Addio a Mularoni, il re della ceramica. Ha creato uno dei primi dieci gruppi italiani.

Il Gruppo Faetano fattura quasi 150 milioni di euro (l’80% il peso dei mercati esteri, Usa, Germania e Francia). Tre i marchi: Ceramica Faetano (fondata nel 1962), Del Conca (nata nel 1979) e Pastorelli (emiliana, fondata nel 1966 e acquisita una quindicina di anni fa). Impiega circa 580 persone.

 

Il sammarinese-americano Enzo Donald Mularoni se n’è andato lo scorso 26 agosto dopo una brevissima malattia, prima del tempo. Aveva 64 anni. Lascia la moglie Stefania e tre figli, Paolo, Davide e Mirco. Tutti e tre in azienda. Paolo dovrebbe prendere le redini della capogruppo Faetano, nome in onore del castello sammarinese d’origine della famiglia. E’ stato, l’ingegner Enzo Donald, l’artefice del successomondiale della Ceramica del Conca-Faetano. Oggi, Del Conca. Amava dire: “Trent’anni fa in Italia c’erano 400 aziende che producevano piastrelle e noi eravamo la duecentesima; oggi ce ne sono duecento e noi siamo tra leprime dieci. Qualche merito lo abbiamo avuto”.

 

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Enzo Donald Mularoni (9.9.1952- 26.8.2016)

Tanti i meriti quelli di Enzo Donald Mularoni. Era nato negli Stati Uniti, dove il babbo Cino era emigrato dopo la Seconda guerra mondiale. Ritornato in Italia nel 1960, Cino, aveva fatto cose straordinarie, portando quanto di più avanzato c’era negli Usa,tra cui il calcestruzzo industriale. Prodotto che sarà la leva del suo successo imprenditoriale. Uno dei principali talenti di Enzo Donald era una raffinata visione industriale, l’organizzazione e la prudenza. Attento al cosiddetto passo più lungo della gamba. Fare gli investimenti ma ponderarli. Sapeva di tecnologia, ma soprattutto aveva il polso e le conoscenze dei mercati e sapeva come bucarli. A metà degli anni 2000, gli ispettori di Bankitalia sono nel Riminese per un’ispezione. Chiedono all’istituto di credito di poter visitare una delle loro aziende affidatarie più importanti. Visitano la Ceramica del Conca, a San Clemente. L’ingegnere li porta in ogni reparto che racconta con precisione e competenza. Lasciaimpressionati gli ispettori:“Mai trovato un imprenditore così preparato”. L’uomo era attento ma lontano dai canoni. Una ventina di anni fa, quando l’azienda era ancora piccola, lo chiama un signore per una proposta commerciale. La prima volta gli risponde di no. Dopo un mese altro no. Quelle telefonate da appuntamento continuano mese dopo mese senza tregua e per gioco per quasi un anno. Alla fine Enzo Donald Mularoni, gli dice: “Senta, lei è
un gran rompiscatole. Sono curioso di conoscerla. Voglio vederla negli occhi”. I due si incontrano e Mularoni accetta la proposta. Sarà simpatia
per anni. Chi scrive lo ha intervistato più volte. Mularoni è stato sempre disponibile; se fuori, quando rientrava richiamava: “Sono Mularoni, che cosa possiamo fare?” La stessa cosa continuano a fare i figli. “Sto cercando il dottor Paolo Mularoni…”. “Non c’è. Mio lasci il numero che quando rientra, la richiamiamo”. Insomma, la matrice è quella del babbo. Si diceva gruppo con una visione ma governato da buon padre di famiglia. Ad esempio il centralino, chiude alle 18,30, ma le risposte continuano anche dopo. Il fiore all’occhiello del gruppo è la Del Conca: 100 milioni di fatturato su 150. Venne fondata a Sant’Andrea in Casale da Facondini con il nome di Ceramica San Clemente. Solo più tardi arriverà il gruppo sammarinese nel ruolo di salvatore della patria. La stessa cosa avvenne con la Pastorelli. Aziendona dell’Emilia che negli anni d’oro impiegava 600 addetti. Va in crisi e Mularoni l’acquisisce una quindicina di anni fa. Poi la rilancia.

 

Famiglia di Faetano, oltre alla bontà della produzione, alla visione commerciale ed a questo forte legame con la seconda patria gli Usa, Mularoni era impegnato anche nella cultura. Aveva creato una Fondazione nel nome del babbo, Cino. Si occupa della ceramica come cultura ed espressione artistica. Negli anni, organizzato mostre, concorsi e pubblicato libri. Una delle passioni forti era lo sport. Si potrebbe dire che li praticava tutti: sci, tennis, calcio, montagna… L’ultimo era il crossfit, attività ginnica da palestra scoperta negli Usa. Lo sport è stato una delle vetrine delle sponsorizzazioni della Del Conca. Il 14 agosto, era in Austria per la MotoGp a seguire il Team Gresini che porta il suo marchio
in Moto3. Che la terra gli sia lieve.

 

 

 




Quando si benedivano le colture per combattere gli insetti

di SILVIO DI GIOVANNI

E’ passato nello mio studio Toni Benelli, un vecchio amico e compagno di giochi che 69 anni fa abitava in campagna nel borgo “Levata” del Comune di Saludecio dove, io con la mia famiglia, eravamo ivi sfollati dal 28 gennaio 1944 per la guerra, nella casa di Gigio Piccari, un altro di quei compagni d’infanzia nel passaggio del fronte degli alleati anglo-americani. Sbrigato il breve colloquio di lavoro, non è mancata una piacevole reminiscenza dei ricordi di quella esperienza di vita che per me rappresentava una novità assoluta, oltre alla paura della guerra. Ricordo la penuria della vita agreste, l’acqua da bere non potabile, la paura delle squadracce dei fascisti repubblichini, il pericoloso fanatismo dei soldati tedeschi di occupazione, l’arretratezza culturale, l’analfabetismo diffuso, la superstizione e il pregiudizio che accompagnava tutta la vita delle famiglie dei lavoratori dei campi, sia dei contadini che dei piccoli possidenti del loro poderino.

Nel tempo della primavera, quando la coltura del campo sbocciava e le pianticelle crescevano dallo sviluppo del seme messo a dimora qualche mese prima, in fila tra l’una e l’altra pianticella di granoturco che svettava in alto, nel suo intervallo, prendeva piede la pianticella di fagioli o di cece o di zucca, ivi messe a dimora con apposito seme dall’agricoltore. Proprio in questa stagione di tarda primavera i grilli canterini e salterini che vivevano nel campo e si nutrivano delle foglie e delle radici di queste pianticelle appena in erba, distruggevano radicalmente quel tipo di modesto raccolto.

Veniva allora messa in atto, quale difesa da questi insetti, una singolare reazione da parte dei coltivatori di quei poderi, in quel 1944, quando io ero ivi sfollato. Veniva chiamato il prete della parrocchia di Saludecio, anzi per la Levata, della parrocchia di pertinenza che era quella della “Madonna del Monte” cioè della Chiesa ubicata nel trivio ove finiva la strada che proveniva dal borgo di San Rocco. Questo curato arrivava nel campo, accompagnato e guidato dal contadino, sul luogo del misfatto, perpetrato da intere colonie di questi insetti che appartengono all’ordine degli ortotteri, dotati di buon apparato masticatore con vorace capacità onnivora.

L’inviato della Chiesa, dopo aver legato il suo calesse al margine della strada, predisponeva i suoi paramenti talari sulla sua veste nera, poi con parole magiche scagliava l’acqua benedetta con l’aspensorio in varie direzioni dal luogo in cui si era posto. Evidentemente il rimedio non era né drastico, né dirompente e né inquinante, anche se c’è fortemente da dubitare che raggiungesse qualche scopo nella lotta agli insetti dannosi. Tuttavia i vecchi contadini ancora ci credevano e forse, ci credeva anche il prete? Un altro singolare ricordo che mi riempiva di curiosità (e poi da adulto, di riflessione sulla realtà di quei tempi che possono sembrare così lontani, ma che rappresentano forse ancora un dato di fatto sotto certi aspetti), era rappresentato dalla visita che faceva alle case, una o più volte al mese, un certo “Florie” così come veniva chiamato, un uomo già un po’ attempato ma non vecchio, miseramente vestito, che viveva in una singolare carità che gli veniva elargita con qualche regalo in natura, in cambio di preghiere ai Santi, alla Madonna, al Signore, che lui recitava nella cucina di casa ove abitualmente si sedeva in un angolo di quel reparto della casa colonica ove si svolgeva tutta la vita della famiglia contadina. Dicevano che venisse da Fanano di Gradara, percorreva la strada per Santa Maria di San Giovanni in Marignano, costeggiando i campi posti sulla sponda sinistra del Tavollo. Dirigendosi per Tavullia, svoltava poi a destra e saliva lungo la strada Via Torre, poi per lo Stradone arrivava nel borgo della “Levata” in Comune di Saludecio. Borgo agricolo con sette case di cui quattro piccoli possidenti e tre contadini di ampi poderi, più la corposa doppia casa colonica dei “Gagliaz” e dei “Curtel”, a poca distanza, ma su un’altra strada che, scendendo conduceva “ma la carbunera”.

Florie entrava con garbo in cucina, prendeva una sedia, si appartava in un angolo e poi, con la corona del rosario in mano, snocciolava per circa un quarto d’ora una sfilza di preghiere con voce abbastanza alta per farsi sentire, indirizzata ai vari Santi a pro dei defunti della casa nella cui cucina recitava a catena le orazioni supplicanti. Poi si alzava per predisporsi ad uscire, non senza porsi in fiduciosa attesa del compenso che era invariabilmente di alcune uova, oppure un pezzo di fomaggio, oppure un pezzo di lardo o un pezzetto di salame o di salsiccia secca o cose del genere. A volte la padrona di casa, nell’occasione del commiato, si lamentava che, per il compenso che gli veniva dato, lui aveva pregato troppo poco. Allora lui invariabilmente adduceva a suo merito che poi, uscito dalla casa ed in cammino sulla stradicciola che si allontanava dall’ultima casa dei Piccari, per la stradina che scendeva e attraversava il Tavollo, lui, per la strada continuava a pregare.

Curioso è il fatto che venivano incaricati uno o due bambini o ragazzini della famiglia contadina per correre in avanti e nascondersi non visti, al di là della siepe che delimitava il percorso, per origliare se poi veramente pregasse, quando camminando passava lungo questi solitari sentieri.

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1963, a Misano si alza la vela di Portoverde

portoverde63internoTre poderi solcati dai filari delle viti e prode coltivate soprattutto a pomodori con tre case coloniche; attorno 28 ettari di terra arate dai buoi bianchi. Sopra tre famiglie di mezzadri che hanno fatto la storia di Misano: Fantini, Gambuti e Balestrieri. La proprietà è dei Ceschina, la famiglia milanese che ricevette dallo Stato italiano centinaia di ettari di terra e sabbia da Cattolica a Rimini… a compenso delle forniture dell’esercito durante la Prima guerra mondiale. Gaetano Ceschina prima di morire ai figli: “Quel terreno daghel a lù”. Quel lù sono i riccionesi Luciano Spadini, un albergatore con la passione della vela e Claudio Tentoni, medico condotto a Misano. Più tardi si aggiungerà Potito Randi, industriale di Teramo.

I due riccionesi su quei 28 ettari immaginano un porticciolo turistico: Portoverde. Ci volevano orizzonti alti e fantasia per tale scenario nel 1963. Quest’avventura lunga 50 anni è stata raccolta e raccontata in un signor libro: “Portoverde 50: 1963-2013” (96 pagine, impreziosite da moltissime fotografie). Autore Giancarlo Mantellato, commercialista in Riccione, amico dei “visionari”. Scrive Mantellato su quel 1963: “ Un luogo allora anonimo che, con un grande intervento, caso unico nel panorama degli insediamenti balneari lungo il litorale romagnolo, grazie alla lungimiranza, forza di volontà e capacità di tre imprenditori coraggiosi, attraverso complesse vicende finanziarie e in un periodo di forti turbolenze economiche, è stato trasformato in un Centro Turistico di alta qualità con un Marina di buona e sicura ospitalità generatore di rilevanti riflessi su tutto il territorio in termini di riqualificazione del turismo, dello sviluppo delle attività imprenditoriali e dell’occupazione”.

“Portoverde – continua Mantellato – rappresenta quel fenomeno di trasformazione socio-economica che ha vissuto l’Italia nel periodo storico che viene comunemente definito miracolo economico: il libro si propone di riportare alla memoria i ricordi di chi era presente e di far conoscere, a chi non c’era, la storia dell’approdo e del complesso residenziale nati da un’intuizione in un particolare momento storico, in una regione, la riviera romagnola dove spirito d’impresa e tenacia vincono sfide impossibili”.

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La rotonda del “Ceccarini” alla memoria di Gino Moro

ROTATORIA La viabilità nella zona davanti all’Ospedale di Riccione con la rotonda che verrà intitolata al dott. Gino Moro

Nato a Palmanova del Friuli nel 1892, il dott. Gino Moro (nella foto di copertina in un ritratto negli anni ’50) arrivò a Riccione nel 1933, dove prestò servizio come Primario Chirurgo fino al 1963. Di lui si ricordano interventi chirurgici condotti a termine sotto i bombardamenti alleati, con le schegge delle bombe che arrivavano sin in sala operatoria. Per il suo impegno, il rigore e la risolutezza innumerevoli – scrive in una nota il Comune – furono gli attestati pubblici di stima e riconoscenza dei riccionesi, sia sotto forma di annunci fatti pubblicare sui giornali che di manifesti murali. Alla sua morte, avvenuta il 15 agosto del 1972, tutti gli infermieri dell’ospedale di Riccione vollero accompagnare la sua salma a spalla fin nel vecchio cimitero di Riccione, dove tuttora riposa. Alla breve cerimonia di intitolazione parteciperanno il Sindaco Massimo Pironi e le Autorità cittadine civili militari e religiose. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare. Con questa dedica, scrive l’amministrazione comunale, “intende onorare la memoria del dott. Gino Moro, primario chirurgo dell’Ospedale di Riccione dal 1933 al 1963, e unanimemente stimato e amato dalla cittadinanza riccionese per la sua straordinaria dedizione e grande umanità.”

Nella biografia a cura dell’arch. Augusto Bacchiani (genero del dott. Gino Moro) si legge. Nasce a Palmanova del Friuli il 5 settembre 1892 da Luigi, Colonnello medico, e Ida Lazzaroni. Frequenta le scuole elementari di piazza Galilei a Bologna, il Liceo classico al Collegio Militare di Roma, la Facoltà di medicina a Bologna. Nel 1916-17, durante la Grande Guerra, frequenta il Corso di medicina per studenti militari all’Università di Padova; ne esce con il grado di tenente medico. Viene inviato al fronte (Caporetto, Lavarone, Gradisca). Con l’intenso lavoro negli ospedali da campo si manifesta – per manualità, preparazione e intuito – il suo notevole talento di chirurgo. E’ tenente medico fino al 1919, quindi è all’Ospedale civile di Forlì, dove era primario il prof. Solieri, che, anni dopo, dovendo farsi operare, si recherà a Riccione dal suo ex aiuto. Il 28 dicembre 1924 vince il concorso come primario chirurgo del Civico Ospedale di Bertinoro. Nel 1933 passa all’ospedale di Riccione, dove rimarrà come primario chirurgo per 30 anni, rinunciando anche a offerte molto remunerative come direttore di cliniche private. Nel 1934 acquista la villa di via Tasso. Nel 1936 sposa Rina Amaducci, da cui avrà due figlie: Maria Teresa e Anna Maria. Ama intensamente il suo lavoro: studia sempre, frequenta convegni in Italia, Francia, Germania, Ungheria, assistendo direttamente a interventi chirurgici. Si dedica al lavoro con grande impegno e ne è ricambiato con numerosissimi attestati di ringraziamento: sui giornali, con manifesti, e lettere. In possesso delle figlie ne sono rimaste una sessantina, provenienti in genere dal Nord Italia e anche dall’estero: tutte mettono in evidenza le grandi capacità scientifiche e manuali, oltreché la sua dedizione e umanità verso i pazienti. Sono citati interventi di grande complessità che altri chirurghi non si erano sentiti di affrontare.

Fu molto intenso nell’anno 1944 il lavoro all’Ospedale di Riccione: l’ospedale si trovava sulla linea del combattimento ed era l’unico rimasto aperto nella zona. Le figlie testimoniano la dedizione le loro babbo e ricordano che raramente riuscivano a passare insieme una giornata di festa. Feste che in genere si trascorrevano a Bertinoro nella casa dei nonni materni. Ma anche qui, spesso veniva chiamato da Riccione, attraverso il vicino ospedale. A volte non riusciva neppure a entrare in casa: quando arrivava da Riccione a bordo della sua “Topolino” trovava un infermiere sulla porta dell’ospedale di Bertinoro che gli faceva segno di tornare indietro. Altre volte veniva raggiunto al telefono in piena notte: allora dava indicazioni su come predisporre la sala operatoria e partiva. Lascia il lavoro di primario chirurgo nel 1963, ma la sua figura rimane ancora oggi scritta nella memoria delle persone che lo hanno conosciuto. Nel 1964 è colpito da un ictus. Muore in seguito ad un malore, nel “suo” Ospedale di Riccione, il 15 agosto 1972.

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I mitici anni ’80 in mostra per tutta l’estate

I mitici anni ’80. Non c’è praticamente nulla nei giorni nostri che non abbia origine in quella decade. Dopo i ’70, duri e di ‘piombo’, gli ’80 sono anni spensierati, “del postmoderno, dell’edonismo, della moda, del culturismo, del rampantismo, dell’eccesso, del fluo”. E’ l’atomic generation citata da Pier Vittorio Tondelli in “Dinner party”: “Tutto fu un trascorrere da un’emozione all’altra” nei mitici anni ’80. Per rendergli omaggio, la città organizza “Cattolica ’80”. Lo fa, spiegano gli organizzatori, attraverso il luogo iconico che, accanto alla catwalk delle top model, è davvero il simbolo di quegli anni: la discoteca. Negli anni ’80’ la Riviera romagnola diventa meta di giovani che da tutta Italia arrivano in massa per i party in discoteca. In quel periodo Cattolica diventa la Regina della notte. Locali come Champagne, Tana, Insomnia, Tabù, Taxi, Casanova, Rock’o ko, Play Time, Baia Imperiale e Aleph diventano i templi della club culture,  luoghi in cui i giovani esprimono creatività e stili, dove si abbandona l’ordinario e il quotidiano per vivere il tempo della notte e sperimentare look diversi e identità nuove.

Gli organizzatori. A "guidare" il sindaco di Cattolica Piero Cecchini e come co-pilota l'assessore Anna Sanchi. (foto Fucina798 comunicazione )

La finalità della mostra è fissare “nero su bianco” l’intrattenimento e l’atmosfera unica di quegli anni. I 26 grandi e colorati pannelli di Cattolica ’80 (delle dimensioni di 190×80 centimetri) raccontano proprio questo attraverso 65 gigantografie selezionate fra le foto originali del periodo. Dal 29 giugno al 15 settembre in viale Bovio saranno protagonisti i volti, i personaggi, i deejay, i look, il design, gli ambienti e le storie che hanno segnato a Cattolica l’epoca più giusta, esagerata e alla grande del nostro recentissimo passato. In agosto sono inoltre in programma tre venerdì di concerti in piazza 1° Maggio con le band dance: il 2 i Moka Club, il 9 i Joe di Brutto e il 16 agosto i Cialtronight, per una divertente festa in stile ’70 e 80′. I concerti saranno preceduti dall’intramontabile musica italiana d’annata di deejay Michele. Saranno coinvolti commercianti e bar del centro per animazioni e la proiezioni di video. “Questa mostra – dichiara Anna Sanchi, assessore alla Cultura Comune di Cattolica – tocca i ricordi legati anche alla mia giovinezza, quando in alcuni locali i miei genitori non permettevano ancora di entrare perché destinati ad un pubblico di ragazzi più grandi. Io stesso sono stata ingaggiata quale aiuto scenografa nel film girato a Cattolica nei primi anni ottanta. La cultura non è solo quella blasonata ma è anche quella legata all’intrattenimento, ai locali di quegli anni che sono una parte fondamentale della storia di questa città”.

La mostra è organizzata dalla società Fucina798 comunicazione con il patrocinio del Comune di Cattolica, il supporto di Banca di credito Cooperativo di Gradara, Sis, Pesce Azzurro, Birra Ronzani, Victoria Palace e Vita spa, Oltremateria – Centro della Ceramica.

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AMARCORD GABICCE di Dorigo Vanzolini

Gabicce Amarcord – Gabicce Mare 1946/47

Seduti da sinistra: Rosina Buosi, Rosina Bertozzi, Giacomo Bertozzi, Nubia Terenzi, Severino Tonnini, Carlo Scola. In piedi al centro: Marino Balestrieri. (Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica). Rubrica a cura di Dorigo Vanzolini.

 

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IL PERSONAGGIO Pico, il fotoreporter di Riccione

ALTRI TEMPI Uno dei tanti scatti di "Pico", in spiaggia a Riccione ci sono le "miss". Dietro di loro i bambini osservano divertiti tutta la scena

Dove c’è Pico (al secolo Epimaco Zangheri), c’è un avvenimento che va a rimarcare la storia di Riccione. Da molti anni nella sua bottega della memoria c’è il figlio Gianni, ma in prima linea con lo spirito dell’appassionato arriva sempre Pico: armato delle sue macchine al collo, del suo giubotto smanicato da fotoreporter, gli occhiali spessi e una strettona di mano che ti fa star bene. Con i suoi nobili 83 anni, lo trovi in un angolo, con la paura di disturbare i protagonisti, a testimoniare i fatti della sua Riccione. E’ così da decenni. Molto probabilmente, tra tanti anni, quando non ci sarà più, la comunità gli dedicherà una strada.

Famija Arciunesa gli appunta sul petto una speciale medaglia: il classico libro-strenna per Natale 2012. Titolo: “…e bufa! Riccione sotto la neve”. Le 64 pagine raccolgono le istantanee innevate di Pico e Gianni, dalla Riccione in bianco e nero fino ai colori dello scorso inverno. Si apre con un angolo di viale Gramsci. In primo piano l’albergo Venezia, che poi sta quasi di fronte alla bottega di Foto Riccione. Nella pagina accanto il lungomare bianco con un maggiolino che traina una slitta con sopra due ragazzotti sorridenti.

Giuseppe Lo Magro, il presidente di Famija Arciunesa, con disincanto non meno che intelligenza con le storie di Pico e Gianni ci ha costruito un piacevole romanzo andando a spasso per Riccione. Eccolo il viaggio: viale Ceccarini, la fontana di piazzale Roma, le magie del porto (anche di sera), il lungomare, la spiaggia, il parco della Resistenza, la “Perla e le farfalle”, il castello degli Agolanti, le strade, la fontana del nuotatore. L’ultima sezione viene intitolata “Scatti curiosi”. Alcune pennellate: biciclette appoggiate che sembrano statue, in sci nordico sul lungomare davanti alla prestigiosa gelateria Nuovo Fiore. Si chiude con un vecchio lampione innevato che sembra una maschera. Forse le istantanee più suggestive sono i tigli di via Castrocaro, dove si affaccia il palazzo comunale. I rami innevati ti fanno volare con le trine dei merletti della nonna. Il professor Lo Magro per rendere le pagine più briose ci ha messo dei testi che esaltano il racconto fotografico. Apre con una serie di spassose parole dialettali con testo a fronte legate alla neve. Per rimarcare il cambiamento dei costumi e del benessere (dalla miseria all’opulenza di oggi) ci ha messo un racconto che risale al 1929; l’anno di un grande nevone e di un freddo da candelotti che scendevano dai coppi. Si intitola, “Poveri d’inverno”, di Rodolfo Ciotti. L’inizio è commovente. Recita: “Il lungo inverno del ’29, con tutti i suoi problemi, fu ben più carogna con le famiglie dei poveri. Si può dire che d’inverno i poveri sono ancora più poveri (…)”.

Quella di Pico è una bella storia. Inizia come “bocia” del fotografo in viale Dante. Ha immortalato tutto: vip, personaggi, luoghi. Ha raccontato storie col suo click. Da anni, ha bottega in viale Gramsci, a pochi metri dal Grand Hotel. Oltre ad essere sempre in trincea, Pico è uomo generoso. Tutti i giornali della provincia attingono dai suoi scatti, codesta testata compresa.

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TUTTO A MENO DI UN EURO

Un bel "tutto pieno" negli anni Sessanta.

La pensione completa, mediamente, andava dalle 1.200 (bassa stagione) alle 1.800 lire (alta). Meno di un euro di oggi che di lire ne vale (va) 1936,27. L’appartamento al mese si poteva affittare dalle 20mila alle 40 mila lire. Pochi alberghi avevano le camere con bagno (allora si pagava di più). E le pensioncine più o meno avevano 20 camere. Tutte queste informazioni si possono leggere su una rivista autorevole. Edita dal Touring Club Italia, una delle maggiori istituzioni culturali del Belpaese, si intitola “Marine dell’Adriatico e dell’Ionio”. In copertina, frizzante foto a colori del cattolichino Galvani (quello che oggi è Marchi) di Gabicce Mare che denota l’importanza turistica di quei tempi. All’interno ci sono tutte le località che si affacciano sui due mari, con piccoli informazioni che lette a distanza di quasi mezzo secolo fanno riflettere e aiutano a mettere a fuoco il turismo di allora.

Nel 1965 gli alberghi complessivi dei cinque comuni della costa, Bellaria, Rimini, Riccione, Misano e Cattolica, ammontavano a circa 2.000 unità; ai quali vanno aggiunti i 97 di Gabicce Mare. Nel massimo splendore alberghiero erano arrivati a circa 3500; oggi sono 2.256.

Meglio oggi del 1965. E’ solo la gioventù andata che ci fa ricordare il passato come l’epoca della primavera perenne. Della felicità assoluta. Allora si aveva la speranza di costruire una comunità migliore che abbiamo smarrito col benessere ed una certa diffidenza prima ancora verso i nostri vicini di casa e poi sul nostro futuro. Quando la solidità economica ti dovrebbe far divertire sul lavoro, tra gli amici, con gli altri.

Ma andiamoli a leggere questi numeri curiosi, città per città, quando gli alberghi si dividevano in categorie e non in stelle. Bellaria-Igea Marina aveva 10.300 abitanti, 290 alberghi (pensione completa al giorno da 1.585 a 2.240, bassa e alta pensione), 50 bagni (prezzo cabine mensili 7.000 lire), prezzo di una camera con uso cucina tra le 35mila e le 60mila lire al mese. Torre Pedrera 1.032 abitanti, 68 alberghi, 12 bagni, camera in affitto con cucina da 15 a 30mila lire al mese. Costo camera albergo: da 1.500 a 2.200 lire al giorno (bassa e alta stagione). Viserbella 36 alberghi, 10 bagnini. Viserba contava su 122 alberghi, 27 bagni (prezzo cabina tra le 8.000 e le 10.000 lire mensili). Rivabella ne aveva 48 di alberghi e 6 bagni. San Giuliano Mare 39 alberghi, 5 bagni.

A Rimini, allora con con 103.600 abitanti, ne contava 380 di alberghi (prezzo medio pensione completa da 2.500 a 3.200 lire, bassa ed alta stagione). Curiosità il Grand Hotel (unico lusso) costava tra le 5.500 e le 7.000 lire con camera con bagno comune; bagno in camera da 7.000 a 8.500 lire). Nel Comune di Rimini gli alberghi insieme a quelli delle frazioni erano circa 1.100. Bellariva 38 alberghi, prezzo cabine 10mila lire mensili. Marebello 48 alberghi, 1 bagno. Rivazzurra 157 alberghi, 4 bagni (18mila lire mensili). Miramare
165 alberghi, 9 bagni (18mila lire mensili). Riccione 20.173 abitanti, circa 260 alberghi (pensione completa media al giorno tra le 1.585 e 2.240 lire), 81 stabilimenti balneari (prezzo delle cabine tra 7.500 e 12mila lire mensili), camera in appartamento con uso di cucina tra 30 e 45mila lire mensili. Misano ne aveva 5.202 di abitanti, 60 alberghi (prezzo medio al giorno da 1.255 a 1.840 lire, bassa e alta stagione), 40 bagni (prezzo cabina mensile da 7 a 9mila lire), camera di appartamento con uso cucina da 20 a 40mila lire al mese.

Cattolica: 12.906 abitanti, 298 alberghi (pensione completa da 1.585 a 2.240 al giorno), 100 bagni (prezzo cabina da 3.500 a 6.500 lire al mese), camera appartamento con uso cucina da 25 a 35mila lire al mese. Gabicce Mare 3.555 abitanti, 97 alberghi (prezzo medio pensione al giorno 2.600 a 3.300 lire), 35 bagni (cabina da 4.500 a 8.000 lire mensili), camera in appartamento con uso cucina da 15 a 30mila lire mensili.

La Piazza
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Cento rose per un secolo di belle storie

– In occasione dell’annuale Mo/Maroncelli day, domenica 6 marzo, presso l’Istituto “Maestre Pie” di Coriano, si è festeggiato il secolo di vita di suor Palmina Maroncelli. In chiesa, il parroco, durante l’omelia, ha rivolto i migliori auguri di tutta la comunità e ha sottolineato la vita spesa per i bambini come maestra d’asilo. La bella giornata è proseguita presso l’Istituto dove la festeggiata ha pranzato con quattro generazioni di famiglia. Fra i regali, un mazzo di cento rose regalato dai nipoti, come segno di affetto e per sottolineare il commovente traguardo. Al brindisi di fine pranzo, suor Palmina è intervenuta ringraziando per l’affetto dimostratole da tutti ed ha augurato una lunga vita serena con la benedizione di Dio.
La festa si è conclusa in allegria con il nipote Giancarlo che, con la sua chitarra, ha intonato classiche canzoni alle quali anche la festeggiata si è aggregata nel canto.
Lasciandosi, i mitici Moroncelli si sono dati appuntamento per l’anno prossimo per un nuovo momento di “lessico famigliare”.




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