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Finalmente l’Home Restaurant anche in Italia!

di MILENA ZICCHETTI

E’ sicuramente capitato a molti di trovarsi in un paese straniero e voler mangiare qualche specialità culinaria locale, ma non sapere dove andare. Quella di assaggiare i piatti tipici della tradizione è una delle cose più belle del viaggiare, ma purtroppo il rischio di incappare in fregature o in locali “spenna-turisti” è sempre in agguato. Una soluzione ci sarebbe: l’Home Restaurant. Come suggerisce il termine stesso, dei veri e propri ristoranti aperti nelle case di privati. Nel turbinio delle nuove tendenze riguardanti il food, l’Home Restaurant, diffuso già da diversi anni nelle principali capitali europee, soprattutto Londra, Parigi e Barcellona, è arrivato anche in Italia. Il fenomeno piace davvero ed è in forte espansione, tanto che, anche sul web, esistono delle vere e proprie piattaforme dedicate, attraverso le quali ci si può proporre come padroni di casa o effettuare una prenotazione e partecipare alla spesa. Una soluzione ottimale, questa, per provare una cucina tipica, più autentica e genuina, di un luogo, oltre alla possibilità di conoscere altre persone, culture, modi di vivere. Una esperienza a 360 gradi che diventa non solo utile per i viaggiatori, ma anche per le famiglie ospitanti, che si mettono alla prova e integrano il proprio reddito. Come?

I padroni di casa si trasformano in chef: basta avere una cucina, un po’ di spazio per ospitare e tanta passione per la preparazione di manicaretti. Quindi, il passo successivo è quello di creare un account sull’apposito sito della community in cui ci si presenta, si specifica ciò che si vuole offrire ai propri commensali e il prezzo. Se si è ospiti invece, basta collegarsi a uno degli appositi siti di riferimento, scegliere il luogo e il tipo di cucina, contribuire alla spesa e si va a cena direttamente a casa dello “chef”.

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Tra i vari portali che si trovano on line, nazionali e internazionali, ce n’è uno in particolare che ha catturato la mia attenzione. Si tratta dell’associazione no-profit Le Cesarine che è da tempo addirittura patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole, da diverse regioni italiane e in collaborazione con l’Università di Bologna. Il suo scopo è quello di “valorizzare e diffondere la cultura del cibo tradizionale, intrecciata con la cultura del prodotto tipico e del territorio”. Qui, tra le varie “Cesarine” d’Italia, che aprono la loro casa per offrire piatti tipici della loro tradizione, troviamo anche due riminesi. Una è Donatella, che riceve e coccola i commensali nella sua casa sulle prime colline di Misano. Per lei, ex cuoca di una pensione, la cucina è diventata col tempo una vera passione. E poi c’è Manuela di Vallecchio di Montescudo, decoratrice ed insegnante, anche lei con una grande passione per la cucina, che considera un’espressione della creatività.
Ogni casa può quindi diventare un luogo dove condividere cibo e compagnia. C’è chi lo fa per socializzare, chi perché ha la passione per i fornelli e vuole condividerla con i turisti e chi invece, come detto, lo vede come una possibilità di integrare il proprio reddito. Vediamo brevemente come. Da un punto di vista burocratico, visto che il tutto si svolge all’interno delle quattro mura domestiche, l’Home Restaurant non è classificato come attività commerciale. Non è pertanto necessaria la partita Iva, essendo una attività lavorativa occasionale, purché si rimanga entro un limite massimo di “guadagno” di 5mila euro lordi annui. Non serve inoltre nemmeno alcuna autorizzazione sanitaria, perché altro non si tratta che di un semplice invito a cena, anche se tra sconosciuti.
Sono sempre più le persone che, nei loro viaggi, sono alla ricerca di autenticità e possibilità di entrare in contatto con le realtà locali, perché è proprio l’esperienza autentica ciò che fa la differenza. E l’Home Restaurant è sicuramente un buon compromesso! Se anche voi siete alla ricerca di esperienze di questo genere, ecco i principali portali in cui dare una sbirciatina: EatWith, Bookalokal, PeopleCooks, Gnammo, CeneRomane e il già menzionato HomeFood.




Emergenza casa, nasce a Rimini il progetto Housing First

di BERNADETTA RANIERI

Il Comune di Rimini è stato di recente promotore di un seminario di approfondimento sull’Housing first, letteralmente “tutti a casa”. Si tratta di un progetto messo in campo dall’Amministrazione comunale per l’inserimento abitativo delle persone che vivono in condizioni di marginalità.

Tra i relatori il vicesindaco Gloria Lisi e il direttore dei servizi educativi e di protezione sociale del Comune di Rimini Fabio Mazzotti, la responsabile del Servizio delle politiche per l’accoglienza e l’integrazione sociale della Regione Emilia Romagna Monica Raciti e la responsabile dell’Ufficio housingfirsriminiadulti vulnerabili e inclusione sociale del Comune di Bologna Monica Brandoli. E ancora, il segretario generale della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora Marco Iazzolino e il presidente dell’associazione “Amici di Piazza Grande Onlus”, Alessandro Tortelli.

Al centro dell’incontro due i temi strettamente connessi tra di loro: l’attuale situazione di disagio abitativo dei senza tetto e l’abitare inteso come area di welfare. Sì, perché l’abitare ha un ruolo fondamentale nel raggiungimento del benessere individuale e familiare e rappresenta uno dei pilastri su cui poggia la qualità della vita nelle società contemporanee. L’abitare ha in sé una dimensione processuale e dinamica, è un sistema di azioni e relazioni strutturate intorno all’abitazione. Pertanto, la casa è l’ambito nel quale trova risposta un’ampia gamma di bisogni primari di tipo sociale, economico e simbolico.

Sulla scia di queste considerazioni di stampo sociologico, l’amministrazione riminese ha cercato di mettere in campo una strategia nuova per liberare le persone senza dimora dal circuito dell’emarginazione, dell’assistenza e della segregazione sostenendo e applicando il progetto Housing first, che nasce a New York negli anni 90 ed è già attivo in molti paesi italiani ed europei.

Ma in cosa consiste questo progetto? L’abbiamo chiesto ad Alessandro Tortelli, presidente dell’associazione ” Amici di Piazza Grande Onlus” di Bologna. ” Vivere in una casa non è un fatto scontato per chi ha passato periodi in strada. Può essere un cambiamento non privo di ripercussioni psicologiche. Può sembrare assurdo, ma non tutti i senza tetto vorrebbero vivere in un appartamento, perché questo richiede regole e responsabilizzazione. Per coloro che vivono da molto in strada è più complicata la convivenza, perché stili di vita e abitudini quotidiane sono ormai stabilite. Chi invece è da poco senza casa è più facile da inserire, anche se spesso convive con una rabbia più intensa, perché l’avvenimento che l’ha colpito è più recente”.

Il presidente Tortelli ci tiene a sottolineare che “quando la persona entra nell’appartamento deve assumere solo gli obblighi che generalmente assume un inquilino (pagare l’affitto generalmente attraverso le diverse forme di reddito minimo di inserimento ,rispettare gli orari di riposo, non danneggiare l’appartamento. La persona non è invece obbligata a seguire alcun percorso terapeutico, se non un incontro settimanale con l’operatore di riferimento e può scegliere liberamente come farsi aiutare”.

Dal canto suo, il vicesindaco Lisi ha detto: “Ci siamo convinti della validità del progetto Housing first dopo aver partecipato ad un convegno a Dublino in cui abbiamo potuto scoprire le esperienze di altre città anche a vocazione turistica come la nostra. Il progetto dell’Housing first si allinea con il nostro modo di intendere il welfare: non più assistenziale, ma delle capacità, che mette al centro la persona, la valorizza e ne fa un soggetto attivo. Mettiamo a disposizione gli strumenti per poter abbandonare la condizione di marginalità. Con il progetto dell’Housing first si responsabilizza chi abita in strada da tanto tempo e in situazioni psichiche precarie, dandole le chiavi di un alloggio e reinserendola nel tessuto sociale”.

Dunque, l’esperienza dell’housing First in diversi paesi europei prova che, a partire dalla casa, il rientro nella società per molti homeless è possibile, è veloce ed è meno costoso degli interventi socio-sanitari che si rendono necessari quando la condizione di senza dimora diventa cronica.

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Quattro piani di cultura, a Santarcangelo un progetto ambizioso

di MILENA ZICCHETTI

casaculturasantarcangeloLa cultura ha una casa tutta sua. E’ stata inaugurata la Biblioteca Baldini, dove è stato trasferito l’intero patrimonio documentario consistente in 80.662 pezzi, tra volumi e materiali audiovisivi. Ricavata dall’ex ospedale civile, in pieno centro storico, si sviluppa su quattro piani, tre dei quali caratterizzati da alti soffitti e molto ben illuminati, per una superficie complessiva di 1.800 metri quadrati (contro i 500 della vecchia sede). Al piano interrato è stato ricavato un magazzino-archivio. Entrando, al piano terra, si trova la sala accoglienza, un’area ristoro e una galleria pubblica (Galleria Baldini) dove verranno esposti, a rotazione, lavori di artisti locali. Per salire ai piani superiori, si potrà scegliere se utilizzare l’ascensore o le imponenti scale originarie dell’antico palazzo, godendo al contempo delle enormi tavole dipinte da Tonino Guerra, apposte alle pareti, e gentilmente concesse dalla famiglia. Al primo piano si trovano le sale dedicate alla sezione di narrativa, la mediateca, le sale dedicate a bambini e ragazzi, oltre ad uno spazio interamente dedicato ai più piccoli. Ci sono poi la sala per la lettura dei quotidiani e delle riviste, la stanza dedicata ai poeti santarcangiolesi e una sala polifunzionale con una capienza di 90 posti. Il secondo piano è dedicato invece allo studio, all’approfondimento e alla ricerca. Qui troviamo la saggistica, le sezioni locali, la biblioteca del Museo Etnografico, il Fondo Gioacchino Volpe e la sezione teatro con l’archivio di Santarcangelo dei Teatri. Ma la nuova biblioteca Antonio Baldini, vuole stupire ulteriormente e si presenta con una dotazione tecnologica completamente rinnovata: monitor touch-screen per la lettura online dei quotidiani, cinque postazioni internet a disposizione degli utenti, una lavagna interattiva per svolgere attività didattiche e una copertura Wi-Fi dell’intera area. A tutto questo si aggiunge un sistema tecnologico di prestito in radiofrequenza, che permetterà di velocizzare e rendere più sicuro il servizio di prestito, oltre alla possibilità, tramite una apposita stazione, dell’autogestione del prestito stesso.

Diversi sono stati gli eventi che si sono susseguiti per l’intera giornata di mercoledì 23 aprile: letture, musica, mostre e spettacoli, hanno intrattenuto le tante persone arrivate per l’occasione, incuriosite da questo nuovo punto di incontro cittadino. L’inaugurazione ufficiale è avvenuta nel pomeriggio, alle ore 16:30, con il taglio del nastro e l’intervento del Commissario straordinario del Comune, Clemente Di Nuzzo (nella foto al tavolo con le altre autorità locali). “Con questa inaugurazione – ha esordito –  tocca a me l’onore di portare al traguardo il testimone di una staffetta, iniziata anni fa dalle amministrazioni che mi hanno preceduto e che hanno concepito per Santarcangelo la sua Casa della Cultura. Va quindi tributato ad esse un giusto riconoscimento per il progetto in cui hanno creduto, un progetto, tra l’altro, sostenuto dalla grande maggioranza dei santarcangiolesi e da un consenso politicamente condiviso”.

Ma l’apertura dell’edificio è avvenuta già a partire dalla mattinata, con il coinvolgimento dei 500 bambini delle scuole elementari che, accompagnati dalle maestre e da diversi volontari, hanno dato vita ad una grande catena umana e un simbolico passaggio degli ultimi volumi che, dalla vecchia biblioteca di via Cavallotti, sono stati portati, uno ad uno, alla nuova Casa della Cultura. Una scelta, questa, che ha ben rappresentato l’idea di chi ha creduto nel progetto e l’ha sostenuto, perché “sviluppare una biblioteca” ha proseguito il Commissario Di Nuzzo “è ribadire una speranza nel futuro, lanciare un ponte tra le generazioni, intrecciare saperi, idee diverse e creare nuove visioni del mondo. Senza volere poi, l’inaugurazione coincide con una ricorrenza straordinariamente appropriata e cioè con la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. Lo voglio considerare come come un segno di buon auspicio”.

Le celebrazioni sono proseguite anche la serata successiva, che ha registrato il tutto esaurito per il concerto pianistico “Emozioni: i libri diventano musica” del Maestro Morri: una serie di brani musicali strettamente legati a libri e colonne sonore di celebri film. Tanti anche i curiosi che hanno affollato la sala situata al piano terra in cui è attualmente esposta la mostra dei Mutoid.

Il progetto di restauro, che ha saputo trasformare l’ex ospedale in una struttura culturale moderna e funzionale, senza mutare o stravolgere l’originario pregio architettonico, porta la firma dell’architetto romano Bruno Agates, lo stesso che ha curato, tra l’altro, la nuova biblioteca del Senato della Repubblica a Palazzo della Minerva a Roma, quella della Corte Costituzionale e quella della Banca d’Italia.

I costi sostenuti per la ristrutturazione generale, compresa la sistemazione dell’area esterna, sono ammontati a 3.715.000 euro. Di questi, 793mila sono stati coperti da contributi arrivati: dal Ministero per i Beni e le attività Culturali (368mila euro), dalla Regione Emilia Romagna (350mila euro) e dalla Fondazione Carim (75mila euro).

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Eataly, la città del cibo entro il 2014 anche a Forlì

di MILENA ZICCHETTI

Una Eataly romagnola in arrivo a Forlì entro il 2014. Duemila metri quadri con spazi riservati non solo alla ristorazione, ma anche alla vendita di prodotti tipici ed all’organizzazione di corsi di enogastronomia e di cucina in collaborazione con Casa Artusi. EatalyforlìEataly, colosso enogastronomico di fama mondiale specializzato nella vendita e somministrazione di generi alimentari tipici e di qualità, arriverà entro il 2014 anche a Forlì in Piazza Saffi (nella foto il negozio di Bologna). Tutto è partito con la firma, dell’accordo tra Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ed Eataly. “Farinetti è uno straordinario uomo di impresa, con un grande retroterra culturale” spiega il presidente della Fondazione Roberto Pinza.- La Fondazione è molto contenta che egli investa nella nostra città, qualificandola e rendendola più importante e sicuramente più attrattiva”.

Il luogo prescelto è Palazzo Talenti Framonti, il complesso ottocentesco che si affaccia sulla piazza principale della città e che la Fondazione ha acquisito e rifunzionalizzato per farne uno dei motori trainanti della rivitalizzazione del Centro Storico cittadino. Accanto alla libreria Feltrinelli aperta nel 2012, ed al chiostro coperto che ospita con successo, già da due anni, eventi musicali e teatrali, si sta lavorando per un Eataly di grandi dimensioni. Oltre 2.000mq disposti su quattro piani, con il dolce al piano terra, pasta e pizza al primo piano, carne e pesce al secondo piano, una osteria tipica romagnola nel sottotetto e la scuola di cucina nel piano ammezzato. Il 40% dei prodotti (trasformati e direttamente venduti) saranno di provenienza locale, mentre il 57% verrà da altre località italiane ed il 3% dal resto del mondo. Tutto rigorosamente di origine controllata. Piergiuseppe Dolcini, presidente di Civitas, società firmataria dell’accordo in nome della Fondazione, sostiene che “l’apertura di Eataly, rappresenta l’occasione per quel salto di qualità nella vita quotidiana del Centro Storico cui tutti ambiamo, confermando la vocazione di Palazzo Talenti come palazzo della conoscenza: quella della cultura immateriale e del lavoro intellettuale del marchio Feltrinelli e quella della cultura materiale e del lavoro fisico della terra di Eataly. Inoltre Eataly a Palazzo Talenti, insieme alle mostre al San Domenico, possono davvero rappresentare l’avvio di un nuovo Rinascimento per la nostra città”.

Ed è proprio il gusto della sfida di rivitalizzare un luogo centrale come piazza Saffi che rientra tra i vari motivi che hanno spinto Oscar Farinetti ad accettare di venire a Forlì. “Partendo da questa splendida piazza” ha infatti comunicato in occasione della firma “creeremo un volano capace di lanciare Forlì e gli ottimi prodotti della sua terra, nell’olimpo del Made in Italy”. A questo si aggiunge l’amicizia con la famiglia Silvestrini (gli imprenditori del Marcopolo), partner del progetto, la bellezza del palazzo ospitante e la vicinanza di Casa Artusi. In occasione della firma, Farinetti ha però voluto anche ricordare, che quella di Forlì non sarà solamente l’unica apertura di Eataly in Romagna, ma anche una delle ultime in Italia. La sua ambizione è infatti quella di volersi dedicare d’ora in poi a portare e far conoscere le tipicità italiane e la grande biodiversità della tradizione culinaria nazionale, nel resto del mondo.

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Partorire a casa, un desiderio possibile e realizzabile

di MILENA ZICCHETTI

“Partorire a casa è stata una delle esperienze più belle e dolci della mia vita. Mi sono sentita sicura, protetta e sostenuta in un ambiente rilassante e amorevole. Sono sempre più convinta di aver fatto la scelta migliore. Lo consiglio a tutte le donne e lo auguro a tutti i bimbi”. Così ci descrive Francesca, a distanza di tempo, la sua esperienza di parto in casa.

Far nascere il proprio figlio in casa è un desiderio assolutamente realizzabile e le donne che decidono di farlo è in continuo aumento. Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Rita D’Altri, ostetrica dell’Associazione Le Nove Lune di San Marino. “Il nostro obiettivo – ci dice – è rendere la donna e la coppia protagoniste dell’esperienza del parto. Il nostro percorso prevede una particolare assistenza alla gravidanza nel rispetto dei ritmi e dei tempi naturali, l’assistenza al travaglio, il parto in casa, un sostegno dopo il parto e durante l’allattamento”.

donna-incinta-parto-casa-riminiDottoressa, cosa “spinge” una donna a voler partorire in casa?

Partorire a domicilio è una scelta di donne particolarmente consapevoli, che desiderano vivere la nascita del proprio figlio nell’intimità della propria casa, con il sostegno del proprio compagno e con l’assistenza, il supporto e le competenze di ostetriche specializzate. E’ un desiderio possibile, realizzabile e regolamentato da una legge regionale (la n°26 del 1998 a cui sono seguite le delibere di giunta n°10 del 1999 e la n°533 del 2008, ndr).

Tutte le donne possono decidere di partorire in casa?

No, non tutte le donne lo possono fare. Sono ad esempio escluse dal percorso le donne che non hanno una gravidanza fisiologica, come le donne con pregresso taglio cesareo, con patologie materne, con problemi legati alla placenta o problemi che riguardano il feto. Oltre alle suddette controindicazioni, sono inoltre presenti anche una serie di condizioni necessarie che rendono il parto a domicilio possibile: la casa della donna-coppia deve distare al massimo 30 minuti o 30 Km dall’ospedale più vicino ed è necessario che la casa abbia un collegamento telefonico (è sufficiente un cellulare). Le ostetriche, una volta che la donna entra in travaglio, allertano il 118. Tutto il materiale e i farmaci necessari all’assistenza di mamma e neonato, sono presenti all’interno della borsa ostetrica, che chiaramente le Ostetriche portano sempre con loro.

Quindi chi può scegliere questa pratica?

Tutte quelle donne che presentano una gravidanza fisiologica, feto singolo in presentazione cefalica, epoca gestazionale tra 37 e 42 settimane, peso fetale compreso tra i 2500 e i 4500 grammi, rottura delle membrane inferiore a 24 ore con liquido amniotico limpido, battito cardiaco fetale rassicurante.

Qual è il profilo ‘tipo’ di una donna che decide di partorire in casa?

La donna che sceglie di partorire a casa, non ha età, classe sociale, posizione economica o professione standardizzati. E’ semplicemente una donna che, per se stessa e per il suo bimbo, sceglie una esperienza nella quale vuole essere la protagonista, senza limitazioni di spazio, tempo, posizioni, uso della voce. E’ una esperienza nella quale e per la quale, potrà attingere alle sue risorse endogene, che la natura ha predisposto per lei (come per tutte le donne) e che lei non si immagina nemmeno di possedere, se non fino a quando non ne sperimenta la forza e la preziosa utilità. Non è quindi una “hippy” o una figlia dei fiori del 2014, non è nemmeno “una alternativa” o una “matta”, ma al contrario è semplicemente una donna che sceglie di tornare ad un sapere antico, profondo, femminile, che ci rende donne consapevoli.

Durante il parto in casa, da chi è seguita le donna?

La donna è assistita da due ostetriche. Sono professioniste che hanno avuto anni di pratica ospedaliera e che poi si sono formate nell’assistenza alla nascita a domicilio. Sono quindi figure professionali competenti e riconosciute che seguono scrupolosamente le linee guida e i protocolli nazionali relativi al parto a domicilio, assicurando in tal modo sicurezza e serietà.

Quali sono, se ci sono, i vantaggi di questa scelta?

La donna vive, nell’intimità della propria casa, l’esperienza più incredibile della propria vita con la presenza del suo compagno, favorendo una nascita dolce per il proprio bimbo, che può respirare “l’aria di casa” nell’immediato abbraccio dei propri genitori. Le Ostetriche garantiscono la continuità dell’assistenza dal momento della presa in carico della donna fino a 1 settimana–dieci giorni dopo il parto, fornendo quindi un’assistenza personalizzata, rispettosa dei ritmi e dei bisogni della donna e del suo bambino.

E’ vero che sono aumentate le richieste di parti in casa?

Si, negli ultimi anni abbiamo notato un notevole incremento. Il nostro gruppo ha assistito in 15 anni, dal 1997 al 2012, a 230 parti a domicilio su 260 richieste.

Se una donna volesse partorire a casa, da dove occorre partire? Di cosa ha bisogno?

La selezione delle donne che possono, con una buona prevedibilità, avere il loro bambino a casa senza alcun problema, è effettuata dall’ostetrica che ha le competenze e la responsabilità professionale, basata sull’anamnesi, sull’osservazione, sulla clinica, nonché sulla conoscenza della fisiologia del travaglio e del parto. Pertanto una donna che volesse intraprendere il percorso del parto a domicilio, dovrebbe prendere contatti con un’Ostetrica, che oltre a valutare lo stato di benessere della donna e della gravidanza fisiologica, le offrirà tutte le informazioni del caso, dipanando dubbi e paure. La conoscenza e la fiducia tra la donna e l’Ostetrica, è indispensabile per una decisione serena e corresponsabile.

Quanto costa partorire in casa e quali sono gli aspetti burocratici?

Partorire a domicilio costa circa 2000-2500 euro. L’ASL eroga un rimborso pari all’80% della spesa documentata, per un importo massimo non superiore alla tariffa DRG regionale prevista per il parto fisiologico senza complicanze. Da giugno 2013 tale rimborso è di circa 1570 euro. Una volta appurata che la gravidanza è fisiologica, l’Ostetrica prende in carico la donna e compila una serie di documenti relativi alla domanda di rimborso che la donna stessa dovrà presentare all’ASL entro la 35a settimana di gestazione.

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Il mondo del silenzio raccontato in una mostra fotografica

“Mi piace la parola sentire perchè non è solo udire”. E’ la bellissima citazione della riminese Chiara Fambri (in una foto dal suo profilo Facebook), sorda, con una grande e profonda passione per la fotografia. E’ lei l’organizzatrice, in collaborazione con la Sezione Provinciale ENS (Ente Nazionale Sordi) di Rimini e il Comitato Aeree Multimediale ENS Rimini, da domani per i giorni 4 e 5 gennaio, della mostra fotografica “Le Voci Nascoste”. Lo scopo è quello di mostrare la vita di una persona sorda, con immagini che segnano l’esperienza provata e vissuta in un contesto ‘silenzioso’.

chiarafambri_1“Molte foto sono una testimonianza, altre invece sono una mia interpretazione” racconta Chiara a lapiazzarimini.it. “Mi è venuta in mente di fare questa mostra perchè vorrei che le persone potessero scoprire e comprendere la diversità. Del resto siamo tutti diversi, ma spesso veniamo ‘condannati’ perchè siamo sordi. Invece è una normale diversità. Spero che la gente attraverso le mie fotografie possa riflettere e cogliere il messaggio in ogni espressione. Per realizzare queste foto ho dovuto ripercorrere il mio passato, rivedere i disagi vissuti durante la mia infanzia e adoloscenza. Non è stato facile riaprire certe ferite ma era necessario farlo, per me stessa e per gli altri”.

Le foto saranno allestite nella Sala Polivalente presso la Casa delle Associazioni “G. Bracconi” a Rimini, in via IV Novembre 21 (secondo piano) dalle ore 16:00 alle ore 20:00. L’ingresso è libero. Sarà allestita una scatola per raccogliere offerte per contribuire alla realizzazione di progetti a sostegno delle persone sorde ed incentivare il processo di integrazione tra sordi ed udenti. (M.Z.)

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Acqua bene pubblico, incontro e diretta streaming

Domani, lunedì 1° luglio, alle 20.30 incontro organizzato dal Comitato Acqua Pubblica Rimini alla Casa della pace di Rimini (in via Luigi Tonini, 5 – centro storico) per seguire la diretta del dibattito “La costituente dei beni comuni” con Stefano Rodotà e Ugo Mattei dalla Sherwood Festival in corso di svolgimento a Padova.

Il Comitato s’incontra forte di due risultati. Uno locale, uno europeo. Il 25 giugno scorso il Comitato è riuscito a far approvare al Consiglio Provinciale di Rimini un ordine del giorno sulla costituzione del tavolo ABC Romagna (con la presenza dei 3 comitati Atersir locali delle 3 Province della Romagna). L’incontro si terrà l’8 luglio alle 15 a Forli’. In Europa, invece, hanno già superato il milione di firme coloro che hanno firmato a favore dell’iniziativa “per l’acqua diritto umano” per chiedere alla Commissione Europea che le risorse idriche siano messe fuori dal mercato ed al riparo dai tentativi di privatizzazione. Risultato ottenuto, visto che proprio  venerdì scorso il Commissario Europeo Michel Barnier ha dovuto prendere atto di questa grande mobilitazione sul tema dichiarando che il servizio idrico verrà stralciato dalla direttiva concessioni.

Ecco il testo dell’iniziativa a cui è sempre possibile aderire. “Esortiamo la Commissione europea a proporre una normativa che sancisca il diritto umano universale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, come riconosciuto dalle Nazioni Unite, e promuova l’erogazione di servizi idrici e igienico-sanitari in quanto servizi pubblici fondamentali per tutti. Obiettivi principali: La legislazione dell’Unione europea deve imporre ai governi di garantire e fornire a tutti i cittadini, in misura sufficiente, acqua potabile e servizi igienico-sanitari. Chiediamo che: 1. le istituzioni dell’Unione europea e gli Stati membri siano tenuti ad assicurare a tutti i cittadini il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari; 2. l’approvvigionamento in acqua potabile e la gestione delle risorse idriche non siano soggetti alle “logiche del mercato unico” e che i servizi idrici siano esclusi da qualsiasi forma di liberalizzazione; 3. l’UE intensifichi il proprio impegno per garantire un accesso universale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.” Per maggiori informazioni: www.acquapubblica.eu

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In memoria di Pellegrino Artusi la rassegna “Menù Italia”

di ALBERTO BIONDI

Fosse nato un secolo e mezzo più tardi, Pellegrino Artusi sarebbe stato conteso a suon di contratti dalle più grosse case editrici italiane. Perché? Ma che domande! Il Signor Artusi è considerato (prima che critico letterario) il primo gastronomo dell’Italia unita e il suo celeberrimo trattato positivista La scienza in cucina e l’arte di mangiar beneavrebbe dato del filo da torcere ai best-seller di Clerici, Parodi e compagnia bella, che riempiono gli scaffali delle librerie.

La città natale di Pellegrino Artusi, Forlimpopoli, da sempre lo ricorda con feste e manifestazioni a suon di cultura e prelibate pietanze. Quest’anno, il Comune e Casa Artusi coglieranno l’occasione del 25 gennaio (data non casuale) per presentare in prima nazionale un nuovo libro appena stampato, Artusi e la sua Romagna, note d’archivio realizzato dal lavoro congiunto di Luciana Cacciaguerra, Piero Camporesi e Laila Tentoni. “Menu Italia”, questo il titolo della rassegna, rientra nel circuito di incontri AutorJtinera e fissa l’appuntamento per domani venerdì 25 gennaio alle 20.15 a Casa Artusi. Come già accennato, la data non è scelta casualmente: lo stesso giorno, nell’anno 1851, il famigerato brigante Stefano Pelloni detto “Il Passatore” faceva il suo ingresso violento a Forlimpopoli macchiandosi di rapine e stupri. Pellegrino Artusi, quel giorno, abbandonò la cittadina ritirandosi a Firenze sino alla fine dei suoi giorni.

Artusi e la sua Romagna, note d’archivio è un’opera che vuol rispondere ai diversi misteri che avvolgono la vita del “ghibellìn fuggiasco”. Dalle malcelate ostilità e viscerali rancori verso Artusi, alle oscure vicende testamentarie, il libro verrà presentato dagli autori e da Alberto Capatti, del Comitato Scientifico di Casa Artusi, Dino Mengozzi, Università di Urbino e arricchito dalle letture di Denio Derni. In occasione dell’evento, il testo verrà donato a tutti i presenti.

“Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio” diceva il gastronomo, e rispettando questo spirito il ristorante di Casa Artusi (ai fornelli, Andrea Banfi) organizzerà dopo la presentazione del libro una “cena artusiana” a tutti coloro che vorranno parteciparvi. Per lasciarci, vi offriamo un’altra perla del baffuto Pellegrino: “Due sono le funzioni principali della vita: la nutrizione e la propagazione della specie”. Confessatelo: vi è venuta fame eh?

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Emergenza casa. Pazzaglia al Prefetto Palomba: “Non ci sono politiche adeguate”

E’ il gruppo consiliare di SEL e FareComune a intervenire sull’emergenza casa rivolgendosi direttamente al Prefetto Dott. Palomba. “Il progressivo peggioramento delle condizioni di vita di molte famiglie riminesi e il conseguente rischio di perdere la propria abitazione per morosità – scrive Fabio Pazzaglia – non è solo il frutto della crisi economica ma anche il risultato di una totale assenza di robuste politiche abitative da parte del Comune capoluogo. Ci rivolgiamo a Lei Dott. Palomba perchè abbiamo già avuto modo di apprezzare la Sua sensibilità in altri contesti, vedi l’attenzione verso i lavoratori gravemente gravemente sfruttati nel settore turistico. Ma anche perchè nell’arco del 2012 il Sindaco Gnassi non è riuscito a combinare nulla di importante sul versante dell’emergenza abitativa, dimostrando un mix di indifferenza politica e incapacità amministrativa.” Quali possibili soluzioni?

“Per fronteggiare il fenomeno in modo adeguato nel breve periodo – continua la nota del consigliere – Le proponiamo di individuare una soluzione cha parte dal seguente concetto: nessuno deve essere sfrattato se non vi è una soluzione abitativa alternativa. Il gruppo di SEL e FareComune propone il blocco degli sfratti, la cui modalità di attuazione siamo disponibili a discutere insieme a Lei e agli altri rappresentanti istituzionali interessati a risolvere il problema. Noi crediamo che la strada del dialogo tra le istituzioni sia l’unica strada da percorrere per difendere concretamente le famiglie più in difficoltà. Le chiediamo un reale impegno per fare in modo che il 2013 diventi l’anno del blocco degli sfratti. Siamo certi che col Suo aiuto questo obiettivo possa diventare un traguardo raggiungibile.”

 

 




Muratori (Pd): “Fallite le politiche sociali del centrodestra. Arangio si dimetta”

Alla luce delle decisioni prese dall’amministrazione comunale sulla casa di riposo per gli anziani – ha dichiarato il segretario del Pd corianese Gabriele Muratori – chiediamo le dimissioni del vicesindaco e assessore alla sanità e politiche sociali Giuseppe Arangio. La vicenda si aggiunge a recenti episodi che hanno fatto precipitare una situazione ora divenuta insopportabile, e ha mostrato tutta l’incapacità e la mancanza di sensibilità e di attenzione del vicesindaco nei confronti delle fasce più deboli della popolazione. E’ il fallimento delle politiche sociali di questa amministrazione di centrodestra, in cui il vicesindaco e assessore porta avanti scelte aggressive e non solidali verso chi dovrebbe invece essere più tutelato. Pensare di chiudere la casa di riposo e di buttare letteralmente fuori dalla struttura persone che vi hanno vissuto e sono state seguite per anni, come vuole fare Arangio, significa voler lasciare gli anziani e le ! loro famiglie abbandonati a loro stessi. Non è questo il welfare che noi abbiamo in mente.

E la scelta del vicesindaco Arangio – conclude la nota – stride ancora di più quando si pensa che mentre da un lato si tolgono i finanziamenti alla casa di riposo, dall’altro si continuano a trovare risorse per altre iniziative. Per questo crediamo sia venuto il momento che il vicesindaco e assessore rimetta le deleghe e si dimetta dalla Giunta.