EDITORIALE Piazza, 20 anni fa si andava ad incomiciare

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La prima pagina della Piazza. Uscì nel luglio del 1997 al prezzo di 2000 lire

 

Piazza, 20 anni fa si andava ad incomiciare

 

di ENZO CECCHINI

 

Luglio 1997 – Luglio 2016… 20 (venti) anni. Una storia forse breve per un grande giornale nazionale, importante e longeva, invece, per un periodico locale. Il direttore e il grosso dei collaboratori della Piazza sono gli stessi che nel lontano maggio 1992 iniziavano l’avventura con un giornale locale fondando la Valle (sede a Morciano). Dopo oltre cinque anni l’esperienza s’interruppe per dissensi di linea editoriale con la proprietà. Appena un mese di stop per ripensare un nuovo giornale locale: un periodico che uscisse dalla Valconca per abbracciare tutta la provincia, sconfinasse nella Repubblica di San Marino e sul territorio pesarese fino a lambire la città di Pesaro, aumentate la fogliazione, la tiratura, le rubriche, il radicamento coi lettori… ed ecco la Piazza. Venti anni di Piazza per dare voce, conoscenza e identità a tutti gli ambiti, piccoli e grandi, di una importante, laboriosa e creativa comunità: la nostra. Larga parte degli articoli sono “scritti” o sono espressione diretta, singola e collettiva, di questa comunità: della politica, cultura, costume, tradizioni, sport, divertimento, satira… Ma la Piazza ha dato fin dall’inizio ampio spazio a importanti inchieste: dall’economia alla legalità, e a riflessioni laiche e religiose su grandi temi. I protagonisti sono i fatti e personaggi locali, ma sempre con uno sguardo attento e curioso sui grandi problemi nazionali e non solo, con riflessioni che riguardano lo spirito e il sentire, nel bene o nel male, della modernità che stiamo vivendo. Uno spirito del tempo che a volte ci inquieta, stretto nella morsa di una globalizzazione malgovernata e da tentazioni regressive come sterile autodifesa.

 

In questo quadro la democrazia e la coesione sociale sono sempre a rischio. Il cittadino diventa così un vaso di coccio, il senso di comunità e il bisogno di un’identità aperta sono sottoposti continuamente a scossoni imprevedibili. Per questo il ruolo di un giornale locale, legato sì al proprio territorio, ma col respiro ampio del suo tempo globale, pensiamo diventi ancora più importante e necessario. Grazie alle decine di migliaia di lettori che ci hanno seguito con affetto, ai numerosissimi collaboratori decisivi nel loro prezioso lavoro e agli sponsor che ci hanno sostenuto fino ad oggi. Continuiamo il nostro lavoro nella speranza sincera di non deludervi. Grazie!

Enzo Cecchini




Quale unione: Riccione-Montefiore? O Bellaria, Rimini, Bellaria, Riccione, Misano e Cattolica?

Vogliamo entrare nella discussione sulle unioni comunali che tanto appassiona gli amministratori e i politici, dibattito “costretto” da norme regionali che impongono apparentamenti entro cinque anni tra le varie amministrazioni. Indipendentemente dalle ragioni storiche che hanno portato ad avere tante piccole realtà comunali, che non ci interessa qui analizzare, rimane il fatto che le risorse disponibili per fare funzionare la macchina amministrativa locale sono sempre più esigue e non sufficienti a garantire servizi alla popolazione, sopratutto quelli “socialmente utili”. Il rischio, per altro già realtà, è che per fare fronte alla gestione corrente i comuni facciano ricorso ad addizionali più alte e a sanzioni più frequenti come ad esempio per le infrazioni stradali, con strumenti collocati ad arte su strade non pericolose ma di grande scorrevolezza in cui, con estrema facilità si superano i limiti di velocità minima consentita. Nella situazione attuale, come si è già sottolineato, i piccoli ma anche medi municipi, non sono finanziariamente in grado di dare risposte alla cittadinanza né in termine di qualità dei servizi, mancando la possibilità di avere personale qualificato, né in termini di macro aree di buona omogeneità: partiamo dalla Valconca e pensiamo ad una aggregazione che comprenda Morciano, Gemmano, Montefiore, Saludecio, Mondaino, e Montegridolfo. Pensiamo a quante opportunità di sviluppo di programmazione e di razionalizzazione dei servizi, di qualificazione degli stessi, si potrebbero ottenere ! Oggi con gli strumenti disponibili non è più fondamentale la presenza fisica della municipalità, e con lo sviluppo delle comunicazioni attraverso la fibra ottica e l’utilizzo di attrezzature elettroniche sofisticate, sarà facile gestire molte attività e servizi utili ai cittadini.

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Una suggestiva immagine del borgo di Montebello (Poggio Torriana)

 

Dal nostro punto di vista diminuirebbero anche molte relazioni personali, non sempre trasparenti, oggi molto diffuse. Proseguendo si potrebbe pensare che intorno a Cattolica gravitassero San Giovanni in Marignano e Misano Adriatico. Un’altra aggregazione funzionale alle caratteristiche del territorio, prevalentemente agricolo, potrebbe riguardare Coriano, San Clemente, e Montescudo/Montecolombo. Spostandoci nella Val Marecchia intorno a Santarcangelo si potrebbe configurare l’unione con Verucchio e Poggio Torriana. Nell’alta Val Marecchia intorno a Novafeltria tutti i comuni passati in provincia di Rimini dalle Marche e cioè Pennabilli, San Leo… E sulla costa? Pensiamo a una grande area Metropolitana costiera che comprenda Rimini, Riccione, Bellaria. Quanti palazzi dei congressi in meno e tante altre storture si potrebbero evitare investendo risorse in modo non ripetitivo pianificando gli interventi!

 

Dal nostro punto di vista le difficoltà a realizzare queste aggregazioni non nascono dai cittadini che difendono i campanili (naturalmente se coinvolti su progetti e obiettivi trasparenti che riguardino i servizi, lo snellimento burocratico e una migliore utilizzazione del territorio). Il vero ostacolo sono i posti di rappresentanza politica che verrebbero a meno, le ambizioni  personali degli amministratori, attuali e futuri, che avrebbero compromesso il loro prestigio locale e, speriamo di no, interessi particolari. Saremo un paese normale quando non ci saranno politici locali di professione che hanno bisogno di continui ricollocamenti, ma di persone preparate che mettano al servizio della collettività le proprie per un periodo limitato della propria vita.  Ci preme sottolineare che contestualmente a quanto sosteniamo, andrebbero riviste le norme conseguenti a Tangentopoli che hanno sottratto potere decisionale ai politici attribuendo ai burocrati la responsabilità di tutti gli atti amministrativi, con una forte rigidità nelle scelte politiche e un notevole appesantimento nei tempi e nelle gestioni correnti. Con una nuova generazione di amministratori e molta trasparenza si deve tornare al primato della politica se vogliamo un paese più efficiente. Ricordiamo per curiosità dei lettori che già nel 284 dopo Cristo l’imperatore romano Diocleziano procedette ad una riorganizzazione dell’impero, che per il settore amministrativo, tra province curie e municipi creò una complessa burocrazia che ha molte analogie con la nostra attualità che ebbe lo stesso risultato appena descritto (della serie la storia si ripete ). Alla luce di queste brevi considerazioni, pensiamo che debba essere rivisto anche il sistema regionale suddividendo il paese in poche macro aree. Ma questo è un altro discorso! Per adesso ci accontenteremmo di vedere realizzato un nuovo e serio riassetto dei comuni.

Il Tarlo




LETTERE ALLA REDAZIONE Indifesi, quando la competenza è di nessuno

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di una lettrice che racconta l’inutile tentativo di porgere soccorso ad un capriolo ferito. Quando nessuno si assume la responsabilità e la competenza di un intervento nei confronti di un soggetto debole e indifeso, qualcosa di grave ha afflitto la società in cui si vive.

 

 

capriolo-ferito-gemmanoSpett.le redazione,
vorrei segnalare quanto accaduto ieri nell’area del fiume Conca, nel comune di Gemmano. Passeggiando con i cani, mi sono imbattuta in un capriolo ferito in maniera grave a una zampa. Non so dire se si trattasse di una frattura scomposta o di una ferita da laccio di bracconiere perchè non ero abbastanza vicino, di fatto l’ animale procedeva lentamente tendendo l’ arto alzato e letteralmente a ciondoloni, era visibilmente sofferente. Essendo a conoscenza della chiusura del Centro Recupero Animali Selvatici di Rimini, ho contattato la Forestale spiegando la situazione. Chi mi ha risposto, ironia della sorte, mi ha indirizzato al Cras di Rimini, non sapendo che questo è stato chiuso lo scorso anno.

 

Contatto comunque l’ ex direttore del Cras che, molto disponibile, mi dice che al momento nessuno si occupa di questi animali e mi suggerisce di chiamare le Guardie zoofile per farmi consigliare. Consapevole del fatto che avrebbero potuto solo darmi dei (preziosissimi) consigli, ho chiamato le Guardie Ecozoofile, che mi hanno dato il recapito del veterinario di turno dell’ Ausl, interessandosi alla situazione e chiedendomi di essere aggiornate sugli sviluppi. Metto questo in evidenza perchè trattasi di un corpo volontario, che mette il proprio tempo a disposizione a titolo gratuito. Il veterinario dell’ Ausl mi ha scaricato dicendo che non è cosa di sua competenza e che spetta alla Polizia Provinciale occuparsi dei selvatici feriti. In ultimo, ho provato a contattare la Polizia Provinciale, ma nessuno ha mai risposto alle telefonate. Ovviamente dopo questo interminabile e improduttivo giro di telefonate l’ animale si era già allontanato chissà dove e non so che fine abbia fatto. Quello che mi chiedo è: è stato fatto qualche passo in avanti in favore degli animali, ora è reato l’ omissione di soccorso in caso si investa un cane, un gatto o un animale protetto. Ma gli altri che hanno possono avere bisogno di aiuto sono stati abbandonati a loro stessi, dopo la chiusura del Cras.  Un servizio che lavorava bene è stato chiuso e non è stato sostituito da niente, lasciando gli animali in difficoltà in balìa degli eventi e chi vorrebbe aiutarli impotente e inerme. Se le istituzioni sono le prime ad abbandonarli, non ci possiamo stupire se non esiste una cultura del rispetto per gli animali. Mi auguro che chi di dovere percepisca questo come un problema da risolvere, non come una seccatura da dribblare ogni qualvolta ci si scontra con il muro di gomma delle istituzioni.

Veronica Corsini




Processo al ’68, tifo da stadio e assoluzione con formula piena

processo al'68-villa torlonia-san mauro pascoli 2015di MILENA ZICCHETTI

 

SAN MAURO PASCOLI (FC) – Uno dei periodi storici più controversi messo sotto accusa. Mughini e Mazzuca per l’accusa, Flores e Boato lo difendono (nella foto da sinistra, al centro Gianfranco Miro Gori) . E’ passato un mese dal processo che ha visto la piena assoluzione di uno dei periodi storici più tumultuosi e al contempo affascinanti del nostro passato: il ’68. Per qualcuno un “annus horribilis”, semplicemente da cancellare, per altri un periodo di sogni e speranze di cambiamento. Sede del “Tribunale”, Villa Torlonia, che ogni anno il 10 di agosto ospita uno dei più attesi e frequentati appuntamenti. Il verdetto, emesso da una giuria popolare dopo due ore di grande ed intenso dibattito, non ammette dubbi: il ’68 è stato assolto con formula piena con 244 voti (74 per l’accusa), con tanto di tifo da stadio che mai si era registrato nei processi precedenti.

 

A sparare per primo contro il ’68 è stato il giornalista Giancarlo Mazzuca, che ha parlato di “ribellione dei figli di papà contro i padri che, sull’onda del benessere economico del secondo dopoguerra, avevano creato ricchezze ed opportunità”. Lapidaria la sua conclusione: “di formidabile quegli anni hanno lasciato solo le macerie. La più grande? Il terrorismo”. Pronto a ribattere lo storico Marcello Flores, che ricorda il ’68 attraverso quattro immagini simbolo: la ‘Marianna del ‘68′ come venne chiamata, una ragazza sulle spalle di un giovane che sventola una bandiera vietnamita durante il maggio a Parigi; i giovani di Praga che circondano i carri armati sovietici; un generale sudvietnamita che giustizia un prigioniero a Saigon sparandogli a bruciapelo un colpo alla tempia; gli atleti americani Tommie Smith e John Carlos che salutano col pugno chiuso in un guanto nero alle Olimpiadi di Città del Messico. “A dimostrazione che il ’68 è stato un fenomeno mondiale, non solo italiano”, conclude. E’ la volta dello scrittore, opinionista e giornalista Giampiero Mughini, uno dei protagonisti di quegli anni e forte accusatore. “Il 68 è stato un grande movimento di energie che si sono avariate e durate troppo, 18 anni per la precisione: dal luglio del 1960 con l’uccisione dell’operaio edile Salvatore Novembre, sino all’uccisione di Aldo Moro. In quegli anni c’era l’illusione che la politica rivestisse un valore assoluto e modellasse la società, salvo poi scoprire che le cose erano più complesse”. A chiudere il dibattito, l’ultimo difensore, il politico Marco Boato: “se gli anni ’70 restano ancora oggi nella memoria per le tragedie della strategia della tensione, dei rigurgiti fascisti e poi degli ‘anni di piombo’, in realtà essi hanno anche determinato la più straordinaria stagione di riforme e di conquista di nuovi diritti civili di tutto il secondo dopoguerra”.

 

Durante le udienze preliminari (istituite per la prima volta nella storia del processo), sono state interpellate, tra le altre, anche cinque personalità unite tra loro dal fil rouge di avere partecipato, con diverse modalità, ai Processi di San Mauro Pascoli. Anche in questo caso, i pareri sono stati tra i più diversi. C’è chi, come lo storico Roberto Balzani, spara a zero su quel periodo, sostenendo che “gli esiti italiani, rispetto al 68 ‘internazionale, sono stati modesti e i sessantottini, in larga prevalenza, hanno dato vita ad una generazione politica di opportunisti e di trasformisti. L’ennesima, nella storia d’Italia”. Interpellato anche il giornalista Onide Donati che racconta di essere nato nel 1954 e dunque, “al tempo del maggio francese, che sancì la nascita del ‘68, dovevo dare l’esame di terza media e portavo ancora i calzoni corti. Piccolo per capire. Però credo che il ‘68 sia stato un passaggio storico con tante belle luci che qualche inquietante ombra non potrà mai spegnere. Il momento nel quale il figlio dell’operaio poteva diventare dottore, se aveva voglia di studiare. Oggi non è più così”. Sentiti anche gli storici Stefano Pivato e Maurizio Ridolfi, che vedono nel ’68 un mutamento sociale e del costume destinato a cambiare l’Italia. Stefano Pivato, storico dell’Università Urbino, sostiene che “sarebbe limitante giudicare il ’68 solo alla luce di quei pochi mesi che infiammarono la società italiana e in particolare la scuola. Certo, il 68 fu breve ma la sua violenza provocò uno choc nella società italiana e innescò una onda lunga destinata a scuotere la storia della mentalità e del costume. Senza il ’68 non ci sarebbe stato il referendum sul divorzio del 1974 ad esempio”. “Il Sessantotto registrò una delle ondate giovanili che trasformarono con più profondità i costumi e gli stili di vita, tanto sul piano socio-culturale che su quello politico”. A sostenerlo Maurizio Ridolfi, storico dell’Università della Tuscia. “Fu anche l’occasione di un esplosivo protagonismo femminile e l’Italia del benessere dovette fare i conti con le sue contraddizioni. Si aprì la stagione dei diritti civili ma emerse anche l’incapacità della classe politica di corrispondere ai mutamenti della società. E uno dei tratti salienti dell’Italia che il Sessantotto ci ha lasciato in eredita”. C’è infine chi è particolarmente critico come il giornalista Rai Giorgio Tonelli, secondo cui “il 68 è stato un sisma mondiale che, da qualche parte, ha picchiato anche duro. In Italia è stato soprattutto un fenomeno studentesco, cioè di intellettuali in formazione, con un tentativo, non sempre riuscito, di coinvolgimento della classe operaia che, solo per un attimo, ha vissuto illusione di essere in paradiso”.

 

A processo terminato, Gianfranco Miro Gori, presidente di Sammauroindustria e Presidente del Tribunale di Villa Torlonia, finalmente può esprimere il suo personale parere: “mi sento di dire che il 68 è stato un movimento di liberazione in una società autoritaria e moralista”. Formidabili dunque quegli anni (così stando al verdetto della giuria popolare) o testimoni della peggio gioventù? Ad ognuno la sua conclusione.




Donna non vedente più volte dimenticata alla fermata dell’autobus, il caso segnalato alla nostra redazione

Il 23 gennaio scorso riceviamo via mail una lettera firmata. Ecco i passaggi più significativi. Immaginatevi un cieco da solo alla fermata isolata di una trafficatissima strada. Spesso queste persone vengono lasciate “a piedi” con tutte le conseguenze del caso. Inoltre nel 50% dei casi le strisce pedonali sembrano essere superflue per l’attraversamento di arterie stradali pericolose. Per chi vede purtroppo, spesso, tutto è scontato ma se si facesse un poco di empatia si capirebbe che queste sono mancanze che possono cambiare in meglio o ridurre ad inferno la vita di chi, troppe volte, incontra ostacoli e “vi inciampa”. Questo intervento non vuole essere una denuncia ma una rinuncia….si, dopo aver aspettato quattro mesi per le strisce pedonali e non vedere ancora realizzate questo strumento essenziale…. e dopo essere stata dimenticata alla fermata dei mezzi pubblici più volte ho perso la voglia di lottare e vedo la mia libertà di movimento sempre più lontana, soffocata da burocrazia lenta e assenza totale di solidarietà. Verificata l’identità della mittente, decidiamo di approfondire, ecco che cosa è emerso.

 

di BERNADETTA RANIERIstriscepedonaliriminiC’era un tempo in cui i non vedenti erano destinati a stare tra le quattro mura domestiche o, quando era necessario raggiungere un luogo, essere accompagnati da qualcuno. Dunque, una “vita in coppia” che non lasciava molta libertà di espressione, di autonomia, di libertà e di intimità. Per fortuna i tempi son cambiati: i non vedenti possono svolgere una vita quasi del tutto alla pari di chi ha la possibilità di vedere grazie a una serie di dispositivi, di meccanismi, di rimozione delle barriere architettoniche che rendono possibile una maggiore autonomia personale e una più ampia inclusione sociale.

A volte, però, il legislatore va sensibilizzato a rimuovere ostacoli e discriminazioni nei confronti di queste persone. E’ il caso, giunto in redazione qualche giorno fa, di una cittadina della provincia di Rimini, non vedente e facente parte del Consiglio regionale dell’Unione Italiana Ciechi. Nella lettera pervenutaci, la signora lamenta la mancata realizzazione di strisce pedonali per l’attraversamento in corrispondenza di alcune fermate dell’autobus a Rimini. In realtà i comuni interessati dalla sua richiesta sono due: Montescudo e Rimini. Il primo dove la signora vive e l’altro in cui svolge la sua attività lavorativa.

M. non è mai sola, perché è sempre accompagnata dal suo inseparabile cane guida che indossa la pettorina rossa con la croce bianca a cui è collegata la maniglia di guida e che le presta gli occhi per permetterle gli spostamenti tra i labirinti delle vie cittadine così come nel difficile cammino verso la piena integrazione. Il suo cane, come tutti i cani guida, sono addestrati per riconoscere le strisce pedonali e se queste non ci sono l’attraversamento diventa impossibile e impraticabile. Per questo motivo, M. si è rivolta ai rispettivi comuni nel mese di novembre dello scorso anno formulando richiesta formale affinché si provvedesse a migliorare la sua autonomia nella mobilità cittadina con la collocazione di strisce pedonali in prossimità delle fermate dell’autobus di cui quotidianamente usufruisce per fare il tragitto casa-lavoro-casa.

Nel Comune di Montescudo la zona interessata è quella di Trarivi e in particolare le fermate dell’autobus in corrispondenza della Piazza degli Ulivi. Abbiamo interpellato il comune e i lavori verranno effettuati entro la prima quindicina di febbraio, situazione meteo permettendo. Per ciò che riguarda il Comune di Rimini, immaginate il brivido che si prova a passare da un marciapiede all’altro in Via Montescudo all’altezza della Motorizzazione Civile. E’ simile a un salto nel vuoto. E’ una via ad alta intensità di passaggio veicolare e per raggiungere la fermata dell’autobus lato monte bisogna sperare che la fortuna non si distragga proprio in quel momento.  Per un non vedente la situazione è solo che peggiorativa. M. ci riferisce come nessuno del Comune di Rimini le abbia mai dato notizie in merito.

Siamo andati a bussare alle porte dell’ufficio Direzione Lavori Pubblici e Qualità Urbana e il funzionario Marco Tamagnini, al vertice della “riorganizzazione piano della sosta” ci ha illustrato tutto l’iter burocratico fatto fino ad oggi e ci ha rassicurato sul fatto che “i lavori per facilitare l’attraversamento in quella zona saranno effettuati non appena verrà istituita l’ordinanza di realizzazione (questione di giorni) e trasmessa ad Anthea. Finora – ci ha spiegato il funzionario –  si è verificata la fattibilità tecnica dell’intervento, ottenuti i pareri favorevoli della Polizia Municipale e dei Capi Gruppo Consiliari, si è passati alla richiesta di parere da parte della Giunta Comunale. Parere che ha raggiunto l’esito positivo nella seduta del 27 gennaio 2015 e, pertanto, si stima che i lavori verranno effettuati entro il mese di aprile”. L’attraversamento sarà predisposto con un percorso tattile con sistema di codifica LOGES, vale a dire una pista che, per caratteristiche fisiche della sua superficie, in contrasto con la pavimentazione sulla quale è inserita, guida letteralmente il bastone e i piedi del disabile tra punti topici dello spazio pubblico. Questo sistema (il cui nome è acronimo della definizione Linea di Orientamento, Guida e Sicurezza) si basa su di una codifica di linguaggio riassumibile in rigature continue per i tratti di percorso lineare e rilievi a bolle per i punti di segnalazione del pericolo valicabile o assoluto.

Informata da entrambi i  Comuni, M. ora si ritiene molto soddisfatta e attende la realizzazione dei lavori che, dunque, permetteranno a lei e al suo cane guida e a tutte quei pedoni che transitano in quella zona di non essere falciati dalle auto in corsa e di raggiungere con serenità le fermate dell’autobus. La questione rimane ancora aperta, però sostanzialmente definita. Rimaniamo in attesa per verificarne l’effettiva conclusione.

 




Scuola, servizio per alunni disabili? “No comment”

di BERNADETTA RANIERI – ranieribernadetta@gmail.com

La scuola è ormai iniziata in tutta Italia, ma a Rimini non tutti i bambini hanno ciò che spetta loro. C’è un grande assente. Il servizio educativo-assistenziale fatto da educatori professionali per bambini e ragazzi portatori di handicap. Da quando il 15 settembre si sono riaperte le porte della scuola il tema più dibattuto tra le “famiglie con disabilità” è proprio quello dell’assistenza educativa. Tanti genitori, soprattutto mamme, parlano di insegnanti di sostegno che non ci sono, di ore che non bastano, di educatori che non ancora arrivano. Addirittura, qualche dirigente scolastico riminese (a detta di un genitore coinvolto nel problema) ha suggerito di lasciare a casa il proprio figlio per le prime due settimane, cioè fino a che non prenderà servizio l’educatore. Insomma, un quadro non proprio limpido e roseo, ma fatto di varie sfumature di grigio.

bambinoL’ANTEFATTO – Ricordiamo dunque che tutto nasce dall’emanazione di un bando di gara per l’affidamento del servizio di operatore educativo-assistenziale per l’integrazione scolastica degli alunni portatori di handicap proposto a marzo di quest’anno dal Comune di Rimini. Dapprima l’aggiudicazione della gara alla cooperativa City Service di Busto Arsizio; decaduta l’aggiudicazione provvisoria alla ditta prima classificata, l’assegnazione del bando è passata alla seconda classificata, ovvero alla cooperativa Ancora Servizi di Bologna che ha presentato il progetto qualitativamente migliore. In tutto questo, le polemiche da parte di educatori, genitori, sindacati, associazioni di volontariato e di altre cooperative partecipanti alla gara non sono mancate. La parola d’ordine per tutti è “continuità educativa”. L’appello fatto al Comune è stato quello di salvaguardare il bene dei ragazzi con handicap e il ruolo fondamentale dell’educatore nella realtà scolastica ed extra-scolastica.

LA RISPOSTA DEL COMUNE –  “Si tratta di una polemica sterile – ha dichiarato il vicesindaco Gloria Lisi – perché le cooperative sociali hanno l’obbligo da contratto nazionale di riassumere l’intero personale delle cooperative a cui subentrano, riconoscendo anche gli stessi scatti di anzianità maturati”. Successivamente, la stesa Lisi ha affermato in una nota condivisa dal dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Rimini e dai Dirigenti Scolastici che “il bando per gli educatori emanato dal Comune di Rimini è stato richiesto dai dirigenti scolastici, al fine di ottemperare in modo puntuale alla normativa”.

Ci risulta però che molti bambini delle scuole primarie e secondarie di primo grado sono tornati sui banchi di scuola senza vedersi ancora assegnato l’educatore di riferimento. Abbiamo dunque interpellato alcuni genitori coinvolti in prima persona e che stanno vivendo questo disagio. “Mio figlio è a scuola, ma senza educatore – dice il babbo di un bambino con disturbo dello spettro autistico. – Ho difficoltà a interagire con il dirigente scolastico per capire da quando ci sarà. Lui è l’unico che mi saprebbe dare una risposta certa visto che nei tavoli tecnici di inizio anno scolastico è presente e decide quante ore di assistenza assegnare caso per caso. Sono veramente indignato.”

Anche Paola, mamma di una bambina con disturbi dell’apprendimento, recrimina il fatto che sua figlia non ha l’educatore. “E dire che il vicesindaco Lisi nell’ultimo consiglio prima dell’inizio dell’anno scolastico – commenta con tono alterato dalla rabbia – aveva rassicurato tutti che lunedì 15 settembre tutto il personale sarebbe stato impiegato e preparato”. Continua dicendo: “So per certo che l’educatore che fino allo scorso anno seguiva mia figlia non ci sarà, perché ha deciso di non accettare il passaggio alla cooperativa Ancora Servizi. So anche che la cooperativa ha stipulato tutti i contratti con gli educatori, ma la colpa è dei dirigenti scolastici che hanno deciso di decimare le ore di assistenza”.

Situazione diversa ma con lo stesso filo conduttore della precedente, ovvero la difficoltà di avere una continuità educativa, è la storia di Rita, mamma di un bambino con Sindrome di Down che frequenta la scuola primaria. “L’educatore c’è dal primo giorno di scuola, ma è stata nominato il venerdì pomeriggio precedente la riapertura della scuola – racconta la mamma – e quindi non sa nulla di mio figlio. Non solo non è preparato, ma ha anche un altro incarico in un’altra scuola e pertanto non riesce a seguire entrambi bene. Sono avvilita e sfiduciata – continua Rita – a rimetterci è mio figlio e basta”.

Di fronte a ciò il vicesindaco Gloria Lisi ha voluto tranquillizzare tutti dicendo che nei giorni scorsi il Comune ha approvato il “Piano per l’integrazione degli alunni portatori di handicap frequentanti le scuole infanzia, primarie e secondarie inferiori del Comune di Rimini per l’anno scolastico 2014/2015” aumentando del 25% le risorse stanziate rispetto allo scorso anno, ovvero più di un milione e duecentomila euro. “Abbiamo voluto destinare questa somma – ha sottolineato la Lisi – non solo per mantenere, ma per potenziare i servizi fondamentali per il diritto allo studio da parte di tutti, aumentandone ulteriormente la qualità”.

Ma la qualità del servizio è fatta anche dalla sinergia di più attori in campo, come dalla disponibilità dei dirigenti scolastici che, contattati per avere maggiori informazioni sul servizio, si sono rifiutati di affrontare l’argomento. A questo punto non resta che attendere nella speranza che tutti, ma proprio tutti, i bambini e ragazzi con disabilità possano vedere il loro diritto allo studio garantito così come stabilito dalla legge 104 del 1992.

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Rimini come Scampia? “Un caso al giorno per educarne cento”. La provocazione è del consigliere Eraldo Giudici (NCD)

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INCAUTI ACQUISTI Alcuni giovani mostrano interesse alle proposte di un venditore. foto lapiazzarimini.it

Un fenomeno non si verifica, e soprattutto non prolifica mai per caso. C’è sempre un motivo. O meglio ancora, degli interessi. Quali sono gli interessi dietro il fenomeno dell’abusivismo commerciale? I numeri parlano chiaro. Sulle spiagge ogni giorno, secondo le più recenti stime, 5-800 persone vendono abbigliamento e accessori con marchi generalmente contraffatti. Un danno enorme e gravissimo in primis per per i commercianti. Ma la questione va ben oltre. Lo sappiamo bene. Acquistare non significa più aiutare il “vu cumprà” di turno. Oggi non è più quasi mai così. I tempi sono cambiati. Il fenomemo è cambiato. A tratteggiarne e definirne i contorni ci ha pensato il consigliere comunale Eraldo Giudici (NCD) che, se volete, usa un incipit davvero provocatorio quanto efficace e innocuo: Abusivismo: una caso al giorno per educarne cento. Ma col passaparola, specifica Giudici.

Ecco la sua “breve analisi”. Quello dell’abusivismo commerciale – scrivi Giudici – assume aspetti diversi a seconda degli attori coinvolti e della loro provenienza etnica. Ci sono i cinesi che sembrano organizzati come uno stato nello stato, impermeabili ai nostri costumi, vocati al fabbricare e a commerciare, di costoro sono recenti i casi luttuosi che testimoniano la gravità di quello che è il vero problema la colonizzazione sleale della nostra società manifatturiera e del nostro tessuto commerciale.  C’è la malavita dei casalesi che sarebbero  i più radicati nei gangli economici del territorio, che avrebbero  capacità legale, professionale, economica per agire indisturbati, un pericolo interno difficile da individuare  eppure tremendamente efficiente. Ci sono i bengalesi volto sorridente dell’inciucio camorristico – cinese; non producono ma sono venditori, riuniti da schemi familiari allargati, nelle loro attività sarebbero inquadrati “de minimis”,  ma un semplice pallottoliere farebbe capire l’attendibilità dei loro libri contabili.

Dal nord Africa e dal Senegal – continua il consigliere di opposizione – provengono i veri vu cumprà da spiaggia, gestiti da strutture tribali a forte connotazione religiosa, prevalentemente musulmana, sarebbero riforniti da malavitosi italiani e cinesi, la merce partirebbe dal porto di Ravenna o dai canali di Prato, Ancona e Napoli. Accettare la presenza di certi fenomeni, al di là degli aspetti umanitari di singole persone che vanno aiutate secondo le leggi italiane e non secondo le dinamiche imposte dai neo schiavisti arabi, significa una connivenza con la malavita in quanto tale. Se non vogliamo  Rimini  come Scampia, occorre capirsi sui termini della questione, occorre agire in profondità con tutte le forze e la volontà di affermare principi di bene comune anche con iniziative educative. Occorre ricordare ai nostri turisti, che per la maggior parte provengono  da  – terre di Lega -,  che un  po’ di coerenza non guasta, non è che qui a casa nostra, liberi da freni inibitori,   possano foraggiare mercati illegali e dinamiche delinquenziali.

Che cosa fare quindi? Occorre – sostiene Giudici – contrastare gli acquisti irregolari, da fissare con fotografie scattate mediante il videofonino, per documentare l’atto dell’acquisto dell’oggetto ‘taroccato’, cristallizzando  l’illecito nell’istante  in cui viene commesso, e sanzionare tangibilmente,  non in modo spropositato rispetto al valore della merce acquistata, 30/100 Euro sarebbero sufficienti. Già accade in alcune città del Nord (Verona la capofila),  come a Firenze dove agenti della polizia municipale scattano fotografie con il videofonino per incastrare ‘in diretta’ chi acquista capi contraffatti dai vu’ cumprà, ovverosia per cessioni di merce fiscalmente irregolari. Disincentivare gli acquisti con volantinaggi sul lungomare da parte di agenti  in divisa di ronda, nessuna rissa sotto gli ombrelloni,  pochi agenti in tenuta da spiaggia con videotelefono e poi, al rientro, se del caso, la doverosa sanzione con prova  immediatamente documentabile: la foto – conculde il consigliere – non consente scappatoie.

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LA LETTERA “Sanità fai da te? E poi?”

La Regione si sta impegnando nella ricerca di soluzioni che le consentano di abbassare i costi della sanità, un proposito più che condivisibile, è però necessario che queste scelte non penalizzino i pazienti, ma intervengano in maniera più efficace sulla parte più burocratica e organizzativa delle Asl. L’ultima trovata sono gli annunciati corsi di formazione di 14 ore e mezza rivolti in particolare a badanti e parenti dei pazienti o ai pazienti stessi attraverso i quali insegnare loro alcune prestazioni sanitarie che sino ad ora venivano effettuate esclusivamente da personale infermieristico. In questo modo gli infermieri professionali e il personale specializzato che si occupano di assistenza domiciliare potranno essere surrogati da chiunque abbia alle spalle queste 14 ore e mezzo di corso, un calcio alla professionalità e ad anni di formazione, specializzazione, tirocini e pratica del personale infermieristico. Indubbiamente il malato cronico che viene assistito e medicato da un parente o da una badante o che si arrangia da solo, rappresenta un bel risparmio per l’Asl, ma quali garanzie qualitative ci sono per il paziente stesso?

Se questo è l’andazzo allora perché non abilitiamo anche macellai e cuochi che sono già avvezzi al taglio e al sezionamento delle carni ad effettuare piccoli interventi chirurgici? E perché prima di ogni intervento chirurgico non sostituiamo l’anestesia  con qualche bicchierino di brandy? Anzi visto che anche il brandy ha un costo, forse tramortire il paziente con una bottigliata in testa potrebbe essere una soluzione ancor più economica. Sarà questo il futuro della sanità pubblica?

Purtroppo ancora una volta la Regione sembra sensibile al solo aspetto economico, una scelta che si aggiunge a quella di trasformare i piccoli ospedali in ospedali di comunità, svuotandoli di servizi e depotenziandole ulteriormente sino a trasformarli in una sorta di dormitorio assistito, col timore che nell’individuazione delle strutture da convertire non si tenga conto dell’ampio bacino di utenza che gravita attorno a queste. Dopo la scelta di trasformarci in pendolari della salute ora quella dell’assistenza fai da te mentre di scelte inerenti al riordino e alla riorganizzazione di tutto ciò che è di back office non v’è traccia.

Loris Dall’Acqua

Caro Dall’Acqua, “l’andazzo” non piace neanche a me. Temo tuttavia che sia iniziato un percorso irreversibile. E’ vero, i tagli ci sono ed è necessario razionalizzare. Ma la legge istitutiva dell’Ausl unica ha promesso che le decisioni finali sarebbero state prese nel rispetto delle esigenze dei cittadini. Non ci rimane che sperare e continuare a pungolare chi di dovere. Cordiali saluti. (dc)




Redditi e pericolosità fiscale, a Rimini “rischiose abitudini”

agenziadelleentrateriminiNel recente studio dell’Agenzia delle Entrate sull’evasione fiscale in rapporto al tenore di vita dei cittadini e alla pericolosità sociale, Rimini, su una scala da 1 a 5, risulta avere pericolosità fiscale 3, pericolosità sociale 4, tenore di vita 3. La nostra provincia, ci dicono, ha rischiose abitudini, e quali sono queste rischiose abitudini ce lo racconta la cronaca, anche la più recente. Così sappiamo che la Procura ha aperto un’indagine, non su un singolo caso di sfruttamento del lavoro o di riduzione in schiavitù, ma su un fenomeno che riguarda un “cartello di albergatori”, che più che un fenomeno si potrebbe definire un sistema, con collegamenti anche all’estero e in particolare con i paesi dell’Est. Nel contempo, tornando all’analisi dei redditi dichiarati, ciò che emerge è che la provincia di Rimini è quella con i redditi più bassi dell’Emilia Romagna. Un dato poco credibile che rimanda all’evasione e al lavoro sommerso.

“Promozione della legalità e azioni di contrasto alla criminalità organizzata” è il titolo del Consiglio Comunale a tema, sulla mafia, che si è tenuto il 28 marzo a Rimini, dove, cogliendo soltanto una voce per tutte, quella del Prefetto Claudio Palomba, è stato ribadito che la mafia è tra noi, con il suo portato di criminalità, fatta di riciclaggio, usura, estorsioni, gioco d’azzardo, droga e via dicendo. Il quadro tracciato non presenta clamorose novità rispetto all’analisi che da tanti, troppi anni, come sindacato, e non solo, abbiamo avanzato, il problema è che oggi tutti questi fenomeni sono aggravati ed esasperati dalla crisi economica, creando un’emergenza non più rinviabile e a rischio di irreversibilità. Noi riteniamo che per uscirne serva legalità, nuova e buona occupazione, rispetto dei diritti. Serve una classe imprenditoriale che abbandoni il vecchio schema che punta a ricavare i propri guadagni sullo sfruttamento dei lavoratori, che non investe sull’azienda e che disconosce la responsabilità sociale dell’impresa; serve una classe politica che sia in grado di cambiare radicalmente il proprio modo di operare, che abbandoni i vecchi privilegi e che si ponga al servizio della collettività.

Occorre un vero rinnovamento auspicando che si possa vedere a partire dal rinnovo delle cariche in Camera di Commercio, per richiamare alle proprie responsabilità coloro che, a vario titolo, hanno governato in questi anni, nelle istituzioni, nelle associazioni, negli enti e che non sono stati in grado di promuovere il cambiamento.

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Lettere alla redazione, oggi rispondiamo a Virgilio di Misano

Questa la richiesta di Virgilio da Misano. “Buongiorno, vorrei sapere se per i residenti di Misano Adriatico è possibile ricevere indietro l’Iva pagata per la tassa dei rifiuti visto la sentenza della Cassazzione”. Inviaci la tua domanda, scrivi a: redazione@lapiazzarimini.it

La risposta a cura di Commercialista telematico

La risposta alla domanda è si, se ci si riferisce al regime di TIA (1 o 2 è indifferente) ma dipende anche da quale tassa applicava il Comune Misano. Se era TARSU l’Iva non c’era. Se invece era TIA, si può procedere con la richiesta di rimborso. Qui di seguito un ‘fac simile’ di istanza di rimborso da trasmettere con raccomandata e ricevuta di ritorno.

FAC SIMILE ISTANZA DI RIMBORSO – RACCOMANDATA A.R.

AL COMUNE di ………………………………..

ALLA SOCIETA’………………………………….

Il sottoscritto……………………………..nato a……………………e residente in………………………….

Via……………………………………….codice fiscale………………………………………..con la presente

CHIEDE IL RIMBORSO

della somma di € …………..a titolo di IVA applicata sull’importo della Tariffa Rifiuti di cui all’art. 49 del D. Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (Tariffa di Igiene Ambientale – c.d. TIA), corrisposta negli anni dal ………………….al…………………………

Il pagamento di tali somme effettuato dal sottoscritto è, infatti, del tutto illegittimo, in quanto, come ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 238 del 24 luglio 2009, la TIA è estranea dal campo dell’IVA.

Come ha precisato la Consulta, “le caratteristiche strutturali e funzionali della TIA rendono evidente che tale prelievo presenta tutte le caratteristiche del tributo e che, pertanto, non è inquadrabile tra le entrate non tributarie, ma costituisce una mera variante della TARSU conservando la qualifica di tributo propria di quest’ultimo”.

Inoltre, muovendo dalla constatazione che il prelievo di cui all’art. 49 del D. Lgs. n. 22 del 1997 “pur essendo diretto a sostituire la TARSU, è disciplinato in modo analogo a detta tassa, la cui natura tributaria non è mai stata posta in dubbio né dalla dottrina né dalla giurisprudenza” nel raffrontare la TARSU e la TIA e nel mettere in evidenza le forti analogie dei due prelievi, il giudice delle leggi ha affermato in maniera estremamente chiara che “un altro significativo elemento di analogia tra la TIA e la TARSU è costituito dal fatto che ambedue i prelievi sono estranei all’ambito di applicazione dell’IVA”.

Le conclusioni della Corte Costituzionale sono state ribadite:

• dalla stessa dalla stessa Corte Costituzionale nelle successive ordinanze n. 300 del 20 novembre 2009 e n. 64 del 24 febbraio 2010;

• dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza n. 8313 dell’8 aprile 2010, nell’ordinanza n. 14903 del 21 giugno 2010 e nella sentenza n. 25929 del 5 dicembre 2011;

• dal Consiglio di Stato nella sentenza 21 marzo 2010 n. 1739;

• dal TAR per il Friuli – Venezia – Giulia nella sentenza n. 313 del 17 maggio 2010;

• dalla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per il Piemonte, nella delibera n. 65/2010/srcpie/par dell’11 novembre 2010.

• dalla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Lombardia, nella Delibera n. 21/2011 del 28 gennaio 2011;

• dalla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Lombardia, nella Delibera n. 110/2011 del 28 febbraio 2011;

• dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 3756 del 9 marzo 2012, ha definitivamente affermato il principio dell’inapplicabilità dell’IVA sulla TIA.

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In fede

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