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In estate mare d’inverno… Viva il mare

Idee per rilanciare il nostro turismo. Riportare il mare al centro. No alle piscinette in spiaggia. Operatori e bagnini alleggerirsi (non di tanto in un progetto condiviso) le tasche con investimenti sopratutto in un momento di incertezza normativa sulla destinazione delle zone balneari

 

di IL TARLO ACQUATICO

 

Mare d’inverno… in estate. Non è un’eufemismo, ovvero un giro di parole, ma è la constatazione di un immobilismo imprenditoriale dei nostri operatori economici e se volete di scarso slancio e visione prospettica da parte delle amministrazioni cittadine della riviera. Dopo avere visto e letto che sulla passerella arancione sul Lago d’Iseo sono transitate, nell’arco di pochi giorni, almeno un milione e duecentomila persone, ci sentiamo di fare qualche considerazione sulla risorsa mare. Appunto il Mare, la Nostra “fabbrica” principale. Dato per scontato che gli interventi a “ terra “ dalle fognature ai parcheggi alla viabilità (problemi questi non
ancora risolti in modo efficace e definitivo) sono importanti e necessari, abbiamo trascurato per troppi anni il Mare come se non dipendessimo in modo determinante dalle attività connesse. Non avendo da offrire acque cristalline, fondali mozzafiato, in una cornice fatta di cemento e affollamento urbano consistente, ci stiamo limitando a costruire in spiaggia (sich) micropiscine pensando di risolvere il problema della balneazione.

 

Capiremmo altri servizi tipo idromassaggi o saune ma avere piccole vasche con acque iper clorate non ci sembra una soluzione. I prezzi contenuti nel settore alberghiero, in mancanza di una offerta turistica artico lata e interessante, non aiuta a mantenere un buon livello di presenze e anche di un turismo qualificato. Torniamo allora alla nostra risorsa principale: i non più giovanissimi ricorderanno che nel mare esistevano i trampolini a circa 150/200 metri dalla spiaggia e anche piattaforme intermedie che erano mèta abituale di nuotatori più o meno esperti. Furono ambedue eliminate per problemi di sicurezza in quanto molti curiosi si avvicinavano con i mosconi creando situazioni di oggettivo pericolo sopratutto per i tuffatori e, in altri casi, diverse persone incuranti della poca familiarità con l’acqua marina dovevano essere aiutati o soccorsi essendo in difficoltà. I tempi sono cambiati, le persone sono più mature ma sopratutto vi sono mezzi, e soluzioni tecniche e tecnologiche che aiutano a ripensare una diversa attrattività del nostro mare in estate anche in quella direzione; è anche vero che una “rivitalizzazione del mare richiederà un maggiore sforzo economico e di personale per il controllo e la sicurezza in acqua. E’ questo secondo noi il punto dolente sul quale si dimostra la vera capacità imprenditoriale degli operatori turistici e dei bagnini! Sostituire gradualmente le cabine di legno con altre in cemento, cambiare i lettini di legno sostituendoli con altri in alluminio è stato positivo ma non denota vere capacità da imprenditore con uno sguardo al futuro e non al giorno successivo.

 

E’ anche importante sottolineare come queste o altre iniziative, tese a dare maggiore  vitalità alla riviera e portare nuovi clienti debba necessariamente essere un progetto condiviso, serio, con adeguate sicurezze con un sistema di controllo più consistente e veloce (via i mosconi al salvataggio e ingresso delle moto di’acqua) con due livelli di salvaguardia uno a ridosso della costa e uno più lontano. Abbiamo parlato di superfice ma esiste anche il fondale sul quale sarebbe interessante intervenire, ma non ogni 20 anni con una sperimentazione. Esistono tanti esempi interessanti per il ripopolamento di pesci, crostacei e molluschi e di poseidonia, oltre quello già esistente sulla nostra costa dove sono stati posizionati i sacconi anti erosione. Il vantaggio competitivo, rispetto a aree famose, sarebbe molto grande perché la bassa profondità delle acque il fondo sabbioso e uniforme permetterebbero, anche ai non professionisti del subacqueo, e ai giovanissimi, armati solo con maschera tubo per respirare e pinne di gogersi il fondale in tutta sicurezza e tranquillità. Naturalmente si devono superare anche problemi normativi, rispettare le indicazioni sulla sicurezza e, come abbiamo già detto con maggiore vigilanza, tenendo conto che in mare come in strada non è possibile aspettarsi che tutti seguano le regole ma non per questo la gente non va in moto o in macchina, ragione per la quale l’indisciplina di alcuni non può essere pretesto per bloccare o impedire iniziative come quelle citate o altre tese sempre a migliorare l’offerta turistica della nostra riviera. Il maggiore numero di personale qualificato non può essere considerato un costo, ma come in tutte le aziende che si aggiornano, un investimento produttivo. Riusciranno i nostri poco
eroici operatori e bagnini ad alleggerirsi (non di tanto in un progetto condiviso) le tasche sopratutto in un momento di incertezza normativa sulla destinazione delle zone balneari o aspetteranno che siano le amministrazioni dei comuni rivieraschi a risolvergli il problema? Ai posteri l’ardua sentenza, ma confidiamo che il tempo necessario a elaborare un progetto sia il più breve possibile. Viva il Mare.




“Facciamo la grande Riccione”

Massimo Pierpaolini, ex segretario del Pri, lancia un’idea provocatoria ma non assurda. Un solo Comune a Rimini Sud. In alternativa tre Comuni mare-monte. Il sogno: un solo Comune nella provincia di Rimini

 

Un solo Comune a Rimini Sud. In alternativa tre Comuni mare-monte. “Propongo un solo Comune a Rimini Sud che abbia Riccione come centro. Qualcuno obietta che sarebbe troppo grande; mi piace rispondere che sarebbe sempre la metà di Rimini”.  Provocatorio e col sorriso stampigliato in volto Massimo Pierpaolini. E’ uno che tira il sasso nello stagno per accendere ad arte la discussione ma non nasconde la mano. Anzi. Ha alle spalle una storia politica, e non solo, nobile che ti fa notare con orgoglio. E’ stato repubblicano, in Forza Italia. Soprattutto: massone. Nel partito dell’Edera ha ricoperto il ruolo di segretario di Riccione ed esprimevano anche alcuni assessori: Clara Ermeti, Gianni Mariani. Per due legislature, dopo la scomparsa dei cosiddetti partiti tradizionali nei primi anni ’90 travolti da Tangentopoli, con le casacche di Forza Italia è stato consigliere provinciale. In tale ruolo non si è mai tirato indietro. Una volta contestò una pedana sulla quale venne collocata la sedia del vescovo; un’altra volta “contrattò” il suo voto in cambio di robusti contributi provinciali per Saludecio, la sua città natale. Gli avversari politici affermano che è un provocatore nato. Gli amici che è uomo coraggioso e che sa rompere gli schemi. Di sé ama dire: “Oggi, sono rattristato dall’ira del beneficiato”. Tratteggia così le tante persone che gli hanno chiesto cortesie fattibili quando era uomo di potere.

 

Ora, privo di scettro (è proprio così), si girano dall’altra parte fino a far finta di non conoscerlo. Pierpaolini è stato tra i primi, un ventennio fa, a lanciare l’idea di accorpare i comuni. “C’è chi mi rinfaccia il fatto – afferma Paolini – che quello che io propongo possa essere funzionale al fatto che il mare comandi. Per mia esperienza personale dico che quando sono stato segretario del Pri riccionese mai nessuno mi ha chiesto da dove venivo, ma se avevo qualcosa da dire. La rivoluzione vera è fare di Riccione un unico grande Comune e in pericolo non sono le tradizioni, che sono le stesse ovunque, ma la tenuta sociale. Se nell’entroterra si procede con queste piccole fusioni, Montescudo-Montecolombo e Saludecio-Mondaino-Montegridolfo si corre il rischio che i territori possano assurgere a riserva indiana per andare a vedere come si viveva un tempo. Paesi imbalsamati e senza dinamismo economico e sociale”. “Uno studio della Cgia di Mestre – continua Pierpaolini – afferma che minimo una cittadina debba avere almeno 30 mila abitanti per difendere le categorie più deboli: bambini e anziani. Aspettando la grande fusione, penso che il passaggio giusto siano le unioni dei servizi in attesa che lo Stato colmi le lacune. Pensare di abolire le province e non organizzare il riordino comunale è una follia amministrativa”. “In alternativa al grande Comune – chiude la sua riflessione Massimo Pierpaolini – il passo giusto sarebbe una fusione mare-monte. Da anni ho proposto: Cattolica-San Giovanni-SaludecioMondaino e Montegridolfo; Misano-San Clemente-MorcianoMontefiore-Gemmano e Riccione-Coriano-Montescudo-Montecolombo. Il sogno sarebbe di fare della provincia un solo Comune: una città di poco più di 300 mila abitanti. Un quartierino di Roma”.




Quale unione: Riccione-Montefiore? O Bellaria, Rimini, Bellaria, Riccione, Misano e Cattolica?

Vogliamo entrare nella discussione sulle unioni comunali che tanto appassiona gli amministratori e i politici, dibattito “costretto” da norme regionali che impongono apparentamenti entro cinque anni tra le varie amministrazioni. Indipendentemente dalle ragioni storiche che hanno portato ad avere tante piccole realtà comunali, che non ci interessa qui analizzare, rimane il fatto che le risorse disponibili per fare funzionare la macchina amministrativa locale sono sempre più esigue e non sufficienti a garantire servizi alla popolazione, sopratutto quelli “socialmente utili”. Il rischio, per altro già realtà, è che per fare fronte alla gestione corrente i comuni facciano ricorso ad addizionali più alte e a sanzioni più frequenti come ad esempio per le infrazioni stradali, con strumenti collocati ad arte su strade non pericolose ma di grande scorrevolezza in cui, con estrema facilità si superano i limiti di velocità minima consentita. Nella situazione attuale, come si è già sottolineato, i piccoli ma anche medi municipi, non sono finanziariamente in grado di dare risposte alla cittadinanza né in termine di qualità dei servizi, mancando la possibilità di avere personale qualificato, né in termini di macro aree di buona omogeneità: partiamo dalla Valconca e pensiamo ad una aggregazione che comprenda Morciano, Gemmano, Montefiore, Saludecio, Mondaino, e Montegridolfo. Pensiamo a quante opportunità di sviluppo di programmazione e di razionalizzazione dei servizi, di qualificazione degli stessi, si potrebbero ottenere ! Oggi con gli strumenti disponibili non è più fondamentale la presenza fisica della municipalità, e con lo sviluppo delle comunicazioni attraverso la fibra ottica e l’utilizzo di attrezzature elettroniche sofisticate, sarà facile gestire molte attività e servizi utili ai cittadini.

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Una suggestiva immagine del borgo di Montebello (Poggio Torriana)

 

Dal nostro punto di vista diminuirebbero anche molte relazioni personali, non sempre trasparenti, oggi molto diffuse. Proseguendo si potrebbe pensare che intorno a Cattolica gravitassero San Giovanni in Marignano e Misano Adriatico. Un’altra aggregazione funzionale alle caratteristiche del territorio, prevalentemente agricolo, potrebbe riguardare Coriano, San Clemente, e Montescudo/Montecolombo. Spostandoci nella Val Marecchia intorno a Santarcangelo si potrebbe configurare l’unione con Verucchio e Poggio Torriana. Nell’alta Val Marecchia intorno a Novafeltria tutti i comuni passati in provincia di Rimini dalle Marche e cioè Pennabilli, San Leo… E sulla costa? Pensiamo a una grande area Metropolitana costiera che comprenda Rimini, Riccione, Bellaria. Quanti palazzi dei congressi in meno e tante altre storture si potrebbero evitare investendo risorse in modo non ripetitivo pianificando gli interventi!

 

Dal nostro punto di vista le difficoltà a realizzare queste aggregazioni non nascono dai cittadini che difendono i campanili (naturalmente se coinvolti su progetti e obiettivi trasparenti che riguardino i servizi, lo snellimento burocratico e una migliore utilizzazione del territorio). Il vero ostacolo sono i posti di rappresentanza politica che verrebbero a meno, le ambizioni  personali degli amministratori, attuali e futuri, che avrebbero compromesso il loro prestigio locale e, speriamo di no, interessi particolari. Saremo un paese normale quando non ci saranno politici locali di professione che hanno bisogno di continui ricollocamenti, ma di persone preparate che mettano al servizio della collettività le proprie per un periodo limitato della propria vita.  Ci preme sottolineare che contestualmente a quanto sosteniamo, andrebbero riviste le norme conseguenti a Tangentopoli che hanno sottratto potere decisionale ai politici attribuendo ai burocrati la responsabilità di tutti gli atti amministrativi, con una forte rigidità nelle scelte politiche e un notevole appesantimento nei tempi e nelle gestioni correnti. Con una nuova generazione di amministratori e molta trasparenza si deve tornare al primato della politica se vogliamo un paese più efficiente. Ricordiamo per curiosità dei lettori che già nel 284 dopo Cristo l’imperatore romano Diocleziano procedette ad una riorganizzazione dell’impero, che per il settore amministrativo, tra province curie e municipi creò una complessa burocrazia che ha molte analogie con la nostra attualità che ebbe lo stesso risultato appena descritto (della serie la storia si ripete ). Alla luce di queste brevi considerazioni, pensiamo che debba essere rivisto anche il sistema regionale suddividendo il paese in poche macro aree. Ma questo è un altro discorso! Per adesso ci accontenteremmo di vedere realizzato un nuovo e serio riassetto dei comuni.

Il Tarlo




Legittima difesa in casa, dal 1° di aprile si può firmare in tutti i Comuni. Ecco cosa prevede l’iniziativa di legge

Non tutti sanno che è in atto una raccolta di firme che sta passando quasi inosservata. Stiamo parlando del sostegno ad una proposta di legge d’iniziativa popolare sulla legittima difesa della casa iniziata da pochi giorni, il 1° aprile scorso.

legittima-difesa-referendumA parte quello che si può trovare sui principali social network, non si può certo dire che sia stata data molta divulgazione istituzionale a questa iniziativa. Vediamo di che cosa si parla. Nella proposta di legge, viene praticamente richiesto il “potenziamento della tutela della persona che difende la propria casa, i propri beni e i propri cari, e viene negato il risarcimento delle eventuali lesioni causate al ladro e/o agli eredi in caso di morte”, oltre all’aumento della pena per chi si introduce nel domicilio.

 

Questa la proposta di legge in dettaglio. Art. 1
 (Modifiche all’articolo 614 del codice penale). All’articolo 614 del codice penale sono apportate le seguenti modifiche: a) Al primo comma le parole “da sei mesi a tre anni” sono sostituite dalle seguenti ”da uno a sei anni”; b) Al terzo comma sono aggiunte le seguenti parole:”Ma si procede d’ufficio se il fatto è stato commesso per eseguire un delitto perseguibile d’ufficio”: c) Al quarto comma le parole “da uno a cinque anni” sono sostituite dalle seguenti “da due a sette anni”; d) Dopo il quarto comma è inserito il seguente: “Colui che ha posto in essere una condotta prevista dai commi precedenti non può chiedere il risarcimento di qualsivoglia danno subìto in occasione della sua introduzione nei luoghi di cui al primo comma”. Si passa poi ad altro articolo, il numero 2 
(Modifiche all’articolo 55 del codice penale). All’articolo 55 del codice penale, in fine, è aggiunto il seguente paragrafo: “Non sussiste eccesso colposo in legittima difesa quando la condotta è diretta alla salvaguardia della propria o altrui incolumità o dei beni propri o altrui nei casi previsti dal secondo e dal terzo comma dell’articolo 52”.

 

La proposta è di iniziativa politica (di Italia dei Valori in collaborazione con il segretario nazionale Ignazio Messina). In sostanza, quella promossa dall’Italia dei Valori è una procedura prevista dalla Costituzione e che permette ai cittadini di presentare un progetto di legge ai presidenti di Camera e Senato affinché questo venga discusso e votato in Parlamento. Perché sia possibile, occorrono almeno 50 mila firme valide. C’è tempo fino a metà maggio circa. Basta recarsi presso l’Ufficio Segreteria o l’Ufficio Anagrafe del proprio Comune di residenza con un documento di identità valido. Di sicuro un tema di strettissima attualità. (M.Z.)




Cattolica e Valconca, un museo aperto

di SILVIA VICO

 

Qualche mese fa, proprio su queste pagine, si è “lanciato un sasso”: ci si augurava la possibilità di realizzare un “museo aperto” per Cattolica (e perché no, per il territorio che la circonda) coinvolgendo il nostro patrimonio culturale ed economico (per esempio il mondo della moda); con piacere abbiamo visto l’argomento percepito e ridiscusso da personaggi che lo hanno fatto con cognizione di causa; chi meglio di un professore, un critico ed uno studente d’arte della principale scuola del settore sul territorio nazionale? Potremmo oggi portare altri contributi contributi: potremmo dire che esistono incentivi statali per lo sviluppo di progetti di carattere culturale (art bonus) che attraverso cospicue detrazioni fiscali su erogazioni volontarie (fino al 65%) mirano a trasformare privati ed aziende in “generous donors”: quel genere di “benefattore” che va tanto in America che contribuisce o concorre al mantenimento delle istituzioni culturali, una sorta di moderno mecenatismo; si tratta quindi di uno strumento importante per favorire una partnership pubblico-privata che mira al recupero dei beni artistici da mettere a valore. Che gli investimenti nel settore dell’urbanistica legati alla cultura hanno già dimostrato (in latri territori) la loro valenza economica generando ampie ricadute nei settori del turismo e del commercio.

 

Potremmo accennare al fatto che diverrà presto operativo un progetto a livello nazionale che coinvolge il recupero delle ex case cantoniere per finalità di pubblica utilità. Il progetto ha avuto l’ok del ministero delle Infrastrutture ed è in fase avanzata: si sta procedendo allo studio di fattibilità economica ed è stato già avviato il monitoraggio delle case cantoniere che potrebbero essere dismesse e riconvertite. Queste “case rosse” potrebbero diventare elementi fondamentali nel nostro territorio attraverso una riconversione a nuovi fini sociali culturali. E oltre a queste, sul nostro territorio potremmo facilmente individuare più di uno spazio adeguato, riconvertendo strutture esistenti che fanno esse stesse parte del nostro retaggio socio-culturale: un paio di esempi? l’area dell’ex colonia di monte Vici e la ex fabbrica Gerani lungo la via Romagna.

 

Un ultimo appunto attiene l’argomento economico: esiste la possibilità di dirottare contributi che tutti noi versiamo e finalizzarli al finanziamento di opere di interesse collettivo, come il 5 per mille, con il quale creare una sorta di accantonamento annuale da utilizzare come base per la realizzazione o la gestione di questo “museo aperto”: sarebbe di fatto una gestione partecipata da tutta la collettività. (altro esempio? la tassa di soggiorno..). Mi sembra chiaro quindi che le premesse, anche in senso pratico di reale possibilità di realizzazione ci siano. Ma quello che ci preme, per ora, è trovare un interlocutore (o più di uno) che condivida con noi questa idea, e che in questa idea ci creda. Senza farci abbattere dagli ormai noiosi discorsi sulla crisi… quello che ci contraddistingue, come italiani e come romagnoli in particolare, e che crea il nostro valore, è la forza della nostra creatività. Questa capacità di produrre idee e visioni e di tradurle in realtà originali è ciò che determina l’eccellenza del nostro sistema culturale; tale eccellenza va protetta, conservata e resa fruibile a tutti nel tempo e nello spazio, ed in questa ottica le azioni del conservare e del diffondere non sono meno importanti del creare stesso.
Vorrei anche aggiungere una riflessione : qualcuno potrebbe pensare che un museo sia un modo di proporre la nostra società un po’ di vecchio stampo: si dovrebbe forse considerare questo punto di vista: cosa c’è di più moderno della condivisione (share it!)? E quale condivisione può essere più profonda di quella che in un colpo solo lega pensieri, conoscenze, opere e spazio??

*Architetto in Cattolica




Proposta (sussidiaria) per realizzare il “Parco del Mare”

di ERALDO GIUDICI

parcodel mare riminiNon vorremmo che il Parco del Mare venisse ricordato solo per gli effetti tridimensionali che le esperte pennellate dei “designers” del Sindaco Gnassi ci hanno fatto sognare, che non bastano per chi sa leggere le norme tecniche, e interpretare colori e  chiaroscuri di una città che langue. Perché tutto non sia una chimera occorrerebbe qualche segno di certezza, un piano particellare, che ci permetta di verificare le aree di sedime e le relative proprietà, per vedere dove ricadono le “conseguenze” di questi disegni, perché le sorprese potrebbero essere interessanti. Senza tali certezze certi temi urbanistici e  potenzialità esecutive potrebbero essere irrealizzabili. Se con le recentissime delibere di Giunta si chiedono  “dichiarazioni di interesse”, per interventi che sono molto difficili da attuare, che richiedono tempi lunghi, quelli del prossimo Sindaco di Rimini, noi ribadiamo  il desiderio  di sollecitare  quella che è la residua vivacità imprenditoriale di questa città, ma riteniamo necessario  che, per accelerare i tempi, occorrerebbe un di più di impegno dell’Amministrazione comunale  perché la procedura tecnica, assai complicata, al momento  è tutta sulle spalle di chi dichiarerà il proprio interesse. Saranno da individuare  ambiti omogenei di intervento e riunire interessi convergenti, è quindi ragionevole domandarsi chi si assumerà l’onere di attivare procedure lunghe, costose e impegnative, con iter istruttori che sarà difficile  semplificare, e pratiche edilizie con molte autorizzazioni, che dovranno essere rilasciate da altri Enti e da altre strutture dello Stato, che sul “water front” non sono mai state benevoli ed accomodanti.

 

Perché tutto non si riduca ad un semplice spot elettorale, come tanti già visti, il Sindaco Gnassi dovrebbe mettere in capo al Comune la responsabilità progettuale, e quella di reperire tutte le autorizzazioni, per la realizzazione di un tratto significativo di “Parco del Mare”,  che faccia da apripista, per misurare la fattibilità e la problematicità di certi interventi. Decida Lui su quale tratto impegnare i “suoi” tecnici nell’attività di progettazione e acquisizione di tutti i permessi e delle autorizzazioni necessarie per dar pratica attuabilità ad un tale intervento.  I nostri Uffici con la rivisitazione del PSC e del RUE stanno dimostrando di essere all’altezza della sfida. Riteniamo che il ruolo del Comune debba essere più significativo e comportare la predisposizione sussidiaria di un vero e proprio “progetto pilota-battistrada” in grado di dimostrare  la propria fattibilità. Non ci sarebbero oneri aggiuntivi per la collettività, le spese sarebbero a carico di coloro che dichiarassero di essere interessati a procedere nell’intervento.

* Consigliere Comunale di Rimini

 

 




Processo al ’68, tifo da stadio e assoluzione con formula piena

processo al'68-villa torlonia-san mauro pascoli 2015di MILENA ZICCHETTI

 

SAN MAURO PASCOLI (FC) – Uno dei periodi storici più controversi messo sotto accusa. Mughini e Mazzuca per l’accusa, Flores e Boato lo difendono (nella foto da sinistra, al centro Gianfranco Miro Gori) . E’ passato un mese dal processo che ha visto la piena assoluzione di uno dei periodi storici più tumultuosi e al contempo affascinanti del nostro passato: il ’68. Per qualcuno un “annus horribilis”, semplicemente da cancellare, per altri un periodo di sogni e speranze di cambiamento. Sede del “Tribunale”, Villa Torlonia, che ogni anno il 10 di agosto ospita uno dei più attesi e frequentati appuntamenti. Il verdetto, emesso da una giuria popolare dopo due ore di grande ed intenso dibattito, non ammette dubbi: il ’68 è stato assolto con formula piena con 244 voti (74 per l’accusa), con tanto di tifo da stadio che mai si era registrato nei processi precedenti.

 

A sparare per primo contro il ’68 è stato il giornalista Giancarlo Mazzuca, che ha parlato di “ribellione dei figli di papà contro i padri che, sull’onda del benessere economico del secondo dopoguerra, avevano creato ricchezze ed opportunità”. Lapidaria la sua conclusione: “di formidabile quegli anni hanno lasciato solo le macerie. La più grande? Il terrorismo”. Pronto a ribattere lo storico Marcello Flores, che ricorda il ’68 attraverso quattro immagini simbolo: la ‘Marianna del ‘68′ come venne chiamata, una ragazza sulle spalle di un giovane che sventola una bandiera vietnamita durante il maggio a Parigi; i giovani di Praga che circondano i carri armati sovietici; un generale sudvietnamita che giustizia un prigioniero a Saigon sparandogli a bruciapelo un colpo alla tempia; gli atleti americani Tommie Smith e John Carlos che salutano col pugno chiuso in un guanto nero alle Olimpiadi di Città del Messico. “A dimostrazione che il ’68 è stato un fenomeno mondiale, non solo italiano”, conclude. E’ la volta dello scrittore, opinionista e giornalista Giampiero Mughini, uno dei protagonisti di quegli anni e forte accusatore. “Il 68 è stato un grande movimento di energie che si sono avariate e durate troppo, 18 anni per la precisione: dal luglio del 1960 con l’uccisione dell’operaio edile Salvatore Novembre, sino all’uccisione di Aldo Moro. In quegli anni c’era l’illusione che la politica rivestisse un valore assoluto e modellasse la società, salvo poi scoprire che le cose erano più complesse”. A chiudere il dibattito, l’ultimo difensore, il politico Marco Boato: “se gli anni ’70 restano ancora oggi nella memoria per le tragedie della strategia della tensione, dei rigurgiti fascisti e poi degli ‘anni di piombo’, in realtà essi hanno anche determinato la più straordinaria stagione di riforme e di conquista di nuovi diritti civili di tutto il secondo dopoguerra”.

 

Durante le udienze preliminari (istituite per la prima volta nella storia del processo), sono state interpellate, tra le altre, anche cinque personalità unite tra loro dal fil rouge di avere partecipato, con diverse modalità, ai Processi di San Mauro Pascoli. Anche in questo caso, i pareri sono stati tra i più diversi. C’è chi, come lo storico Roberto Balzani, spara a zero su quel periodo, sostenendo che “gli esiti italiani, rispetto al 68 ‘internazionale, sono stati modesti e i sessantottini, in larga prevalenza, hanno dato vita ad una generazione politica di opportunisti e di trasformisti. L’ennesima, nella storia d’Italia”. Interpellato anche il giornalista Onide Donati che racconta di essere nato nel 1954 e dunque, “al tempo del maggio francese, che sancì la nascita del ‘68, dovevo dare l’esame di terza media e portavo ancora i calzoni corti. Piccolo per capire. Però credo che il ‘68 sia stato un passaggio storico con tante belle luci che qualche inquietante ombra non potrà mai spegnere. Il momento nel quale il figlio dell’operaio poteva diventare dottore, se aveva voglia di studiare. Oggi non è più così”. Sentiti anche gli storici Stefano Pivato e Maurizio Ridolfi, che vedono nel ’68 un mutamento sociale e del costume destinato a cambiare l’Italia. Stefano Pivato, storico dell’Università Urbino, sostiene che “sarebbe limitante giudicare il ’68 solo alla luce di quei pochi mesi che infiammarono la società italiana e in particolare la scuola. Certo, il 68 fu breve ma la sua violenza provocò uno choc nella società italiana e innescò una onda lunga destinata a scuotere la storia della mentalità e del costume. Senza il ’68 non ci sarebbe stato il referendum sul divorzio del 1974 ad esempio”. “Il Sessantotto registrò una delle ondate giovanili che trasformarono con più profondità i costumi e gli stili di vita, tanto sul piano socio-culturale che su quello politico”. A sostenerlo Maurizio Ridolfi, storico dell’Università della Tuscia. “Fu anche l’occasione di un esplosivo protagonismo femminile e l’Italia del benessere dovette fare i conti con le sue contraddizioni. Si aprì la stagione dei diritti civili ma emerse anche l’incapacità della classe politica di corrispondere ai mutamenti della società. E uno dei tratti salienti dell’Italia che il Sessantotto ci ha lasciato in eredita”. C’è infine chi è particolarmente critico come il giornalista Rai Giorgio Tonelli, secondo cui “il 68 è stato un sisma mondiale che, da qualche parte, ha picchiato anche duro. In Italia è stato soprattutto un fenomeno studentesco, cioè di intellettuali in formazione, con un tentativo, non sempre riuscito, di coinvolgimento della classe operaia che, solo per un attimo, ha vissuto illusione di essere in paradiso”.

 

A processo terminato, Gianfranco Miro Gori, presidente di Sammauroindustria e Presidente del Tribunale di Villa Torlonia, finalmente può esprimere il suo personale parere: “mi sento di dire che il 68 è stato un movimento di liberazione in una società autoritaria e moralista”. Formidabili dunque quegli anni (così stando al verdetto della giuria popolare) o testimoni della peggio gioventù? Ad ognuno la sua conclusione.




Bene il turismo in Valconca

di RIZIERO SANTI *

rizierosantivalconcaI dati positivi di quest’anno che riguardano le presenze turistiche in Valconca ci offrono lo spunto per una riflessione non fatta in emergenza, sotto il peso di un momento di crisi, ma in un momento in cui si intravedono le opportunità e le potenzialità di sviluppo. Le statistiche ci dicono che nei primi sei mesi del 2015 hanno transitato in Valconca 14.503 turisti, con un aumento del 16,6% rispetto allo scorso anno, non certamente dovuto unicamente alle diverse e più favorevoli condizioni atmosferiche. Più 11,8% a maggio, più 12,9% a giugno, più 5% a luglio, ma soprattutto una crescita del 24% di turisti stranieri nei primi sei mesi dell’anno, ci dicono appunto di una Vallata con importanti potenzialità ancora da valorizzare. Occorre approfondire, studiare, assecondare fenomeni e segmenti turistici vecchi e nuovi, interessati alle diverse nostre offerte. E’ di questi giorni, ad esempio, la presenza in zona di delegazioni australiane per l’educational tour organizzato dall’Apt e dal Consorzio “Terrabici” per far conoscere la nostra offerta cicloturistica. Oppure l’esperienza di un nuovo Consorzio di Hotels e agriturismi che punta sul cibo mettendo insieme strutture ricettive, cantine, produttori, dimore storiche, country village, ristoranti, locande ed osterie, corsi di cucina, per proporre ai turisti un viaggio nel buon cibo puntando sulle nostre specificità. O, ancora, le produzioni agricole locali tipiche, e nello specifico il vino che in questi anni ha fatto passi da gigante, grazie anche alla sempre maggiore qualità nella produzione e al moltiplicarsi di manifestazioni che ne promuovono e valorizzano le qualità stesse. Insomma, c’è di che discutere, confrontarsi, ideare, coordinare. La Valconca, se vuole crescere davvero, non può continuare a presentarsi come un insieme di luoghi ed eventi scoordinati e separati fra loro, ma invece come un sistema ben confezionato e ben proposto sui mercati nazionali ed esteri. E’ per questo che penso sia arrivato il momento di mettere insieme tutti i soggetti pubblici e privati convocando per questo autunno gli Stati generali del turismo in Valconca da cui partire per una nuova stagione all’insegna della qualità e dello sviluppo.

* Riziero Santi

Presidente Unione Valconca

 




“Rimining” e “I’m possible”, la Riviera nella giungla degli anglicismi facili (e ambigui)

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/> Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi

 

di ALBERTO BIONDI

Se nelle ultime settimane i lessicografi dell’Oxford Dictionary avessero letto i quotidiani romagnoli, cosa per fortuna poco probabile, avrebbero notato il rapido diffondersi di due nuovi anglicismi: il verbo “to Rimini” (specialmente il gerundio Rimining) e l’espressione “I’m possible”, quest’ultima motto della Notte Rosa 2015. Non so se vi sia mai capitato di provare una certa repulsa quando, all’estero, leggete le insegne di pizzerie quali Restaurante Italiano, Rasta Pasta o Mama Mia’s; non vi pervade un sentimento di orgoglio ferito, di intima espropriazione, una rabbia verso ciò che si spaccia per nostrano ma che ai nostri orecchi suona così grossolanamente artefatto? Ora, cosa c’entrano le insegne dei ristoranti con Rimining e I’m possible? C’entrano perché da una parte esiste la lingua, e dall’altra l’idea che di questa possiede chi non la parla. I due concetti non sono intercambiabili e spesso gli esiti di un uso improprio possono essere catastrofici, come nel caso dei due neologismi che da qualche tempo spopolano sui media locali.

 
Ma andiamo per ordine cominciando dal primo: partorito dalla mente del designer Leonardo Sonnoli, che si spera non abbia ricevuto per questo alcun compenso dall’amministrazione comunale, il verbo to Rimini vorrebbe significare “godere delle innumerevoli attività e manifestazioni che la Riviera offre ai visitatori”. Ergo I’m Rimining, sto rimineggiando, espressione che si rifà alla moda di trasformare in verbo i nomi di città. L’espressione non poteva che ammaliare il primo cittadino Andrea Gnassi, il quale ha scorto nel neologismo un elevato potenziale tamarro e una chance di riscatto linguistico per la sua città. In una sua recente dichiarazione il sindaco ha infatti sostenuto: “Nel 1988 siamo entrati nel vocabolario della lingua italiana con la parola riminizzare, cioè cementificare. Ora i cantieri stanno cambiando rotta. L’obiettivo è eliminare dal dizionario quel termine e avere strade, teatri, fogne, creare stili di vita”. In breve se oramai non possiamo più farci niente con l’italiano, tanto vale inventarsi un verbo inglese che svecchi l’immagine della città e le dia nuovo smalto. D’altronde è arcinoto: tutte le parole che assorbono la morfologia dell’inglese e ne scimmiottano la pronuncia (in quanti pronunceranno la –g finale di Rimining, che in realtà è sorda?) spiccano un notevole balzo qualitativo. Meglio il moderno “waterfront” con lo “street food” che il deprimente lungomare e i suoi baracchini delle arachidi pralinate. Cambia qualcosa? In linea teorica no, ma praticamente sì. Tutto. È un fatto di imperialismo, ossia il mondo riconosce all’inglese una superiorità che non è soltanto politico-militare-tecnologica dei paesi in cui si parla, innegabile, ma anche linguistica, quest’ultima del tutto discutibile. Perché la “beach” è più figa della spiaggia? Come mai a Rimining dovremmo associare un’atmosfera allegra, festaiola, mentre al corrispettivo italiano solo l’edilizia selvaggia? Rimining racchiude sotto una sola voce verbale uno spettro di esperienze che va dal visitare il Tempio Malatestiano a prender parte alla Nove Bar, dunque tutto e niente. È davvero una strategia efficace nella promozione turistica della Riviera?

 
Tuttavia questi interrogativi sono ben poca cosa se paragonati alle perplessità sorte in chi ha provato a digitare Rimining su Google. Il correttore automatico del motore di ricerca viene incontro alla sbadatezza degli internauti suggerendo un’alternativa più sensata. Nel nostro caso ci chiede “Forse cercavi rimming?” e chi non sapesse di cosa si tratta scoprirà che c’entra moltissimo la lingua, ma non quella dei dizionari. Non paghi dell’effetto Rimining, i poliglotti del Comune hanno poi scelto il motto della Notte Rosa di quest’anno: “I’m possible”, giocando sull’ambivalenza di “impossible” (che appare unendo le parole) e dello sgrammaticato “io sono possibile”, che aveva una sua logica solo nel gioco di parole creato da Audrey Hepburn. Che senso ha tutto ciò? Lecito chiederselo. Se la volontà era attirare un pubblico internazionale la strategia di marketing è inadatta. Dunque il target è di italiani, e anche qui solo di una certa categoria, ma allora perché cedere al vizio dell’anglicismo facile e così irrimediabilmente provinciale? L’impressione è che per l’ennesima volta si preferisca cambiare l’etichetta appiccicata sul vasetto piuttosto che la marmellata al suo interno. Resta solo da vedere se quest’estate sarà ancora buona.

 




Il futuro di Rimini legato ad idee anni ’90, la lunga storia del Trc

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di SIMONA CENCI

Il Trc è destinato a procedere nonostante le opposizioni di tanti e un costo che ha già superato i 100 milioni di euro. La domanda a oggi, probabilmente, non è molto pertinente visto che rinunciare ora al progetto significa perdere, a quanto pare, milioni di euro già spesi. È comunque necessario interrogare e interrogarsi. Recentemente è stato respinto il ricorso presentato da parte del Comune di Riccione al Consiglio di Stato. Ma cominciamo dal principio. Il Metrò di Costa (tecnicamente T.R.C. – Trasporto Rapido Costiero), si legge sul sito di AM Rimini, è stato pensato come un sistema di trasporto che utilizzerà mezzi a trazione elettrica e su gomma, che correrà lungo una corsia riservata larga da un minimo di 3,50 metri ad un massimo di 7 metri e contenuta sul lato monte della linea ferroviaria da strutture leggere e di altezza limitata, inferiore ai mezzi. Una piattaforma dedicata,  dunque, delimitata lateralmente non da “muri”, ma da strutture di arredo urbano. E’ previsto che lungo tutto il tracciato verranno montate strutture fonoassorbenti sul lato che si affaccia verso i binari ferroviari, così da ridurre il rumore provocato dal passaggio dei treni e quindi l’inquinamento acustico.
A conferma dell’aumento di permeabilità della circolazione tra monte e mare, lungo il percorso del Metrò di Costa fra Rimini e Riccione saranno realizzati 9 sottovia per lo scavalcamento delle vie trasversali alla via di corsa, 2 ponti ed un ponticello, 3 sottopassi pedonali e 4 carrabili ala linea ferroviaria, mentre per 9 sottopassi già esistenti è previsto un intervento di prolungamento o ristrutturazione. I treni saranno su ruote gommate e avranno dispositivi autonomi di guida.
Il progetto è stato realizzato negli anni 2000 con l’obiettivo di unire Rimini e Riccione con una linea metropolitana su cui veicolare parte del traffico che normalmente si distribuisce lungo la filovia, parallela al mare, e la Statale 16. Il “progetto preliminare del Trasporto Rapido Costiero” è stato approvato dal CIPE con delibera n. 86 del 20 dicembre 2004 e il progetto definitivo, che ne ha recepito le prescrizioni, è stato poi consegnato al Ministero delle Infrastrutture. Per la realizzazione dell’opera e l’acquisto dei mezzi si sono previsti circa 93 milioni di euro, di cui 56 provenienti dal finanziamento statale stanziato con delibera CIPE n. 70 del 27/05/2005 per la linea di collegamento tra Rimini – Stazione e Riccione – Stazione. Nel 2006 sono cominciati gli espropri e i relativi riscorsi.
Ai progetti iniziali si sono aggiunti quelli relativi ai collegamenti tra la Stazione di Rimini e la Fiera e quello tra Riccione e Cattolica. Il Comune di Riccione, il cui nuovo sindaco Renata Tosi si è sempre dimostrato contrario al Trc, ha perso il ricorso al Tar Emilia Romagna che ha respinto, con sentenza n. 767/2014, la richiesta di varianti, decisione confermata dalla recente sentenza del Consiglio di Stato. Nelle motivazioni della sentenza, il Consiglio di Stato ha giudicato inammissibili tutti i motivi del ricorso avanzati dalla nuova giunta riccionese.

 

Tra le opposizioni anche lo schieramento pentastellato che accusa: troppa vicinanza della tratta alle abitazioni, mancato collegamento con l’aeroporto, sostenimento dei costi per le manutenzioni a carico della collettività.  C’è allora da chiedersi se un’opera ideata quasi vent’anni fa sia rispondente alle necessità attuali del territorio, visto che comunque non prevede sulla sua tratta né il PalaCongressi né l’aeroporto, e che le priorità al momento sembrano essere diverse. Di per sé, come si fa a dire che il Metrò di Costa non sia una bella cosa? Lo è sicuramente. Ma non abbiamo la bacchetta magica e per realizzarlo servono soldi, e non pochi. Il punto allora è un altro: vale la pena destinare a questa opera e non ad altro cento milioni di euro, se non di più? Per la salvezza del nostro turismo non era meglio puntare su altre idee, come ad esempio, una rete di piste ciclabili estesa che davvero inducesse i cittadini e i turisti a muoversi diversamente?
Bisogna poi non scordare che, una volta realizzata, la metropolitana di costa comporterà spese di mantenimento e manutenzione. Si prevede che i costi di gestione verranno compensati dagli incassi derivanti dai titoli di viaggio e parzialmente dai contributi regionali che annualmente vengono erogati per i servizi di trasporto pubblico locale.
Rimane il fatto che stiamo costruendo la Rimini del futuro sulla base di idee che erano nuove negli anni novanta.