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Gli stranieri ‘assaltano’ l’entroterra, centinaia in cerca della loro “Toscana”

di FRANCESCO TOTI

“Non c’è, è nella vigna, provi più tardi per l’ora di pranzo”. “Buongiorno, ci dobbiamo risentire attorno alle tre del pomeriggio perché c’è la pasta in tavola”. Costumi italiani per il pittore Phelan Black, insieme alla sua famiglia fu uno dei primi stranieri a raggiungere la Valconca (campagna di Mondaino) in pianta stabile. Siamo nel lontano 1983. Da allora sotto il cielo della Valconca e della Valmarecchia, per rubare un’immagine di una scrittrice americana, Frances Mayes, hanno trovato la loro Toscana decine e decine di stranieri: inglesi, tedeschi, svizzeri, svedesi, olandesi. Un vero e proprio boom negli ultimi anni. Gli svedesi hanno acquistato e restaurato abitazioni nel borgo di Mondaino e Saludecio. Gli inglesi invece hanno preferito la campagna. Ci sono poi svizzeri, tedeschi. Enrico, teutonico, ha optato per l’abbandonato Castelnuovo nei mesi estivi e Montefiore negli invernali. Traduce autori italiani: Paolo Volponi, Italo Calvino. Lo si incontra negli angoli dei bar caratteristici con un bicchiere di rosso in mano. “Non potranno mica stare nel casino della riviera”, il commento di un morcianese davanti all’edicola con decine di testate estere in bella mostra.

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Una bella immagine di Saludecio, borgo tra i più amati in Valconca

Nelle edicole di Morciano si trovano quotidiani e periodici in inglese, tedesco, olandese e qualcosina anche in francese. Tra le testate c’è anche l’Economist, uno dei più prestigiosi giornali economici del mondo. Son riservati e molti di più di quanto mai ci possiamo immaginare. Racconta Giorgio, un idraulico di Cattolica: “Una sera ero nei pressi di Granarola, suono il campanello, mi viene incontro un’attraente signora che mi indica il cancello giusto. Della Svizzera tedesca la provenienza. Raccontava che per lei quella zona è più bella della Toscana, dove vivono troppi stranieri e le case sono molto più care che da noi”. A Perticara, da molto tempo, il campeggio è gestito da una famiglia olandese che hanno inondato la vallata con le targhe arancioni. Piccolo inciso.

Non è straniero, ma anche uno dei massimi intellettuali al mondo, Umberto Eco, ha scelto l’Alta Valconca come luogo dove ritemprarsi. Per l’esattezza quel di Montecerignone. La famiglia Phelan Black forse è stata la prima a mettere radici nella campagna della Valconca. A chi gli chiede quanti inglesi conosce risponde con una voce sorridente: “So che ce ne sono molti, soprattutto a Cattolica per matrimonio, ma io non li frequento per scelta. Preferiscoessere parte della comunità italiana; esclusivamente con gli stranieri non è vita”. A chi gli chiede com’è arrivato
nei primi anni Ottanta lassù, racconta: “Ho sbagliato strada… no scherzo. Ero amico del pittore romano Ferruccio Marchetti, uno che aveva studiato a Brera, a Milano. Prima di me aveva comprato a Montespino. Facciamo una mostra insieme mi dice di prendere casa quassù dato che la zona è bellissima e potrebbe essere motivo di ispirazione”. Oltre a dipingere, Black fa bed & breakfast, coltiva la campagna e fa ottimi vini: sangiovese, verdicchio e passerina (quest’ultimo vitigno appena impiantato). “Quando abbiamo aperto il bed & breakfast – continua l’artista inglese che ha anche dipinto uno dei primi Pali di Mondaino – a maggioranza i nostri ospiti erano stranieri; ora ci sono anche moltissimi
italiani. Non male per uno straniero”. A chi gli chiede il classico confronto con la Toscana, risponde, anzi non risponde: “Gli amici inglesi che mi vengono a trovare dicono che qui è bellissimo; però lo è anche la Toscana. Ma è una meraviglia anche Rimini. Questo paesaggio davvero sorprendente per bellezza ispira molto la mia pittura”. Inglesi in campagna e svedesi nei borghi. Nelle mura di Mondaino hanno acquistato casa ben sette famiglie svedesi: due architetti, il consigliere finanziario del re svedese. Hanno recuperato alcuni dei palazzi nobiliari in abbandono più blasonati dell’Alta Valconca.

A Saludecio, sempre una famiglia svedese, è stato restaurato un’antica dimora vista mare di una bellezza mozzafiato. La presenza in pianta stabile degli stranieri sta alimentando un turismo di livello medio alto che sta mutando anche l’economia e le relazioni interpersonali. Insomma, la cultura sta modificando i costumi. Sono sorti tantissimi bed & breakfast. E’ arrivata, soltanto in Valconca e non ancora in Valmarecchia, un’associazione di una civiltà unica. Si chiama “Woof”. Gli associati ospitano nelle loro aziende agricole biologiche ragazzi che arrivano da tutto il mondo; persone alla ricerca di stili di vita in armonia con la natura. Ogni anno, nelle campagne di Mondaino, Saludecio e Montegridolfo, approdano circa 150 persone. Per inciso il figlio di Black lavora in questa associazione mondiale; la sorella invece insegna inglese.

 

 

 




“Rimining” e “I’m possible”, la Riviera nella giungla degli anglicismi facili (e ambigui)

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/> Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi

 

di ALBERTO BIONDI

Se nelle ultime settimane i lessicografi dell’Oxford Dictionary avessero letto i quotidiani romagnoli, cosa per fortuna poco probabile, avrebbero notato il rapido diffondersi di due nuovi anglicismi: il verbo “to Rimini” (specialmente il gerundio Rimining) e l’espressione “I’m possible”, quest’ultima motto della Notte Rosa 2015. Non so se vi sia mai capitato di provare una certa repulsa quando, all’estero, leggete le insegne di pizzerie quali Restaurante Italiano, Rasta Pasta o Mama Mia’s; non vi pervade un sentimento di orgoglio ferito, di intima espropriazione, una rabbia verso ciò che si spaccia per nostrano ma che ai nostri orecchi suona così grossolanamente artefatto? Ora, cosa c’entrano le insegne dei ristoranti con Rimining e I’m possible? C’entrano perché da una parte esiste la lingua, e dall’altra l’idea che di questa possiede chi non la parla. I due concetti non sono intercambiabili e spesso gli esiti di un uso improprio possono essere catastrofici, come nel caso dei due neologismi che da qualche tempo spopolano sui media locali.

 
Ma andiamo per ordine cominciando dal primo: partorito dalla mente del designer Leonardo Sonnoli, che si spera non abbia ricevuto per questo alcun compenso dall’amministrazione comunale, il verbo to Rimini vorrebbe significare “godere delle innumerevoli attività e manifestazioni che la Riviera offre ai visitatori”. Ergo I’m Rimining, sto rimineggiando, espressione che si rifà alla moda di trasformare in verbo i nomi di città. L’espressione non poteva che ammaliare il primo cittadino Andrea Gnassi, il quale ha scorto nel neologismo un elevato potenziale tamarro e una chance di riscatto linguistico per la sua città. In una sua recente dichiarazione il sindaco ha infatti sostenuto: “Nel 1988 siamo entrati nel vocabolario della lingua italiana con la parola riminizzare, cioè cementificare. Ora i cantieri stanno cambiando rotta. L’obiettivo è eliminare dal dizionario quel termine e avere strade, teatri, fogne, creare stili di vita”. In breve se oramai non possiamo più farci niente con l’italiano, tanto vale inventarsi un verbo inglese che svecchi l’immagine della città e le dia nuovo smalto. D’altronde è arcinoto: tutte le parole che assorbono la morfologia dell’inglese e ne scimmiottano la pronuncia (in quanti pronunceranno la –g finale di Rimining, che in realtà è sorda?) spiccano un notevole balzo qualitativo. Meglio il moderno “waterfront” con lo “street food” che il deprimente lungomare e i suoi baracchini delle arachidi pralinate. Cambia qualcosa? In linea teorica no, ma praticamente sì. Tutto. È un fatto di imperialismo, ossia il mondo riconosce all’inglese una superiorità che non è soltanto politico-militare-tecnologica dei paesi in cui si parla, innegabile, ma anche linguistica, quest’ultima del tutto discutibile. Perché la “beach” è più figa della spiaggia? Come mai a Rimining dovremmo associare un’atmosfera allegra, festaiola, mentre al corrispettivo italiano solo l’edilizia selvaggia? Rimining racchiude sotto una sola voce verbale uno spettro di esperienze che va dal visitare il Tempio Malatestiano a prender parte alla Nove Bar, dunque tutto e niente. È davvero una strategia efficace nella promozione turistica della Riviera?

 
Tuttavia questi interrogativi sono ben poca cosa se paragonati alle perplessità sorte in chi ha provato a digitare Rimining su Google. Il correttore automatico del motore di ricerca viene incontro alla sbadatezza degli internauti suggerendo un’alternativa più sensata. Nel nostro caso ci chiede “Forse cercavi rimming?” e chi non sapesse di cosa si tratta scoprirà che c’entra moltissimo la lingua, ma non quella dei dizionari. Non paghi dell’effetto Rimining, i poliglotti del Comune hanno poi scelto il motto della Notte Rosa di quest’anno: “I’m possible”, giocando sull’ambivalenza di “impossible” (che appare unendo le parole) e dello sgrammaticato “io sono possibile”, che aveva una sua logica solo nel gioco di parole creato da Audrey Hepburn. Che senso ha tutto ciò? Lecito chiederselo. Se la volontà era attirare un pubblico internazionale la strategia di marketing è inadatta. Dunque il target è di italiani, e anche qui solo di una certa categoria, ma allora perché cedere al vizio dell’anglicismo facile e così irrimediabilmente provinciale? L’impressione è che per l’ennesima volta si preferisca cambiare l’etichetta appiccicata sul vasetto piuttosto che la marmellata al suo interno. Resta solo da vedere se quest’estate sarà ancora buona.

 




I nuovi gusti del gelato? Eccoli: ortica, funghi, ceci, spinaci, fagioli

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di LUCA RIGHETTI

Tra chi appoggia un cambiamento radicale nel settore della gelateria a livello nazionale c’è anche il riminese Maurizio Alessi (foto). Una rivoluzione? Sì, perchè se chiediamo ai nostri figli qual è l’alimento che preferiscono, c’è da scommettere che, nella quasi totalità dei casi, sul podio ci sia anche il gelato. E, a dire il vero, lo stesso farebbero verosimilmente molti di noi.  Il gelato, una delle delizie per cui il Bel Paese è famoso nel mondo intero. Una prelibatezza capace di rendere meno uggiose le fredde giornate invernali e di rinfrescare quelle estive.

 

Come testimoniato dalla 36a edizione di Sigep, il Salone Internazionale gelateria, pasticceria e panificazione artigianali che si è di recene svolto a Rimini Fiera, è il caso di dirlo: dimentichiamoci i classici cioccolato, crema e nocciola. I gusti in voga oggi sono i più svariati e sanno di mozzarella di bufala, ortica, piadina, fagioli, spinaci, funghi, e addirittura cannabis. Ma non è solo una questione di gusto, di porgere al palato nuove sensazioni. Al Sigep l’Associazione dei Maestri della Gelateria Italiana ha presentato alcuni di questi gusti con una novità assoluta: si tratta di gelato a carico glicemico ridotto, una novità che potrebbe segnare una vera rivoluzione nel settore.

 

A guidare l’associazione dei Maestri della Gelateria Italiana troviamo Ruben Pili, gelatiere di San Sperate (CA), che in qualità di presidente a RiminiFiera ha presentato insieme ad Arnaldo Conforto, responsabile ricerca e sviluppo, e a Paolo Bettelli, direttore della Scuola Italiana di Gelateria, la significativa realtà associativa cui appartengono, i suoi obiettivi, i nuovi programmi formativi e gli eventi a cui prenderà parte. Con un ampio e dettaglato intervento, la novità del gelato a carico glicemico ridotto di almeno il 20% rispetto a quello dei gelati classici, è stato affrontato dalla dottottoressa Roberta De Sanctis, biologa nutrizionista, che collabora con l’associazione e di cui è consulente scientifico per questo progetto con la quale ci proponiamo di approfondire ulteriormente il tema.

 

Ce ne occupiamo anche perchè uno dei Maestri dell’Associazione è, come scriviamo all’inizio,  il riminese Maurizio Alessi. Molto incuriositi da questa vicenda,  lo abbiamo voluto incontrare per farci spiegare cosa sta succedendo, e perchè questa novità cambia, se non il modo di mangiare il gelato che rimane immutato, l’approccio a questo alimento così tanto amato. Alessi, che è il titolare della gelateria La Piazzetta di via Saffi (zona piazza Mazzini, centro storico), gestisce questa attività da 25 anni con i collaboratori Silvio, Sonia e Saby.

 

Maurizio, come è nata la tua passione per il mondo della gelateria?

Da buon giovane riminese anche io d’estate lavoravo come tutti i miei coetanei nei bar e nelle gelaterie della riviera, facendo la classica stagione. Piano piano il settore della gelateria ha iniziato ad incuriosirmi e ho deciso negli anni di mettermi in proprio. All’inizio sono partito un po’ a tentoni dopo di che, tra un corso di specializzazione e un altro, sono entrato nell’Accademia della Gelateria Italiana e da lì si è poi avviato il percorso con i Maestri dell’Associazione. Era l’anno 2000.

 

Di cosa si occupa l’associazione e quali sono le sue finalità?

L’obiettivo dell’Associazione dei Maestri della Gelateria Italiana, nata nel 2007, è quello di promuovere il gelato artigianale, facendolo conoscere in un settore in cui è molto forte la concorrenza del gelato industriale. Per fare questo prestiamo una grande attenzione alle materie prime che devono essere prima di tutto buone e di elevata qualità, attraverso una ricerca e uno sviluppo costante del prodotto. L’Associazione ha sede a Perugia dove si trova anche la nostra scuola rivolta alle giovani promesse della gelateria italiana, di cui anche io sono un insegnante, che rilascia, a seguito delle frequenza di corsi tecnico-pratici di centosessanta ore, un attestato di qualifica professionale riconosciuto dal ministero della Pubblica Istruzione.

 

All’ultimo Sigep avete presentato il primo gelato a basso carico glicemico. Quali sono le sue caratteristiche?

Il nostro è un percorso che è iniziato un anno fa con il progetto “La salute vien mangiando…gelati” attraverso la creazione di gelati salutistici. Abbiamo cominciato con sorbetti a base d’acqua utilizzando gli ingredienti che si trovano in natura. Sono gelati a basso tenore glicemico (con una riduzione di almeno il 20% rispetto alle ricette tradizionali) in cui non andiamo ad utilizzare gli zuccheri edulcoranti ma zuccheri senza il fruttosio, che pure è stato dimostrato che in quantità eccessive sia dannoso per l’organismo, riducendone la quantità ed alimentandoli con fibre vegetali, come i legumi, gli spinaci, le lenticchie e i fagioli cannellini. Ci si è prefissi questo scopo perché la letteratura scientifica dimostra che gli sbalzi glicemici favoriscono l’insorgere di diabete di tipo 2 e di sovrappeso, e alti livelli di glicemia predispongono a patologie cardiovascolari a causa della diminuzione del colesterolo HDL (quello “buono”,ndr) e di un aumento dei trigliceridi. Il risultato finale è quello di un prodotto dolciario particolarmente adatto per l’alimentazione, abbinando in alcuni casi i legumi con vitamine, come per esempio spinaci e kiwi. Il prossimo anno stiamo studiando un procedimento nuovo per produrre gelati su base latte. Questo progetto è costantemente supervisionato dalla collaborazione con la dottoressa Roberta De Sanctis, biologa nutrizionista, che avvalora la nostra esperienza tecnica con competenze di tipo scientifico.

 

C’è differenza nel gusto tra un gelato classico e il gelato preparato con i legumi?

Non c’è nessuna differenza nel gusto. Abbiamo testato infatti che il consumatore finale non la percepisce. La proposta dei legumi, pur determinando stupore, è stata valutata positivamente, soprattutto dopo aver constatato la gradevolezza dei gusti ottenuti. E’ importante anche per questo far conoscere il prodotto e comunicarne adeguatamente le caratteristiche. E’ fondamentale infatti sapere quello che si mangia.

 

L’utilizzo di fibre vegetali e legumi nella preparazione del gelato immaginiamo strizzi l’occhio al popolo dei vegani e sia particolarmente adatto a chi soffre di diabete…

Il nostro gelato si rivolge in realtà ad entrambe le categorie e comunque a tutti i consumatori senza distinzione. Le caratteristiche tecniche del gelato e la riduzione degli zuccheri utilizzati lo rendono perfetto per chi ha problemi di diabete. In questa veste il gelato potrà sempre più connotarsi come un alimento integrante della dieta piuttosto che un alimento voluttuario, avvicinarsi a un target più sensibile alla salute e favorire la destagionalizzazione delle vendite.

 

Avete già testato il gelato ai legumi sul pubblico dei consumatori? Come è stato accolto?

Il gelato è stato presentato la prima volta in anteprima all’ultimo Sigep. Ogni membro dell’Associazione nei prossimi mesi proporrà qualche gusto a base legumi. Stiamo preparando del materiale informativo per illustrare al consumatore finale le caratteristiche del prodotto e ciò che andrà effettivamente ad assaggiare.

 

Nell’attesa di testare anche noi questa nuova varietà di gelato, immortaliamo Maurizio al lavoro, con qualcosa di veramente classico, la preparazione di un ottimo gelato al fiordilatte.

 

 

 




E’ il fenomeno del momento: Drink&Talk, aperitivi che parlano inglese

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di ALBERTO BIONDI

Non bastano i libri di grammatica per imparare una lingua. Che sia l’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco o il giapponese, lo scoglio che prima o poi tutti dobbiamo superare è sempre lei, la conversazione, regina di tutte le fobie quando la persona davanti a noi non parla italiano. Perché se è vero che quando leggiamo possiamo prenderci tutto il tempo che ci serve per capire lo scritto, spulciando con calma le nozioni che ci hanno fatto studiare, in una conversazione bisogna interagire sul momento, a tu-per-tu, e per molti la sensazione è quella di una pistola puntata alla tempia. Non esistono scorciatoie: si apprende a parlare solo parlando. Questione di allenamento, puro e semplice.

 

Ora, alcuni possono ovviare al problema grazie alla loro professione, ai viaggi o ai corsi di lingua… ma la verità è che il più delle volte mancano le occasioni concrete per fare un po’ di pratica, specie nella nostra zona. Così l’Associazione Culturale Cambia-Menti si è inventata gli aperitivi “Drink&Talk”: niente di diverso dai soliti a cui siamo avvezzi, lo spritz, la musica e i salatini non mancano di certo; l’unica regola che vige è parlare esclusivamente in lingua inglese. L’iniziativa (partita solo un anno fa, ndr) ha raccolto un successo inaspettato grazie al passaparola e alla promozione sui social network, tanto che per far fronte al crescente numero dei partecipanti si pensa di raddoppiare l’attuale appuntamento settimanale del mercoledì. Volevamo saperne di più su “Drink&Talk” e abbiamo intervistato Alexia Bianchi, coordinatrice del progetto e nostra interlocutrice per Cambia-Menti.

 

Prima domanda: dove e quando avvengono gli incontri?

“Ci troviamo ogni mercoledì a partire dalle 19.30 nella saletta interna del locale “Due Come Noi” (Corso D’Augusto 207, Rimini). Per partecipare è necessario prenotarsi sulla nostra pagina Facebook, via mail o telefono, oltre a versare una quota complessiva di otto euro che include anche il da bere”.

 

Perché degli aperitivi in inglese?

“Perché prima di noi a Rimini non c’era niente di simile. Drink&Talk è nato sulla scia di iniziative che all’estero, ma anche a Milano e a Roma, raccolgono una grande partecipazione. Noi abbiamo inventato qualcosa sui generis qui. Sentivamo il bisogno di sprovincializzare il nostro territorio, che per quanto passi per meta turistica aperta e accogliente è in verità ancora abbastanza chiuso. Come italiani siamo famosi per non amare particolarmente l’inglese e i riminesi non sono molto abituati ad aprirsi, ma poi basta dar loro le occasioni”.

 

In quanti partecipano a Drink&Talk? C’è un target prevalente?

“All’inizio come puoi immaginare eravamo quattro gatti, anche perché abbiamo pubblicizzato l’evento solo su Internet, ma poi è partito un incredibile passaparola ed ora stiamo pensando di dividere i partecipanti in due gruppi, uno il mercoledì e l’altro il giovedì, per ragioni di comodità. In totale siamo una quarantina, assolutamente di ogni età ed estrazione sociale, dai giovanissimi ai signori più maturi. Vengono professionisti, cuochi, ingegneri, insegnanti di inglese, attori… Gli aperitivi sono una formula divertente e fuori dagli schemi per socializzare e far pratica con l’inglese”.

 

Immagino che non tutti riescono a rompere il ghiaccio le prime volte…

“Sì, è così. Vincere la vergogna è il primo passo, ma chi desidera partecipare non ha l’obbligo di dover parlare per forza. Può anche ascoltare gli altri, se non se la sente subito. I livelli di inglese sono molto variegati e l’iniziativa non è pensata come un corso. Non valutiamo nessuno, ci mancherebbe”.

 

E i madrelingua hanno aderito all’iniziativa?

“Al momento sono una decina, chi dall’Inghilterra, chi dalla Scozia, l’Irlanda, gli Stati Uniti… Sono persone trasferitesi qui da noi e anche per loro Drink&Talk è diventata una buona occasione per ritrovarsi e chiacchierare. Costituiscono una risorsa preziosa, perché ascoltandoli si impara moltissimo. Ad ogni appuntamento nominiamo un ospite d’onore, che di solito è un madrelingua o una persona con un buon livello di inglese, il quale può decidere liberamente un tema da discutere per iniziare la conversazione. Alcuni preparano anche dei materiali che poi provvediamo a far girare su Facebook a tutti i partecipanti. La consuetudine vuole che l’ospite d’onore non paghi il suo drink”.

 

Cosa bolle in pentola per il prossimo appuntamento?

Domani 12 febbraio sarà presente il fotografo Erik Gande, che illustrerà i vari progetti a cui si sta dedicando. Dopo l’aperitivo gli ospiti potranno seguire Erik e raggiungerlo alla “Lavanderia Ricircolo dei Cervelli”, il locale dov’è allestita la sua mostra “City in Motion”. Tutto, naturalmente, in inglese. Segnalo anche l’iniziativa parallela a Drink&Talk, “Movie&Talk” di domenica 22 febbraio e 1 marzo in Galleria d’Arte Primo Piano in via Garibaldi in cui guardiamo film in lingua originale con i sottotitoli in inglese”.

 

In futuro gli aperitivi parleranno anche lingue diverse?

“Non escludiamo la possibilità di organizzare degli aperitivi in spagnolo, visti gli interessati e la presenza di una nutrita comunità latina nella nostra città”.

 

 




Giovani speaker a Radioimmaginaria con i loro “eroi”

radioimmaginaria2“Pensiamo di avere occhi e voce per immaginare il mondo che verrà”. I ragazzi (nella foto il giorno della presentazione) si sono presentati così, con questo slogan, per partecipare alla terza edizione di Radioimmaginaria, una sorta di “raduno per adolescenti radiofonici” organizzato in partnership con Go Green Store e Comune di Riccione che quest’anno si occuperà di sostenibilità e ambiente. Una settimana “di incontri, dieci ore di diretta radio giornaliera con scienziati, ricercatori, imprenditori, giornalisti ed esperti di tematiche ambientali” e tanti altri ospiti. Per l’occasione i ragazzi di Radioimmaginaria hanno creato l’Innovation Hero, il personaggio che rappresenta la figura innovativa dello scienziato ricercatore. Sarà lui l’eroe di domani che salverà il pianeta grazie alle nuove tecnologie.  “Abbiamo scelto di ospitare e sostenere questa iniziativa – ha dichiarato Claudio Montanari, Assessore al Turismo del Comune di Riccione in conferenza stampa – perché siamo convinti che rappresenti un modo innovativo di fare turismo attraverso la cultura. Un turismo sostenibile sia dagli abitanti di Riccione, sia dai turisti”.

Ecco come sono andate le cose in queste prime due giornate nel racconto di Alice Lottici. Il primo giorno al Radiocampo è iniziato intensamente, scrive Alice. Alle 15 è cominciata la diretta che ha visto i ragazzi immaginari cimentarsi in discussioni sul tema di quest’anno: sostenere l’ambiente. Il primo ospite è stato Daniele Pulcini, direttore dell’Università La Sapienza di Roma, che con un’intervista telefonica ha spiegato ai ragazzi l’importanza dell’iniziativa e dell’essere pronti a impegnarsi in prima persona per un futuro migliore. Dopo un breve intermezzo musicale è intervenuto in diretta Luca Dondoni, speaker di RTL 102.5 e giornalista de La Stampa, che incontrando sul lungomare a fare jogging la speaker di Radio Deejay Laura Antonini l’ha invitata a intervenire. Ed ecco il momento dell’intervista in inglese con il canale You2 sempre con Luca Dondoni, che in passato ha trascorso un periodo negli Stati Uniti migliorando il suo livello linguistico. Prima di andare via lo speaker di RTL 102.5 ha dichiarato: “Appena vedi questi ragazzi di radio immaginaria ti viene voglia di restare in Italia”. Non potevano mancare anche gli amici di Mare di Libri, giovani che avendo la passione per la lettura hanno pensato di scrivere un loro libro o di proporne alcuni ai nostri microfoni. Le risate non sono mancate con il geologo Fabio Zaffagnini che ha spiegato ai ragazzi i danni che i pesci subiscono a livello genetico (cambiando addirittura sesso e non potendo più riprodursi) immergendosi in mare con la crema solare appena spalmata sulla pelle, oppure fare escrementi in mare cosa comporta. Successivamente ospiti i Third base, band emergente di Rimini. Poi Karima conosciuta all’Arezzo Wave e speaker di M2o. La serata è finita alle 24 con il concerto dei Third base, Karima e il dj set di Andrea Rango.

Il secondo giorno inizia con la diretta alla postazione di Radio Deejay all’Aquafan: due ragazzi di radio immaginaria hanno raggiunto Rudy Zerbi e Laura Antonini intervenendo nel loro programma e parlando dell’esperienza del radiocampo. La maratona radiofonica di Radio Immaginaria, in diretta dal lungomare di Riccione, è partita con Francesco Matteucci che ha trattato il tema giovani e futuro: Scappereste dall’Italia? Il fenomeno di fuga di cervelli all’estero. Interviene successivamente anche Andrea Borgnino, speaker di Rai Radio 3 e responsabile delle strategie web di Radio Rai. Non potevano mancare le dirette con il canale you2 e la rassegna stampa quotidiana. In giornata sono state protagoniste alcune aziende tra cui Giocosolution ed Ekoteam che hanno diffuso nuove idee di innovazione e hanno presentato alcuni prodotti all’avanguardia. Quasi in chiusura è arrivata la chiamata dall’Innovation Hero, Rudy Zerbi. Dopo una breve pausa la serata è continuata con un live show di Radioimmaginaria e il dj set di Seoul. L’iniziativa va avanti fino al 31 agosto a Riccione (Lungomare zone 85-83). I giovani sono il futuro. Passiamoli a trovare.

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Ferragosto, spiazzate il vostro barman: chiedetegli il “Sangiovese Violet”

giancarlomancinidi MILENA ZICCHETTI

Sorseggiare cocktail. La tendenza non è certo nuova, ma non è però poi così facile trovarli a base di vino, che non siano naturalmente i classici Prosecco e Champagne. Forse in questo momento i più puristi tra gli amanti del vino staranno inorridendo alla sola idea di mischiarlo con altri ingredienti, ma vi garantisco che l’effetto è davvero sorprendente. A Giancarlo Mancino (nella foto lapiazzarimini.it), bartrender originario della Basilicata ma da tempo stabile ad Hong Kong, alla scorsa edizione del Vinitaly dalla Regione Emilia Romagna gli è stato affidato un compito ben preciso: partire da vini tipici emiliano romagnoli per trasformarli in veri e propri cocktail. Ecco cosa ne è venuto fuori: Lambrusco Sangria, Malvasia Aromatic&Gin, Gutturnio Mojito, l’Albana Cherry Sour e altri ancora. Ho scelto quindi di provare quelli più rappresentativi della Romagna e quindi uno a base di Pignoletto e l’altro di Sangiovese.

Provati per voi. Il Pignoletto Spritzer è un cocktail rinfrescante e dissetante a base di Pignoletto, dove la nota predominante è data dal succo di pompelmo rosa, non confezionato, ma spremuto al momento. Quello che si percepisce immediatamente, già al primo sorso, è la freschezza di questa bevanda, leggermente alcolica e dal gusto davvero tenue che ritroviamo anche in un secondo ingrediente: il St Germain, un liquore francese artigianale, completamente naturale, caratterizzato da profumi di frutti tropicali, pompelmo e pera e ricavato dai fiori di sambuco. Nota particolare, è la sostituzione della soda, classica dello spritzer, con l’acqua gassata, in questo caso la Galvanina. Il Sangiovese Violet. In perfetto stile Martini, il nostro caro Sangiovese si è trasformato in un liquore dal colore spettacolare, che dal rosso tende al violaceo, e il forte sapore dolciastro ai frutti di bosco. Il gusto morbido dal sapore fruttato, è dato infatti dall’utilizzo della Vodka Kurrant, “ribes nero”, mi spiega Giancarlo, che ha conferito carattere e un pizzico di acidità al cocktail. A completare il tutto, conferendo quel particolare colore violaceo, il Violet Liqueur Bitter Truth, un rum caraibico con sentori di frutti di bosco che lascia in bocca un buonissimo retrogusto fruttato ed intenso, oltre a dare freschezza, grazie ad un suo ingrediente fresco e profumato come la viola.

Se il vostro barman di fiducia non sa da che parte incominciare, ecco le istruzioni. Per la preparazione del “Pignoletto Spritzer”: 60ml Pignoletto, 60ml St. Germain Elderflower Liqueur, 40ml succo di pompelmo rosa, 50ml Galvanina frizzante – Miscelare nel bicchiere con ghiaccio tutti gli alcolici, quindi aggiungere la Galvanina frizzante. Per la preparazione del “Sangiovese Violet”: 50ml di Sangiovese Superiore, 30ml Violet Liqueur Bitter Truth, 20ml di Absolut Vodka Kurrant, 20ml di Vermouth Secco – Shakerare tutti gli ingredienti, quindi filtrare e servire in una coppa larga ghiacciata. Buon ferragosto!

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Quando si dice trovare il pelo nell’uovo

uovasignificatocodicedi MILENA ZICCHETTI

Al centro di numerose preparazioni e dietro la forma così perfetta e fragile del suo guscio, l’uovo racchiude in sè un prezioso concentrato di sostanze che lo rendono un alimento straordinario ed estremamente nutriente. In un uovo di gallina, dal peso medio di 60gr, sono concentrati lipidi, proteine dal valore biologico altissimo, ferro, fosforo, sodio, magnesio, potassio, vitamina A, D ed E (presenti nel tuorlo) e vitamine del gruppo B, contenute sia nel tuorlo che nell’albume, il tutto per un apporto di circa 80 calorie. Un alimento che ha davvero bisogno di pochissimo altro per esprimere al massimo il suo potenziale. E questo lo sapeva bene anche Dante Alighieri, secondo il quale, l’uovo con il sale, sarebbe stato il miglior alimento al mondo. Forse non tutti però sanno che, in Italia, sono 13 miliardi le uova che vengono consumate ogni anno, indicativamente 12 kg pro-capite. Una parte di queste viene naturalmente assunta indirettamente e quindi sotto forma di pasta, dolci ed altre preparazioni alimentari.

Ma veniamo al dunque: le uova, anche se sembrano tutte uguali, in realtà non lo sono. Una prima distinzione va fatta dal punto di vista commerciale, secondo il quale sono suddivise in Categoria A, quelle destinate al consumo umano, e Categoria B, quelle destinate alla trasformazione, solitamente dopo essere state pastorizzate. Quindi vengono distinte in base al loro peso: XL uovo grandissimo di oltre 73 grammi, L uovo grande, da 63 a 73 grammi, M uova medie, da 53 a 63 grammi, S uova piccole, meno di 53 grammi. Ma quanti sanno che ci sono ben quattro tipologie di uova in vendita sul mercato, a seconda di come vengono allevate le galline?

Non ci si deve fermare quindi a quello che c’è scritto sulle confezioni, o limitarsi a guardare le immagini o gli spot pubblicitari, dove si vedono galline che vengono lasciate razzolare libere perchè  nella maggior parte dei casi non è così. Come riuscire quindi a districarsi nella vasta offerta di mercato, per una scelta più consapevole e di qualità? Quello che molto semplicemente ognuno di noi dovrebbe fare, è controllare l’etichettatura delle uova che, ai sensi del Regolamento CE 2295 del 2003, è obbligatoria (e non lasciata alla discrezione del produttore). Dal 2004 infatti, tutte le uova prodotte nell’Unione Europea, hanno sul guscio una etichetta ben precisa, un vero e proprio codice identificativo alfanumerico stampigliato (es: 0IT009FO290), che fornisce tutte le informazioni sulla loro produzione e provenienza. In questo modo il consumatore ottiene tutte le informazioni essenziali su come sono state allevate le galline.

Cerchiamo ora di capire come leggere questo codice. La prima cifra indicata, è la più importante e identifica la tipologia di allevamento. Ne esistono di quattro tipi e sono contrassegnati dai numeri 0-1-2-3. Troviamo quindi uova da agricoltura biologica – ‘0’ (come nel nostro caso), dove gli allevamenti sono soggetti alle principali caratteristiche e normative in materia, vengono utilizzati mangimi biologici all’80% e le galline stanno per lo più in un terreno naturale e all’aperto. Segue poi l’allevamento all’aperto – ‘1’, in cui le galline per alcune ore al giorno possono razzolare in un ambiente esterno, ma protetto e controllato per ragioni sanitarie e per prevenire contagi con animali esterni all’allevamento, e le uova vengono deposte sul terreno o nei nidi. A salire troviamo l’allevamento a terra – ‘2’, dove le galline vengono allevate in grandi capannoni con luce artificiale e una densità non superiore a 7 animali per mq. Anche in questo caso, le uova vengono deposte nei nidi o sul terreno. Questa dicitura trae però spesso in inganno.

Come le aziende stesse dichiarano, dispongono di impianti di allevamento sicuramente all’avanguardia e nel rispetto delle normative vigenti sul benessere animale, ma specificano loro stesse che garantiscono un ambiente naturale “dal momento della deposizione delle uova fino alla raccolta” e quindi non un ambiente naturale nella quotidianità della vita della gallina. Infine abbiamo l’allevamento in gabbia (o in batteria) – ‘3’, in cui le galline vengono allevate in un ambiente confinato, rinchiuse perennemente in gabbie e depongono le uova direttamente in una macchina preposta alla raccolta. Un allevamento che “sicuramente” causa problemi sia fisici che mentali alle galline che non possono avere quegli atteggiamenti tipici della loro specie, data la scarsità di spazio.

Continuiamo la lettura del nostro codice alfanumerico. IT sta per Italia e indica la nazione di produzione (il nostro paese produce tutte le uova di cui abbiamo bisogno, per cui difficilmente si troveranno altri codici). Segue poi il codice ISTAT del comune dove è situato l’allevamento e la sigla della provincia di ubicazione del produttore (nel nostro esempio, 009FO = Forlì-Cesena). Per finire, il codice identificativo del singolo allevamento in cui la gallina ha fatto l’uovo (290), necessario per la tracciabilità.

Gli allevamenti delle province di Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna (come molte in Emilia Romagna), hanno già tempo deciso di dire “no” all’allevamento di tipo ‘3’, tirando fuori le galline dalle gabbie e lasciandole vivere libere, preferendo per lo più allevamenti di tipo ‘2’ a terra e, in alcuni casi, biologici o all’aperto. Ma quali tipologie di uova troviamo sugli scaffali dei nostri supermercati e quali sono le loro scelte commerciali? Ne abbiamo verificato qualcuno. Sui banchi Coop, non ci sono uova che provengono da allevamenti di galline in gabbia. “Una decisione – dichiarano – che vuole coinvolgere in questa scelta anche tutti i nostri fornitori” e di questo ne fanno buona mostra nei singoli punti vendita, con tanto di cartello informativo. A parte una sola confezione di uova fresche biologiche ‘Vivi Verde Coop”, le altre confezioni sono tutte di uova da allevamento a terra, di tipo 2: Tedaldi, Coop e Fattorie Natura. Non è la stessa cosa nei punti vendita Sisa, dove le uova sono prevalentemente di tipologia ‘3’ e provenienti dal triveneto. Tra queste i marchi Sisa e Coccovo Italianissime. Un solo marchio propone uova da allevamento a terra: Gusto&Passione. L’ultimo controllo è stato effettuato presso il punto vendita A&O dove risultano paritarie le proposte di varie categorie: due confezioni propongono uova biologiche (Prima Natura Bio e Natura Chiama Selex), due uova da allevamento a terra di tipo 2 (le uova marchio Selex e Tedaldi) e due di tipologia 3 allevamento intensivo in gabbia (Le Naturelle e Fress). La differenza tra una confezione di uova da galline allevate in gabbia e le altre non è che di pochi centesimi. A voi la scelta.

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Vacanze rovinate, Rimini e Riccione si “salvano”

vacanzarovinataBasta dimostrare il danno subito per non avere potuto godere pienamente della propria tanto attesa meritata vacanza che si può adire alle vie legali e arrivare anche un risarcimento in denaro. Tali richieste – secondo il portale nazionale prontoprofessionista – sono aumentate del 18,5% negli ultimi 5 anni. I Tour operator, spega il network di legali, sono i soggetti più colpiti. Le località più tartassate sono la Sardegna, Costa Smeralda e Calabria, quelle più virtuose la Costiera Amalfitana e la Liguria. Al primo posto per efficienza ci sarebbero Rimini e Riccione. Per le due località sono solo il 3% le cause di risarcimento che comunque ottengono “altissimi punteggi” sul servizio, sulla disponibilità degli albergatori e del personale e sulla possibilità di ospitare animali in vacanza.

La maggior parte delle richieste (+78%) sono causate da sostanziali differenze tra le informazioni riportate sui cataloghi e l’effettiva presenza delle stesse: dalla mancanza dei servizi essenziali, alle precarie condizioni igieniche della struttura ricettiva, dalla spiaggia non praticabile, alla modifica degli orari di arrivo e di rientro, ai diversi disagi aerei. Meno frequenti ma comunque presenti (12%) anche le richieste di risarcimento nel caso di infortunio durante il soggiorno, causato da strutture decadenti e non sicure. Molto rare sono invece le richieste per lo smarrimento dei bagagli (solo lo 0,5%).

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Benessere, cerca chi sei tra i vari profili

fitnessprofiliTra le tante positività che RiminiWellness porta, ci sono anche dati e ricerche. Tra queste la NETS Marketing Research è andata a ‘profilare’ i consumatori di wellness. Sono emersi ben cinque identità.  Eccole. Ci sono i Techno-Active, nove su dieci (87,4%) vantano un profilo Facebook, hanno mediamente 35 anni, due su tre sono donne e hanno iniziato ad allenarsi da poco più di 5 anni, principalmente per ‘tenersi in forma’ (84,6%).  Poi ci sono gli Evergreen, mediamente 45enni, quasi la metà (46,5%) impiegati ed una grande varietà di passioni per i luoghi di allenamento. E’ il profilo nel quale spicca la passione come motivazione, con un dialogo aperto col medico. Gli evergreen utilizzano il cardiofrequenzimetro (56,7%) o regolano l’attività fisica tramite una App (30,8%) del proprio smartphone; traggono il maggiore beneficio dall’attività fisica: l’84,4% dice di sentirsi molto meglio. Seguono i Conserv-Active, prevalentemente donne, 41 anni di media, hanno un reddito più basso di altri profili e sono fortemente motivati dal volersi tenere in forma (88,9%). Affiancano l’allenamento all’appartenenza a community sull’alimentazione legata all’attività fisica (35,8%).

Poi ancora i Relaxed Manager, i glam metropolitani. Ancora tante le donne, (64%), con età media di 37 anni, e dove la categoria dei lavoratori autonomi ha più rappresentanti. I glam cercano relax (79%), ma sono portati alla sperimentazione (TRW 22,4%, Military Fitness/boot camp 13%) o all’ingaggio di un personal trainer (18%). Infine gli irriducibili. Sono 39enni con prevalenza di laureati (54,9%), scelgono più di altri la palestra (84,3%) per il loro allenamento e quasi la metà (45,1%) la frequenta tutti i giorni. Il loro entusiasmo è veicolato sui Social: postano fotografie sulle loro attività fisico/sportive (68,3%) e condividono i loro risultati (29,3%).

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A RiminiWellness un’esplosione di energia

riminiwellness2014pugilatoRiminiWellness ha mandato in tilt tutta la città. Complice il ponte del 2 giugno è da venerdì che in migliaia hanno varcato le barriere dei caselli autostradali di Rimini nord e sud. Movimento, fitness, benessere, sana alimentazione, energia, sport e divertimento. Sono questi gli ingredienti che stanno portando ad affollare i padiglioni di RiminiWellness, la manifestazione internazionale, giunta quest’anno alla nona edizione e in programma a Rimini Fiera, dal 30 maggio fino a domani 2 giugno. Ogni anno è trampolino di lancio delle novità più dinamiche e travolgenti del settore, oltre alle varie proposte in anteprima provenienti da ogni parte del mondo.
L’edizione 2014 si farà sicuramente ricordare, tra le altre cose, per aver realizzato e contenuto la più grande ‘area acqua’ mai realizzata indoor, con i suoi 350 metri quadrati di vasche, per un totale di 1.200 metri cubi. “Tantissime le novità legate al mondo dell’acqua per l’allenamento non solo del corpo, ma anche della mente” commenta Patrizia Cecchi, direttore Business Unit di Rimini Fiera. Una delle novità più attese dell’estate 2014, presentata in esclusiva mondiale proprio in fiera, è il WellnessPedalò, un innovativo pedalò perfezionato e dotato di una vera e propria vasca idromassaggio che può essere facilmente riempita e utilizzata direttamente in mare, diventando così una vera e propria ‘Spa’ in movimento. Il sistema di galleggiamento di WellnessPedalò, è stato studiato per riempire in tutta sicurezza e facilmente la comoda vasca, dotata di ben 12 bocchette idromassaggio, alimentate da una batteria con otto ore di autonomia. A partire dalle prossime settimane, questa mini area benessere mobile sull’acqua, sarà a disposizione sulle varie spiagge italiane, ma prima di tutte su quelle della provincia di Rimini (bagni 26, 146 e 154) e di Riccione (in zona Marano).

Tra le proposte più curiose e particolari inoltre, l’Acqua&Pilates, una interpretazione del Pilates in acqua e l’Acquafight, con le più avanzate tecniche di combattimento in vasca, per arrivare alla nuova sfida dell’Acquapole, con oltre 150 possibili esercizi con il palo. Per gli amanti dello sport, ed in particolar modo gli appassionati di roccia e delle arrampicate, una novità a dir poco accattivante, è data dalle pareti rotanti senza fine, e poi ancora tappetini da fachiro con ciottoli per stimolare la microcircolazione sanguigna, palle riccio per la stimolazione dei piedi e il miglioramento dell’equilibrio, per arrivare, fra le ultime novità, alle piattaforme interattive per allenamenti personalizzati.

A RiminiWellness non mancano neppure le applicazioni digitali: circuiti funzionali, scalate di grattacieli, app che monitorano il proprio allenamento e scarpe “propriocettive”, per arrivare al nuovo braccialetto wellness, progettato per adattarsi allo stile di vita di chi lo indossa: fornisce informazioni in tempo reale sulla qualità e quantità del sonno, del movimento, del cibo e dell’umore, aiutando colui che lo usa a diventare più consapevole di sé e a vivere meglio.

Ma le sorprese non finiscono davvero mai per gli amanti del fitness! Tra le novità più curiose troviamo, direttamente dall’America, il Country Fitness una nuova disciplina aerobica che utilizza la musica country per dare tempo ai movimenti. Per i più energici invece, dall’Oriente arrivano quattro nuovissimi format fitness, terrestri e di acqua, che utilizzano le tecniche degli sport da ring e delle arti marziali orientali a livelli mai visti nel fitness: Thai Fit Kombat, Thai Fit Shao, Thai Fit Water, ThaiFit Water con e senza sacco. Cosa dire poi della Dansyng 3D? Presentata in anteprima mondiale proprio in fiera, si tratta di una innovativa combinazione di danza e canto utilizzando la tecnologia 3D applicata allo sport. Indossando dei particolari occhialini, le parole prenderanno vita uscendo dallo schermo per avvolgere i partecipanti e rendere ancora più unica l’atmosfera e la lezione.

All’interno dell’area Biostage, sono inoltre diverse le particolari discipline proposte al pubblico di RiminiWellness per il ritrovamento del benessere del corpo e dello spirito. Tra queste, le più curiose e innovative sono lo stretching dei 5 elementi, lo Yoga per il dimagrimento, l’Aerobic Yoga e il Piloxing, che fonde il pilates, la boxe e i movimenti di danza in una disciplina unica nel suo genere.

Anche nella giornata di ieri il salone del fitness e del benessere di Rimini Fiera è stato letteralmente invaso da personaggi celebri del mondo dello sport e dello spettacolo: Technogym nel suo stand ha ospitato l’ex calciatore dell’Inter Marco Materazzi, campione del mondo nel 2006 con la nazionale, e lo sciatore Massimiliano Blardone. Francesco Mariottini, reso celebre da “Amici” di Maria De Filippi, ha fatto la sua comparsa come testimonial del progetto Winx Fairy Dance. Protagonista anche la boxe, con il professionista Matteo Signani. Hanno visitato RiminiWellness anche Clemente Russo e Vincenzo Mangiacapre, nel pugilato peso massimo e superleggero. Uno è un campione affermato, con due ori mondiali e due argenti olimpici, l’altro un venticinquenne che si è già messo al collo una medaglia a cinque cerchi (il bronzo di Londra).

Successo straordinario anche per il debutto della WellDance. Ideata da Annarosa Petri e Raffaele Paganini, l’attività unisce il fitness alla danza. Nel corso dell’incontro di presentazione sono stati illustrati i punti chiave di questo nuovo sistema di allenamento e la grande sinergia con il settimanale Starbene. Il metodo, che è già stato riconosciuto e certificato dalla “AID&A” – Associazione insegnanti Danza, è scientificamente testato e permette di bruciare calorie, allenarsi e soprattutto divertirsi. La WellDance, già prova ufficiale del Grande Fratello 2014, è al padiglione B3 in un vero e proprio WellDance Village con un fitto calendario di appuntamenti.

Ieri è stata anche la giornata dedicata alla presentazione dei libri: Cristina dal Basso, protagonista del Grande Fratello 9, ha partecipato come guest star alla presentazione del libro: “Conquistare la donna con il massaggio perfetto” del maestro Duilio La Tegola, direttore nazionale della Scuola Massaggi DIABASI. In mattinata anche Terry Schiavo, show girl nota per le sue apparizioni in tv e al cinema, ha presentato il suo nuovo libro ‘Love Factor – Ma davvero gli italiani lo fanno meglio?’ SBC Edizioni. Un viaggio nel quale l’autrice racconta “la girandola di colori che caratterizza gli incontri amorosi, mostrando, con la sottile ironia che la contraddistingue, come le anime protagoniste del suo libro non cerchino altro che amare se stesse prima di essere pronte ad amare la propria metà. Una serie di storie, vere ma non autobiografiche, con personaggi reali, belli e perfetti, con pregi e difetti, con una serie di consigli su cosa non fare e non essere per diventare un perfetto lovely man”.

Non poteva certo mancare il tema dell’alimentazione affrontato con il punto di vista dello chef. Presente a Rimini Wellness Marco Bianchi, celebre “chef-scienziato” nello spazio Food Well, riservato al mondo dell’alimentazione, Bianchi – protagonista di “Detto fatto” su Rai 2, assieme a Caterina Balivo – ha presentato alcune idee contenute nel suo nuovo libro 50 minuti, due volte alla settimana. “Alimentazione sana e attività fisica sono fattori di prevenzione, e sono inscindibili”, ha spiegato. “In Italia, anche gli sportivi tendono a eccedere con le proteine animali, e ad assumere una quantità insufficiente di frutta e verdura”. Lo chef-scienziato, sotto gli occhi di un pubblico attento e competente, ha preparato due panini all’insegna del gusto e della salute: uno con lo sgombro, l’altro con il seitan.

Domani ultimo giorno. La manifestazione, che occupa l’intero quartiere espositivo (16 padiglioni) con 48 palchi e un totale di 400 aziende tra dirette e rappresentate, 96mila metri quadrati indoor e 66mila outdoor articolati sulle diverse anime del vivere bene e in armonia con il proprio corpo e con l’ambiente: fitness, benessere, danza & sport fashion, turismo wellness, contract & design. Anche quest’anno è stata riconferma la suddivisione in due aree: W-PRO, studiata per il pubblico professionale e W-FUN, per il pubblico degli appassionati. La kermesse è aperta dalle 9.30 alle 19.00, con accessi dagli ingressi SUD, OVEST, EST. E’ inoltre operativa la stazione ferroviaria interna di Rimini Fiera, rendendo ancora più semplice raggiungere il quartiere fieristico. (fotogallery Ufficio Stampa RiminiFiera, foto di copertina lapiazzarimini.it)

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