“Correre: libertà e ascoltare il vento”

Stefano Ciotti

Siamo nel 1976. Il tredicenne di belle speranze Stefano Ciotti veste le mitiche casacche del Morciano Calcio. Fa il terzino. Instancabile, mulina metri dal primo all’ultimo secondo. A lui si interessa il Bologna per un provino. Tra i dirigenti della società c’è Carlo Brigo. Si mette in testa che i suoi ragazzi per fare il fondo debbano “sgranchirsi” con l’atletica. Porta i 3-4 pedalatori più dotati per una gara a Riccione. Stefano, inaspettatamente, vince. Dopo sei mesi, opta per il podismo. A 49 anni, ha messo in cascina un migliaio di gare; arrivando sempre tra i trenta. Si è anche issato a livelli medio-alti. Forse, con un pizzico di fortuna avrebbe raggiunto il vertice. Anche se la sua è stata un’eccellente carriera. E continua ad esserlo.

L’ultima prestazione importante risale allo scorso anno. Nella maratona di Carpi, che è anche titolo italiano, sale fino al 33° posto assoluto; quarto di categoria. Il tempo: 2 ore, 46 minuti e 11 secondi. Venticinque anni fa, nel ’93, a 30 anni, sempre a Carpi, alla sua seconda maratona, fissò un tempone: 2 ore 28 minuti e 43 secondi. Con ritmi simili oggi sarebbe tranquillamente tra i primi cinque in ogni maratona. Il 2012 dell’atleta morcianese è stato da grande annata. Nella 100 Km, la classica Firenze-Faenza, giunge 15° assoluto, in 7 ore, 57 minuti e 14 secondi. La competizione, insieme alla maratona di Russi e la 50 Km di Castelbolognese, valeva per il Trittico della Romagna. Stefano è salito sul terzo gradino; era il campione uscente. Sulla copertina del libro dal titolo “io c’ero! 1979-2012”, a celebrare la competizione, c’è anche Stefano. Una soddisfazione ulteriore. Stefano non ha rimpianti su quanto poteva e non ha fatto. Racconta: “Forse da giovane dovevo entrare in un gruppo sportivo militare; avevo il tempo, ma non l’ho fatto. E non sono pentito”.

Non ha rammarichi neppure per gli otto anni sabbatici; agli inizi degli anni migliori per un maratoneta, 31 anni, muore prima del tempo il babbo. Gli passa il piacere dell’allenamento e la gioia della corsa. A 39 anni, come d’incanto, riallaccia lo scarpino. Arrivano le soddisfazioni. Nel 2009, corre i mondiali master in Finlandia, a Lathi: 23° assoluto e 3° a squadre. Per lui la vittoria più bella, nell’albo d’oro c’è anche il campione Venanzio Ortis (Stefano in quella gara fu terzo), è la vittoria nella Rimini-San Marino del 2010.

In media una ventina di competizioni l’anno (tra cui anche un paio di maratone), Stefano si allena tutti i giorni. Ha due percorsi che giudica bellissimi. Il primo di 36 chilometri in preparazione delle maratone: Morciano-Santa Maria Maddalena-Gemmano-Onferno-Fratte-Montescudo-Montecolombo-San Clemente-Morciano. Il secondo lungo le meraviglie del Conca: Parco di Morciano-Diga-Morciano. Dice: “Il Conca è rilassante. Ci si culla nella musica della natura”. A chi gli chiede che cos’è per lui la corsa, racconta: “E’ libertà. Mi assento da tutto e sto con me stesso. Ascolto il mio passo. Il vento. Percorrere posti meravigliosi, tuttavia abbandonati dalla frenesia. Poi, ci sono le gare”. Gli obiettivi di Stefano Ciotti per il 2013 sono due: essere ai nastri per la quinta volta della Firenze-Faenza e correre la maratona di New York in novembre; il personale gli consente di partire con i primi cento. Buona strada, direbbero gli scout.

© LA PIAZZA RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 




LA STORIA Al cuor non si comanda. Enrica Serafini chiude (suo malgrado) la Philo e passa in Mondadori.

di ALBERTO BIONDI

Enrica Serafini sul posto di lavoro. Pensa al futuro e le idee non mancano. Foto lapiazzarimini.it © RIPRODUZIONE RISERVATA

Ottimista, energica, ostinata. Enrica Serafini (foto) è così. E la sua storia ci ha colpito subito. Perchè ci siamo quasi assuefatti a vedere aziende che chiudono e ad ascoltare le storie di chi, dalla crisi, è stato colpito più duramente. Ci sono però persone e settori che vorremmo non dover includere nell’elenco, che ci auguriamo possano continuare a lavorare al di là delle immancabili difficoltà. Soprattutto se si tratta di chi si occupa di cultura e della sua diffusione.  E di tutto questo, Enrica ne sa qualcosa. Per quattro anni ha gestito la libreria indipendente Philo di Santarcangelo, riuscendo a radunare un nutrito circolo di affezionati, ma le ristrettezze l’hanno costretta a chiudere.

La storia però è a lieto fino perchè Enrica oggi è ancora circondata da ciò che di più ama: i libri. E lavora presso la libreria Mondadori di piazza Tre Martiri. I progetti? Ce ne sono diversi, piccoli e grandi. Anche per la valorizzazione dei luoghi della cultura, che oggi manca, e soprattutto per una rivalutazione del centro storico che, da sempre, è la Rimini “meno turistica” e più “dei riminesi”.

Allora Enrica, iniziamo proprio dai progetti, quelli grandi, poi passiamo alla tua storia. Che iniziative vorresti ci fossero per aumentare i lettori e la clientela nelle librerie del territorio?

Innanzitutto cercare di portare la gente tra gli scaffali, attirarla, con uno sforzo congiunto di Comune e Assessorato alla Cultura nell’organizzare incontri, un cartellone di conferenze, eventi itineranti sia all’interno che all’esterno delle librerie… Con il potere di irraggiamento su giornali e media, le istituzioni potrebbero lanciare molte iniziative attirando anche nomi famosi, spendendo risorse per chiamare qualche autore… ma aldilà dei soldi spendersi in prima persona, che forse è più difficile.

E nel piccolo ?

Nel mio piccolo, a me piacerebbe poter organizzare il venerdì sera qui davanti alla libreria dei circoli di lettura, qualche incontro, ma a quel punto servirebbe il consenso del Comune per la concessione di un piccolo spazio di piazza Tre Martiri.

Perché sei stata costretta a chiudere la tua libreria?

Tutto sta nel fatto di essere una rivenditrice indipendente: quando hai una grossa etichetta a cui appoggiarti, puoi sempre contare di ammortizzare i momenti di calo. Io, gestendo la Philo, avevo tutto sulle mie spalle. Se paradossalmente andavo a comprare i libri agli ipermercati, da rivenditrice indipendente ci guadagnavo di più che prendendoli da un grossista. Chi purtroppo non ha un’etichetta fa questa fine. Addirittura una delle maggiori librerie indipendenti di Milano, a Porta Romana, ha chiuso di recente.

Per quanto tempo la Philo è rimasta aperta?

Quattro anni. Addirittura negli ultimi giorni di attività i cittadini si sono organizzati assieme a una famiglia di dentisti di Santarcangelo e hanno raccolto in una cordata all’incirca 20.000 euro. Avrei potuto pagarci l’affitto per un anno, ma la libreria era già in debito. Il fatto è che era diventata un vero centro di aggregazione. Venivano insegnanti, moltissimi ragazzi e bambini, senza contare le persone che organizzavano iniziative di lettura assolutamente a costo zero.

Che rapporto avevi con la tua clientela?

Umanamente è stata una esperienza bellissima. In generale il santarcangiolese è per natura un po’ diffidente, all’inizio, soprattutto se non sei del posto. Quindi sono passata da una situazione in cui non mi conosceva nessuno, a quella di aver stretto molti legami in questi quattro anni. La clientela era molto variegata. Dal genitore che accompagnando il figlio si riappassiona alla lettura, fino al cliente più esigente. Talvolta venivano anche “personaggi” molto estrosi, con gusti particolarissimi. Poi gli adolescenti, con i quali si chiacchierava così tanto che la Philo era diventata una specie di confessionale! Gestire una libreria indipendente, tralasciando le difficoltà, ti permette di instaurare un rapporto vero con il cliente.

Qual è stato il tuo percorso di studi e come sei arrivata ad aprire una libreria?

Mi sono diplomata al liceo classico di Rimini, poi dopo la laurea in lettere conseguita a Bologna sono approdata a Milano. Volevo entrare nel settore del libro, così ho lavorato in una casa editrice come addetta all’ufficio stampa, accompagnamento all’editor, correttrice di bozze… ma sin da piccola avevo il sogno di aprire una libreria tutta mia, così è stata la volta di Santarcangelo e l’esperienza della Philo.

E dopo aver chiuso cosa hai fatto?

Ho dato ripetizioni e poi lavorato nel settore contabilità nell’azienda dei miei. Per fortuna adesso ho la possibilità di lavorare qui alla Mondadori, in un ambiente più adatto a me.

Prima di lasciarci, la curiosità. Il tuo genere e i tuoi autori preferiti? Telegrafica.

Il romanzo contemporaneo. Gli autori? Philip Roth, Jonathan Franzen, Margaret Mazzantini

Enrica, in bocca al lupo!

 © Copyright lapiazzarimini.it  – Tutti i diritti riservati

 

 




Conferita (postuma) la cittadinanza onoraria a Rosita Nicoletti

LIBRI La copertina di “E nascundèin de tèmp”, uno dei libri di Rosita Nicoletti

Amava Riccione e San Giovanni in Marignano, Rosita Nicoletti. Delle due cittadine, l’albergatrice ne ha raccontato solo le bellezze con l’amato apparecchio fotografico al collo. E’ scomparsa nel 2009, prima del tempo, Rosita; in chi l’ha conosciuta ha lasciato bei ricordi ed il piacere della conversazione garbata. Prima del tempo morì anche il marito, Italo, che ha legato il suo nome alla Polisportiva e all’Azienda di soggiorno. Le sue istantanee sono state raccolte in numerosi libri. Uno narra anche San Giovanni in Marignano. La città gli ha conferito la cittadinanza onoraria, e postuma, in una toccante cerimonia lo scorso 19 dicembre al teatro Massari.

Recita la motivazione: “E’ conferita la cittadinanza onoraria a Rosita Nicoletti, con deliberazione di C.C. n. 61 del 17/12/2012, per manifestare la gratitudine dell’Amministrazione comunale, dell’Associazione Pro Loco e di tutta la cittadinanza marignanese verso l’opera culturale e turistica realizzata nell’intera vita da Rosita Nicoletti, che ha saputo con il suo obiettivo catturare immagini e scorci inediti della Valconca ed in particolare di San Giovanni in Marignano restituendo alla collettività immagini evocative e suggestive del nostro Comune promuovendolo in diverse mostre e pubblicazioni”.

La pergamena e il riconoscimento è stato ritirato dal figlio di Rosita, Luca Nicoletti. Che ha commosso, leggendo alcune poesie dedicate alla figura della madre. In platea anche la figlia di Rosita, Mariagrazia. I fratelli hanno regalato al Comune di San Giovanni una gigantografia di San Giovanni che reca un angolo del borgo. Come per lo scrittore russo Dostojevski, anche per Rosita sarà la bellezza a salvare il mondo. Con la sua macchina a tracolla ha sempre fermato la sua attenzione sul bello della natura e sulla bellezza costruita dall’uomo. In un suo libro del 2008, “E nascundèin de tèmp”, scrive: “…avevo scritto, se non m’innamoro muoio. Oggi a distanza di dieci anni, mi sento di scrivere: io, se non ricordo muoio, perché i ricordi sono la vita stessa”.

 




IL PERSONAGGIO Pico, il fotoreporter di Riccione

ALTRI TEMPI Uno dei tanti scatti di "Pico", in spiaggia a Riccione ci sono le "miss". Dietro di loro i bambini osservano divertiti tutta la scena

Dove c’è Pico (al secolo Epimaco Zangheri), c’è un avvenimento che va a rimarcare la storia di Riccione. Da molti anni nella sua bottega della memoria c’è il figlio Gianni, ma in prima linea con lo spirito dell’appassionato arriva sempre Pico: armato delle sue macchine al collo, del suo giubotto smanicato da fotoreporter, gli occhiali spessi e una strettona di mano che ti fa star bene. Con i suoi nobili 83 anni, lo trovi in un angolo, con la paura di disturbare i protagonisti, a testimoniare i fatti della sua Riccione. E’ così da decenni. Molto probabilmente, tra tanti anni, quando non ci sarà più, la comunità gli dedicherà una strada.

Famija Arciunesa gli appunta sul petto una speciale medaglia: il classico libro-strenna per Natale 2012. Titolo: “…e bufa! Riccione sotto la neve”. Le 64 pagine raccolgono le istantanee innevate di Pico e Gianni, dalla Riccione in bianco e nero fino ai colori dello scorso inverno. Si apre con un angolo di viale Gramsci. In primo piano l’albergo Venezia, che poi sta quasi di fronte alla bottega di Foto Riccione. Nella pagina accanto il lungomare bianco con un maggiolino che traina una slitta con sopra due ragazzotti sorridenti.

Giuseppe Lo Magro, il presidente di Famija Arciunesa, con disincanto non meno che intelligenza con le storie di Pico e Gianni ci ha costruito un piacevole romanzo andando a spasso per Riccione. Eccolo il viaggio: viale Ceccarini, la fontana di piazzale Roma, le magie del porto (anche di sera), il lungomare, la spiaggia, il parco della Resistenza, la “Perla e le farfalle”, il castello degli Agolanti, le strade, la fontana del nuotatore. L’ultima sezione viene intitolata “Scatti curiosi”. Alcune pennellate: biciclette appoggiate che sembrano statue, in sci nordico sul lungomare davanti alla prestigiosa gelateria Nuovo Fiore. Si chiude con un vecchio lampione innevato che sembra una maschera. Forse le istantanee più suggestive sono i tigli di via Castrocaro, dove si affaccia il palazzo comunale. I rami innevati ti fanno volare con le trine dei merletti della nonna. Il professor Lo Magro per rendere le pagine più briose ci ha messo dei testi che esaltano il racconto fotografico. Apre con una serie di spassose parole dialettali con testo a fronte legate alla neve. Per rimarcare il cambiamento dei costumi e del benessere (dalla miseria all’opulenza di oggi) ci ha messo un racconto che risale al 1929; l’anno di un grande nevone e di un freddo da candelotti che scendevano dai coppi. Si intitola, “Poveri d’inverno”, di Rodolfo Ciotti. L’inizio è commovente. Recita: “Il lungo inverno del ’29, con tutti i suoi problemi, fu ben più carogna con le famiglie dei poveri. Si può dire che d’inverno i poveri sono ancora più poveri (…)”.

Quella di Pico è una bella storia. Inizia come “bocia” del fotografo in viale Dante. Ha immortalato tutto: vip, personaggi, luoghi. Ha raccontato storie col suo click. Da anni, ha bottega in viale Gramsci, a pochi metri dal Grand Hotel. Oltre ad essere sempre in trincea, Pico è uomo generoso. Tutti i giornali della provincia attingono dai suoi scatti, codesta testata compresa.

© LA PIAZZA – RIPRODUZIONE RISERVATA

 




Montalcini, la madrina del “Volta”. Nel 1990 vi posò la prima pietra

Il Liceo Scientifico A.Volta, oggi Liceo Scientifico e Artistico Volta-Fellini. La Montalcini vi posò la prima pietra nel 1990

Anche la perfezione muore. Rita Levi Montalcini si è spenta ieri 30 dicembre. Aveva 103 anni. Nel 1986 fu insignita del Nobel per la medicina. La sua autobiografia, da consigliare ad adolescenti ed adulti, si intitola “L’elogio dell’imperfezione”. La scienziata mise la prima pietra del liceo Volta.

Il ricordo del sindaco Massimo Pironi. “La città di Riccione partecipa al cordoglio per la scomparsa di Rita Levi Montalcini, neuro scienziata, Nobel per la medicina e Senatrice della repubblica, straordinaria interprete della cultura e dell´ingegno italiano nel Mondo. Forte e affettuoso il legame che univa la scienziata alla città di Riccione, dove nel 1990 era stata chiamata per la posa della prima pietra del nuovo Liceo Scientifico A.Volta (oggi Liceo Scientifico e Artistico Volta-Fellini). “Ho avuto la grande fortuna di incontrarla tre volte – ricorda il Sindaco Massimo Pironi – sia in occasione della posa prima pietra del Liceo Scientifico, sia in seguito, in Consiglio provinciale, per una delle cause che Rita Levi Montalcini sosteneva con grande impegno, quella in difesa delle donne dell´Africa. La forza e l´energia che trasmetteva erano palpabili. La sua era un´immagine di grande pulizia e di una forza morale senza pari. Ricordo che fu in grado di parlare ai giovani in maniera così chiara e incisiva, come tanti altri giovani non saprebbero mai fare. Quando poi, qualche anno dopo, venne a Riccione per l´inaugurazione dell´Auditorium del Liceo Scientifico, che oggi porta il suo nome, incontrò gli studenti e disse loro di credere sempre in sé stessi. Di essere sempre curiosi, di non aspettarsi mai nulla dagli altri, ma di guadagnarsi lo spazio con lo studio e con la voglia di imparare. Rita Levi Montalcini rimarrà un pezzo importante della nostra storia e un´interprete straordinaria della cultura e dell´ingegno italiano nel Mondo”.




Coriano, tutto pronto per l’inaugurazione della galleria museo dedicata a Marco Simoncelli.

Ancora una giornata tutta dedicata a Marco Simoncelli. L’appuntamento è per sabato prossimo 8 dicembre a Coriano per una festa che porterà sulle prime colline di Rimini persone da tutta Italia. Due gli eventi principali: l’inaugurazione della galleria museale e il podio sulla scalinata della chiesa parrochiale.

I dettagli. Alle 11,30 presso la Casa della Cultura via Garibaldi 127 apre “La Storia del Sic” una galleria museo ed un viaggio lungo le imprese e le gesta di Marco Simoncelli. Una galleria museo aperta con il grande aiuto degli amici del Sic, della Famiglia Simoncelli e dell’amministrazione Comunale di Coriano. La galleria “La storia de Sic” si trova all’interno del Palazzo della Cultura di Coriano ed è sviluppata in sale tematiche, allestite a cura di Aldo Drudi, storico disegnatore delle grafiche dei caschi del Sic e grande amico del pilota. Il visitatore – spiegano gli organizzatori – può interagire con gli oggetti all’interno della galleria e toccarli con mano: dalla moto ai caschi e alle tute del Sic sino le mitiche carretelle: l’obiettivo è quello di creare un “contatto” tra lo spettatore e il mondo di Marco. Speciali immagini fotografiche donate dai migliori e grandi fotografi del mondo delle corse danno al visitatore la possibilità di rivivere i momenti indimenticabili della carriera di Marco.

Tra i tanti amici del Sic è atteso anche Paolo Beltramo, telecronista MotoGp, amico del Sic e autore, in collaborazione con Rossella e Paolo Simoncelli, del libro “Il Nostro Sic”.

 




Buon compleanno Maestro!

Da sinistra il Prefetto Dott. Claudio Palomba, Giovanna Longhi, Fernando Gualtieri con la moglie Yvette. Foto Roberto Masi

Tutti i presenti ricorderanno per sempre la cerimonia-incontro organizzata in Prefettura con il pittore Fernando Gualtieri. E’ stato un crescendo. Con il Maestro visibilmente commosso per l’affetto ricevuto dalle oltre duecento persone intervenute per inaugurare lo spazio a lui dedicato in una sala della Prefettura proprio in occasione del suo 93° compleanno con tanto di taglio della torta. “Non so ancora per quanto – ha detto con una battuta il Prefetto Claudio Palomba che per tutta la cerimonia non ha mai fatto mancare la propria vicinanza al “pittore della Romagna” dimostrando un sentimento sincero e profondo  nei suoi confronti -. Ma quello che posso assicurare è che nonostante il destino di questa istituzione a Rimini il palazzo rimane e con lui per sempre lo spazio dedicato a Gualtieri e alle sue opere”.

Erano presenti ieri sabato 1° dicembre alla cerimonia tutte le principali autorità civili e militari della provincia e un nutrito gruppo di ragazzi della Scuola Elementare del Comune di Talamello, dove è ubicato il Museo Gualtieri “Lo splendore del reale”. Sono stati proprio loro a scoprire la targa che annuncia l’ingresso nello Spazio Gualtieri dove si potranno ammirare alcune delle sue opere.

Lo abbiamo avvicinato per sapere quale sia il ricordo più caro in relazione al Natale. Ci aiuta sua moglie moglie Yvette. Appena sente la nostra domanda, sorride. E ci invita ad entare nella sala dell’esposizione, perchè lì c’è parte della risposta. “Quando Fernando era piccolo – racconta Yvette – era molto povero. Non aveva soldi per comprare i giochi così collezzionava le corde che al porto di Rimini gli regalavano i pescatori. Ecco questo è il suo ricordo più bello. Giocare con queste corde. Proprio quando era a Parigi, in un giorno di malinconia, ricordando quei tempi a Rimini Fernando ne ha fatto un quadro. Eccolo”. E ce lo mostra. Commossa.

Emozionata anche il sindaco di Talamello Francesca Ugolini. “E’ una giornata importantissima quella di oggi, si corona un sogno del maestro Gualtieri e delle amministrazioni comunali, la nostra e quella di San Leo. Un ringraziamento particolare va ovviamente al Prefetto”.

Chi è Fernando Gualtieri. Gualtieri è nato il 1° dicembre del 1919 in Francia. Di origini umilissime, il padre è di Cesena, la madre di Talamello. Vive dall’età di 4 anni a Viserba. I riconoscimenti internazionali arrivano quasi improvvisamente quando un ricco uomo d’affari acquista tutte e 17 le sue prime opere. Dopodichè è un crescendo con riconoscimenti internazionali ai massimi livelli. Nel 1982 riceve la cittadinanza onoraria dal comune di Talamello dove nel 2002  s’inaugura il museo-pinacoteca “Lo Splendore del Reale” (www.gualtierimuseum.it)

Fotoservizio lapiazzarimini.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 




INTERVISTA Daniele Succi, lo chef “filosofo”

Continua il nostro viaggio a cura di Milena Zicchetti per conoscere più da vicino alcuni tra gli chef dei ristoranti più nominati e rinomati del Riminese. Incontri dal vivo, faccia a faccia, come una volta. Per riportare ai nostri lettori chi sono, che cosa amano, cosa cucinano (a casa), e tanto altro ancora. Dopo Piergiorgio Parini (Osteria Povero Diavolo,Torriana), Fabio Rossi (Ristorante Vite di San Patrignano, Coriano) e Silver Succi (Ristorante Quartopiano, Rimini), questa volta siamo andati a trovare Daniele Succi, chef dell’I-Fame di Rimini.

di Milena Zicchetti

Daniele Succi, classe ’77, è nato a Bologna ed è lo chef dell’I-Fame, il ristorante all’interno dell’I-Suite Hotel di Rimini. Un vero creatore di piatti, pronto a soddisfare tutti i sensi con percorsi sensoriali avvolgenti che al gusto uniscono la conoscenza profonda del cibo e della sua provenienza. La passione per la cucina? “Nasce dal piacere di mangiare e ce l’ho sin da piccolo” dice. “Sono sempre stato un gran mangiatore, amo mangiare di tutto ma prediligo in assoluto i cibi più semplici. Ad esempio, tra un astice e un sardoncino, la mia preferenza va assolutamente per il sardoncino: costa cento volte meno ma è molto più buono, più sano e per il mio corpo fa meglio. Sono molto attento a quello che mangio: in fondo noi siamo quello che mangiamo, dobbiamo volerci bene ed è importante una corretta nutrizione. Io poi ho avuto un forte contatto con la natura: sono nato in campagna, dove i nonni e la mia famiglia sono sempre stati coltivatori diretti e sono cresciuto allo stesso tempo in un ristorante, perché i miei genitori ne avevano uno. Quindi il buon cibo salutare e la passione per la cucina vengono da questi due elementi. Già da piccolo poi mi piaceva molto stare in cucina con mia mamma e, al contrario dei miei amichetti che andavano a giocare col pallone, io a 5 anni ho fatto le mie prime tagliatelle a mano!”.

Ha un idolo in particolare?

Pietro Leeman (chef del Joia, primo ristorante vegetariano europeo di alta cucina ad aver ricevuto una Stella Michelin – ndr). In passato ho lavorato a Milano da lui e in quel periodo sono stato anche vegetariano, un po’ per una scelta mia di vita e poi perché mi sono fatto prendere dalla filosofia dello chef. Mi ha dato tanto, dal punto di vista tecnico ma soprattutto umano. Stare a contatto con lui ha maturato la mia visione del lavoro e per questo lo stimo tantissimo. Ha una grandissima capacità tecnica, degustativa, rispetto della materia prima… E’ poi uno chef che quando entra in cucina si mette la giacca e la sporca. Si perché ci sono chef che non si sporcano mai in cucina o perché comandano e non fanno effettivamente da mangiare o perché in cucina addirittura non ci sono mai! Lo chef invece deve essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, tutti i giorni. Poi Massimiliano Alajmo delle Calandre (Tre stelle Michelin – ndr) che, oltre ad essere una persona fantastica, ama tantissimo quello che fa, il suo lavoro, ed ha raggiunto il massimo della valutazione in tutti i riconoscimenti! Lo stimo tanto, ma io non voglio arrivare a quei livelli perché purtroppo, per fare questo, bisogna togliere tanto ad altre cose importanti della vita… che già è corta!

L’I-Fame è un ristorante moderno all’interno di una struttura altrettanto moderna, che tipo di cucina propone ai suoi clienti?

Daniele Succi all'interno dell'I-Suite (Foto Riccardo Gallini)

Salutare in primis, visto che questa è la mia filosofia. Facciamo una cucina che abbraccia un po’ tutti gli stili. Spaziamo dal tradizionale, che è d’obbligo: siamo a casa nostra, in Romagna, per cui chi viene qua deve poter assaporare quello che noi mangiamo e che fa parte del nostro dna. Nel contempo, avendo clientela internazionale, facciamo anche piatti che vanno al di là del confine. Di base però c’è in tutti i piatti il lato salutare, l’utilizzo di prodotti naturali e il trattamento che riserviamo ai cibi è estremamente rispettoso nei confronti dei cibi stessi:

La sua è una cucina “sensoriale”: tra i cinque sensi, qual’è il più importante?

Tutti. Tant’è vero che io lavoro molto su questo. Certo, non riguarda i piatti tradizionali, ma in ogni piatto di mia invenzione entrano in funzione tutti i sensi! Mi spiego: un piatto lo vedi con tutte le sue forme, caratteristiche cromatiche, la disposizione del cibo. Poi lo annusi, senti i profumi che caratterizzano il piatto. Arriva poi il tatto, sia nel momento in cui porzioni il cibo per poterlo mangiare che in bocca (croccante, morbido, soffice, evanescente) e di conseguenza l’udito a seconda della consistenza. Poi arriva il gusto… il sapore e l’input che dalla bocca arriva al cervello. Non tutti lo sanno, ma per la Comunità Europea i gusti sono 5 (amaro, dolce, piccante, salato, aspro) in realtà per la comunità mondiale, sono 6: il gusto in più, da noi ancora non riconosciuto, è l’umami, che deriva dalla presenza di glutammato monosodico e che dà sapidità al palato ed è quello che produce l’acquolina in bocca (lo troviamo per esempio nel Parmigiano e nelle vongole).

Cosa preferisce mangiare in assoluto?

Se devo scegliere… Pesce in primis, lo prediligo in assoluto alla carne, a meno che non si parli di frattaglie, di cui sono proprio ghiotto. La carne è buona, ma se proprio devo mangiarla, a casa, allora cucino pollo, tacchino, piccione, che recupero in campagna dai miei. E poi c’è anche un discorso a livello salutare: la carne sta otto-nove ore nel corpo mentre il pesce in un’ora al massimo lo si digerisce. Del pesce mi piace molto il crudo, lo cucino molto anche al ristorante. Solo che col pesce crudo bisogna stare molto attenti: per sfortuna, in pochi conoscono il grandissimo rischio del mangiare il pesce crudo e che quindi bisogna stare molto attenti a dove lo si mangia. Sto parlando dell’anisakis, un batterio presente nel pesce, una specie di tenia del mare. Se è presente nel pesce e questo non viene abbattuto (l’abbattitore è un congelatore specifico che “abbatte” la temperatura del pesce in tempi rapidissimi – ndr) ci possono essere anche gravi conseguenze se non la morte. Quindi approfitto per fare un appello: massima attenzione!!.

Fuori dal ristorante, a casa o in un locale… toglie le vesti da chef oppure viene spontaneo il giudicare un piatto?

Come dicevo, fare da mangiare a me piace e venire qui al ristorante non lo sento come un dovere ma un piacere. Sono fidanzato, ma quando esco di qua e vado a casa, cucino io, sempre! Amo mangiare bene e prodotti cucinati come si deve. Se dobbiamo mangiare fuori… E’ davvero complicato! O scelgo una pizzeria, oppure cerco di andare in ristoranti che conosco e di cui conosco gli chef, dove so che si mangia bene e comunque scelgo sempre piatti molto semplici. Altrimenti, preferisco di gran lunga rimanere a casa!

Un’ultimissima domanda prima di lasciarci: deve andare su un’isola deserta e può portare con se solo tre cose, o persone… cosa o chi porta?

Tre sono poche, è fatica decidere… I denti e le mani! Le persone che amo non le posso portare, sono più di tre e non posso decidere chi portare e chi lasciare, sono tutte equamente importanti, non sarebbe poi giusto nei confronti delle altre che rimangono, quindi… Tutti a casa! Perché i denti e le mani: bhé mi servono per sopravvivere sull’isola e la terza cosa, altrettanto importante, la salute. Se ho con me queste tre cose, ho tutto.

Milena Zicchetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 




INTERVISTA Il “dietro le quinte” al Quartopiano

di Milena Zicchetti

Ad ispirare la sua arte sono stati quelli che lui definisce “maestri”: Gualtiero Marchesi, Mauro Uliassi, Gino Angelini, Vincenzo Cammerucci. Grandissimi nomi della cucina. Silver Succi, chef del Quartopiano Suite Restaurant di Rimini, si iscrive all’istituto alberghiero perché, oltre alla passione per la cucina all’epoca, dice, i motivi principali tra i giovanotti erano fondamentalmente tre: si gira il mondo, si conoscono tante donne e si guadagnano tanti soldi. La domanda a questo punto è sorta spontanea.

Silver Succi, è andata effettivamente così?

Le donne non ho avuto bisogno di cercarle perché proprio in quel periodo ho conosciuto quella che ora è mia moglie; i soldi non sono immediati e quando arrivano, se arrivano, è solo dopo tanto lavoro e sacrifici; viaggi non ne ho fatti, mi sono subito buttato sul lavoro. Quest’ultimo punto è sicuramente quello che più mi è mancato, non tanto per il viaggio inteso come divertimento, ma mi sarebbe piaciuto viaggiare di più per poter capire e scoprire le varie tipologie di cucina, nuovi mix di ingredienti, aromi…

Ha detto di essere sposato, se posso… sua moglie l’ha conquistata con la cucina?

No, se devo essere sincero, è lei che ha conquistato me. (Ride). Io credo molto nel valore della famiglia e penso che nella vita, il lavoro sia importante, ma molto di più avere dei legami e degli affetti solidi. Ci unisce poi la passione per la cucina… Anche lei devo dire che ai fornelli è brava, ci scambiamo a volte idee, proviamo insieme qualche nuova ricetta…

AL LAVORO Silver Succi, chef del Quartopiano Suite Restaurant.

La prendo a volte come musa ispiratrice. Quando la domenica siamo a casa insieme, a volte diciamo: inventiamo qualcosa! E’ importante sperimentare in cucina. Io mi porto dietro una certa esperienza, ho un certo bagaglio tecnico, quindi mi risulta un po’ più facile. A volte, per il ristorante, prendo nuovi spunti anche da piatti che ho visto in giro e che mi sono piaciuti, da ricette che mi sono capitate tra le mani: da lì parto e vedo tutte le trasformazioni che posso apportare per creare un nuovo piatto. Questa continua evoluzione, non intesa di cucina, ma nel proporre sempre portate nuove (è la filosofia del nostro ristorante), ci permette di non stare mai fermi. Spesso accade che nuovi piatti vengano creati anche direttamente in cucina assieme ai miei ragazzi: li ascolto tutti, dall’ultimo arrivato al mio secondo.

Mi ha parlato di evoluzione, la sua che tipo di cucina è?

Io ho vissuto il passaggio dalla cucina tradizionale alla nouvelle cousine negli anni 70 e 80 con Gualtiero Marchesi, a quei tempi lavoravo con Gino Angelini (chef Riminese ora trapiantato a Los Angeles, ndr). Io ho cercato di tenere della cucina tradizionale e prendere dalla cucina moderna, quello che secondo me erano gli aspetti migliori di entrambe. Credo sia molto importante mantenere le caratteristiche della regionalità nella cucina e qui a Rimini, ma in Romagna in generali, piace molto la cucina locale e tradizionale. Certo, anche io ho sposato alcune tecniche particolari, come per esempio la cucina a bassa temperatura, ma perché ho visto che aiuta a gestire meglio il tempo libero e i tempi morti che a volte puoi avere in cucina. Sicumente mi sento più legato ad una cucina tradizionale, ma la mia è un po’ più leggera, meno grassa, con una presentazione magari insolita e cerco comunque di mantenere inalterato o, se possibile, esaltare il gusto, che deve sempre esserci. Un piatto deve sapere di qualcosa! Inutile vedersi servire un piatto bellissimo di aspetto ma che poi nella sostanza non sa di niente! Una volta qualcuno mi ha detto: un piatto non deve sapere né di te, ne di chi l’ha fatto, né di chi lo presenta, deve avere un gusto tutto suo, una sua personalità. Ed è proprio questo che cerco di fare con tutti i piatti che presento, prediligendo poi la stagionalità dei prodotti e utilizzando tante materie prime locali.

C’è nella sua cucina un ingrediente che non può e non potrà mai mancare?

L’amore e la passione: necessari per fare bene questo mestiere. Quando queste due cose vengono a mancare, è il momento di cercare qualcos’altro da fare. Ai miei ragazzi in cucina dico sempre: quando si fa un piatto, che sia una ciambella, una tagliatella o un ragu, ci si deve mettere lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo che ci mettono quando fanno un piatto nuovo o stravagante. Un piatto, anche se semplice, dopo vent’anni lo devi fare sempre con la stessa voglia di fare, come fosse la prima volta. E poi è inutile: chi mangia lo sente se il piatto è fatto a modo o se è tirato via. Nella cucina ci sono dei passaggi da rispettare perché il piatto venga non solo buono, ma eccellente. Se questi passaggi li vuoi saltare o accellerare, il piatto verrà buono lo stesso, perché tutto è commestibile, ma non è come dovrebbe essere. Mai dare niente per scontato. Se dopo tanti anni sono ancora in cucina, vuol dire che credo ancora nel mio lavoro!

Bhé, sicuramente se il ristorante è stato menzionato anche sulla Guida Michelin, è indicativo. Speriamo possa essere un passo verso la stella per il suo chef…

Anche i ragazzi che lavorano con me a volte mi chiedono: come mai chef non hai la stella? Ho un buon livello di cucina, ma questo non basta. Per avere la stella occorre anche frequentare i posti giusti nei momenti giusti e soprattutto le persone giuste. Questo cosa vuol dire? Il dover prediligere il lavoro in assoluto, ma come dicevamo prima, si arriva ad un punto in cui ti dici che non c’è solo il lavoro, c’è anche la famiglia… e quindi, essere al posto giusto al momento giusto, vuol dire che quei pochi momenti liberi, li devi sottrarre alla famiglia e non è quello che voglio. E poi è anche una scelta… Io non ho mai frequentato certi ambienti anche perché non sono un uomo da palcoscenico, anche se qualche collega, come Vincenzo Cammerucci, tempo fa me lo propose…

Ha mai ricevuto un complimento che le ha fatto particolarmente piacere?

Il fatto che non mi piaccia molto apparire, vale anche rapportato al mio lavoro al ristorante, mi ha fatto stare molto dietro le quinte. Solo negli ultimi dieci anni sono riuscito ad uscire un po’ di più, parlare con i clienti e sentire pareri sulla mia cucina. Ora ho capito che lo chef ha una grande importanza e che alla gente piace vedere o avere un contatto con la persona che ha cucinato quello che sta mangiando o che ha appena finito di mangiare. Un complimento per me grande, che poi è più che altro una grandissima soddisfazione, è all’interno dell’ambiente lavorativo. Ragazzi che lavoravano con me che, dopo 10-15 anni, ancora vengono a trovarmi e mi telefonano, nonostante facciano anche loro tantissime ore in cucina e abbiano poco tempo libero. Non c’è cosa più bella che lavorare in un posto dove entri con il sorriso sulle labbra e dopo tantissime ore, esci di nuovo con il sorriso sulle labbra. A me piace lavorare così coi miei ragazzi… E’ importante.

Immagini ora di avere un ospite importante: chi vorrebbe che fosse e, avendo carta bianca, quale piatto cucinerebbe?

Sicuramente un guru della cucina italiana… quindi chi meglio di Gualtero Marchesi? Sarei davvero molto felice e onorato della sua presenza, anche se la tensione sarebbe di certo a mille perché si sà, qualsiasi cosa io possa o voglia fare, non potrei mai essere al suo livello. Ho avuto modo di conoscerlo quando era a Milano, sono stato con lui per dieci giorni: è una persona che sa di tutto sulla cucina, però ha un garbo, una delicatezza… un signore. Che piatto potrei fare a Gualtiero Marchesi? Bella domanda… Avrei paura a fare qualsiasi cosa! Non andrei sicuramente a cimentarmi in piatti particolari, potrei proporre un piatto magari semplice, ma tradizionale, legato al nostro territorio. L’ideale sarebbe trovare un piatto della memoria, legato ai ricordi…

C’è un piatto che meglio rappresenta il suo ristorante?

Quello che spingo più di tutti ed è uno dei pochi che c’è quasi sempre e da diversi anni ormai, è il sandwic di sogliola o di triglia: nient’altro che due filetti di sogliola o di triglia a seconda della disponibilità, farciti ogni volta in maniera diversa e o racchiusi tra due fettine di pane tostato in modo che diano l’idea del sandwich, oppure panate con dei cubetti di pane tostato per dare croccantezza al piatto.

Un piatto invece in cui lei si identifica?

Io sono più carnivoro. Provo emozione quando mangio un piatto che potrebbe essere una guanciola di vitello, del brasato, un’anatra… Un qualcosa di succulento, di più grassino. Quello che più mi rappresenta è quindi un piatto autunnale… Cosa c’è di meglio di un bel piatto di carne accompagnato da un buon vino rosso?

Un’ultimissima domanda, di rito: lei, un’isola deserta e…

Mia moglie e nient’altro. Io credo che quando si ha una persona a fianco a cui vuoi bene e con cui stai bene, puoi fare a meno di tutto il resto.

Milena Zicchetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 




Meringolo, bravo medico prestato alla politica

Quando Massimo Pironi, sindaco di Riccione, ha annunciato di aver nominato il dottor Renato Meringolo assessore con delega alla Sanità, nella mente delle persone che conoscono il Meringolo, si sono fatti strada due pensieri: uno positivissimo, e cioè che la giunta di Riccione si arricchiva di una persona seria e preparata specie nella materia che il sindaco aveva a lui delegato e per di più dotata di una profonda conoscenza del territorio riccionese; un altro non altrettanto positivo legato al fatto che la medicina ed in particolare i malati perdevano una parte del tempo che Meringolo dedicava a loro. E così molti sperano che il dottor Meringolo rappresenti un prestito temporaneo alla politica, prestito dal quale la politica ci ha guadagnato tanto.

Renato Meringolo è arrivato a Riccione più di 25 anni fa entrando a far parte del Reparto Ortopedia dell’Ospedale “Ceccarini”: alto, distinto, elegante, atletico e raffinato nel parlare. Insomma, una gran bella persona che subito si conquistò la simpatia di tutti i riccionesi; proveniva dalla prestigiosa Università di Bologna ed immediatamente dimostrò le sue grandi capacità di medico ortopedico. Il lavoro di un medico del settore ortopedico è molto particolare rispetto al lavoro dei medici degli altri settori: se si sbaglia l’errore balza evidente ed il paziente lo fa notare. Ebbene per esperienza diretta e per aver contattato tantissimi pazienti da lui curati, la statistica è decisamente ed ampiamente favorevole al dottor Meringolo; tutte le persone contattate hanno avuto parole di soddisfazione e di elogio verso il medico. Il suo carattere lo porta ad essere sempre gentile e sorridente verso gli altri, mai serio e scontroso come invece lo sono tanti medici ai suoi livelli e nel suo ambiente: ma il perché della sua tranquillità e del suo buon umore sta nel fatto che Meringolo conosce alla perfezione il suo lavoro ed è sempre sicuro delle sue scelte operative. Questa sua completa disponibilità e continua positività uniti alla grande esperienza e profonda conoscenza del suo lavoro non gli sono bastati però qualche anno fa, per essere nominato primario del reparto in cui opera; Renato aveva, ampiamente, tutti i requisiti necessari ed in più era conosciuto e stimato in zona ma qualcuno… lo ha sorpassato. Dai Renato, non te la prendere! Acqua passata; le persone che sono state da te curate e quelle che ti conoscono bene sanno che tu meritavi in pieno quel posto.

Renato Meringolo ha però anche un’altra dote che in pochi conoscono perché lui vuole che non si sappia in giro; oggi però disattendo il suo volere: Meringolo oltre che tanta assistenza gratuita, in collaborazione con la moglie, anche lei medico, trova il tempo per fare anche tanta beneficenza con atti e fatti concreti, specie verso i bambini e sicuramente il tempo per continuare a fare questa attività lo troverà, anche avendo l’incarico di assessore. Insomma Renato, noi e tutti quelli che tu hai curato, assieme agli amici, ti auguriamo buon lavoro come assessore nella certezza che per te sarà una bella esperienza, positiva ed esaltante e magari anche un trampolino verso… cariche più elevate. Nel contempo, però, ti chiediamo di restare sempre… un medico perché le tue capacità ed il tuo lavoro di medico sono necessari e sono richiesti da tante persone. Buon lavoro assessore Meringolo. Auguri, auguri, per questa tua nuova attività, ma auguri anche per il tuo lavoro di medico ortopedico; auguri per una positiva carriera in politica. Ma noi vorremmo comunque ancora la tua presenza e sentire il tuo vocione nei corridoi degli ospedali di Riccione e Cattolica. Là dove quando tu arrivi, tante delle persone in attesa si alzano e vanno verso di te per chiederti tante cose e tu ad ognuno rispondi in modo tranquillo e sorridente. Atteggiamento oggi più unico che raro in tanti medici, ma che invece appartiene al tuo bellissimo carattere. (G.C.)

La Piazza della Provincia

© RIPRODUZIONE RISERVATA