili. Ma il riscontro che abbiamo avuto nel tempo, ci appaga tantissimo. Siamo davvero contenti, soprattutto per il fatto che abbiamo una grossa percentuale di clientela fissa che ritorna perché soddisfatta di come ha mangiato. Da sempre abbiamo infatti voluto puntare soprattutto sui riminesi e comunque sui clienti locali… perché non è importante solo il numero, ma la qualità dei clienti e la fidelizzazione. Forse abbiamo anche giocato d’anticipo nella scelta dei locali e dei luoghi: tutti in funzione del centro storico e non del mare. Inoltre nessun locale è banale, ma anzi, ognuno ha una particolare storia alle spalle, un passato importante.

Mi permetta una osservazione. C’è il detto che “dietro ogni grande uomo, c’è sempre una grande donna”. Sua moglie Enrica è una figura molto importante. Possiamo dire che vale anche per lei questo?

Direi di si. Abbiamo entrambi una grande passione per la cucina e ad un certo punto c’è stato un coinvolgimento molto forte a livello lavorativo. Enrica ha infatti lasciato il suo lavoro in banca per seguire l’attività, soprattutto a livello commerciale e di contatto coi clienti, cosa che devo dire, da buona romagnola, fa molto bene!

Ultimamente sta collaborando con Palato con dimostrazioni istantanee di cucina. Cosa ne pensa di questa nuova formula di show cooking, che sta spopolando soprattutto in tv?

Mah, da una decina di anni a questa parte ormai, gli chef ce li fanno vedere dalle 6,30 del mattino fino a notte. Credo sia diventato tutto molto stucchevole e alcuni, più che fare un programma serio, scimmiottano un pochino la professione, sminuendo il nostro lavoro. Inoltre questo tipo di show ha portato un notevole incremento di iscrizioni alle scuole alberghiere come addetti alla cucina e una conseguente diminuzione di iscritti come addetti alla sala. La mia paura, è che tra qualche anno ci sarà un numero spropositato di cuochi e carenza di personale specializzato di sala. Per forza, i ragazzi ora vedono lo chef come un modello: tutti fighi, ricchi, fanno tv e sicuramente non stanno in cucina 16 ore ad ammazzarsi. Per carità, non voglio generalizzare, ci sono trasmissioni di cucina anche interessanti e poi è bello che sia stato risaltato questo lavoro. Ora infatti lo chef non è più solo padrone della cucina, ma sconosciuto ai clienti. Addirittura adesso è richiesto in sala. Ha iniziato Vissani, il primo chef che ha sdoganato la professione andando in tv e da allora, piano piano, c’è stata una sempre maggiore voglia di comunicare con noi chef e devo dire che questa è una grande soddisfazione!

Ultima domanda, di routine nelle mie interviste: lei, un’isola deserta e…

Oh, in un’isola deserta sarei finito, quindi dobbiamo senza meno trasformarla! Per una traformazione d’effetto… Ci vuole una bella idea, un resort e un milione di clienti.

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Romagna autonoma, intervista a Stefano Servadei fondatore del Mar

di GIOVANNI CIORIA

Stefano Servadei, nel febbraio scorso ha compiuto 90 anni

Quando scendeva nella provincia di Rimini per comizi, alla fine “brindava” col tè. Forse, in questa tazza sta il senso della vita di Stefano Servadei e di un sobrio modo di impegnarsi in politica: fare il bene pubblico e lottare per la giustizia sociale.

Lo scorso 21 febbraio ha compiuto 90 anni. Ha la squillante voce di un giovinastro e la lucidità dell’adulto. Servadei è stato per 20 anni parlamentare, per due volte sottosegretario (Industria e Commercio estero). Soprattutto, nel cosiddetto secolo breve (espressione dello storico anglo-tedesco Eric Hobsbawm) ha conosciuto gli uomini che hanno fatto la storia d’Italia: Luigi Einaudi (economista e presidente della Repubblica), Amintore Fanfani (economista, esponente di spicco della Dc), Pietro Nenni (carismatico capo del Psi), Sandro Pertini (socialista, presidente della Repubblica), Riccardo Lombardi (grande capo della sinistra socialista), Lelio Basso (altra testa politica raffinata, uno degli estensori dell’articolo 3 della Costituzione), Bettino Craxi (il segretario socialista che nell’83 lo sbianchettò dalle liste parlamentari per essere stato critico col suo modo di interpretare la politica). La politica e la sobrietà. Queste le stelle polari di Stefano Servadei.

Potrebbe raccontare qualcosa della sua famiglia?

“Vengo da una famiglia operaia. Mi dovevo fernare alle scuole elementari, ma il maestro convinse i miei genitori a proseguire. Partecipo alla Resistenza in Romagna e in Lombardia. Pressato da un rastrellamento, trovo rifugio in Svizzera. Vengo internato e passo in tre campi. Sono molto fortunato. Ci sono una ventina di professori universitari. Tra loro Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Lanzillo. Si crea un corso di laurea in Economia e commercio; preside Lanzillo. Io do anche un esame con Einaudi. A fine guerra, quando riprendo l’Università a Bologna, mi abbuonano una decina di esami”.

Com’era Einaudi?

“Era un uomo di una modestia estrema, con comportamenti di grande rispetto nei rapporti con gli altri. Ci diceva che avremmo rimpianto questo periodo di esilio; aveva ragione. Era lì con la moglie ed il figlio Giulio, il fondatore dell’omonima casa editrice. Giulio era l’esatto contrario del babbo”.

Quale ricordo di Fanfani?

“Era attivissimo. Il merito del corso di laurea era in gran parte suo”.

Come nacque il suo rapporto con la politica?

“Durante l’anno svizzero, dal luglio del ’44 al luglio del ’45, mantenni i rapporti con gli anti-fascisti forlivesi. Li ripresi nel dopoguerra col Partito socialista. Diventai subito segretario della federazione di Forlì. Nel 1952, diventai consigliere comunale (ruolo che mantenni per 30 anni). Fui anche consigliere provinciale e vice-presidente della Provincia di Forlì. Nel 1963, venni eletto deputato; scranno che conservai fino al 1983”.

Con chi stava all’interno delle varia anime socialiste?

“Ero un autonomista con Pietro Nenni, il patriarca del partito. Aveva idee social-democratiche simili ai laburisti inglesi o ai socialisti tedeschi. Poi divenni amico di Nenni e della sua famiglia”.

Quale giudizio su Riccardo Lombardi, il capo della sinistra socialista?

“Un intellettuale di valore, con idee valide. Ma in certe cose era fuori dalla realtà. Un uomo astratto che aveva intorno a sé un bel gruppo di giovani. Tra loro anche Fabrizio Cicchitto; che per stare a galla ha abbracciato il berlusconismo”.

E Lelio Basso?

“Era un ‘criminale’ delle idee. Affascinava quando spiegava, ma molto poco pratico. Tuttavia era giusto così; in quel partito socialista c’era di tutto”.

E Antonio De Martino?

“Era un non partito. Aveva un complesso nei confronti del Partito comunista. Era un uomo pacifico che dilagava da tutte le parti”.

Dire Partito socialista, significa dire la nascita del centro-sinistra negli anni Sessanta, come giudica quel patto con la Democrazia cristiana?

“Il centro-sinistra è stato l’esperimento politico e sociale più alto della storia unitaria italiana. Da reggere il confronto con i governi di inizio secolo di Giovanni Giolitti. Fu il periodo delle nazionalizzazioni delle reti. Ci fu un grosso sforzo per dare coesione sociale agli italiani. Un periodo di grinta ed effetti positivi”.

Nel suo partito c’era anche Antonio Giolitti, il nipote di Giovanni, quale ricordo?

“Galantuomo dalla bella mente, tuttavia poco concreto”.

Come vede la politica di oggi?

“Non ci sono più i partiti, con le loro grandi correnti, che erano grandi dibattiti di democrazia. Ognuno è diventato un piccolo centro di potere; ed è difficile trovare una sintesi. Così i conflitti esplodono per il potere. La politica costa; si ruba”.

Corruzione politica lei dice. Perché gli italiani sopportano?

“Anche loro hanno le stesse tendenze nella vita familiare e sociale. Essere così è più facile che essere e fare le battaglie per le proprie idee. Ho conosciuto qualche ministro di oggi; sono dei poveri analfabeti. Questa è la classe dirigente venuta a galla dopo la caduta di Bettino Craxi”.

Che cosa dice di Craxi?

“La sua politica di autonomia socialista era giusta. Il modo di perseguirla era inaccettabile. Lo dicevo anche allora; fu così che Craxi mi cancellò dalle liste elettorali per il Parlamento”.

Chi erano i suoi amici riminesi?

“Ercole Tiboni, che meritava un diverso destino e Liliano Faenza”.

Lei ha conosciuto anche Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani, quale ricordo?

“Uomo simpaticissismo; dentro il partito era indipendente da tutti, forse non dalla sola moglie. Aveva una sua piccola parrocchia. Positivo perché aveva il coraggio di rompere con tutti, anteponendo ad ogni cosa la coerenza. Era elegantissimo e, permaloso, sulla sua eleganza non accettava neppure le battute, che pur si facevano”.

A suo parere quando è morto il glorioso Partito socialista?

“Con Nenni. Dopo è stato altra cosa. E’ diventato un centro di potere e va bene per un partito, solo che deve tradurre in fatti le speranze. Naturalmente il fatto umano di Craxi mi ha profondamente turbato. Doveva restare in Italia e non scappare. Doveva magari andare in galera e difendersi”.

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Cenni sulla storia del Mar (Movimento per l’Autonomia della Romagna)

Stefano Servadei nel 1990 fonda il Mar. Rispettoso di tutte le ideologie politiche, la funzione è quella di giungere alla creazione della Regione Romagna, mediante consultazione diretta dei cittadini tramite referendum, così come sancito dall’articolo 132 della Costituzione. Dal 14 maggio 2008, il coordinatore del Mar è Samuele Albonetti, succeduto a Paolo Gambi. Presidente dell’associazione è stato confermato l’ex senatore Lorenzo Cappelli. Argomenta Servadei: “La Romagna non è piccola come regione autonoma; sarebbe la quint’ultima in Italia. Le regioni si sono formate sulla base della stessa cultura, delle stesse origini. Tutte cose riconosciute anche da chi è contrario all’autonomia. Dunque, cosa vai a cercare di più. Inoltre, ci conviene anche da un punto di vista economico. Speriamo di farcela per la nostra autonomia”. (g.c.)