Processo al ’68, tifo da stadio e assoluzione con formula piena

processo al'68-villa torlonia-san mauro pascoli 2015di MILENA ZICCHETTI

 

SAN MAURO PASCOLI (FC) – Uno dei periodi storici più controversi messo sotto accusa. Mughini e Mazzuca per l’accusa, Flores e Boato lo difendono (nella foto da sinistra, al centro Gianfranco Miro Gori) . E’ passato un mese dal processo che ha visto la piena assoluzione di uno dei periodi storici più tumultuosi e al contempo affascinanti del nostro passato: il ’68. Per qualcuno un “annus horribilis”, semplicemente da cancellare, per altri un periodo di sogni e speranze di cambiamento. Sede del “Tribunale”, Villa Torlonia, che ogni anno il 10 di agosto ospita uno dei più attesi e frequentati appuntamenti. Il verdetto, emesso da una giuria popolare dopo due ore di grande ed intenso dibattito, non ammette dubbi: il ’68 è stato assolto con formula piena con 244 voti (74 per l’accusa), con tanto di tifo da stadio che mai si era registrato nei processi precedenti.

 

A sparare per primo contro il ’68 è stato il giornalista Giancarlo Mazzuca, che ha parlato di “ribellione dei figli di papà contro i padri che, sull’onda del benessere economico del secondo dopoguerra, avevano creato ricchezze ed opportunità”. Lapidaria la sua conclusione: “di formidabile quegli anni hanno lasciato solo le macerie. La più grande? Il terrorismo”. Pronto a ribattere lo storico Marcello Flores, che ricorda il ’68 attraverso quattro immagini simbolo: la ‘Marianna del ‘68′ come venne chiamata, una ragazza sulle spalle di un giovane che sventola una bandiera vietnamita durante il maggio a Parigi; i giovani di Praga che circondano i carri armati sovietici; un generale sudvietnamita che giustizia un prigioniero a Saigon sparandogli a bruciapelo un colpo alla tempia; gli atleti americani Tommie Smith e John Carlos che salutano col pugno chiuso in un guanto nero alle Olimpiadi di Città del Messico. “A dimostrazione che il ’68 è stato un fenomeno mondiale, non solo italiano”, conclude. E’ la volta dello scrittore, opinionista e giornalista Giampiero Mughini, uno dei protagonisti di quegli anni e forte accusatore. “Il 68 è stato un grande movimento di energie che si sono avariate e durate troppo, 18 anni per la precisione: dal luglio del 1960 con l’uccisione dell’operaio edile Salvatore Novembre, sino all’uccisione di Aldo Moro. In quegli anni c’era l’illusione che la politica rivestisse un valore assoluto e modellasse la società, salvo poi scoprire che le cose erano più complesse”. A chiudere il dibattito, l’ultimo difensore, il politico Marco Boato: “se gli anni ’70 restano ancora oggi nella memoria per le tragedie della strategia della tensione, dei rigurgiti fascisti e poi degli ‘anni di piombo’, in realtà essi hanno anche determinato la più straordinaria stagione di riforme e di conquista di nuovi diritti civili di tutto il secondo dopoguerra”.

 

Durante le udienze preliminari (istituite per la prima volta nella storia del processo), sono state interpellate, tra le altre, anche cinque personalità unite tra loro dal fil rouge di avere partecipato, con diverse modalità, ai Processi di San Mauro Pascoli. Anche in questo caso, i pareri sono stati tra i più diversi. C’è chi, come lo storico Roberto Balzani, spara a zero su quel periodo, sostenendo che “gli esiti italiani, rispetto al 68 ‘internazionale, sono stati modesti e i sessantottini, in larga prevalenza, hanno dato vita ad una generazione politica di opportunisti e di trasformisti. L’ennesima, nella storia d’Italia”. Interpellato anche il giornalista Onide Donati che racconta di essere nato nel 1954 e dunque, “al tempo del maggio francese, che sancì la nascita del ‘68, dovevo dare l’esame di terza media e portavo ancora i calzoni corti. Piccolo per capire. Però credo che il ‘68 sia stato un passaggio storico con tante belle luci che qualche inquietante ombra non potrà mai spegnere. Il momento nel quale il figlio dell’operaio poteva diventare dottore, se aveva voglia di studiare. Oggi non è più così”. Sentiti anche gli storici Stefano Pivato e Maurizio Ridolfi, che vedono nel ’68 un mutamento sociale e del costume destinato a cambiare l’Italia. Stefano Pivato, storico dell’Università Urbino, sostiene che “sarebbe limitante giudicare il ’68 solo alla luce di quei pochi mesi che infiammarono la società italiana e in particolare la scuola. Certo, il 68 fu breve ma la sua violenza provocò uno choc nella società italiana e innescò una onda lunga destinata a scuotere la storia della mentalità e del costume. Senza il ’68 non ci sarebbe stato il referendum sul divorzio del 1974 ad esempio”. “Il Sessantotto registrò una delle ondate giovanili che trasformarono con più profondità i costumi e gli stili di vita, tanto sul piano socio-culturale che su quello politico”. A sostenerlo Maurizio Ridolfi, storico dell’Università della Tuscia. “Fu anche l’occasione di un esplosivo protagonismo femminile e l’Italia del benessere dovette fare i conti con le sue contraddizioni. Si aprì la stagione dei diritti civili ma emerse anche l’incapacità della classe politica di corrispondere ai mutamenti della società. E uno dei tratti salienti dell’Italia che il Sessantotto ci ha lasciato in eredita”. C’è infine chi è particolarmente critico come il giornalista Rai Giorgio Tonelli, secondo cui “il 68 è stato un sisma mondiale che, da qualche parte, ha picchiato anche duro. In Italia è stato soprattutto un fenomeno studentesco, cioè di intellettuali in formazione, con un tentativo, non sempre riuscito, di coinvolgimento della classe operaia che, solo per un attimo, ha vissuto illusione di essere in paradiso”.

 

A processo terminato, Gianfranco Miro Gori, presidente di Sammauroindustria e Presidente del Tribunale di Villa Torlonia, finalmente può esprimere il suo personale parere: “mi sento di dire che il 68 è stato un movimento di liberazione in una società autoritaria e moralista”. Formidabili dunque quegli anni (così stando al verdetto della giuria popolare) o testimoni della peggio gioventù? Ad ognuno la sua conclusione.




Pio Bianchini, romanzo storico-sociale che racconta Montefeltro e Malatesta

Pio Bianchini pietrarubbia

“Petra Rubea”, l’antico nome di Pietrarubbia, una delle perle del Montefeltro

Un gentiluomo di campagna, si diceva un tempo. “Perché tutto vidi nella natura”. Una volta conosciuto vorremmo essere almeno un po’ come Pio Bianchini. Ci fai due chiacchiere e capisci che è una persona vera. Ci aggiungi che è un bell’uomo con un fisico d’atleta che affronta sentieri e strade sterrate di campagna in mountain bike. Altra pennellata per dare il senso: abita in una delle case più belle della provincia di Rimini circondata da piante centenarie; lo stradino con ghiaino che dal cancello ti conduce all’abitazione è impreziosito da grandi vasi di terracotta con agrumi che d’inverno vengono portati in veranda. Ha pure qualche rivolo di sangue blu. Tutto quello di cui sopra è dissimulato con disincantata ironia e sobrietà di costumi.

Liceo classico alle spalle, Giurisprudenza quasi alla fine, si è messo a scrivere libri per gioco. Il terzo si intitola “Petra Rubea (l’antico nome di Pietrarubbia, una delle perle del Montefeltro a pochi chilometri dalla Carpegna). E’ un romanzo storico ambientato a cavallo tra il Duecento ed il Trecento con pennellate di umanità alle quali potrebbe attingere anche quella gran persona di papa Bergoglio. Un uomo, Bergoglio, che dopo decenni di pifferate tristi da buona parte degli uomini parla di umanità, di natura, di giustizia sociale e tanto altro ancora. Si legge: “I nobili e il clero, spesso corrotto, vivevano in un altro mondo, dove c’erano tutti gli agi che erano negati ai servi. I ricchi non lavoravano, erano ben nutriti e, molto spesso, e proprio per questo motivo, più alti, forti, belli, allegri e longevi di chi avesse sofferto la fame e si fosse abbruttito, per generazioni, faticando nei campi”.

Dedicato al padre, le 316 pagine (Wlm edizioni, 19 euro nella foto la copertina del libro) narrano delle dispute tra Montefeltro, signori di Urbino e Malatesta, padroni di Rimini. I primi ghibellini che stanno con l’imperatore, i secondo guelfi, al soldo del papa. Bianchini ha intrecciato le sue storie attingendo dagli storici (da Alberelli fino al mitico Luigi Tonini, autore della monumentale storia di Rimini) che negli anni hanno raccontato di queste terre e di questi due casati, passati alla storia più per le arti che come condottieri. Non è un caso che Urbino è patrimonio dell’Umanità e che anche Rimini non le è da meno. Le pagine scorrono leggere e veloci, senza fronzoli ed avvolgenti come lo possono essere le linee del Tempio Malatestiano e del Palazzo Ducale.

“Petra Rubea” è stato premiato a Parigi lo scorso 13 giugno. A ritirarlo Pio Bianchini insieme al figlio. Il volume si trova nelle librerie di Cattolica
(Gulliver), Riccione (Pulici e Edicola Baiocchi), Cosmo (Borgo Maggiore), Coop (Pesaro), Montefeltro (Urbino), 77 (Fano). Inoltre, è sufficiente andare su Amazon e Ebay. (l. z.)




Un libro-inchiesta sui delitti della Romagna

Andrea Rossini

Andrea Rossini

di ALBERTO BIONDI

Mai espressione fu più azzeccata di quella che il giornalismo anglosassone ha coniato per la cronaca nera: “If it bleeds, it leads”, che potremmo tradurre grossomodo come il sangue occupa sempre la prima pagina. Che la violenza faccia notizia non è certo una novità. I cadaveri sono il concime più fertile per quotidiani, radio e talk show. Sono la linfa che irrora morbosamente le radici stesse della quercia mediatica. È sintomatico dell’essere umano: il male, la morte e i delitti esercitano su di noi un’attrazione fatale. Non c’è niente da fare. Eppure esiste cronaca e cronaca, da una parte chi cavalca le tragedie per puro spirito di sensazionalismo (l’arcinota Tv del dolore, con i suoi bus turistici ad Avetrana e Garlasco…), dall’altra chi vede nella “nera” un’occasione per indagare i tasselli più oscuri del mosaico della contemporaneità. La prima è mera speculazione, la seconda è indagine, ricerca, denuncia.

 

Andrea Rossini (nella foto), cronista investigativo ed ex carabiniere, è uno della vecchia scuola. Un nostalgico artigiano della notizia, di quelli matita, taccuino e scarpe comode; uno dei pochi esemplari ancora rimasti di una specie in via d’estinzione. Firma di un quotidiano riminese, è riuscito tra un’inchiesta e l’altra a sfornare “I delitti della Romagna” (NFC edizioni, pp.168, 11,90€): una raccolta di trenta casi veri, presunti, risolti e irrisolti che raccoi delitti della romagna_coverntano il lato buio della nostra terra. Rossini ha ricostruito, attraverso lo studio dei fascicoli e interviste ai testimoni, fatti di cronaca che hanno profondamente scosso la Romagna e dalla risonanza nazionale. Cercando di evitare per quanto possibile i toni roboanti del “cronachismo”, il libro parla del boia del Circeo Izzo e del boss Epaminonda, della Uno Bianca e del segreto del Lupo Liboni, ma anche di delitti più in ombra avvenuti tra Rimini, Ravenna, Cesena e Forlì. Dallo stile scorrevole, pulito, e dal ritmo incalzante, mentre si legge “I delitti della Romagna” voltare pagina è un piacere. Come l’autore annuncia anche in prefazione, viene riservato (non solo a parole) un occhio di riguardo per le vittime, troppo spesso dimenticate e lontane dai riflettori puntati sui colpevoli.

 

Rossini è pronto a presentare il suo libro in due occasioni: la prima, a Rimini, questa sera martedì 4 agosto (ore 21.30) nella corte di Castel Sismondo, in apertura della 25esima edizione del festival letterario Moby Cult. A dialogare con lui il giornalista Pietro Caruso. La seconda presentazione sarà invece a Santarcangelo venerdì 7 agosto (ore 21, davanti all’ufficio della Pro loco, via C. Battisti 5) assieme alla giornalista Rai Giovanna Greco. Entrambi gli appuntamenti sono ad ingresso libero e organizzati da NFC edizioni.




Libri, scrittori e spritz. Il “duo” Manuppelli-Del Bianco rilancia e promette novità esplosive

di ALBERTO BIONDI

delbiancomanupelliriminiJ.D. Salinger scrive così in una delle pagine più memorabili de Il giovane Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. In molti dobbiamo aver provato almeno una volta quella sensazione del “quanto darei per fare due chiacchiere con chi ha scritto questo capolavoro…”; certo, imbattersi nei nostri scrittori preferiti non è cosa da tutti i giorni, ma incontrare il pubblico dei lettori che, come noi, si sono emozionati leggendo il tal romanzo è solo questione di buona volontà e spirito organizzativo. Oltre all’entusiasmo.

Per chi ama i libri e, vuoi per ambizione o per amore verso la letteratura, aspira a pubblicare qualcosa di più consistente del proprio stato sui social network, febbraio ha in serbo due iniziative da non lasciarsi scappare:Writing Fiction, un corso intensivo di scrittura creativa in tre lezioni, e Aperitivo Top Ten, una soluzione del tutto innovativa per svelare i dieci libri che hanno cambiato la vita di alcuni tra i più grandi scrittori americani. Gli appuntamenti, architettati dal duo Nicola Manuppelli (coordinatore di entrambi i progetti, già critico, traduttore e scrittore -nella foto all’interno della Libreria Riminese) e Giorgia Del Bianco, si rivolgono al pubblico di chi non solo legge, ma desidera conoscere gli “attrezzi del mestiere” che ogni autore adopera al momento di scrivere.

Ci siamo fatti raccontare qualcosa di più sul corso e gli aperitivi letterari da Giorgia Del Bianco, consulente editoriale in prima linea nell’ardua
promozione della lettura nel nostro territorio.

Dopo gli eventi alla Libreria Riminese e il corso di letteratura americana, ora pure la scrittura creativa e gli aperitivi…

“Sì, io e Nicola siamo sempre alla ricerca di nuove idee per promuovere la passione per i libri. È una sfida difficile. Crediamo che la lettura sia un valore aggiunto alla vita, a prescindere da cosa si legga, dal genere, da questo o quell’autore. Lo dico perché mi sembra ci sia quasi la tendenza a considerare il lettore una specie di emarginato, appartenente ad una élite ristretta che si nutre solo di letteratura di serie A. Le nostre iniziative servono in primo luogo a coinvolgere le persone che condividono l’amore per le storie…”… farle uscire dalla macchia.(ride) “Esatto. Mostrare che i libri possono essere occasione di incontro”.

Ci parli del corso di scrittura. In giro se ne organizzano diversi, dov’è la novità?

“La novità è l’approccio, che ricalca il metodo seguito nelle università americane nell’insegnamento della scrittura creativa. Tutto molto più pratico, con la possibilità di sporcarsi le mani in prima persona e confrontare il proprio lavoro con quello dei compagni. Nicola Manuppelli sarà l’insegnante e tra i suoi testi di riferimento figurano “The art of fiction” di John Gardner, “Writing fiction” di A.D. Guthrie, “Burning down the house” di Charles Baxter e “Adventures in the screen trade” di William Goldman. Il corso si articola in tre lezioni dalle 10 alle 17 presso Alidangelo caffè Extrò (via Castelfidardo 58, Rimini, ndr) una domenica al mese a partire dal 15 febbraio, poi a seguire il 29 marzo e infine il 25 aprile”.

Quali aspetti della narrativa verranno toccati durante il corso?

“Si va dalla progettazione della trama alla scelta del punto di vista, dalle descrizioni al dialogo… In più cercheremo di dare delle dritte sulla revisione dell’opera e su come muoversi nel mercato editoriale. Ogni appuntamento si focalizza su una rosa di aspetti, dopodiché sarà la volta dei partecipanti a prendere in mano la penna e mettersi in gioco”.

Mentre cosa può dirci degli “Aperitivi Top Ten”?

“Intanto che sono una formula nuovissima e mai vista sul nostro territorio di promozione letteraria. Partiamo da un format editoriale molto in voga negli Stati Uniti e ancora in fase germinale in Italia, in cui gli autori affermati stilano la classifica dei dieci libri che più di tutti hanno influenzato la loro vita, commentandoli. Noi scegliamo un autore e discutiamo la sua “top ten”, gli incontri si terranno sempre di lunedì presso Augeo Art Space (Corso d’Augusto 217, Rimini, ndr) dalle 19.30 alle 21. Cominciamo il 16 febbraio e poi ci saremo il 30 marzo, il 27 aprile e il 18 maggio. Tra gli autori di cui parleremo non mancheranno Stephen King, Scott Turow, Michael Chabon, David Foster Wallace, Joyce Carol Oates, Jonathan Franzen, Michael Connelly… Con una novità esplosiva…”

Ossia?

“Non possiamo darlo per assodato, ma c’è la possibilità di poter contattare via Skype qualcuno degli scrittori, che potrebbe partecipare in videoconferenza ai nostri incontri. In altre città ci siamo riusciti, sarebbe fantastico ripetere la cosa anche a Rimini. Certo, ci sono dei problemi organizzativi e tecnici dietro a queste cose, ma speriamo di riuscirci”.

Giorgia ci ripete di procedere con cautela prima di abbandonarci al vizio giornalistico degli annunci prematuri, ma se agli aperitivi fosse davvero possibile trovarsi di fronte l’ologramma di Stephen King, o di Jonathan Franzen, l’evento rientrerebbe giocoforza nei più chiacchierati della Riviera.Il costo di partecipazione al corso di scrittura è di 200 euro (3 lezioni più brunch), mentre gli aperitivi sono di 15 euro l’uno (la quota comprende una consumazione presso il locale ospitante). Per partecipare alle iniziative è necessario iscriversi contattando l’indirizzo delbiancogiorgia@gmail.com.




“Mr. Mercedes” di Stephen King alla Riminese

Il re torna con un “thriller” che si preannuncia essere il primo volume di una trilogia. Alta tensione, con due antagonisti straordinari: il sanguinario Brady –Stephen King Mr. Mercedes rimini Mr. Mercedes – che ignora il significato della parola coscienza, e l’ironico Hodges, superlativo erede del Marlowe di Chandler, dolente e assetato di giustizia. All’alba di un giorno qualsiasi, davanti alla Fiera del Lavoro di una cittadina americana colpita dalla crisi economica, centinaia di giovani, donne, uomini sono in attesa nella speranza di trovare un impiego. Invece, emergendo all’improvviso dalla nebbia, piomba su di loro una rombante Mercedes grigia, che spazza via decine di persone per poi sparire alle prime luci del giorno.

Il killer non sarà mai trovato. Un anno dopo William Hodges, un poliziotto da poco in pensione, riceve il beffardo messaggio di Mr. Mercedes, che lo sfida a trovarlo prima che compia la prossima strage. Nella disperata corsa contro il tempo e contro il killer, il vecchio Hodges può contare solo sull’intelligenza e l’esperienza per fermare il suo sadico nemico. Inizia quindi un’incalzante caccia all’uomo, una partita a scacchi tra bene e male, costruita da uno Stephen King maestro della suspense.

L’evento è organizzato da Around Book.  L’appuntamento è alle ore 21,00 alla Libreria Riminese (p.tta Gregorio da Rimini, 13 – centro storico). Ingresso gratuito. Per informazioni Giorgia Del Bianco 0541/26417 delbiancogiorgia@gmail.com

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E’ in dialetto l’ultima fatica letteraria di Gianfranco Miro Gori

gianfrancomirogorilibri1di MILENA ZICCHETTI

“E’ cino, la gran bòta, la s-ciuptèda” è il titolo della nuova raccolta in versi in dialetto sammaurese a firma dell’ex direttore della Cineteca di Rimini Gianfranco Miro Gori (foto lapiazzarimini.it). La quarta ad essere precisi e dopo una pausa di sei anni. Gori ritorna alla poesia e lo fa con un libro denso di significato ed emotivamente coinvolgente, in cui vengono trattati tre temi a lui particolarmente cari. “Non voglio dimostrare nulla, ovviamente – premette – sono semplicemente argomenti su cui rifletto e ho riflettuto per buona parte della vita. Volevo mettere a confronto il dialetto, lingua delle madri e dei padri, con il medium più importante del Ventesimo secolo, il cinema (e’ cino), che è stata la mia professione; con la principale delle narrazioni, quella dell’origine del mondo (la gran bòta), che ho incrociato sin dai primi studi di filosofia; con uno degli omicidi impuniti forse più famosi delle patrie lettere, quello del padre di Pascoli (la s-ciuptèda), di cui ho udito parlare sin da bambino, occupandomene poi in età adulta”.

La competenza di Gianfranco Miro Gori per quanto riguarda il cinema è fuori discussione. Ideatore e direttore della cineteca del comune di Rimini, in questa raccolta, ‘e’cino’ non viene trattato sotto un aspetto tecnico, ma sotto una visione strettamente famigliare, particolarmente legata alla nonna, alla mamma e, naturalmente, a lui stesso da bambino, ai ricordi legati alla meraviglia. Cerca di mostrare quanto il cinema e il dialetto siano particolarmente legati tra loro definendoli “due morenti che continuano mirogoricopertinalibroa vivere ‘ruzzolando’ e che resistono nonostante la tv e internet”. Scrive infatti “…E’ cino l è mort, e’ dialèt l è mort. O i s aréugla tut déu piò o mènch te bacaiadéz dla telévisiòun, te ciacaradéz ad internet” (…il cinema è morto, il dialetto è morto. O ruzzolano entrambi più o meno nel vociare della televisione, nel chiacchiericcio di internet). E poi ‘la gran bòta’, il Big Bang, il nulla che precede il tutto. Un lungo monologo che vede il passaggio di diverse fasi: l’acqua, il fuoco, la posizione eretta dell’uomo, l’uso del bastone… “…Tot inquél l’è vnu fura s’una gran bòta. U n gn’era gnént. A n simi invèl…” (…Tutto quanto è scaturito con un gran botto. Non c’era nulla. Non eravamo da nessuna parte…).

La terza e ultima parte è costituita da due monologhi che ripercorrono, con la voce dell’assassinato e dell’assassino, la morte di Ruggero Pascoli, quasi fosse un dialogo tra i due, un dialogo mai avvenuto e su cui si è tanto discusso. Entrambi iniziano allo stesso modo “E i m à tirat: propri in te mèz dla fròunta” (E mi hanno tirato: proprio nel mezzo della fronte) racconta Ruggero, il ‘morto ammazzato’, come lo descrive Gori. “E a i ò tirat: propri te mèz dla fròunta” (E gli ho tirato: proprio nel mezzo della fronte), ribatte l’assassino. Come sottolinea Ennio Grassi, intellettuale e critico letterario riminese che ne ha curato la prefazione, i due ora “possono raccontare la verità e la raccontano senza reticenza alcuna”. “E’ cino, la gran bòta, la s-ciuptèda” edito da FaraEditore Rimini (84pp – euro 11,00).

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Retorica e politica, il libro curato da Marcello Di Bella

Quanto volte è capitato di dire: quello sì che è uno che sa parlare! L’esempio classico riguarda i politici. Ore e ore a parlare … Per dire poi che cosa? La retorica è un arte. Ma può anche essere un’attività priva di autentico impegno intellettuale. Per saperne di più si potrebbe anche accettare questo invito.

Quello che si presenterà domani 22 agosto alle 21.15 nella Corte della Biblioteca Oliveriana di Pesaro è la raccolta di interventi occorsi nell’omonimo convegno tenutosi a Pesaro nel luglio 2011 nell’ambito della seconda edizione del Salone della parola, una manifestazione che recava come sottotitolo Festival della filologia, ideata e organizzata dalla Biblioteca Oliveriana. A commentare il testo, oltre al curatore, ci saranno Paolo Ercolani, Manuela Marini, Giulia Mazza. Con Retorica. La macchina del dire nellacomunicazione pubblica e privata si dava inizio all’edizione 2011 della manifestazione: con un titolo che si pensava adatto a un confronto sui meccanismi che intrecciano verità, opinione e persuasione nell’era digitale.

Il profilo dei relatori. Paolo Ercolani  insegna Storia della filosofia e Teoria e tecnica dei nuovi media all’Università di Urbino “Carlo Bo”. Collabora all’inserto culturale del “Corriere della sera” (“La Lettura”), scrive per “Il Manifesto” e “Micromega”;  è redattore della rivista “Critica liberale”. Collabora con il canale filosofia di Rai educational. E’ fondatore, membro del Comitato scientifico e Presidente  dell’Osservatorio filosofico . Manuela Marini, è docente di Materie Letterarie presso il Liceo “T. Mamiani”. Si occupa attivamente di storia dell’arte e letteratura e della loro didattica. Da alcuni anni cura per il liceo dove lavora  il progetto didattico “Incontro con l’autore” per avvicinare gli studenti della scuola superiore alla lettura anche attraverso il dialogo diretto con poeti e prosatori come  Silvia Avallone, Enzo Fileno Carabba, Mariangela Gualtieri, Mariapia Veladiano, Tiziano Scarpa, Marcello Fois. Giulia Mazza, laureatasi nel 2008 ad Urbino in Teoria della conoscenza, della morale e della comunicazione, ha conseguito a Ferrara il Master MuSec in Cultural Management, ed è attualmente iscritta al Master Insegnare italiano a stranieri. Mediatrice interculturale, ha insegnato lingua e cultura italiana a Lione, e si occupa di progettazione per l’integrazione nel settore educativo e scolastico, svolgendo attività di didattica ermeneutica, filosofia interculturale e facilitazione linguistica. Collabora al progetto filosofiacoibambini.

L’ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili. L’iniziativa si realizza con il patrocinio e la collaborazione di Regione Marche, Provincia di Pesaro e Urbino, Comune di Pesaro, Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, Associazione “Amici della Biblioteca Oliveriana”. Per eventuali informazioni: 0721 33344.

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Estate al giro di boa, cosa si legge e i consigli per chi è sotto l’ombrello(ne)

di ALBERTO BIONDI

Vuoi per le sospirate vacanze e il tempo libero, vuoi perché a furia di completare sudoku e cruciverba si diventa presto enigmisti annoiati, l’estate è la stagione migliore per dedicarsi alla lettura. Tanto, come si dice, in televisione non c’è niente, al mare si va solo tempo permettendo (cioè poco, quest’anno) e piuttosto che scolarsi gli occhi davanti allo smartphone ci si può sempre rifugiare tra le pagine di un buon libro. Certo, sempre se avete smesso di lavorare… In ogni caso, che abbiate il palato fino da lettori “forti” o siate dei visitatori occasionali delle librerie, abbiamo raccolto per voi i titoli più gettonati di quest’estate nord europea e ci siamo fatti consigliare da tre esperti bibliofili del territorio. Intanto, ecco qui le cinquine dei libri più venduti alla Libreria Riminese, alla Mondadori e alla Feltrinelli.

Reading a book at the beachLIBRERIA RIMINESE, P.tta San Gregorio 13, Rimini.

  1. Stoner – John Williams (Fazi Editore)
  2. Il cardellino – Donna Tartt (Rizzoli)
  3. La piramide di fango – Andrea Camilleri (Sellerio)
  4. Il desiderio di essere come tutti – Francesco Piccolo (Einaudi)
  5. I clienti di Avrenos – Georges Simenon  (Adelphi)

MONDADORI, P.zza Tre Martiri 6, Rimini.

  1. Colpa delle stelle – John Green (Rizzoli)
  2. Shadowhunters, città del fuoco celeste – Cassandra Clare (Mondadori)
  3. Storia di una ladra di libri – Markus Zusak (Frassinelli)
  4. Adulterio – Paulo Coehlo (Bompiani)
  5. Una mutevole verità – Gianrico Carofiglio (Einaudi)

FELTRINELLI, L.go Giulio Cesare 4, Rimini.

  1. Una mutevole verità – Gianrico Carofiglio (Einaudi)
  2. Colpa delle stelle – John Green (Rizzoli)
  3. Anche le scimmie cadono dagli alberi – Alessandro Berselli (Edizioni Piemme)
  4. La piramide di fango – Andrea Camilleri (Sellerio)
  5. Vacanze in giallo – AA.VV. Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri (Sellerio)

Incredibile il successo che “Stoner” di John Williams continua a raccogliere alla Libreria Riminese, che da mesi lo annovera tra i primi posti delle classifiche di vendita (e che noi abbiamo recensito in tempi ancora non sospetti). Spopola invece John Green con il suo “Colpa delle stelle” sia alla Mondadori che alla Feltrinelli, mentre Camilleri non delude Sellerio e con il suo nuovo titolo “La piramide di fango” rinnova i consensi ormai storici dei suoi lettori. “Storia di una ladra di libri” deve invece la terza posizione Mondadori alla recente trasposizione cinematografica di Brian Percival, che come sempre ha il potere di far schizzare il numero di copie vendute.

In più ecco cosa consigliano Michele Marziani (scrittore), Massimo Roccaforte (papà della rete distributiva NdA) e Giorgia del Bianco (agente letterario e consulente editoriale) da leggere assolutamente. La terna di Marziani: “Morte di un uomo felice” di Giorgio Fontana (Sellerio), “L’isola delle lepri” di Anna Maria Falchi (Guanda) e “La morte dei caprioli belli” di Ota Pavel (Keller). Le scelte di Roccaforte: “Toccata e fuga” di Lisa Gardner (Marcos y Marcos), “Rimini Ailoviù” di Balducci e Gennari (NdA Press) e “La società opulenta” di John Kenneth Galbraith (Edizioni di Comunità). I consigli di Giorgia: “Festa d’amore” di Charles Baxter (Mattioli), “Tutto il tempo del mondo” di Edgar L. Doctorow (Mondadori) e “Il figlio” di Philipp Meyer (Einaudi).

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I libri della Gambalunga per capire il conflitto israelo-palestinese

di ALBERTO BIONDI

L’ultima notizia avrebbe ammutolito il mondo se non fosse che al conflitto in Palestina ci fossimo ormai assuefatti e, come spesso si conclude abbandonandosi a un cinismo televisivo, non ci avessimo fatto il callo. Era una scuola dell’ONU l’ultimo edificio polverizzato dai missili israeliani sganciati su Gaza, un istituto che avrebbe dovuto fungere da base operativa per aprire il cosiddetto “cordone umanitario” di cui tanto parla la diplomazia internazionale. Le donne, i bambini e gli operatori umanitari che vi si erano rifugiati speravano forse che quel cartello azzurro affisso all’ingresso garantisse loro una sacra inviolabilità, un riparo dalla pioggia di morte che nell’era delle telecomunicazioni viene addirittura annunciata pochi minuti prima, per telefono. Così non è stato.

Il bilancio è grottesco: quindici morti, duecento i feriti, nessuno dei quali imbracciava il kalashnikov in nome di un’eterna Jihad. Cifre che si sommano alle già 800 vittime di una guerra assurda, interminabile, alimentata da un odio secolare e il cui bollettino è destinato tragicamente a salire. Pochi giorni prima era stata la volta di un gruppo di ragazzini che giocavano a nascondino sulla spiaggia. Anche lì due missili, il secondo sganciato su chi fuggiva terrorizzato davanti agli occhi della stampa internazionale, alloggiata nell’hotel di rimpetto. Dalla Striscia, Hamas continua a sparare i suoi razzi verso Israele, un terzo dei quali viene intercettato dal sistema antimissilistico Iron Dome (pochi, se si considera il miliardo di dollari che è costato istallarlo, oltre al finanziamento USA di 205 milioni) e i restanti esplodendo in punti casuali del territorio, seminando il panico nella popolazione ma infliggendo ben pochi danni a cose e persone. Un puro strumento terroristico, più che bellico.

Aldilà delle posizioni politiche e ideologiche che ognuno di noi può maturare, per capire le ragioni profonde del conflitto israelo-palestinese la biblioteca Gambalunga di Rimini consiglia le seguenti letture: L’attentatrice, di Yasmina Khadra (Mondadori); Valzer con Bashir, di Ari Folman (Rizzoli, Graphic Novel); Sinai, 5 giugno 1967: il conflitto arabo-israeliano di Helmut Mejcher (Il Mulino); Palestinesi, di Jean Genet (Stampa alternativa); La guerra dei 33 giorni, di Gilbert Achcar (Alegre); Vittime, di Benny Morris (Rizzoli); Arafat: l’uomo che non volle la pace (Mondadori).

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Dall’AIE una bussola (digitale) che orienterà i librai italiani

Se anche non sarà una vera e propria scialuppa di salvataggio nella tempesta che si abbatte sul mercato editoriale, almeno sì un buon salvagente: stiamo alludendo ai Digital Dossier del “Giornale della libreria”, uno strumento che promette di risultare utilissimo ai librai e che si prefigge di orientarli nell’oceano delle nuove pubblicazioni. Il progetto è nato dall’Associazione italiana editori assieme all’Associazione librai italiani, Argentovivo, Fastbook e IE-Informazioni editoriali.

dossierdigitali-AIEMa di cosa stiamo parlando nello specifico? Lo spiega bene Alfieri Lorenzon, direttore dell’Associazione italiana editori e del Giornale della libreria: “Il Digital Dossier nasce per informare i librai e allo stesso tempo offrire agli editori, grandi e piccoli, la possibilità di presentare le novità anche alle librerie non raggiunte dalla rete di vendita o rafforzarne l’efficacia in quelle già visitate”. Dal momento che ogni mese piovono sulle librerie tra le 4.500 e le 7.000 novità, i Dossier fungeranno da guida rapida e di facile consultazione per aiutare i rivenditori a scegliere le più adatte. Grazie ad approfondimenti su settori specifici del mercato, classifiche dei titoli più venduti, interviste e schede bibliografiche, i Digital Dossier non sono solo un archivio irrinunciabile, ma anche un punto di raccordo tra librerie e fornitori: le ultime cento novità pubblicate saranno infatti ordinabili direttamente tramite link al sito di Fastbook, in Italia il principe nella vendita all’ingrosso.

Alberto Galla, presidente dell’Associazione librai italiani, supporta l’iniziativa e ha dichiarato che: “In un momento di profonda riorganizzazione delle librerie italiane, i Digital Dossier si propongono come uno strumento pratico e concreto per aiutare i librai nel loro lavoro di costruzione dell’assortimento e della proposta della libreria”. Inoltre tutti i numeri del Dossier saranno liberamente scaricabili dal sito di Giornale della libreria. Nel numero che abbiamo letto, abbiamo scovato un’intera sezione dedicata alle pubblicazioni sportive, con un’analisi sul mercato dei manuali e delle biografie degli atleti. Il settore viene definito profondamente altalenante, con picchi di vendite e cali fisiologici; ma possiamo aspettarci che, in clima di Coppa del Mondo, le pubblicazioni sul tema non mancheranno. (al.b.)

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