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Pesaro. Papalini, Confindustria: “Aziende, luoghi sicuri”

MAURO PAPALINI – PRESIDENTE CONFINDUSTRIA MARCHE NORD – TERRITORIALE PESARO URBINO, in risposta all’uscita di PAOLO ROSSINI, SEGRETARIO PROVINCIALE DELLA UIL METALMECCANICI – pubblicata su VIVERE PESARO dell’ 8 OTTOBRE scorso. (https://www.viverepesaro.it/2020/10/09/protocollo-anti-covid-un-optional-per-molte-aziende/840974/ )

 

“Paolo Rossini, Segretario Provinciale della UILM può stare tranquillo: i nostri imprenditori non hanno dimenticato quanto vissuto nei primi drammatici mesi della pandemia, anche perché le imprese stanno ancora pesantemente subendo gli effetti che ne sono derivati. Proprio per questo, le nostre aziende si adoperano e investono quotidianamente risorse affinché le fabbriche restino un luogo sicuro, come peraltro dimostrano i dati sulla diffusione dei contagi all’interno dei luoghi di lavoro: importanti riorganizzazioni interne sono state operate affinchè i lavoratori si trovino in condizioni di sicurezza, per garantire costantemente il mantenimento delle distanze ed il corretto utilizzo dei Dispositivi di Protezione Individuale. Con specifico riferimento ai test sierologici sono migliaia i lavoratori che nella nostra provincia vengono volontariamente sottoposti a tali accertamenti e il numero è in costante aumento anche grazie all’importante impatto che ha avuto la convenzione tra Confindustria Pesaro Urbino e l’Università di Urbino per la diffusione nelle aziende di test rapidi e tamponi.

Rimaniamo tanto più esterrefatti dalle affermazioni di Paolo Rossini se pensiamo che solo due mesi fa abbiamo sottoscritto con le Organizzazioni Sindacali Provinciali un Protocollo per la condivisione delle azioni di contrasto al Covid 19, ritenendo fondamentale l’unità di intenti nella gestione di situazioni così gravi come la pandemia in atto. In questa delicata fase è necessaria da parte di tutti la massima collaborazione, anche per affrontare un mutato modo di lavorare, con commesse e ordini da evadere in tempi rapidi e con breve preavviso, la cui mancata evasione comporterebbe perdita di clienti e conseguentemente forza lavoro. Ci saremmo quindi attesi che eventuali criticità fossero portate all’attenzione del Tavolo costituito e non fossero l’occasione per gravi e generiche accuse sugli organi di stampa”.




Economia. Rete unica Tlc: 50 sfumature di integrazione verticale

 

Tratto da lavoce.info

di Michele Polo, professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università Bocconi

L’accordo tra Tim e Cdp può finalmente sbloccare la situazione delle reti di telecomunicazione. E la creazione di un’unica rete fissa ultrabroadband sembra una scelta razionale. Restano però da definire molti aspetti. A partire dal ruolo dello stato.

Una partita a scacchi nelle telecomunicazioni

L’accordo tra Tim e Cassa depositi e prestiti, su cui il governo ha espresso il proprio gradimento, sembra finalmente sbloccare la situazione delle reti di telecomunicazione, aprendo la strada al conferimento delle infrastrutture di Tim e di OpenFiber a un nuovo soggetto societario, Fibercop, e a una unica rete ultrabroadband in Italia, sulla cui compagine azionaria e governance si sovrappongono giornalmente nuove indiscrezioni.

La complessa vicenda tende a essere rappresentata attraverso le mosse dei diversi contendenti, i ministri responsabili della materia, il management delle società interessate, alcuni grandi fondi infrastrutturali internazionali e, apparentemente sullo sfondo, le autorità di regolazione e antitrust italiane e la Direzione generale della concorrenza di Bruxelles, in una partita a scacchi dove il lettore tende a perdersi. Val la pena quindi di riportare la questione alle sue componenti essenziali.

Innanzitutto, di cosa stiamo parlando. Una rete di telecomunicazione è costruita a vari livelli gerarchici: dalle abitazioni e uffici degli utenti fino alle cabine (rete secondaria), poi da queste alle stazioni (rete primaria), componendo la cosiddetta rete di accesso, proseguendo per i nodi di aggregazione tra stazioni e le dorsali. Nelle infrastrutture tradizionali, la rete di accesso (primaria e secondaria) è costruita in rame, mentre la fibra opera sui livelli superiori. Una rete ultrabroadband sostituisce la rete primaria con la fibra (fiber to the cabinet: FttCab) o estende la fibra anche alla secondaria (fiber to the building/home: FttB/FttH), e consente la connessione a velocità elevate (almeno 30 megabyte per secondo) e quindi l’utilizzo di una molteplicità di servizi oggi principalmente veicolati nell’universo di Internet. Gli operatori (Tim, Vodafone, Windtre, Fastweb e tutti gli altri) che vendono servizi di telecomunicazione su rete fissa al pubblico debbono passare necessariamente per questa rete, pagando per il suo utilizzo.

Nel caso di Tim, per realizzarla occorre sostituire le connessioni nella rete primaria (FttCab) o anche secondaria (FttH/FttB) con la fibra e i nuovi apparati. Openfiber, invece, sta sviluppando una infrastruttura nuova integralmente in fibra e con architetture non vincolate dalla topologia della rete preesistente. Si tratta di investimenti costosi poiché richiedono lo scavo e la posa delle nuove linee sul territorio, oltre alla predisposizione di nuovi apparati.

Da quanto è noto finora, Fibercop diverrà il veicolo societario cui Tim conferirà la propria rete secondaria con l’obiettivo di una piena sostituzione del rame con la fibra. Allo stato dei fatti, quindi, è solo una prima porzione di quella che rappresenta una rete di telecomunicazione. Né è a oggi chiaro come due infrastrutture sulla carta molto diverse, quella di Tim e quella di Openfiber, potranno essere integrate tra loro.

Tre problemi

Quali sono allora i problemi che questo progetto infrastrutturale solleva? Sono almeno tre.

Innanzitutto, le infrastrutture disponibili agli operatori di telecomunicazione sono poche, e in molti casi una sola, ponendo un problema di potere di mercato. Se, per raggiungere la piazza del mercato, gli agricoltori devono necessariamente passare per un ponte, il proprietario del ponte potrà imporre una gabella salata, che farà aumentare il prezzo dei prodotti agricoli venduti sul mercato. Analogamente, se il proprietario della rete di telecomunicazione impone prezzi elevati agli operatori che, utilizzando quelle infrastrutture, vendono al pubblico i servizi (voce, internet, video e così via.), gli alti costi sopportati per l’accesso alla rete verranno almeno in parte ribaltati sugli utenti finali. Per contrastare il potere di mercato esistono vari rimedi. In primo luogo, la concorrenza tra più reti, come nella situazione attuale dove in alcuni territori sono disponibili le infrastrutture ultrabroadband di Tim e di Openfiber, cui si aggiungono le altre tecnologie wireless e mobili che garantiscono una elevata velocità di connessione. In alternativa, se la concorrenza tra reti risulta poco efficace è il regolatore, AgCom per l’Italia, che fissa le tariffe di accesso e gli standard tecnici.

Il secondo tema delicato riguarda le possibili distorsioni nella concorrenza nel mercato dei servizi di telecomunicazione quando l’operatore che gestisce la rete è anche uno degli attori nel mercato a valle, dove vengono offerti i servizi al pubblico. Se, continuando nell’esempio precedente, il proprietario del ponte è anche un agricoltore, potrà ritardare il transito dei concorrenti o imporre loro un prezzo elevato, per favorire la vendita dei propri prodotti agricoli sul mercato. Analogamente, l’operatore di rete potrebbe rendere difficoltoso l’accesso alle infrastrutture per i propri concorrenti nel mercato a valle, ponendoli in una posizione di svantaggio. Se, ad esempio, Sky, come recentemente annunciato, intende passare dalla piattaforma satellitare a quella ultrabroadband per distribuire i suoi contenuti video, si troverebbe a competere con TimVision, la società del gruppo Tim attiva in questo segmento. Al contempo, se Tim risultasse l’operatore della rete unica, Sky acquisterebbe da Tim l’accesso alla rete ultrabroadband, trovandosi nei confronti di Tim nella scomoda posizione di cliente (per l’accesso alla rete) e di concorrente (nella vendita dei contenuti video).

A salvaguardia della parità di trattamento per tutti gli operatori nei mercati dei servizi esistono presidi regolatori e, in Italia, un organo di vigilanza sulla parità di accesso. Ma sicuramente la complessità dei modi con cui le reti di telecomunicazione operano rende il compito molto arduo e impegnativo.

Queste preoccupazioni concorrenziali vengono meno nel momento in cui l’operatore che gestisce la rete è una entità societaria diversa e distinta da quelle che operano nel mercato dei servizi. È la strada che conduce alla separazione verticale della rete di telecomunicazione. Su questa soluzione le posizioni sono diverse: viene vista con favore dai concorrenti, mentre Tim si trova di fronte a un dilemma. La perdita del controllo della rete ne indebolisce la posizione di mercato. Ma la creazione di un operatore attivo solamente nella rete, quello che nel gergo viene detto “wholesale only”, nella nuova regolamentazione europea consente di ottenere una tariffazione più favorevole, una soluzione che risulterebbe attraente per il nuovo soggetto Fibercop.

Infine, il terzo ambito su cui valutare le diverse soluzioni riguarda lo sviluppo della rete e gli ingenti investimenti necessari. Dove il tema non concerne solamente l’ammontare complessivo delle risorse messe in campo, ma anche le tecnologie utilizzate e la copertura territoriale realizzata. Il ritorno da questi corposi investimenti dipende infatti da quanti utenti acquisteranno i servizi di telecomunicazione: una bassa domanda o una domanda concentrata su servizi a basso valore aggiunto, implica un basso ritorno all’investimento nella rete, e quindi deboli incentivi a svilupparla. Per ovviare a queste carenze, gli ultimi governi hanno messo a gara significative risorse e Openfiber si è aggiudicata i finanziamenti per sviluppare la rete nelle aree svantaggiate. A questa prima difficoltà si somma il minor incentivo che un operatore di rete come Tim, proprietario della rete tradizionale in rame, ha a sviluppare una infrastruttura alternativa che vada a sostituire quella esistente, soprattutto nella condizione in cui la domanda di servizi di telecomunicazione è debole, come nel caso italiano, e in molti casi può essere oggi soddisfatta anche con soluzioni intermedie (FttCab) che limitano gli investimenti in fibra. Questa era infatti l’architettura della nuova rete immaginata da Tim prima che Openfiber, portatore di un progetto di fibra fino alle case (FttH) entrasse in campo.

Le prospettive

Descritte le problematiche in gioco, come giudicare la soluzione che sembra prospettarsi? La creazione di un’unica rete fissa ultrabroadband appare una scelta razionale e condivisibile: evita una duplicazione degli investimenti, si inserisce in un contesto, ampliato in prospettiva dallo sviluppo del 5G dove molte saranno le modalità di accesso veloce a internet per operatori e utenti. E in cui il potere di mercato della nuova rete potrà essere contenuto dal regolatore AgCom. Tuttavia, è bene chiarire che la mossa di apertura in questa complessa partita a scacchi, il conferimento della sola rete secondaria di Tim a Fibercop, non consente di prevedere quale sarà effettivamente il perimetro finale della rete unica né le modalità di integrazione con la rete di Openfiber. Né, d’altra parte, è chiaro quali asset potrà conferire Openfiber per i propri investimenti nelle aree svantaggiate, dal momento che il meccanismo delle gare la qualifica come l’operatore che svilupperà l’investimento e gestirà l’infrastruttura, mantenendo tuttavia la proprietà in capo allo stato.

La soluzione prospettata mantiene inoltre un ruolo importante di Tim nella nuova società di rete, un assetto di integrazione verticale dove rimangono le preoccupazioni di distorsione concorrenziale a svantaggio dei concorrenti, fortemente evidenziate da Vodafone, WindTre e Sky. Un assetto, inoltre, che potrebbe precludere al nuovo soggetto di rete l’applicazione delle più favorevoli tariffe previste dalla Commissione per gli operatori “wholesale only”.

È proprio la trattativa con Bruxelles, legata alla necessità di una approvazione comunitaria dell’operazione di concentrazione, che potrebbe introdurre strumenti quali la cessione, integrale o parziale, di quote societarie in Fibercop da parte di Tim. La separazione tra la nuova società di rete e chi opera nei servizi, realizzabile con l’uscita di Tim dalla nuova compagine, rappresenta la soluzione più drastica ed efficace al problema. Sulla desiderabilità di questa opzione, anche nella prospettiva del 5G, abbiamo già scritto su questo sito. Soluzioni intermedie – che sembrano emergere nella trattativa – prevedono la partecipazione anche degli altri operatori di servizi all’azionariato della nuova società di rete, assetti di governance dove Tim avrebbe una rappresentanza in consiglio di amministrazione inferiore al proprio pacchetto azionario, un potenziamento del ruolo dell’organo di vigilanza sulla parità di accesso: aprono un nuovo capitolo alle moltissime varianti tra una situazione di pura integrazione o separazione verticale.

È facile intuire come i tavoli della trattativa siano molteplici: dalla esatta definizione di quali porzioni delle infrastrutture di Openfiber e Tim rientreranno nella “rete unica” alla loro valorizzazione, all’allocazione di una quota del debito e degli addetti di Tim alla nuova Fibercop, alla diluizione della quota azionaria di Tim sufficiente per accedere alla più favorevole tariffazione degli operatori “wholesale only”. Su molti di questi tavoli il governo, direttamente o indirettamente attraverso Cassa depositi e prestiti, ha modo di intervenire nella partita.

E infatti, dalla cronaca di questi giorni e, più in generale, dal clima politico odierno emerge la richiesta di un ruolo forte, se non prioritario, dello stato nell’intera vicenda, con la Cassa depositi e prestiti, oggi azionista sia in Tim (9 per cento) che in Openfiber (50 per cento) quale soggetto operativo. Non sono tuttavia chiare le ragioni per cui un soggetto pubblico direttamente coinvolto debba fare meglio rispetto all’alternativa di politiche pubbliche che, sfruttando gli strumenti della regolazione, incentivino e guidino, laddove lo sforzo privato sia insufficiente, lo sviluppo delle nuove reti. L’esperienza recente dei finanziamenti per l’infrastrutturazione delle aree svantaggiate offre un esempio di come si possa ovviare alle carenze di investimento privato con strumenti, in prospettiva ulteriormente potenziati con le risorse del Recovery Fund, messi in campo dallo stato. Mentre non si vede quali competenze, essenziali parlando di settori a elevata innovazione tecnologica, lo stato sarebbe in grado di apportare alla società di rete.




Imprese, decreto liquidità: l’importante è fare in fretta

Tratto da la voce.info
Guido Romano, economista
e Fabiano Schivardi, professore di economia alla LUISS

Il decreto promosso dal governo garantisce risorse più che sufficienti per le esigenze del sistema delle imprese. Ma è necessario che il bazooka inizi subito a “sparare” liquidità. L’istruttoria approfondita andrebbe riservata solo alle imprese più rischiose.
Stanziamento sufficiente
In un precedente articolo abbiamo proposto un metodo per calcolare i bisogni di liquidità per ogni singola impresa, applicandolo ai bilanci di 720 mila società di capitali italiane per il 2018 (gli ultimi disponibili), che impiegano con quasi 10 milioni di dipendenti. A questa base si applicano le previsioni di variazione dei ricavi che Cerved ha elaborato per oltre 200 settori economici in riferimento a due scenari, uno ottimistico (prevede che l’emergenza sanitaria si attenui dalla fine di giugno) e uno pessimistico (assume che il calo di fatturato dei primi tre mesi si protragga fino a fine anno). I risultati mostravano che un numero consistente di imprese va in crisi molto velocemente, già tra marzo e aprile. La liquidità massima (cioè calcolata sotto lo scenario più sfavorevole) per le imprese che vanno in crisi è di circa 140 miliardi. L’auspicio era quindi che si agisse velocemente e che si mettesse sul piatto liquidità abbondante. Con questa strumentazione possiamo ora valutare il decreto n. 23 dell’8 aprile 2020 (decreto liquidità) rispetto ai parametri indicati.
Per farlo, abbiamo calcolato la liquidità a cui le imprese hanno accesso a seconda delle condizioni definite nel decreto. In particolare, per le Pmi (imprese con meno di 500 addetti) sono previsti (in ordine crescente di liquidità erogabile e di complessità della procedura):
– misura 1: 25 mila euro a garanzia piena ed elargibili senza istruttoria (Fondo centrale di garanzia);
– misura 2: per le imprese con meno di 3,2 milioni di fatturato, fino a un quarto del fatturato del 2019, garantito al 90 per cento dallo stato e al 10 per cento dai confidi (Fondo centrale di garanzia);
– misura 3: fino a 5 milioni, con garanzia statale al 90 per cento (Fondo centrale di garanzia);
– misura 4: fino al massimo fra il 25 per cento del fatturato e il doppio del costo del lavoro, con garanzia statale al 90 per cento (Sace).
Per le grandi aziende, si applica unicamente l’opzione 4, con garanzia pubblica dal 70 al 90 per cento, a seconda della dimensione d’impresa. Con questi limiti, è possibile calcolare l’importo massimo che ogni impresa può ottenere a seconda delle sue caratteristiche e dello strumento attivato. Possiamo quindi verificare se la liquidità fornita dal provvedimento copre i bisogni di ogni singola impresa, come calcolato con il metodo riassunto sopra.
La prima domanda riguarda la copertura. Le garanzie attivate dal governo dovrebbero generare finanziamenti per 400 miliardi.
Secondo i calcoli del nostro precedente articolo, la cifra dovrebbe essere ampiamente sufficiente: e così è. La figura 1 riporta il numero di imprese che vanno in crisi di liquidità mese per mese nello scenario pessimistico, senza il provvedimento e con il provvedimento, assumendo il tiraggio massimo possibile. In pratica, il provvedimento copre la totalità delle imprese: a dicembre sarebbero in crisi di liquidità in 266 mila, che occupano 4,5 milioni di addetti. Di queste, meno di mille (45 mila addetti) non sarebbero in grado di coprire gli ammanchi con la liquidità prevista dalle norme. La copertura teorica è quindi totale.
La velocità dell’intervento
Dato che la copertura c’è, l’efficacia del provvedimento dipenderà dalla sua attuazione. Un primo aspetto riguarda la velocità d’intervento: dato che molte imprese potrebbero entrare in crisi entro i primi due mesi, è cruciale agire velocemente. Mentre i 25 mila euro per le Pmi sono completamente garantiti dallo Stato e dovrebbero essere erogati in tempi brevissimi, gli altri schemi di finanziamento prevedono un’istruttoria, con grado crescente di complessità. È quindi utile verificare quante imprese possono coprire i propri bisogni solo con i 25 mila euro e quante hanno invece bisogno di ricorrere a un’istruttoria.
Già ad aprile 131 mila Pmi andrebbero in crisi di liquidità. Di queste, circa 90 mila coprirebbero i lori ammanchi con l’intervento base di 25 mila euro (misura 1). Al picco del bisogno di liquidità, toccato ad agosto, circa 200 mila imprese avrebbero bisogno di liquidità, la metà delle quali coperte dalla misura 1, senza istruttoria; altre 57 mila Pmi potrebbero soddisfare la loro esigenza di liquidità con la misura 2. Si tratta di imprese di dimensione molto ridotta, per cui un’iniezione anche modesta sarebbe sufficiente per soddisfare le loro necessità. Ma ciò non deve far pensare che le due misure più semplici siano sufficienti: proprio perché queste imprese sono piccole, occupano pochi lavoratori. Con le due misure, non sarebbero coperte 43 mila società, che impiegano 1,35 milioni di addetti. Solo con la misura 3, che prevede una garanzia al 90 per cento, il numero di addetti non coperti si ridurrebbe in modo significativo (a 136 mila). È chiaro quindi che è necessario che anche le misure più complesse vengano attivate velocemente.
Il ruolo delle banche
I numeri diventano più grandi nello scenario pessimistico, ma i messaggi non cambiano: il provvedimento in linea teorica è adeguato, ma la sua attuazione dev’essere veloce e con più di 100 mila istruttorie da completare nelle prossime settimane il rischio di rallentamenti è molto concreto. Una possibilità per accelerare il processo è di prevedere una procedura a due stadi, impiegando algoritmi che misurano in modo puntuale e tempestivo il rischio di credito sulla base di modelli di score in un primo stadio. Nel caso un’impresa ne abbia uno positivo, il credito dovrebbe essere erogato con istruttoria snella e veloce. Le competenze specifiche delle banche nella valutazione del credito dovrebbero essere dedicate alle imprese con score negativi, per distinguere fra quelle che hanno comunque prospettive di sviluppo, nonostante gli indicatori quantitativi negativi, da quelle che non ne hanno. Per loro natura, gli score non incorporano la soft information, cioè il patrimonio informativo che le banche sviluppano attraverso il rapporto diretto con i loro clienti e che devono integrare le indicazioni provenienti dagli indicatori quantitativi.
Per valutare quanto questo approccio ridurrebbe l’attività istruttoria, abbiamo utilizzato il Cerved Credit Score, che assegna le imprese a una classe di rischio da 1 (molto sicura) a 10 (molto rischiosa). Delle 100 mila aziende che avranno bisogno di liquidità nelle prossime settimane, circa 80 mila rientrano nelle prime sette classi, ritenute solvibili. Queste imprese dovrebbero ricevere credito velocemente, con istruttorie semplificate. La riduzione del numero di istruttorie approfondite permetterebbe alle banche di dedicare più tempo e risorse per valutare attentamente, ma celermente, le 20 mila imprese in area di rischio.
L’ammontare di credito che va fatto fluire nel sistema produttivo in breve tempo è senza precedenti e non si può farecon i tempi e le procedure standard. È necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili per canalizzarlo velocemente e in modo efficace verso le imprese che ne hanno bisogno.



Pesaro. Appello dei vice presidenti di Confindustria. Flavio Tonetto (PMI) e Davide Broccoli (presidente giovani imprenditori): “Pagare i fornitori per non inceppare il sistema”

Da sinistra: Carlo Arienti e Davide Broccoli

 

 

Appello dei vice presidenti di Confindustria. Flavio Tonetto (PMI) e Davide Broccoli (presidente giovani imprenditori): “Pagare i fornitori per non inceppare il sistema”.
Dicono i due: “La gravissima situazione sanitaria che ha colpito l’Italia ha purtroppo riguardato, fin dall’inizio, il
nostro territorio. Rilanciamo anche nella nostra provincia l’appello trasmesso a tutti gli imprenditori
di   Confindustria   dal   presidente   Vincenzo   Boccia,   ovvero   quello   di   pagare,   salvo   effettiva
impossibilità, i fornitori, evitando di far inceppare il tessuto locale delle filiere e rendere meno
efficaci le misure che il Governo sta emanando. Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale:
lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo
momento per garantire il benessere futuro: tutto ciò è ben sintetizzato dalla parola filiere, fatte di
piccole, medie e grandi aziende che vivono del proprio lavoro. Abbiamo dedicato il massimo
impegno a supportare le nostre aziende in questo momento di difficoltà senza compromessi e con
la massima serietà e coesione. E’ stata organizzata una task force dei funzionari di Confindustria
sempre attivi al cellulare e a qualsiasi ora per garantire tutto il supporto necessario ad interpretare i
decreti, le direttive e le determine emesse. Confindustria locale, nelle prossime settimane, sarà al
fianco delle imprese associate, e di quelle che chiederanno il sostegno per utilizzare al meglio tutti
gli strumenti che il Governo metterà a disposizione per tamponare l’importante crisi di liquidità che
si sta generando, utilizzando gli istituti di credito come canale per usufruire di tali strumenti e non
far mancare alle filiere linfa vitale”.




Poggio Torriana. “Top Automazioni”, seconda al mondo per caricatori per torni

Bruno Bargellini, il fondatore

Bruno Bargellini,
il fondatore

Poggio Torriana. Lo stabilimento, la prua di una nave

– “L’unica strada per crescere è la valorizzazione del patrimonio umano, insieme all’innovazione tecnologica”.  Partito in  un capanno dismesso a Poggio Berni, Bruno Bargellini l’ha fatta diventare la seconda azienda al mondo per la produzione di caricatori per torni. Davanti c’è solo un marchio svizzero; però diamo loro scacco: i “robot” italiani finiscono sul mercato ad un prezzo del 10-15% superiore alla concorrenza elevetica, grazie alla tecnologia, alla velocità e all’assistenza. E ai rapporti umani.
Dalla scorsa estate, la sede è nell’architettonico stabilimento della zona industriale di Poggio Torriana Negli ultimi anni, Top Automazioni, è sempre cresciuta a cifra doppia. Quest’anno dovrebbe toccare i 15 milioni di fatturato (13,5 l’anno scorso). Esporta il 40 per cento della produzione; quello tedesco il primo mercato con il 12 per cento.
Uno sbocco importante ed in forte crescita è quello messicano. Il suo maggiore cliente (lavora per Boing, Ford, Audi…) gli compra 3-4 robot l’anno; ne ha già installati 25.
“Sono andato a sentire gli umori di quel mercato – racconta Bargellini, una passionaccia per le auto vecchie ed i colori -. Le uscite protezionistiche del presidente americano Trump mi stanno preoccupando. Ho trovato imprenditori pensierosi e altri meno. Ogni anno, per 6 mesi, prendo la valigia per vendere, fare assistenza, stringere le mani, capire come stanno le cose, imparare. Il mondo corre talmente veloce che bisogna cercare di capire che cosa fare”.
Il geniale artigiano che da terzista partito in un capanno, ha creato un gioiellino che porta in alto la bandiera del made in Romagna nel mondo per puro caso.  Inizia, come tanti tra Rimini e Pesaro, con una torneria che lavora per il colosso riminese Scm. L’anno della svolta è il 1988; acquista un tornio. Solo che per il caricatore dovrebbe aspettare un anno. Così, se lo progetta e realizza (ora et labora, direbbero i benedettini oggi pensiero di riferimento per molti imprenditori illuminati). Sforna un gioiello di tecnologia che prima non esisteva. I rappresentanti che  visitano la sua azienda gli propongono di venderlo. Nel 2000 nasce Top Automazioni. Poi è storia di oggi, ma in casa Bargellini le acque sono sempre in movimento. Ha brevettato un caricatore per torni fantina, cioè mobili, che dovrebbe dare un ulteriore balzo al marchio riminese che ha nel logo l’azzurro e la bandiera italiana. Se tutto va bene lo presenterà alla fiera di Parma il prossimo marzo; altrimenti, dopo l’estate, in Germania,  Francoforte.
Bargellini ha un’idea resposnabile di fare impresa; si potrebbe dire all’Adriano Olivetti. Luoghi luminosi e puliti, musica ovunque (uffici e produzione), tutti in divisa, mensa gratuita, palestra, visite mediche gratuite. E presto arriveranno campi da tennis, calcetto e beach tennis. Bargellini: “Un bravo imprenditore ha a cuore le famiglie del proprio territorio”.




Addio al calcestruzzo nel trasporto ferroviario. Greenrail di Ecopneus pronta a conquistare 120 paesi nel mondo

traversinagomma-greenrailDal calcestruzzo alla plastica riciclata. Le traversine utilizzate per poggiare i binari del trasporto ferroviario, pare abbiamo un futuro molto green. Addio ai materiali tradizionali (in passato si è anche utilizzato il legno) e avanti tutta con la gomma riciclata da pneumatici fuori uso. La novità è stata presentata nei giorni scorsi a Ecomondo (oggi ultimo giorno di fiera) e vede il coinvolgimento di Ecopneus (società senza scopo di lucro per il rintracciamento, la raccolta, il trattamento e la destinazione finale dei Pneumatici Fuori Uso PFU) e della start up siciliana Greenrail e pare che stia riscuotendo successo in tutto il mondo.

“Il nuovo concept di traversina ferroviaria innovativa e sostenibile – si legge in una nota diffusa –  rappresenta l’unica sostituta ecosostenibile delle traverse in calcestruzzo, standard attuale del mercato mondiale. La sua innovazione si concretizza sia nell’utilizzo di plastica riciclata e polverino di gomma ottenuto dal riciclo di pneumatici fuori uso, che nell’integrazione di sistemi per la produzione di energia e la trasmissione di dati. A livello economico si riducono del 50% i costi di manutenzione delle linee ferroviarie e si aumenta la durata del prodotto (50 anni contro i 30/40 del calcestruzzo. Per ogni km di linea armata con traverse Greenrail™ si contribuisce a recuperare 35 ton di pneumatici fuori uso e 35 ton di plastica”. Il nuovo concept di Greenrail sbarcherà sul mercato nel 2016, ma le richieste di realizzazione sono già “numerosissime”, al punto che Greenrail ha depositato il brevetto in più 120 Paesi.

 




Confindustria: pronti a far crescere l’occupazione per il 75% delle nostre imprese

“Qualche leggero segnale di miglioramento, ma ancora molto timido che non permette di dire che abbiamo agganciato la ripresa”. Per Confindustria Rimini è questo, in estrema sintesi, il punto in cui si trova l’economia locale. “Il contesto in cui si muovono gli imprenditori da molti anni – dicono – sconta l’inerzia della politica a tutti i livelli (nazionale, regionale e locale). Poi ci sono i nemici di sempre: cuneo fiscale, il credito col contagocce, i debiti della pubblica amministrazione, la tassazione “troppo” elavata (“global tax rate” pari al 68,5%, il più alto in Europa e nel mondo, la burocrazia). “Se si incominciassero a sciogliere questi nodi – sottolineano chiaramente gli industriali – le imprese del nostro territorio potrebbero riprendere la via della crescita. Nell’indagine di Confindustria Rimini sugli investimenti risultano 64 milioni di euro “in stand by” a causa della crisi economica, ma anche delle condizioni avverse in cui le imprese sono costrette ad operare.

confindustriarimini2014

I vertici di Confindustria Rimini mentre presentano i dati 2013 e le previsioni per il primo semestre 2014

Come spesso accade da diversi anni a questa parte, Confindustria sventola i dati relativi ad un settore strategico: l’edilizia. Che sono emblematici e drammatici. Nella provincia di Rimini (Dati Cassa Mutua Edile) “nel 2013 le aziende, rispetto al 2008, hanno subito una variazione del – 32,99% (da 788 del 2008 alle 528 del 2013)”. Il numero dei lavoratori segna un – 36,09% e le ore di lavoro sono al – 41,83%. Nel raffronto fra primo trimestre 2014 e 2008 si segnala: – 40,64% delle aziende (da 625 a 371); – 41,15% dei lavoratori, – 51,25% delle ore lavorate, – 41,39% dell’imponibile contributivo.

Rispetto agli investimenti e con i dati in loro possesso, gli industriali dicono che  il 66,2% del campione delle aziende dichiara di “avere progetti di investimento che tiene nel cassetto e che rimanda a causa della difficoltà di accedere al credito, all’insufficiente livello della domanda attesa e dalle problematiche già delineate che opprimono le imprese”. Investimenti “mancati” che potrebbero far crescere l’occupazione per il 75% delle imprese. Si tratta di investimenti per l’internazionalizzazione, ampliamento di capacità produttiva, innovazione di prodotto e di processo, innovazione organizzativa.

Sul problema del credito, dalla sede di Piazza Cavour Confindustria si riprendono i dati Banca d’Italia. In provincia di Rimini a dicembre 2013 gli impieghi delle banche alle imprese private sono diminuiti di 278,79 milioni di euro su base annua (-5,48%), dato che si somma ai cali consistenti delle precedenti rilevazioni. Anche l’Indagine che Confindustria Rimini svolge periodicamente fra i propri associati e riferita a gennaio 2014 conferma questo trend: l’83% del campione ritiene sia in atto un razionamento del credito. Per il 68,18% si registra un allungamento dei tempi di delibera per la concessione dei fidi. Oltre a essere concesso con difficoltà il credito è anche molto costoso: il 61,36% delle imprese ha registrato un aumento dei tassi di interesse.

Sui fatturati a consuntivo nel secondo semestre 2013 è diminuito (- 0,60%) rispetto al secondo semestre 2012. Cresce il fatturato estero (+3,30%), cala il fatturato interno (-0,70%). Le aziende con meno di 50 dipendenti segnano un +1,5% (+7% nel fatturato estero), le aziende fra 50 e 250 dipendenti hanno un calo del -1,60% (ma un aumento del fatturato estero del 9%), mentre quelle con oltre 250 addetti denotano un calo del -0,30% (il fatturato estero che nelle precedenti rilevazioni era aumentato è al – 0,50% mentre il fatturato interno è in aumento +3,70%). Va bene, ma su questo non è mai abbastanza, il grado di internazionalizzazione delle imprese, inteso come percentuale di fatturato estero sul totale. Il dato si attesta in media al 61,50% con una percentuale del 67,70% nelle aziende con più di 250 dipendenti, del 57,30% nelle aziende comprese fra 50 e 250 addetti e del 19,20% nelle aziende con meno di 50 dipendenti. Per il futuro le previsioni relative al primo semestre 2014, “denotano ancora prudenza” e non lasciano prevedere una netta inversione di tendenza nell’immediato. Così i dati: il 52,17% del campione prevede una situazione di stazionarietà, il 33,33% prevede un aumento e il 14,49% una diminuzione (nessuna grande impresa prevede però un calo di produzione e addirittura l’80% prevede un aumento).

L’indagine sugli investimenti effettuati nel 2013 fa emergere come il prolungarsi della difficile situazione congiunturale abbia ovviamente effetti anche sugli investimenti realizzati dalle imprese: nel 2013 tali investimenti sono diminuiti, rispetto all’anno precedente, del – 6,3%. La spesa per investimenti effettuata dal settore manifatturiero nel suo complesso è stata pari al 4,9% del fatturato. Nelle imprese di piccole dimensioni non c’è stata alcuna variazione negli investimenti rispetto al 2012, le medie hanno avuto un calo del – 7,6% e le grandi del – 6,5%.

Analizzando i singoli settori vediamo che la percentuale degli investimenti rispetto al fatturato è del 3,3% nel settore metalmeccanico, del 4,7% in quello del legno, dell’1,9% nell’agroalimentare, del 6,5% nell’abbigliamento, del 10% nel settore materiali per le costruzioni, dell’11% nei servizi, del 3,8% nel grafico, del 2,1% nelle industrie varie e del 12,8% nel comparto chimico. La maggior riduzione rispetto all’anno precedente negli investimenti la realizza il settore metalmeccanico (-19,2%), seguito dall’alimentare (-16,1%). Chi registra un aumento è soprattutto il settore terziario (+38,6%) e grafico (+24,6%). Circa la tipologia degli investimenti i più ricorrenti sono quelli in formazione, ICT, ricerca e sviluppo e linee di produzione.

Per il futuro se consideriamo l’intero settore manifatturiero “il 19,2% di imprenditori prevede di non effettuare investimenti nel 2014”. Le aree aziendali maggiormente coinvolte in investimenti nel 2014 saranno ancora formazione, ICT e ricerca e sviluppo. Verranno rafforzati gli investimenti all’estero sia produttivi (5,1%) che commerciali (24,4%). In particolare gli investimenti in ricerca e sviluppo saranno uguali (63,2%) o superiori (34,2%) al 2013 per il 97,4% delle imprese, così come quelli per la formazione saranno uguali (79,2%) o superiori (20,8%) per tutto il campione.

Nell’ICT gli investimenti saranno uguali per il 53,2%, superiori per il 34% e inferiori per il 12,8%. Per le linee di produzione: uguali 48,6%, superiori 42,9% e inferiori 8,6% (dato notevolmente migliore rispetto ad un anno fa e che invita a sperare in una prossima ripartenza dell’attività manifatturiera). Gli investimenti commerciali all’estero saranno uguali (51,7%) o superiori (44,8%) per la quasi totalità del campione, confermando l’importanza dell’internazionalizzazione per lo sviluppo delle imprese. Tra i fattori critici e/o ostacoli alla realizzazione degli investimenti, si segnalano la difficoltà a reperire risorse finanziarie (43,6%) e l’insufficiente livello della domanda attesa (38,5%). Anche il 21,8% che evidenzia le difficoltà amministrative e burocratiche è un dato su cui dover urgentemente intervenire.

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Export, obiettivi ambiziosi: raddoppiare in cinque anni

Sido Bonfatti

Il presidente di Banca Carim Sido Bonfatti

L’obiettivo è passare in 5 anni dal 20 al 40% di penetrazione dei mercati esteri. Per farlo giovedì scorso 5 dicembre Camera di commercio di Rimini, Confindustria Rimini e Banca Carim hanno sottoscritto un Protocollo per favorire l’internazionalizzazione delle imprese del territorio. Un “percorso comune, fra enti pubblici e privati, per la creazione di maggiori sinergie operative e la realizzazione congiunta di un programma di attività in materia di commercio con l’estero che consenta alle imprese del territorio riminese di sviluppare il proprio livello di internazionalizzazione”. In sintesi: mettere nelle condizione le imprese di ‘osare’ oltre i ristretti confini dell’area euro.

I tre sottoscrittori hanno quindi deciso di avviare un percorso comune per la creazione di maggiori sinergie operative e la realizzazione congiunta di un Programma di attività in materia di internazionalizzazione. Le parti – spiega una nota – s’impegnano nel coordinamento e nell’integrazione delle iniziative e delle risorse su progetti per l’internazionalizzazione delle imprese, nella programmazione e realizzazione di un piano comune di attività per lo sviluppo dell’export, nell’erogazione alle imprese dell’assistenza e del supporto necessari alle loro attività di internazionalizzazione, evitando duplicazioni e sovrapposizioni, fermo restando l’autonomia di ciascuno.

Tra le attività, previsiti incontri informativi sul commercio estero, un progetto “RUSSIA” plurisettoriale per la ricerca partner e incontri di business, un progetto “SUDAFRICA” nell’anno del Design in Sudafrica dedicato al sistema casa e alla filiera abitare e costruire, e attività di assistenza creditizia da parte di Banca Carim con un plafond di 500 mila euro per l’erogazione di prestiti chirografi e uno di 10 milioni per la concessione di linee di credito. “Per un’impresa è sempre fondamentale il rapporto con il mercato estero, e non importa se sia una piccola o media azienda – ha dichiarato il presidente della Camera di Commercio Manlio Maggioli. – Soprattutto in un momento di crisi come quello attuale”. Pone l’accento su un fatto culturale il presidente di Banca Carim Sido Bonfatti (FOTO). “Internazionalizzare è sinonimo di modernità, quindi promuovere la proiezione dei nostri imprenditori sui mercati esteri significa fare ‘cultura’, oltre che banca. I finanziamenti che Carim eroga per lo sviluppo all’estero delle nostre imprese superano i 60 milioni di euro, crescono quotidianamente e hanno modalità in evoluzione. Abbiamo funzionari preparati e aggiornati in rapporto costante con gli imprenditori, utili ad un processo di continua formazione, necessario alle imprese perché siano in grado di cogliere le opportunità e di affrontare i rischi dei mercati finanziari internazionali”. Fondamentale il rapporto di collaborazine. “Le iniziative presentate oggi – ha invece dichiarato Paolo Maggioli neo leader degli industriali – segnano un passo importante verso un’attività di collaborazione indirizzato all’affiancamento delle imprese. Questa prima azione vede al centro l’export e l’internazionalizzazione e proseguirà con altre importanti azioni nell’ambito della ricerca e dell’innovazione. Il prossimo anno partiremo da una indagine sullo stato della “Ricerca & Innovazione” delle imprese della Provincia di Rimini realizzata in collaborazione con l’Università di Rimini “Scuola di Economia, Management e Statistica”.

Oltre alla firma del Protocollo, Confindustria Rimini ad ottobre scorso ha condotto un’indagine per individuare le principali ragioni che hanno sostenuto il processo verso l’estero e gli ostacoli che si sono frapposti maggiormente al raggiungimento degli obiettivi. All’indagine hanno partecipato 180 imprese, di queste 144 (84 in più rispetto all’indagine del 2003) hanno dichiarato di avere contatti con l’estero.

I RISULTATI. Le aziende con meno di 50 dipendenti hanno mediamente un fatturato derivante dall’export pari al 21%, mentre le medio-grandi (ne sono un esempio le 19 imprese che hanno partecipato alla redazione del Bilancio Sociale Aggregato di Confindustria Rimini) hanno una quota di fatturato estero sul totale di oltre il 60%. Salgono (+7,9%) le aziende che svolgono simultaneamente attività di Import/Export; scendono (-5,9%) le aziende solo esportatrici e che quelle solo importatrici (-3%). Più della metà del campione (56,9%) dichiara di svolgere parallelamente attività di Import/Export; le aziende esclusivamente esportatrici corrispondono al 33,3 % del campione, mentre si attestano al 9,7 % del totale le aziende solo importatrici. Le principali aree geografiche sono sostanzialmente invariate rispetto al 2012: sale di una posizione il nord America (nel 2012 era 5° ora è 4°) e scende l’Asia (ora è 5° mentre nel 2012 era al 4° posto). Per l’import sono confermate le due prime posizioni di UE e Asia (Russia in primis), mentre per l’export sui primi 12 Paesi di destinazione, 6 sono UE e occupano le prime 3 posizioni (Germania, Francia e Spagna). Il principale ostacolo all’internazionalizzazione è di carattere conoscitivo (per la maggioranza del campione è l’individuazione di partner stranieri), seguono quelli di tipo finanziario (soprattutto inadeguatezza di finanziamenti e risorse finanziarie), strutturale (complessità delle operazioni burocratiche) e dimensionale (scarsità di personale adeguato). In ultima posizione quello di tipo socio-economico e politico (per la maggior parte del campione differenze linguistiche, culturali e religiose). I servizi ritenuti prioritari dalle imprese sono: informazioni commerciali e di mercato, legislazione doganale; ricerca di partners stranieri; formazione, orientamento ed Assistenza in materia di commercio. 90 imprese rispetto alle 76 del 2012 hanno sperimentato nuove forme di collaborazione all’estero.

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Maggioli, il comando è generazionale

Paolo Maggioli

Da una parte, il padre: Manlio Maggioli. Dall’altra, il figlio: Paolo. Il primo, a marzo scorso, annunciano la volontà di non ricandidarsi alla carica di presidente della locale Camera di Commercio, di fatto ha ufficializzato l’uscita dalla scena pubblica. Paolo, invece, ci entra ufficialmente ricoprendo uno degli incarichi più prestigiosi e impegnativi nel panorama dell’economia locale. Nato a Santarcangelo di Romagna il 28 gennaio del 1965, coniugato e con due figli, oggi la Giunta di Confindustria Rimini lo ha designato alla successione del Presidente Maurizio Focchi. La candidatura verrà sottoposta all’approvazione dei soci nel corso dell’Assemblea generale che si terrà il 3 giugno presso il Palacongressi di Rimini.

Imprenditore di quarta generazione, si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Dopo il titolo accademio, si reca negli Stati Uniti a Londra per alcune esperienze. Nel 1994 torna in Italia e si dedica alle attività del Gruppo di famiglia, affiancando il padre, Manlio, attuale Presidente di Maggioli S.p.A. Entra nella società Pirola Maggioli con la qualifica di assistente al Direttore Generale. Nel 1996 assume la carica di A. D. di Maggioli Editore Spa. Dal 1° gennaio 2002 il dott. Paolo Maggioli è A.D. di Maggioli S.p.A.(nella quale sono state conferite le quattro principali aziende del gruppo e che ne diventa la Holding), gruppo leader nella fornitura di prodotti e servizi tecnologicamente avanzati dedicati alla Pubblica Amministrazione Locale ed ai Liberi Professionisti collegati. Parallelamente all’impegno aziendale, partecipa attivamente all’attività confindustriale: dal 1998 fa parte della Giunta e nel 2007 è stato nominato Vice Presidente di Confindustria Rimini. Nel mese di Luglio 2011 viene nominato Vice Presidente di Confindustria Emilia Romagna.

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Rapporto Economico 2012-2013, l’intervento (l’ultimo) del Presidente Maggioli

di Manlio Maggioli *

Il nostro Rapporto (intendo Camera di Commercio in collaborazione con la Fondazione) è arrivato alla 19° edizione e si pone come sempre l’obiettivo di divulgare il grande patrimonio di informazioni economiche e statistiche elaborate della Camera di Commercio e da Unioncamere.

Desidero in apertura sottolineare alcuni temi, lasciando naturalmente a Massimo Guagnini di Prometeia e a Guido Caselli di Unioncamere, la presentazione dettagliata del Rapporto stesso. Colgo l’occasione per dare il benvenuto al professor Michele Tiraboschi, Docente Ordinario di Diritto del Lavoro dell’Università di Modena, Direttore del Centro Studi Marco Biagi: l’ intervento chiuderà questa giornata di lavoro. La sua presenza ci onora e lo ringrazio sentitamente per avere aderito all’ invito nostro e della Fondazione.

Non è casuale la presenza del prof. Tiraboschi: al centro del Rapporto c’è proprio il tema del Lavoro oltre che del Credito alle imprese. La situazione economica attuale è di estrema gravità: ci sentiamo partecipi delle difficoltà che tante famiglie, tanti lavoratori e tante imprese stanno vivendo. Stiamo facendo del nostro meglio, sia per contenere gli effetti della crisi sia per sostenere azioni di rilancio attraverso: progetti di internazionalizzazione; iniziative di raccordo fra mondo delle imprese e mondo universitario; fondi per le imprese innovative; fondi per i Consorzi Fidi; fondi per le imprese che vantano crediti nei confronti della PA.

Non ci stiamo certamente risparmiando: siamo chiamati tutti, ciascuno per il suo ruolo, a fare il possibile per aiutare la nostra economia a risollevarsi. Non sarà facile, e la situazione politica italiana, che si muove sotto il segno dell’instabilità, non aiuta per nulla. A questo proposito ritengo che non si possa ignorare, a qualsiasi livello istituzionale, la forte richiesta di cambiamento che è emersa dai risultati delle ultime elezioni. I cittadini chiedono moralità e contenimento dei costi nella gestione della cosa pubblica: sprechi, ritardi e inefficienze da parte della pubblica amministrazione non sono più tollerabili e non ce li possiamo permettere.

Desidero modestamente ricordare il grande significato del messaggio che con forza ha lanciato il nuovo Pontefice, Papa Francesco, sul rispetto della dignità umana, del lavoro e dell’ambiente che devono essere posti al centro di ogni politica. A livello locale voglio sottolineare la sinergia e l’unità di intenti che sta muovendo, in questo senso, coloro che hanno responsabilità pubblica e civile, a partire da sua Eccellenza il nostro Vescovo Mons. Francesco Lambiasi ed il nostro Prefetto Dott. Claudio Palomba che ringrazio (credo di poterlo fare a nome di tutti) per il grandeimpegno con il quale si adoperano, tanto da essere diventati, addirittura catalizzatori delle varie iniziative. Non possiamo però ignorare la contrapposizione che spesso si determina (tanto più grave in questo momento di crisi economica) tra le pubbliche amministrazioni a livello locale e le imprese. E’ indispensabile che le parti si confrontino e lavorino senza preclusioni per trovare le soluzioni che consentano alle imprese di superare questa fase drammatica.

Gli enti locali devono rendersi conto che la chiusura delle imprese provoca effetti drammatici e a catena sull’economia e sulla tenuta sociale e che questo è un momento eccezionale nel quale occorrono risposte adeguate da parte delle istituzioni. Non è auspicabile che sia la Magistratura ad attribuire torti o ragioni. Le banche, dal canto loro, debbono essere più attente alle necessità delle aziende nella concessione del credito indispensabile per assicurare continuità alla loro attività e al lavoro. Le imprese hanno il dovere di presentarsi in modo trasparente ed aperto facendosi assistere, ove necessario, da professionisti seri e preparati. Per riprendere una frase che è stata ripetuta in questi giorni dal Presidente di Confindustria Squinzi con Bersani incaricato di formare il nuovo Governo: “Non abbiamo più tempo. Le imprese non ce la fanno più e hanno bisogno di provvedimenti immediati e efficaci”. Ritengo necessario anche un riferimento alla situazione che sta attraversando il nostro Aeroporto, la cui società di gestione Aeradria, come sappiamo, è in fase di concordato. Occorre che tutti i soggetti coinvolti, soci e operatori privati, facciano la loro parte per salvare un bene comune del territorio e noi come Camera come sempre ce l’abbiamo messa tutta.

Anche in questa circostanza le banche devono valutare quanto sia importante la salvezza di un’impresa che genera un indotto sulla nostra economia che, malgrado la crisi, non ci possiamo permettere di perdere. Desidero anche, per chiudere questi riferimenti alla situazione generale e locale, ricordare e sollecitare la necessità di passare con decisione alla fase attuativa del Piano Strategico. Un progetto al quale, come Camera di commercio, abbiamo creduto fin dall’inizio e sostenuto anche economicamente.

Insieme a tanti soggetti della società civile, riponiamo fondate aspettative per il rilancio di una fase nuova di sviluppo del nostro territorio all’insegna della coesione sociale e della sostenibilità ambientale: il tempo delle analisi è finito. Espongo qualche dato dell’osservatorio che ci colpisce particolarmente e di grande importanza. Nel corso del 2012: la Cassa Integrazione Guadagni ha avuto un incremento complessivo dell’82,5% – (5.677.306 ore del 2012). I “settori” che maggiormente vi hanno fatto ricorso sono stati quelli dell’abbigliamento, della meccanica, del commercio e dell’edilizia. Il dato particolarmente preoccupante è quello relativo alla Cassa integrazione Straordinaria (+103%): questa forma di cassa rappresenta sovente per l’azienda il primo passo verso una riduzione definitiva del personale.

I lavoratori iscritti nelle liste di mobilità sono circa 2.500 aumentati del 13,5%. Questo dato conferma le persistenti difficoltà in cui versano molte imprese del territorio: questi licenziamenti sono anche l’esito conclusivo di crisi aziendali iniziate nel triennio 2009-2011 e per le quali neppure il ricorso alla Cassa Integrazione è riuscito ad evitare l’espulsione di una parte della manodopera. Il tasso di disoccupazione, in provincia di Rimini si è attestato al 9,8% (era all’8,1% nel 2011, e a soffrire maggiormente sono i giovani, con un tasso che arriva in provincia di Rimini al 16% nella fascia di età 15-29 anni.

Per quanto riguarda il Credito sino al 2008 l’accesso al credito per le PMI era moderatamente agevole: i fatturati tenevano, l’autofinanziamento era sufficiente per fare fronte agli impegni e la leva finanziaria elevata spingeva la crescita delle PMI. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La valutazione rigida di certi parametri imposta dalle nuove norme al sistema bancario, si è inevitabilmente riflessa sull’economia reale e la fase prolungata di crisi economica ha moltiplicato i problemi. Dalla fine di giugno 2011 il mercato finanziario ha mostrato i primi segnali di instabilità che si sono protratti per tutto l’anno 2011 e sono proseguiti fino a fine 2012 e proseguono ancora oggi. E così a fine dicembre 2012 gli Impieghi totali ammontavano a 11.800 milioni di euro con una variazione percentuale in negativo del 5,8%: nello specifico, si è avuto un calo degli Impieghi alle Imprese dell’ 8,5%. In questo ambito volendo esaminare i vari tipi di finanziamenti: quelli per cassa hanno avuto una variazione negativa, del 14,3%; quelli oltre il breve termine hanno subito una diminuzione del 10,7%; quelli agevolati hanno subito una diminuzione dell’11,2%. In questo quadro occorre tenere presente che le sofferenze bancarie ammontano a 835 milioni, con un incremento del 24%. In questo complesso scenario l’intervento dei Confidi è stato importante ma contraddistinto da crescenti difficoltà. Il loro compito è quello di attenuare la rischiosità delle operazioni di finanziamento attraverso il rilascio di garanzie. Da quando è iniziata la crisi il supporto della loro garanzia ha acquisito ancora maggiore importanza e attenzione da parte del sistema bancario: ed infatti le imprese che hanno fatto ricorso ad un Confidi rappresentano il 21,3% del sistema imprenditoriale riminese.

Purtroppo il perdurare della crisi ha fatto si che sia aumentata l’incidenza delle partite deteriorate, erodendo i patrimoni degli stessi. Le risorse finanziare rischiano di non essere più sufficienti per svolgere con immutata efficacia l’attività fideiussoria e non è da escludere la necessità di fondi freschi. E’ un problema che supera i confini provinciali e regionali. E per terminare un accenno ai dati sull’Import ed Export che sono rimasti stabili. La bilancia commerciale che rimane ampiamente positiva ma fa capire come e quanto la crisi in atto abbia colpito anche altri Paesi, soprattutto quelli dell’Unione Europea. Il prossimo osservatorio, quello riferito al consuntivo 2013 e alle previsioni per il 2014, sarà certamente presentato dal mio successore Presidente della Camera di Commercio. Nella primavera, cioè da aprile inizieranno le consultazioni delle categorie per la relativa nomina. Mi auguro che egli possa presentare una situazione migliore rispetto a quella che oggi noi constatiamo e discutiamo.

Per quanto concerne gli scenari previsionali, che sono il campo che poi analizzerà il dott. Guagnini di Prometeia, in breve voglio solo accennare a tre indicatori. Il valore aggiunto: tra il 2013 e il 2015 il tasso medio annuo di crescita del valore aggiunto in provincia di Rimini sarà del +0,6%, inferiore al valore atteso medio annuo del +0,9% per l’Emilia-Romagna e sostanzialmente in linea con il tasso di crescita annua dell’Italia (+0,7%). A livello provinciale, la crescita investirà tutti i macrosettori; quello che ne beneficerà maggiormente sarà l’industria manifatturiera, con un tasso medio annuo del +1,1%. Export: tra il 2013 e il 2015 l’export aumenterà in provincia di Rimini in misura media annua del 2,2%, presentando però una crescita inferiore rispetto al trend regionale (+3,8%) e nazionale (+3,8%). La propensione all’export (export/valore aggiunto x 100), in provincia, crescerà leggermente (dal 22,0% nel 2012 al 23,0% nel 2015), in misura decisamente minore rispetto all’incremento che si avrà in EmiliaRomagna (dal 38,4% nel 2012 al 41,8% nel 2015) ed in Italia (dal 26,7% nel 2012 al 29,2% nel 2015). Mercato del Lavoro: nel mercato del lavoro riminese si evidenzierà, tra il 2013 ed il 2015, una minima crescita delle unità di lavoro, quantificabile in un +0,3% medio annuo, variazione in linea con a quella che si registrerà in ambito regionale (+0,4%) e superiore a quella che si avrà a livello nazionale (+0,1%). Nel 2015, inoltre, in provincia di Rimini si attende un tasso di disoccupazione (persone in cerca di occupazione/forze lavoro x 100) pari al 9,3% (in diminuzione rispetto al 9,8% del 2012), valore superiore a quello che ci si aspetta per l’Emilia-Romagna (6,5%) e inferiore a quello che si avrà in Italia (11,2%).

In sostanza, lo scenario che si profila tra il 2012 e il 2015 appare caratterizzato da un’uscita dalla recessione che dovrebbe realizzarsi sul finire del 2013 e da una ripresa graduale e relativamente debole per il biennio seguente. Tale scenario di recupero graduale dell’economia, delineato per il triennio 2013-2015, contribuisce alla previsione di una domanda occupazionale ancora poco dinamica e, pertanto, non ci si può attendere, nei prossimi anni, una discesa rilevante dei tassi di disoccupazione.

 * Presidente della Camera di Commercio di Rimini