Via libera al credito d’imposta: gli alberghi possono rifarsi il lifting.

alberghi-credito-impostadi LUCA RIGHETTI

Cosa contempla il provvedimento e come richiedere l’agevolazione fiscale. Alzi la mano chi, da buon riminese doc, non ha mai ricevuto la richiesta di consigliare un albergo ad amici o parenti che venivano a trascorrere la classica vacanza in riviera. Beh, quasi a ciascuno di noi è successo, e, diciamo la verità, ogni volta che la canonica domanda ci viene rivolta ci sentiamo come invasi da un sano orgoglio campanilistico, consci del fatto che abbiamo il privilegio di vivere in una delle mete vacanziere più invidiate d’Italia che, nell’immaginario collettivo, sanno di divertimento, relax e dolce vita. “Beato te che sei di Rimini!”, la classica ed immancabile frase che ci sentiamo rivolgere immancabilmente. Ma ci siamo mai chiesti se il nostro amico vacanziero fosse stato del tutto soddisfatto dal suo soggiorno nell’hotel suggerito? A voler essere sinceri infatti non tutte le strutture alberghiere della nostra costa possono vantarsi di essere veramente al passo coi tempi. Non mettiamo ovviamente in discussione la proverbiale e tanto decantata ospitalità romagnola. Quella per fortuna non manca mai e ci viene unanimemente riconosciuta. Non tutte però sono riuscite negli anni a raggiungere quegli standard assoluti in termini di qualità e ammodernamento che potrebbero rappresentare la classica ciliegina sulla torta, quel quid che rende l’offerta turistica perfetta. Eppure qualcosa potrebbe cambiare anche da questo punto di vista.

 

E’ di questi giorni infatti un’importante comunicazione resa nota dal sindaco di Rimini Andrea Gnassi che potrebbe realmente rappresentare un segnale di svolta per quelle strutture alberghiere più vetuste e che necessitano di una ristrutturazione, non solo edilizia ma anche digitale. “La  Conferenza unificata – ha spiegato il sindaco Gnassi – ha dato il via libera al provvedimento che rende operativo il credito d’imposta per la ristrutturazione degli alberghi. Una notizia da segnare in rosso, visto che si tratta del formale ‘via libera’ all’applicazione del decreto ‘Art Bonus’, firmato quasi un anno fa dal Ministro Dario Franceschini. Da oggi e fino al 2019, in buona sostanza, si potrà attingere a un credito d’imposta sino al 30% e per un massimo di 200mila euro su uno stanziamento statale complessivo di 220 milioni di euro (20 milioni per il 2015 e 50 milioni per ogni annualità dal 2016 al 2019) per interventi di riqualificazione delle strutture alberghiere con oltre 7 camere, sostenuti dall’1 gennaio 2014 al 31 dicembre 2016”. Questa misura – sostiene Gnassi – è anche una vittoria della Riviera di Rimini e di ANCI che avevano spinto e contribuito nei mesi passati per questo esito positivo, si aggiunge l’altro credito d’imposta (sempre al 30% con un budget complessivo di 75 milioni di euro in 5 anni) rivolto sempre alle imprese del settore per la digitalizzazione della loro offerta commerciale”.

 

Ma quali sono nel dettaglio le voci di costo oggetto di questo importante provvedimento? Le spese per cui è ammesso il credito di imposta sono quelle sostenute dagli alberghi per ristrutturazioni edilizie che non alterino la volumetria complessiva o la destinazione d’uso, per restauri e risanamenti conservativi, per interventi di riqualificazione energetica, per opere di eliminazione delle barriere architettoniche e per l’acquisto di arredi, mobili, cucine e attrezzature sportive e per centri benessere. Svariate anche le spese legate alla digitalizzazione alberghiera. Si va dall’installazione di impianti Wi-Fi (ammessi i costi per l’acquisto e l’installazione di router/access point che servono per la ricezione del servizio mobile, comprese antenne terrestri, parabole, ripetitori di segnale) alla creazione di siti web ottimizzati per il mobile.  Rientrano nella misura governativa anche programmi, software e “sistemi informatici” per la vendita diretta di servizi e pernottamenti, purché in grado di garantire gli standard di interoperabilità necessari all’integrazione con siti e portali di promozione pubblici e privati e di favorire l’integrazione fra servizi ricettivi ed extra-ricettivi. Sono ammessi i costi sostenuti per software e hardware (server, hard disk). E, tra gli altri, anche tutti gli strumenti per la promozione digitale di proposte e offerte innovative in tema di inclusione e di ospitalità per persone con disabilità. Tra le spese contemplate dal provvedimento ci sono anche quelle specifiche per la formazione del personale delle strutture.

 

Gnassi riconosce nella sua nota inviata alla stampa come non si sia di fronte alla “panacea di tutti i problemi del turismo italiano, ma certamente si deve giudicare questo pacchetto di agevolazioni, destinato a chi investe nell’ammodernamento e nell’innovazione strutturale, un primo e decisivo passo per l’approdo a una politica industriale vera di un settore come il turismo sino a qui considerato più o meno alla stregua di un’attività artigianale, che si esplicava in depliant e promozione minima. Con il credito d’imposta concesso, e seppur con cifre che non possono esaurire le problematiche e i ritardi infrastrutturali del sistema turistico nazionale, si entra davvero in una fase nuova, considerando l’accoglienza un vero e proprio settore industriale che per centralità e impatto, merita un sostegno statale così come avviene, per esempio, per la chimica, l’agricoltura o il tessile”. Per richiedere il credito d’imposta occorrerà presentare domanda in via telematica al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo dal 1° gennaio al 28 febbraio dell’anno successivo a quello in cui si sono sostenute le spese. Le risorse economiche a disposizione saranno assegnate secondo l’ordine cronologico di presentazione delle domande. Il Comune di Rimini, nel riconoscere questo provvedimento come una occasione imperdibile per rendere più moderna ed efficiente l’intera offerta turistica della nostra riviera, si rende comunque disponibile nei confronti delle associazioni di categoria per sostenere, anche nella parte tecnica, la presentazione delle domande.




Banche, Bcc a rischio. L’appello di Federcasse

Ci sono banche e banche. Ma questo non sembra essere molto chiaro alla Commissione europea. Così l’appello comune lanciato dalle Associazioni delle banche di credito cooperativo italiane (Federcasse), delle banche cooperative tedesche (BVR), polacche (KZBS) ed austriache (RBG) in merito ai rischi di una penalizzazione delle banche cooperative contenuti nell’Atto delegato della Commissione Ue, in corso di definizione, sul meccanismo di contribuzione al Fondo unico di risoluzione delle crisi bancarie (SRF).

Jean-Claude Juncker

Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker

In una lettera inviata ieri al Vice Presidente della Commissione Europea per il Mercato Interno e i Servizi, Michel Barnier, dodici europarlamentari italiani – di tutti gli schieramenti politici – riprendono le posizioni espresse dalla nota congiunta delle banche cooperative esprimendo “preoccupazioni e riserve” sulla normativa in via di definizione. Firmatari della lettera i Vice Presidenti del Parlamento europeo David Sassoli e Antonio Tajani con gli eurodeputati David Borrelli, Lorenzo Cesa, Lara Comi, Isabella De Monte, Herbert Dorfmann, Fulvio Martusciello, Alessia Maria Mosca, Renato Soru, Matteo Salvini, Patrizia Toia.

“Con il meccanismo di contributo che ci risulta si voglia introdurre – si legge nella lettera – gli istituti di credito senza rilevanza a livello di rischio sistemico, come le piccole banche e le banche cooperative, sarebbero chiamati a pagare un importo sproporzionato rispetto al rischio che rappresentano”. “Chiedere a questo tipo di banche di contribuire in modo sproporzionato sarebbe quindi incoerente con la finalità generale del sistema di risoluzione. Si andrebbe infatti a limitare un rischio sistemico che non esiste. Inoltre, questo toglierebbe dal mercato fondi che oggi sono destinati al credito alle PMI, con un serio contraccolpo per la loro capacità di generare crescita”.

Inoltre i sistemi di autoprotezione propri delle banche cooperative fanno sì che “in caso di difficoltà di una banca aderente al sistema, sia il fondo di garanzia delle Banche di Credito Cooperativo ad intervenire per salvarla, evitando qualunque danno esterno al sistema”. Da qui, per gli europarlamentari, la necessità di rivedere le soglie di contribuzione esentando quelle banche che “non rappresentano un rischio sistemico” o – in subordine – definendo un contributo minimo “in quanto rappresentativo della loro non rilevanza sistemica”. “Vogliamo rilevare l’impegno dei membri del Parlamento europeo – conclude la lettera – per raggiungere, il più rapidamente possibile, un accordo su uno dei più importanti atti delegati da adottare riguardo la BRRD (la Direttiva Bank Recovery Resolution) ed il SRM (Single Resolution Mechanism). Allo stesso tempo dobbiamo assicurarci di non danneggiare le nostre PMI, le imprese individuali, gli artigiani ed il settore non profit che beneficia dei finanziamenti da parte di queste piccole banche e le banche cooperative”.

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Formica sulla crisi: “Basta favole”

alessandroformica_confindustriariminiC’è aria di ‘stanca’ anche tra i giovani industriali. “Abbiamo dato anche troppa fiducia a questa classe politica in attesa di un cambiamento che non è mai arrivato – ha affermato il presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Rimini, Alessandro Formica (foto). – Adesso smettano di raccontarci favole e si impegnino per trovare una risposta seria ed efficace alla crisi, perché l’Italia è allo stremo. Servono poche azioni e concrete: la riduzione drastica delle tasse su imprese e lavoro abbattendo la spesa pubblica improduttiva, la semplificazione burocratica e maggiore certezza del diritto, una nuova legge elettorale per ridare dignità alla classe politica e stabilità al Governo”. Sono queste le richieste che i presidenti regionali e territoriali dei Giovani Imprenditori di tutta Italia presenteranno ai parlamentari del proprio territorio negli incontri che svolgeranno a gennaio a Roma.

Ai Parlamentari – aggiunge Formica – vogliamo anche ribadire la centralità dell’impresa per la creazione di benessere nel Paese. Oggi dobbiamo fare i conti con una caduta della domanda interna del 21%, contro una media UE del 4,3 e con 40 posizioni di differenza rispetto alla Germania in termini di competitività e attrazione dell’economia. Con un fisco da confisca e una giustizia incerta e lunghissima. In queste condizioni non c’è legge di stabilità che tenga: noi non riusciamo ad assumere e produrre. E’ necessario agire per crescere e chi governa ha il dovere di farlo adesso”.

La crisi non molla. L’ultima volta che Confindustria Rimini ha commentato lo stato congiunturale è stato il 10 ottobre scorso. Mettendo, nero su bianco, l’impressionante cifra degli impieghi su dati Banca d’Italia che a giugno 2013 risultavano diminuiti di 708,67 milioni di euro su base annua (-11,90%) e di 134,43 milioni di euro rispetto a maggio 2013 (-2,5%). Rispetto al fatturato totale nel primo semestre 2013 confrontato con il 2012, l’associazione degli indusriali locali lo misurava a – 0,40%, dovuto -0,80% di quello interno e un + 0,4% di quello estero.

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Crisi, è dramma. 10 mila persone agli sportelli sociali

E’ una crisi profondissima, impossibile (al momento) percepirne anche il ben che minimo segnale di inversione di tendenza. Sono le 16,30 e presso la Sala “Manzoni” in Via IV Novembre nell’ambito della Conferenza permanente è appena stato istituito “un tavolo anti crisi” molto allargato.

All’incontro sono presenti tutti i principali esponenti della città: c’è il vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, l’assessore regionale al Turismo Maurizio Melucci, il Presidente della Provincia, Stefano Vitali, i Sindaci della provincia, il presidente della Camera di Commercio, Manlio Maggioli, il presidente della locale Confindustria, il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale, il Direttore della Direzione provinciale del Lavoro, i vertici provinciali delle forze di polizia e numerose altre persone.

Dopo questa “plenaria” seguiranno quattro diversi gruppi di lavoro che affronteranno le seguenti tematiche: accesso al credito, semplificazione e sburocratizzazione, lavoro e disagio sociale per favorire collaborazioni inter istituzionali e anche con banche, associazioni, rappresentanze delle varie categorie economiche, rappresentanze dei lavoratori, associazioni di categoria, etc. e porrà le basi per stimolare il perseguimento di obiettivi concreti per il territorio provinciale, fortemente esposto alle intemperie della crisi in atto.

Ecco l’intervento integrale del Prefetto, il Dott. Claudio Palomba, che ha aperto i lavori.

L’idea di un tavolo che affronti nella nostra provincia la tematica della crisi sociale ed economica andando oltre la semplice disamina sulle cause, calandosi profondamente nella realtà locale e verificando quali opportunità possono nascere per risollevare il capo, è nata come comune esigenza di reagire ad eventi che non possono e non devono sopraffarci. Il grido di allarme lanciato dal Presidente della sezione riminese di Confindustria è stato raccolto non solo per un dovere istituzionale, ma perché l’esigenza di incidere sul territorio è stata generalmente condivisa oltre che dai presenti al tavolo anche dal mondo del commercio, dagli operatori del sociale, del sindacato, dell’istruzione, del terziario, dai rappresentanti degli enti locali. Si è condivisa l’idea che ora è necessario cercare di capire quali indirizzi possano servire a migliorare le condizioni di ogni settore del vissuto quotidiano, dall’economia all’impresa, al lavoro, dalla cultura al sociale, dall’educazione al disagio giovanile, per realizzare, con il contributo di tutti, un’alternativa alla situazione attuale.

L’idea di partenza si è così trasformata in proposta concreta. A questo appuntamento che, come ora vi dirò, confluirà in quattro diversi segmenti, si è giunti attraverso una fase propedeutica nella quale sono stati enucleati e dibattuti i diversi profili della conclamata situazione di crisi, con chiaro ed esplicito riferimento alle connotazioni e alle dimensioni che essa ha assunto in provincia. L’attuale situazione va affrontata come un campo aperto dove non esistono risposte già pronte e definite, ma dove ogni idea e ogni esperienza può essere reciprocamente scambiata nel tentativo comune di progredire attraverso il confronto e il dialogo. Sono convinto che una comunità si governa con la collaborazione, con l’ascolto e con il dialogo. Occorre insomma un’alleanza di sistema, una regia a più voci, che coinvolga , pubblico e privato, capitale d’impresa e lavoro. Fare squadra è la strada obbligata per creare condizioni di miglioramento. C’è bisogno di darsi nuove mete, obiettivi chiari. Insomma è nostro compito cercare di creare (missione non facile) un clima di fiducia fra i cittadini, per far ripartire il motore.

La fiducia rappresenta un bene pubblico primario: è dovere delle istituzioni alimentarlo. Nei giovani serpeggia un forte senso di rassegnazione, va tentato di tutto perché non si affievolisca in loro la speranza. Il nostro dovere è costruire le condizioni della speranza, lanciare idee, proporre progetti. Tutte le ipotesi di sviluppo vanno favorite, rafforzate e diffuse sul territorio. Abbiamo bisogno di una dose consistente di minimalismo, coscienti che gli orologi si guastano e si aggiustano partendo dalle rotelline interne, non dalle grandi lancette che si vedono sul quadrante esterno. Per realizzare i sogni bisogna fare dei progetti, per realizzare i progetti, come dicevo, bisogna saper lavorare insieme: autorità locali a tutti i livelli, autorità nazionali, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, università e scuole e mondo del volontariato. In due parole occorre la massima coesione istituzionale e sociale. Bisogna sapersi porre degli obiettivi temporali, delle scadenze per la realizzazione dei progetti e controllarne periodicamente il grado di avanzamento.

Dobbiamo guardare avanti, scegliere i campi di priorità nei quali concentrare le nostre capacità creative e competitive. Le autorità hanno il compito di elevare il livello qualitativo degli strumenti amministrativi, definire un quadro chiaro e semplice delle regole da rispettare, creare le infrastrutture materiali e immateriali necessarie alla crescita delle iniziative imprenditoriali. Con tali presupposti si intende proporre la costituzione di quattro diversi gruppi di lavoro, con quattro tematiche che tra loro si intersecano e si condizionano, ma che per la loro complessità vanno anche esaminate in distinti momenti, per poi sforzarsi di corrispondere ad un’esigenza di sintesi : lavoro e occupazione, accesso al credito, disagio sociale e sburocratizzazione.

In merito alla questione lavoro emerge innanzitutto l’esigenza di riaffermare il valore del lavoro, tanto di quello materiale, quanto di quello della conoscenza. E’ necessario innanzitutto rivalutare il lavoro moralmente, socialmente, economicamente, anche in relazione alla crescente disoccupazione e precarietà del lavoro (che tocca particolarmente i giovani, ma anche fasce di lavoratori più avanti negli anni, in attesa di poter accedere alla pensione). I dati sul lavoro che emergono in provincia, come è possibile leggere sulle schede che vi sono state preparate e che vi verranno illustrate, non sono affatto confortanti: un tasso di disoccupazione al 9,8%, con quello giovanile che è schizzato addirittura al 15,8%; oltre 9 milioni di ore di cassa integrazione erogate nel 2012, con un’impennata di oltre il 30% rispetto all’anno precedente; 93 imprese dichiarate fallite, anche qui con un balzo in avanti del 28% rispetto al 2011.

Queste ultime e tante altre che “navigano a vista”, ma anche le aziende sane e capaci di programmare, che intendono investire in strutture, ricerca, attrezzature etc. soffrono enormemente la difficoltà di accesso al credito. La difficoltà di accedere a risorse rende tutto più difficile e non può in alcun modo creare condizioni di sviluppo. Ecco perché la creazione di un tavolo specifico con l’obiettivo di poter eventualmente favorire le opportunità di accesso al credito, fondamentali per chiunque faccia impresa ed indispensabili per stimolare un mondo che potrebbe diventare stagnante nonostante la volontà, l’intelligenza, la professionalità e l’intuito di chi in esso opera.

Dal tavolo dell’accesso al credito, al quale è indispensabile la partecipazione di rappresentanti degli istituti bancari del territorio, è auspicabile che emergano iniziative che possano consentire di sbloccare situazioni per rilanciare il settore delle imprese e dare sostegno alle famiglie. Alcune riflessioni già sono state effettuate, come vedrete dalla illustrazione delle schede tematiche, per cui è necessario che i principali attori convergano su ipotesi condivise di soluzioni di immediata fattibilità. Correlata con il mondo del lavoro e delle imprese, vi è indubbiamente anche la fase procedurale che caratterizza i rapporti tra il pubblico e il privato, oltre che tra privati o, anche, tra pubblico e pubblico.

La burocrazia non sempre costituisce il “cappio al collo”, ma serve o dovrebbe servire a regolamentare situazioni e rapporti che altrimenti sarebbero lasciati al libero arbitrio e foriere delle peggiori negatività. E’ di tutta evidenza però che essa deve essere sapientemente dosata e saggiamente impiegata. Il grido di allarme lanciato dal Presidente Vitali in occasione del saluto natalizio e le doglianze reiteratamente manifestate da più parti della vita economica e sociale del nostro territorio, hanno sollevato il problema di un eccesso di adempimenti burocratici, costituenti un ulteriore freno per l’economia locale, anche in relazione all’incertezza dei tempi di conclusione dei procedimenti relativi all’avvio di attività produttive. Da qui dunque la necessità di costituire anche un tavolo che si occupi direttamente di verificare quali modifiche o interventi possono essere seriamente effettuati per favorire una semplificazione e una “sburocratizzazione” degli iter. Anche su questi aspetti ci sono stati una serie di incontri, anche con la Regione – che ringrazio per la disponibilità – per esaminare prime soluzioni: quali ad esempio la creazione del Distretto turistico riminese o della riviera, che comporterebbe per le imprese una serie di vantaggi fiscali , amministrativi e finanziari, ovvero l’istituzione della realtà di Rimini come zona a burocrazia zero da cui potrebbero derivare benefici per i procedimenti riguardanti le attività produttive i cui tempi di definizione sarebbero enormemente ridotti. Si potrebbe anche pensare allo sviluppo di accordi quadro derogatori tra enti territoriali, con previsione di interventi a mezzo di presentazione di progetti direttamente attuativi, in forma di silenzio assenso, asseverati da tecnici esperti con attivazione di un sistema di monitoraggio successivo non ostativo, ma di indirizzo e sestegno per eventuali modifiche progettuali.

La mancanza di lavoro, i problemi delle imprese, la difficoltà di accedere a finanziamenti, non solo da parte delle imprese, ma anche per i privati che chiedono prestiti, uniti ad una crisi valoriale, confluiscono in un’ulteriore ferita, anch’essa allargatasi nell’ultimo anno: il disagio sociale. La crisi ha colpito e sta colpendo duro anche in questo territorio ed ha reso evidente una fragilità che rende assai difficile, per molte famiglie, coprire le necessità, anche più elementari del quotidiano, tanto che non appare più sufficiente parlare oggi di semplice disagio sociale, ma di “questione sociale” da porre al centro dell’attenzione dell’azione pubblica.

E allora che fare? E’ una faticosa sfida all’evidenza dei dati economici e sociali – oltre 10 mila persone che si rivolgono agli sportelli sociali del territorio provinciale, centinaia di interventi per gli alloggi di prima accoglienza, un numero esorbitante di pasti presso le mense, 1.450 domande di sfratto, etc. – ma occorre provare a ripartire da quei principi di solidarietà e sussidiarietà che costituiscono anche l’ossatura delle tradizioni e del modo di essere della gente romagnola, mai doma e sempre capace di innovarsi senza trascurare chi è più in difficoltà. Anche su questo delicato tema sono emersi alcuni spunti propositivi che andranno sviluppati e concretizzati in sede di gruppo di lavoro.

Un tavolo dedicato al disagio sociale vuol essere il segnale che la crisi non potrà avere soluzione senza il recupero dell’immenso valore della dignità delle persone e senza che ad esse vengano offerte opportunità. Il progetto dei quattro tavoli: lavoro e occupazione, accesso al credito, semplificazione e sburocratizzazione e disagio sociale, non nasce dunque con alcun intento velleitario, ma con il desiderio e l’aspirazione di poter contribuire in questo territorio a immaginare che al futuro ci si possa pensare senza illusioni, ma anche senza incubi. Pur in un quadro cupo, esempi positivi nella nostra provincia non mancano. Provarci non è solo un dovere, ma anche una opportunità.

 




SPECIALE ECONOMIA RIMINI Perchè non si riparte (1)

Speciale Economia del 17 febbraio 2013

Parlando di obbligazioni bancarie emesse da Monte dei Paschi di Siena, qualcuno potrebbe pensare: l’avete presa un bel po’ alla larga come Speciale Economia locale! In un certo senso è vero. Ma in un batter d’occhio arriveremo al dunque. Ecco perchè. Ciò che ci interessa è indagare la realtà locale, per cercare di capire quali siano, ancora oggi, i principali ostacoli che impediscono al terriorio della Provincia di Rimini di impostare piani di sviluppo economici e occupazionali coerenti (e che facciano leva) sulle proprie specificità e potenzialità. Rimini ha già dimostrato, in passato, di saper fare “miracoli”. Uno di questi è avvenuto (e tocchiamo un tasto delicato) proprio nell’edilizia. Va ricordato, infatti, che nel periodo 2005-2009 il settore delle costruzioni è cresciuto ad un ritmo di circa il 5% annuo quando, nello stesso periodo in Emilia Romagna e in Italia, lo stesso è calato di oltre 1 punto percentuale (fonte: Rapporto Economico Camera di Commercio di Rimini). Non solo. Nello stesso periodo l’economia riminese ha registrato dati positivi superiori alla media regionale e italiana anche in altri settori. Questo a dimostrazione del fatto che la macchina c’è e sa correre.

Nel 2008 l’incantesimo si rompe. E nonostante da allora siano trascorsi ormai 4 anni e pur disponendo di analisi sempre più raffinate sulle origini della crisi e sulle possibili vie d’uscita, la macchina dell’economia riminese stenta a ripartire. Cosa c’è che non va? Nel sistema economico si realizza, all’ennesima potenza, un fitto intreccio di relazioni, che mettono in moto anche importanti quantità di denaro e di interessi, pubblici e privati. Tutti gli attori li immaginiamo intorno a un tavolo (virtuale) alla costante ricerca di soddisfare un proprio bisogno (generalmente economico). Chi vince e chi perde in questo gioco?

Il fattaccio Monte dei Paschi è esploso proprio nei giorni immediatamente precedenti l’avvio di questo Speciale così abbiamo colto la palla al balzo per entrare “a gamba tesa” in argomento. Il passo successivo sarà, invece, analizzare le emissioni obbligazionarie degli istituti di credito locali anche per capire se (e come) vengono proposte alla propria clientela. Ci riferiamo naturalmente a Cassa di Risparmio di Rimini, Banca di Rimini, Banca Bcc Valmarecchia, Banca Popolare Valconca, Banca Malatestiana.

Eccoci quindi con la seconda parte relativa alle obbligazioni bancarie che affrontiamo con la collaborazione di Paolo Calcinari Ansidei, partner di Azimut Consulenza Sim Spa sede di Rimini. Per due motivi. Primo: le obbligazioni bancarie rappresentano ancora oggi (giustamente) un porto sicuro per gli investimenti (piccoli e grandi) di migliaia di cittadini. Secondo: perchè grazie a questa raccolta le nostre banche locali possono esercitare l’attività tipica, quella di intermediazione creditizia. Quindi le banche finanziano le imprese e se gli affari vanno bene, ecco che le imprese possono pagare dipendenti e fornitori, assolvere a tutti gli obblighi previsti dalla legge. I lavoratori  torneranno in banca a depositare le proprie entrate ed una parte di queste potrà anche diventare risparmio investito a breve e medio lungo termine. Così la banca raccoglie risparmio dunque potrà continuare ad erogare credito. In buona sostanza è così che funziona. Facile intuire quale disastro sia, per la collettività, se questo circolo virtuoso s’interrompe. Come purtroppo è accaduto.

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Le obbligazioni bancarie, come decidere e di chi fidarsi (seconda parte)

di PAOLO CALCINARI ANSIDEI *

Riprendiamo il tema dell’investimento in obbligazioni bancarie ricordando, brevemente, che le banche, da metà degli anni ’90, hanno iniziato a fare concorrenza allo Stato italiano nell’accaparrarsi i risparmi degli italiani. Già nel 2009 la quota di risparmio degli italiani investita in obbligazioni bancarie aveva superato il 10%, dal 2% del 1995, tanto da spingere la Consob nell’avvertire i risparmiatori di non sottovalutarne i rischi. Purtroppo la crisi finanziaria del 2008 e poi la sfiducia sul debito dei paesi periferici dell’Area Euro, ha colpito seriamente la capacità di raccolta a tassi bassi delle banche italiane, nonostante la Banca Centrale Europa abbia portato il tasso di riferimento allo 0,75%.

VOLATILITA' Un titolo obbligazionario MPS. E' evidente quanto possano essere marcate le oscillazioni di valore.

La necessità di migliorare i parametri patrimoniali, unito all’aumento delle sofferenze (crediti non rimborsati dei clienti), ha spinto e sta spingendo le banche italiane a collocare presso la clientela miliardi di euro di obbligazioni subordinate, allettandoli con tassi elevati. Oltre al rischio emittente, spesso si aggiunge il fatto che molte obbligazioni bancarie sono illiquide, cioè hanno pochi scambi sul mercato, complicando non poco la vita all’investitore che le volesse vendere prima della scadenza.

Riprendendo l’esempio dell’obbligazione MPS già considerato nella prima parte di questo intervento (emessa nel 2008 con scadenza agosto 2018, di tipo subordinato Upper Tier 2, a tasso variabile con pagamento della cedola semestrale), il titolo non viene negoziato sul mercato regolamentato. MPS per fare fronte alle richieste degli obbligazionisti utilizza, come altre banche, un sistema interno di scambi organizzato (Deal Done Trading) gestito da MPS Capital Services.

In sostanza è la stessa Banca Monte Paschi a comprare il titolo che l’investitore vuole vendere, per poi girarlo ad un altro compratore all’interno della propria clientela, ma solo fino al 10% dell’ammontare totale dell’emissione, superato il quale si dovranno trovare acquirenti esterni.

Per la cronaca il titolo venerdì 1° febbraio ha chiuso a 84,75 in perdita di quasi il 15% rispetto al nominale 100 e, notizia di oggi (l’articolo è stato chiuso in redazione il 07/02/2013, ndr) che MPS ha comunicato di non procedere al pagamento delle cedole su una delle proprie obbligazioni subordinate (Tier 1). Nulla di irregolare, perchè tale facoltà è prevista dal contratto che l’investitore sottoscrive. Di certo non è una bella notizia.

L’estrema volatilità delle obbligazioni del Monte Paschi è evidente (vedi grafico sopra). Si potrebbe pensare che si tratti di un’azione ma invece è un’obbligazione bancaria, considerata risparmiatori un investimento sicuro. L’effetto Monte Paschi negli ultimi giorni ha fatto ripiegare i prezzi di tutte le obbligazioni bancarie italiane, dopo che queste alla fine del 2012 avevano segnato un picco di rialzo dai minimi del novembre 2011. Grazie al supporto della Banca Centrale Europea, 1.000 miliardi di euro all’1% tra novembre 2011 e marzo 2012, e al ritorno di fiducia sui titoli di stato italiani, le obbligazioni delle principali banche italiane hanno beneficiato di un importante recupero.

Cosa fare quindi? Diversificare, diversificare a ancora diversificare, senza cercare delle facile soluzioni o delle scorciatoie. Evitare di concentrare il proprio risparmio in poche obbligazioni e pure illiquide, frazionare il rischio emittente e quindi di “default” tra tanti titoli obbligazionari, possibilmente selezionati da professionisti esperti sulla base di parametri oggettivi (esempio il rating). Sforzarsi di non “comprare” il tasso, cioè scegliere un’obbligazione per il tasso offerto, seppure elevato ed appetibile. Ultima regola diffidare di chi parla solo di rendimento senza menzionare la parola “rischio”. (Articolo chiuso in redazione il 11/02/2013)

*Partner Azimut Consulenza Sim Spa – paolo.calcinari@azimut.it

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Banca di Rimini, bene la raccolta: + 3,85%

Considerazioni più approfondite si potranno fare tra qualche mese, quando il bilancio 2012 sarà presentato ufficialmente. Tuttavia, Banca di Rimini, questa mattina ha voluto anticipare i numeri del proprio operato.  Alla conferenza stampa erano presenti: Cesare Frisoni, Presidente Banca di Rimini; Anna Maria Annibali, Vice Presidente Banca di Rimini; Francesco Cavalli, Consigliere d’Amministrazione Banca di Rimini; Giancarlo Morelli, Direttore Generale Banca di Rimini; Giacomo Pula, Responsabile Area Commerciale Banca di Rimini.

BILANCIO Da sinistra: Francesco Cavalli, Cesare Frisoni, Anna Maria Annibali e il Direttore Generale Giancarlo Morelli

Eccoli, i numeri: gli impieghi totali della Banca sono rimasti invariati (+ 0,01%), mentre la raccolta è aumentata del 3,85%. Il numero delle (anche in questo caso vi è un incremento rispetto al 2011 quando era dell’88,16%). Il 100% della Raccolta è impiegato a favore di famiglie e Imprese del territorio, e precisamente al 70% a favore delle piccole e medie imprese e al 30% alle famiglie: queste ultime tuttavia rappresentano per possesso di prodotti il 74% della clientela.

E’ stato inoltre ribadito il ruolo sociale della Banca che, sempre nel 2012, come previsto dal proprio Statuto, ha erogato oltre 100mila euro in contributi a favore di associazioni e attività di beneficienza, sostenuto diverse associazioni sportive e svolto un’attività di impulso alle attività culturali, a cui si aggiungono le spese di pubblicità e sponsorizzazioni per un totale di circa 330mila euro.


 

 

 

 

 

 




Rinaldis (Aia) replica a Bonfatti (Carim): “Per riqualificare serve credito”

Figuriamoci se la dichiarazione poteva passare inosservata. Così ad intervenire è Patrizia Rinaldis  (foto) presidente di Aia Rimini, a nome della categoria ovvero di gran parte degli albergatori riminesi, assai presenti nelle pagine di cronaca di quest’anno (vedi tassa di soggiorno, norme antincendio e altro). Le dichiarazioni del neo presidente del consiglio di amministrazione di Banca Carim, Sido Bonfatti, sulle linee guida relative alla concessione del credito, non le sono piaciute affatto. Il punto contestato è il passaggio sulla politica del credito annunciato annunciato in conferenza stampa venerdì 14 dicembre scorso (IL NOSTRO APPROFONDIMENTO) e sulla necessità che siano ” rivisti i finanziamenti sull´alberghiero”.

Abbiamo appena assistito alla presentazione del Masterplan – scrive in apertura del suo intervento Patrizia Rinaldis. Il nostro territorio sta cambiando con le categorie economiche che cercano in un momento di crisi di affrontare il cambiamento, un cambio di marcia che non si può attuare senza un intervento degli istituti di credito. Non mi sono piaciute le dichiarazioni del Direttore di Carim Bonfatti apparse in questi giorni sui media locali, parole che sottolineano la volontà di Carim di ridurre l´esposizione sugli investimenti immobiliari e dell´alberghiero. In una città turistica come Rimini dove ognuno cerca di fare la sua parte, reputo che questo tipo di atteggiamento esca da un sistema che si sta costruendo in un percorso complesso dove una generalizzazione espressa in questi termini va contro gli interessi di tutto il tessuto economico ed evidenzia solo la loro rendita di posizione. Mi sarei aspettata da quella che si definiva la `Banca del territorio´ una maggiore condivisione di strategie. Una maggiore coerenza con quello che ha dichiarato il Presidente su un loro più forte coinvolgimento negli interventi pubblici (vedi il caso Aeradria), sulla gestione dei quali avrei molte cose da dire e da ridire. La stessa cosa dovrebbe valere anche per noi piccoli soci, sempre ignorati ma coinvolti nelle vicende Carim solo attraverso gli organi di stampa.

L´utilizzo del solo strumento mediatico – continua la Rinaldis – lo trovo impersonale: se si portano a casa dei risultati, li si portano a casa insieme. Noi fino ad oggi abbiamo sempre visto Carim come la banca del territorio, ma in questo momento vogliamo sostenere i nostri soci, i soci seri, quelli che si trovano in serie difficoltà causa l´eccessiva burocrazia. Guardiamo al caso esemplare che coinvolge un nostro socio, imprenditore alberghiero di Rimini nord partito due anni fa con un grosso piano di ristrutturazione e un pesante investimento, che è si trovato nonostante le promesse fattegli da presidenti, commissari e consigli su piani già concordati e approvati, a vedersi bloccare i finanziamenti, mettendo in ginocchio l´operatività del suo ambizioso progetto imprenditoriale di riqualificazione turistica. Comprendo le logiche legate a `Basilea 3´ e alle difficolta che la banca ha dovuto superare non certo per colpa degli albergatori, ma nell´ambito di un sistema più complesso. Come ho detto la strada della riqualificazione passa attraverso l´intervento del credito. Non è adesso nel nostro interesse bloccare un´economia. Se queste sono le nuove direttive e logiche di Carim non la reputo più la banca del nostro territorio, ma come un qualsiasi altro istituto bancario “.

La riorganizzazione di Banca Carim è appena iniziata e porterà grandi cambiamenti. Sido Bonfatti in conferenza stampa, la prima dopo settanta giorni di gestione ordinaria, è apparso risoluto a chiudere defintivamente col passato. E la presidente Rinaldis ci ha visto bene. Banca Carim ragionerà come un “qualsiasi” istituto di credito. Lo abbiamo scritto. Con la fine del commissariamento e l’inizio della gestione ordinaria è finita e ne inizia una nuova, di epoca. (D.C.)

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Fine di un’epoca, Sido Bonfatti riorganizza Banca Carim. In vista nuove regole del “gioco”

Il nuovo presidente del Consiglio di Amministrazione di Banca Carim, il Prof. Avv. Sido Bonfatti. Foto Riccardo Gallini

di DOMENICO CHIERICOZZI

RIMINI – Più attenzione ai piccoli azionisti, alle piccole medie imprese e alle famiglie. Sostegno alle start up, privilegi economici riservati a coloro che sono stati e saranno al fianco della Banca. Ma soprattutto stop a prassi “non rispettose” del ruolo istituzionale della banca dove la stessa si è impegnata con la concessione del credito.

E’ stato  il nuovo presidente del Consiglio di Amministrazione di Banca Carim, Sido Bonfatti (foto) venerdì scorso a stilare il primo “bilancio” post commissariamento dopo poco più di settanta giorni di gestione ordinaria. L’ha fatto in maniera franca, diretta, lucida. Ambiziosa. Evidenziando il lavoro e delineando, senza retorica, le strategie future. (NOTIZIA – IL NUOVO CDA DI BANCA CARIM). “In attesa del nuovo piano industriale pronto nei primi mesi del 2013 è in corso un lavoro molto intenso” ha detto Bonfatti. Tante le novità. Innanzi tutto i vertici della banca stanno mettendo a punto l’aggiornamento del piano strategico ideato e programmato dai Commissari straordinari di Banca d’Italia redatto – secondo i vertici di Piazza Ferrari – su uno scenario di “timida ripresa”.

I conti. Sui conti dell’istituto “la situazione è ancora molto grave – ha detto con sereno realismo il presidente. – Non credo ci sia un valore positivo a fine anno ma contiamo di averlo con l’esercizio 2013. In ogni caso sarà difficile distribuire il dividendo. Ricordo che questa scelta è una fonte di redditività.”. Infatti. Ma facciamo un passo indietro. Gli accertamenti ispettivi svolti dalla Banca d’Italia si sono svolti dal  3 febbraio 2010 al 24 giugno 2010. E’ il 29 settembre 2010 quando l’istituto di vigilanza nomina i Commissari Straordinari che si sono poi insediati il 4 ottobre 2010. Di fatto per tutta l’amministrazione straordinaria – conclusasi a settembre scorso con il ritorno alla gestione ordinaria – si è puntato, in particolare oltre alla riorganizzazione interna, al rafforzamento patrimoniale. Condizione essenziale senza la quale non è possibile, per legge, esercitare l’attività bancaria. Il patrimonio di vigilanza con le rettifiche sui crediti e con la svalutazione  di importanti partecipazioni (il CIS in primis)  si era ridotto a 175,1 milioni di euro contro un consolidato, al 31 dicembre 2009, ultimo bilancio approvato, pari a 396,6 milioni. Da questo si evince la necessità fondamentale rafforzare le fondamenta della banca. Quanto all’obiettivo dell’utile a fine 2013, si tratta certamente di un traguardo ambizioso se si considera che il Cda della banca, prima del suo scioglimento, aveva approvato la semestrale al 30 giugno 2010 (non sottoposta a revisione contabile da parte della società di revisione) che evidenziava una perdita di 30,81 milioni contro un dato certo e positivo relativo all’esercizio chiuso al 31 dicembre 2009 di un utile netto pari a 18,17 milioni.

Gli sportelli e le filiali.Quanto alla riorganizzazione della rete non ci sarà nessuna chiusura di nessuno degli attuali 96 sportelli (pre-crisi Carim ne aveva 116, ndr), semmai – spiega Bonfatti – una strategia di scambio con un altro gruppo bancario per razionalizzare  le rispettive reti”. I territori interessati alla riorganizzazione non sono quelli del presidio storico della banca ma Molise, Abruzzo, Lazio. Regione in cui la banca si allargò durante il ciclo di espansione economica dei primi anni duemila. Altro tema il personale dipendente.  “Gli esuberi di personale ci sono” ha detto Bonfatti ma non è previsto “nessun alleggerimento di trattamenti e di unità”. Tuttavia “certi benefit non saranno più permessi”. A questo proposito va tuttavia ricordato che col commissariamento “in un’ottica di razionalizzazione sul piano organizzativo e di consolidamento su quello gestionale” Banca Carim ha già provveduto a “ridefinire le strutture della Banca, con riduzione del numero delle direzioni (da 4 a 3), delle aree territoriali (da 9 a 5), delle filiali (da 116 a 106) e dei dipendenti (da 828 a 772). Insomma, un po’ di lavoro di è già stato fatto dai “tecnici” di Banca d’Italia.

Il governo della Banca. Un tema sul quale il presidente Bonfatti si è soffermato con una particolare enfasi riguarda il  governo della banca. “E’ stato necessario – ha detto – rifissare le regole perchè siano chiare le assunzioni di responsabilità tra chi delinea le strategie e chi le mette in pratica”. Sono stati diversi i nodi arrivati al pettine di Banca d’Italia nel periodo dal 3 febbraio 2010 al 24 giugno 2010. “E’ stato condotto – scrissero nella loro relazione i Commissari – un approfondito esame sul portafoglio crediti del Gruppo” da cui si emerge “un eccessivo sbilanciamento sugli impieghi a medio e lungo termine in particolare verso i settori immobiliare e alberghiero e  una elevata concentrazione su singoli nominativi o su gruppi di nominativi tra loro collegati”. Da questo punto di vista il presidente Bonfatti ha detto con chiarezza che “la banca non ha nessuna intenzione di ridurre il sostegno finanziario in determinati settori ma certamente diluirne la concentrazione andando verso altre tipologie di clienti e settori. Non vogliamo mettere in difficoltà nessuno ma serve un contesto di impieghi più differenziato”. E’ la fine di un’epoca.

I rapporti con le imprese locali. Strettamente correlato a questo argomento, i rapporti con le imprese. E si questo tema Bonfatti non ha dubbi. La banca non può fare tutto. “Non conosco bene la realtà locale e quanto contribusicono la proprietà al risanamento delle proprie aziende. Di sicuro in una situazione come questa la proprietà  dovrà mettere mano al portafoglio e ricapitalizzare, questo è un punto su cui riflettere, poco dibattuto il tema della ricapitalizzazione, ma è di fondamentale importanza. Si definisce sorpreso di come si potuto accadere che in operazioni di grande importanza nei quali Banca Carim garantisce la gran parte dei debiti, la stessa non è stata adeguatamente coinvolta nelle scelte strategiche“. E’ intenzione di Banca Carim agire su tre fronti – dice Bonfatti. Primo: rappresentare la volontà di vederle riconosciuto il ruolo adeguato. Secondo: riepilogare con i partecipanti al capitale delle imprese sostenute una più idonea modalità operativa. Terzo: attivare una concertazione fra istituti di credito per affrontare in modo più efficace le situazioni di crisi all’insegna della tempestività e dell’efficienza.”

Il valore delle azioni e i piccoli azionisti. Quanto al valore delle azioni, letteralmente precipitato, Bonfatti considera “giustificato” lo stato d’animo dei piccoli azionisti per tale perdita ma “non comprensibili le arrabbiature” perchè nello stesso periodo tutte i titoli azionari delle banche hanno perso valore. Attualmente il capitale sociale di di Banca Carim, interamente sottoscritto e versato, è pari a 234.730.925 milioni di euro suddiviso in 46.946.185 milioni di azioni ordinarie del valore nominale di Euro 5,00 cadauna, di cui n. 1,3 milioni, per un controvalore di 6,5 milioni, nel proprio forziere in piazza Ferrari. Quanto al loro valore, da quello che si legge nei documenti ufficiali della banca è che il 29 aprile 2010 il Consiglio di Amministrazione era stato autorizzato dai soci all’acquisto e alla vendita di massime 1,3 milioni di azioni Banca Carim “ad un corrispettivo per minimo di 13,00 e massimo di 23,00”.  Valori coerenti col bilancio 2009. Nettamente superiore al prezzo di 5,35 euro per azione fissato  dopo l’aumento di capitale approvato il 29 gennaio 2012 sulla base del patrimonio netto consolidato per azione al 30 settembre 2011.

Ma quanto Sido Bonfatti parla dei piccoli soci (7431), spezza a loro favore diverse lance. Non potrebbe essere altrimenti visto che nel nuovo Cda compare anche Paolo Conti, da sempre “paladino” dei piccoli azionisti. Bonfatti avverte: “è irriproducibile il sistema di favorire il collocamento delle azioni dei soci con la Banca che ricompra le azioni (ora è anche vietato dalla legge, ndr). Per cui è stato avviato lo studio, per individuare un sistema che offra agli azionisti un sistema trasparente, disciplinato e relativamente tempestivo per l’esecuzione di ordini di compravendita delle azioni della Banca.” Naturalmente non si parla di mercai regolamentati né di quotazione in borsa, ma di sistemi interni. Altro punto a favore dei piccoli azioni, prima di tutto Bonfatti ha riconosciuto che “in passato non c’è stata nei loro confronti la giusta attenzione” mentre un azionista socio è “da valutare come un cliente di serie A perchè la relazione di partecipazione societaria è un elemento da valorizzare”.

Fusione Eticredito. Sulla questione della fusione con Eticredito, Banca d’Italia ha auspicato il perseguimento dell’operazione di integrazione di Eticredito in Banca Carim, in considerazione dei reciproci benefici. “Il Cda di Banca Carim – specifica la banca in una nota – ha proposto dettagliati contenuti tecnici della possibile operazione di integrazione e li ha puntualmente sottoposti ad Eticredito. In attesa di una risposta ufficiale, sulla quale dovrà poi nuovamente pronunciarsi il CdA di Carim, è doveroso precisare che non sono mai state poste preclusioni sulla costituzione di un ‘comitato etico’. Banca Carim è certamente interessata all’operazione. Tuttavia, poiché la stessa non rappresenta una necessità poiché Banca Carim ha già ampiamente superato i parametri stabiliti dalla Banca d’Italia, anche in virtù dell’avvenuta cessione delle azioni proprie detenute in portafoglio, il suo compimento sarà possibile solo a condizioni che la rendano sostenibile, fattore che Carim non ha potere di condizionare poiché la sua partecipazione in Eticredito è inferiore al 10%. Banca Carim è interessata a che la prospettata integrazione abbia la massima condivisione possibile da parte dei soci : ed è a questo obiettivo che sta lavorando”.

Il quadro d’insieme. Con l’occasione è stato fornito anche un aggiornamento sulla situazione societarie e delle partecipazioni. Sono attualmente 7431 i Soci di Banca Carim. La maggioranza delle azioni è detenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, oggi al 58,73%. Altri azionisti istituzionali sono Banca Popolare dell’Etruria (2,77%), Chiara Assicurazioni SpA, Cassa di Risparmio di Cesena SpA, CSE Consulting Srl, Banca Interprovinciale SpA, Consultinvest SpA, Cassa di Risparmio di Cento SpA e Cassa di Risparmio di Ferrara SpA (tutti con partecipazioni inferiori al 2%). Banca Carim è presente in sei regioni (Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Lazio e Umbria) con 96 sportelli ed occupa circa 750 dipendenti. Sotto il profilo gestionale il Consiglio di Amministrazione ha, tra l’altro, aggiornato l’assetto organizzativo delle funzioni di direzione generale dell’organigramma aziendale tenendo conto della necessità di porre le strutture nelle condizioni più idonee per affrontare la fase di rilancio della Banca e dare concreto supporto alla rete delle filiali, che peraltro è già in fase di riorganizzazione. Inoltre, sempre al fine di una operatività più snella e aderente alle richieste della clientela, sono stati razionalizzati e snelliti alcuni processi e sono stati approvati nuovi regolamenti interni sulla concessione e gestione del credito, sulla gestione del portafoglio titoli e della liquidità, sulla gestione delle spese.

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Il dramma del credito alle imprese: 687 milioni in meno (-11%). Confindustria: “Svolta positiva tra il secondo e il terzo trimestre del 2013”

Confindustria Rimini ha reso noti i risultati dell’indagine congiunturale relativa al primo semestre del 2012. A preoccupare ancora il tema dell’accesso al credito che continua ad essere critico per le imprese. Secondo i dati Banca d’Italia riferiti alla Provincia di Rimini risulta, infatti, che a luglio 2012 gli impieghi delle banche verso le imprese private sono diminuiti di 687,90 milioni di euro su base annua (-11,18%). Un trend confermato anche dall’indagine che Confindustria Rimini svolge periodicamente fra i propri associati: l’80% del campione ritiene sia in atto un razionamento del credito, il 35,48% si è visto negare nuovi affidamenti e il 21,43% ha avuto richieste di rientro. Oltre a essere selettivo il credito è anche molto costoso: l’82,14% delle imprese ha registrato un aumento degli spread e, di conseguenza, dei tassi di interesse.

“La situazione del primo semestre – spiega Maurizio Focchi Presidente di Confindustria Rimini – sconta tutte le difficoltà che le precedenti rilevazioni facevano intravedere nelle aspettative e negli ordini. Produzione, fatturato e occupazione hanno tutti il segno negativo e le previsioni per il secondo semestre non lasciano sperare un’inversione di tendenza. Il rallentamento globale si è accentuato nei mesi estivi e si è aggiunto ai fattori da cui è originata la nuova fase di marcato arretramento: risanamento dei conti pubblici, credito più razionato e costoso, crisi del settore delle costruzioni, eccesso di capacità produttiva in alcuni importanti settori e alta disoccupazione”.

L’analisi del complesso degli indicatori congiunturali sposta in avanti la “svolta ciclica”: il Centro Studi Confindustria la colloca per l’Italia tra il secondo e il terzo trimestre del 2013

I settori in dettaglio. Analizzando i singoli settori merceologici si può vedere che legno e agroalimentare fanno segnare performance discrete, segno negativo invece per il metalmeccanico e, soprattutto per il settore grafico e per quello chimico. In particolare il settore legno vede in aumento sia la produzione (+13,7%) che il fatturato (+11,1%). Fra l’altro questo comparto è l’unico nel quale l’aumento del fatturato è determinato soprattutto da quello interno (+13,9%) rispetto a quello estero (+5,6%). Anche per il settore agroalimentare la produzione registra un aumento (+2%), così come il fatturato totale (+6,8%) e l’occupazione (+3,9%). Il settore metalmeccanico invece ha visto il fatturato in flessione (-1,6%) con la produzione praticamente invariata (+0,1%) . L’occupazione è stata in calo (-2,4%). Il comparto abbigliamento segna una diminuzione della produzione (-2,6%) e dell’occupazione (-1,8%) ma un aumento del fatturato totale (+3%) determinato soprattutto dalla componente estera (+14,3%) visto che il fatturato interno è in calo (-5%). Il comparto materiali per costruzioni mostra un calo della produzione (-0,6%) e un aumento del fatturato (+1,7%), con occupazione a sua volta in calo (-1,3%). Il settore chimico denota una diminuzione della produzione (-4,3%), del fatturato (-4,5%, con fatturato interno a -22,6%) e dell’occupazione (-8%). Per il comparto dei servizi, il fatturato è in aumento del +5,5% con occupazione a +4,7%. Infine l’editoria, grafici e stampa mostra un crollo della produzione (-33,7%), con fatturato a -10,1% e occupazione in calo (- 2,7%).

Per quel che riguarda gli ordini, sono aumentati per il 40% del campione nel settore agroalimentare e per il 37,50% nell’abbigliamento (con le stesse percentuali però sono in diminuzione). A dispetto del buon dato di produzione e fatturato, nel settore legno solo il 12,50% ha visto gli ordini in aumento e per il 62,50% sono diminuiti. Nel metalmeccanico solo il 16% ha avuto ordini totali in aumento e il 44% li ha visti diminuire. Il settore dei materiali per costruzione non ha avuto aumenti negli ordini (stazionari nel 50% dei casi e in calo nel restante 50%). Il comparto chimico ha avuto gli ordini totali in diminuzione nel 66,67% dei casi (nessuna impresa in aumento). Quello grafico ha manifestato un calo nel 71,43% dei casi e un aumento nel restante 28,57%. Il dato degli ordini esteri è migliore rispetto a quello degli ordini totali in tutti i settori a parte l’abbigliamento che vede una percentuale maggiore di aziende che li ha visti in calo (50%) e un’inferiore che li ha visti in aumento (33,33%). Le giacenze sono stazionarie nella metà dei casi praticamente in tutti i settori e i costi delle materie prime sono in aumento o stazionari nella quasi totalità dei casi.

 

 

 




Nuovo protocollo di intesa fra CNA, Confartigianato, Banca di Rimini e Banca Malatestiana

E’ stato firmato questa mattina presso la Camera di Commercio di Rimini un nuovo “protocollo d’intesa” tra le due maggiori associazioni di categoria, CNA e Confartigianato, con due bance locali appartenenti al mondo del Credito Cooperativo: Banca di Rimini e Banca Malatestiana. Quali novità? Non tantissime. L’accordo, infatti, si aggiunge alle convenzioni già in essere tra le banche e i Consorzi Unifidi e Fidati. Questa mattina, tuttavia, si è voluto convocare la stampa per un motivo ancor più importante: rassicurare e dare fiducia alle imprese. In sintesi: le banche ci sono e sono assolutamente disponibili a fare la propria parte. Ovviamente sono emersi anche diversi “ma”. Il primo. Il fatto che le banche vogliono conoscere bene le imprese che le vengono presentate. Da questo punto di vista è importante la “comunicazione”. Questo, è stato detto, è “fondamentale” per non correre il rischio di finanziare chissà quali aziende. Una sorta di “patto” locale. Non in senso stretto, ma ci assomiglia. Secondo, i conti. Ci vogliono conti e bilanci a posto e massima “trasparenza”. In altre parole, niente sotterfugi. Le imprese associate a Confartigianato e Cna, con sede legale e operativa nella provincia di Rimini, potranno quindi accedere a finanziamenti entro i 200 mila euro per investimenti (durata massima 60 mesi), per alimentare liquidità (durata massima 12 mesi) o per operazioni ipotecarie (durata massima 120 mesi).

Si confema quindi la sinergia tra le imprese artigiane della provincia di Rimini e gli istituti di credito del territorio. Un rapporto non facile ma che deve passare, necessariamente, dalla reciproca fiducia. Perchè, come ha voluto sottolineare Renato Ioli, presidente provinciale di CNA,”sono tempi durissimi”. Cifre ufficiali ancora non ci sono. Ma i cali percentuali dei principali settori economici per il 2012 a livello locale si prospettano a due cifre.

Presenti all’incontro, oltre ai direttori delle banche interessate Enrica Cavalli, Presidente Banca Malatestiana Credito Cooperativo e Cesare Frisoni, Presidente Banca di Rimini Credito Cooperativo e Giorgio Lucchi, Presidente Prov.le Confartigianato, che ha voluto sottolianeare come in molti casi i finanziamenti serviranno per esigenze di “liquidità”. Insomma, per sopravvivere.