Economia. Riforma dell’Irpef: come garantire l’equità

 

Tratto da lavoce.info

di Nicola Curci,
Pietro Rizza,
Marzia Romanelli
e Marco Savegnago

L’Irpef contribuisce in modo netto a ridurre la disuguaglianza dei redditi. Lo fa attraverso la struttura delle aliquote e, in parte, delle detrazioni. Ma la definizione della base imponibile ha un ruolo limitato: sotto accusa sono i regimi speciali.

La redistribuzione nell’Irpef di oggi

La riforma dell’imposizione fiscale sui redditi personali è tornata alla ribalta nel dibattito politico. Inquadrata in una generale ricomposizione del carico fiscale a favore dei fattori produttivi, potrebbe contribuire a rilanciare l’economia italiana dopo la crisi innescata dall’epidemia di Covid-19.

Come affermato da Massimo Baldini, Silvia Giannini, Simone Pellegrino e Leonzio Rizzo, per realizzare una buona riforma è però opportuno analizzare le caratteristiche dell’Irpef attuale. Un nostro recente lavoro fornisce alcune evidenze quantitative, con una attenzione particolare al ruolo dell’Irpef in termini di equità (cioè la capacità di rendere la distribuzione dei redditi disponibili meno diseguale di quella di partenza) e di efficienza (ossia delle possibili distorsioni che può generare rispetto alle scelte di lavoro degli individui). Pur focalizzandosi sulla principale imposta sui redditi, il nostro studio prende necessariamente in considerazione anche gli altri istituti del sistema fiscale e di assistenza sociale che, interagendo con l’Irpef, incidono sulle risorse disponibili per le famiglie italiane. Per cogliere in modo realistico la complessità delle interazioni facciamo ricorso a BIMic, il modello statico di microsimulazione del sistema tax and benefit sviluppato in Banca d’Italia.

Ci focalizziamo qui sugli aspetti redistributivi, rinviando a un altro contributo la questione dei disincentivi all’offerta di lavoro. Nella figura 1 mostriamo l’indice di Gini (un indice di disuguaglianza ampiamente utilizzato in letteratura, che assume valore 1 in caso di massima disuguaglianza e 0 in caso di perfetta uguaglianza) di diverse definizioni di reddito: (i) i redditi di mercato (ossia quelli ottenuti dall’impiego dei fattori produttivi, lavoro e capitale) e da pensioni, (ii) i redditi lordi (che ai redditi di mercato aggiungono i trasferimenti monetari), (iii) il reddito disponibile (che sottrae al reddito lordo l’Irpef, i contributi sociali e le altre imposte) e (iv) il reddito netto che al reddito disponibile sottrae anche l’Iva pagata (in modo da approssimare la capacità di spesa effettiva di una famiglia).

Secondo le nostre stime, il sistema tax and benefit riduce l’indice di Gini di oltre sei punti percentuali, da circa il 45 al 38 per cento, nei diversi passaggi dal reddito di mercato e da pensione al reddito netto. Il contributo più rilevante alla riduzione è fornito dall’Irpef, che ne garantisce circa 4 punti. L’Iva ha invece un effetto di segno opposto, facendo aumentare la disuguaglianza di oltre un punto e confermandosi come regressiva rispetto al reddito (il fenomeno riflette il fatto che, empiricamente, il consumo è una quota decrescente del reddito disponibile).

In linea di principio, l’effetto redistributivo dell’Irpef dipende non solo dalla struttura di aliquote e scaglioni di reddito, ma anche dalla definizione della base imponibile e dal disegno delle detrazioni. In pratica, le nostre stime mostrano che quasi tutta la redistribuzione operata dall’imposta dipende dalla struttura di scaglioni e aliquote (per circa il 50 per cento) e dalle detrazioni (per quasi il 45 per cento), mentre il ruolo della base imponibile appare complessivamente modesto.

Detrazioni e base imponibile

Il peso della struttura di scaglioni e aliquote nel determinare l’effetto redistributivo non sorprende. Ci sembra invece utile discutere il ruolo delle detrazioni e della base imponibile.

L’effetto redistributivo complessivo delle detrazioni dipende essenzialmente da quelle per tipologia di reddito (circa il 28 per cento) e da quelle per familiari a carico (quasi il 18 per cento). Invece quelle legate a specifiche voci di spesa (tax expenditures) riducono, seppur leggermente, la capacità redistributiva del sistema, perché le spese che danno diritto alle detrazioni sono relativamente più concentrate tra i redditi più elevati. L’auspicabile razionalizzazione degli strumenti di sostegno alla famiglia (e quindi delle relative detrazioni) e delle tax expenditures dovrebbe tenere conto anche dei rispettivi contributi alla progressività.

Il ruolo nel complesso limitato della base imponibile nel determinare l’effetto redistributivo dell’Irpef dipende da due fattori contrapposti. Da un lato, l’esclusione di alcune voci del reddito lordo (molti redditi fondiari, le attività finanziarie e i redditi di imprenditori e lavoratori autonomi con bassi fatturati che rientrano nel “regime forfettario”) riduce l’effetto redistributivo dell’imposta. La figura 2 mostra infatti che l’incidenza di tali voci (denominate “regimi speciali”) è crescente all’aumentare del reddito complessivo. Dall’altro, l’esclusione dalla base imponibile dei trasferimenti monetari (come, ad esempio, il reddito di cittadinanza, gli assegni al nucleo familiare, gli ammortizzatori sociali, le pensioni di invalidità civile) aumenta l’effetto redistributivo dell’Irpef; il loro peso sul totale è infatti decrescente all’aumentare del reddito. Nel complesso, pertanto, la quota di redditi che entrano nella base imponibile dell’Irpef (sul totale del reddito lordo così come sopra definito) segue un andamento a “U” rovesciata. Da circa il 50 per cento del primo decimo della distribuzione dei redditi familiari, la quota raggiunge l’80 per cento nel settimo decimo, per poi scendere di nuovo nei decimi successivi.

In un’ottica di revisione della struttura dell’imposta, l’ampliamento della base imponibile potrebbe accrescere la capacità redistributiva. In particolare, si può pensare a un ridimensionamento dei regimi speciali dato che alcune forme di reddito – come quelle da capitale, i fitti imputati e trasferimenti monetari – sono per valide ragioni escluse dalla base imponibile. Nello specifico, una revisione del “regime forfettario”, la cui incidenza cresce al crescere dei decimi di reddito, andrebbe in questa direzione. L’effetto dell’operazione sulla progressività rimarrebbe contenuto. Non si può quindi prescindere da una profonda revisione della struttura delle aliquote e delle detrazioni.

Nota: il reddito di mercato è dato dalla somma del reddito da lavoro e da capitale (inclusi i fitti imputati relativi agli immobili tenuti in disponibilità). Le definizioni di reddito lordo, disponibile e netto sono ottenute così come indicate nel grafico. I redditi da pensione sono al lordo dell’Irpef. I redditi qui considerati sono resi equivalenti attraverso la scala “Ocse modificata”, per tener conto della diversa numerosità dei nuclei familiari.

Nota: i redditi soggetti a regimi speciali sono quelli derivanti dalle attività finanziarie, i fitti soggetti a cedolare secca, i redditi soggetti al regime forfettario e i redditi dell’imprenditore agricolo; i redditi da fitti imputati sono al netto delle rendite catastali in quanto queste sono soggette a Irpef




Economia. Partecipazioni statali: così i politici premiavano i territori

Tratto da la voce.info

di Guglielmo Barone, professore di Politica economica all’Università di Padova

Torna a circolare l’idea di una presenza forte dello stato nell’economia. Un’esperienza già vissuta in Italia. E le scelte di allora, ad esempio sulla sede degli stabilimenti, spesso non erano le migliori dal punto di vista della logica industriale.

Apprendere dall’esperienza

Poco meno di trenta anni fa si avviava in Italia la lunga stagione delle privatizzazioni, alimentata dalla convinzione che la gestione privata delle imprese portasse guadagni di efficienza difficilmente raggiungibili con la gestione pubblica. Altrettanto importante era l’obiettivo di riduzione del debito pubblico, anche come segnale ai mercati. I risultati sono stati variegati tra imprese e settori ma, nel complesso, positivi. Oggi, il paese sembra voler tornare sui suoi passi. Da più parti si sollecita una presenza forte dello stato nell’economia non come semplice regolatore bensì come attore principale. Si parla di stato innovatore, catalizzatore, gestore diretto di servizi pubblici come i trasporti. La vicenda Autostrade è emblematica, ma non è l’unica.

Di fronte a questa tentazione, vi è il vantaggio di aver già sperimentato un’economia di tipo misto. Da quell’esperienza potrebbero desumersi indicazioni utili per capire se, oggi in Italia, la governance pubblica è davvero adeguata a perseguire l’interesse collettivo.

In prima battuta, gli anni dell’Iri, delle partecipazioni statali, delle banche di interesse nazionale, sono stati gli stessi in cui economia cresceva a tassi molto elevati mentre subito dopo l’avvio della stagione delle privatizzazioni la crescita si è arrestata. Ma la correlazione, di per sé, è poco significativa: era un’economia nella fase iniziale del processo di industrializzazione e, chissà, la crescita sarebbe stata uguale o maggiore senza una presenza pubblica nell’economia così pervasiva. Per esempio, l’analisi degli storici evidenzia come l’obiettivo dell’Iri di tenere insieme massimizzazione del profitto e obiettivi sociali si sia rivelato a lungo andare velleitario e fonte di sprechi.

Politici e stabilimenti industriali

Presentiamo qui una nuova evidenza empirica, che abbiamo ricavato all’interno di un più ampio progetto di ricerca sulle connessioni politiche delle città italiane tra la fine della seconda guerra mondiale e lo scoppio di Tangentopoli, portato avanti con Guido de Blasio ed Elena Gentili. Ci siamo chiesti se la distribuzione territoriale degli insediamenti produttivi riconducibili alla galassia delle partecipazioni statali rispondesse a motivazioni di tipo clientelare. Per fare questo, abbiamo dapprima raccolto i dati sui luoghi di nascita dei politici più importanti di quel periodo (capi di governo e segretari di alcuni partiti: Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito socialdemocratico, Partito repubblicano o Partito liberale). Definiamo questi comuni, insieme a quelli ricompresi in una cintura di 10 chilometri, come “connessi”, ovvero legati a un politico influente, mentre gli altri fungono da gruppo di controllo. Abbiamo poi raccolto le informazioni sulla localizzazione degli stabilimenti delle imprese di diretta partecipazione del Tesoro o appartenenti alle galassie Iri o Efim. Si va dall’Eni all’Alfa Romeo, dal Nuovo Pignone alla Sme, da Fincantieri alla Lucchini. La diffusione geografica della mano pubblica nell’economia italiana in quegli anni. È possibile individuare, tra gli altri, il polo dell’alluminio dell’Iglesiente, il comparto del vetro del Chietino, gli stabilimenti Enichem di Ottana e Gela. Abbiamo poi incrociato le due basi dati e adottato una procedura statistica che garantisce che comuni connessi e comuni di controllo presentino le stesse caratteristiche osservabili al 1951 (dimensione, geografia, composizione settoriale, dotazioni di capitale umano e sociale).

Come si sceglieva la sede

La probabilità di trovare uno stabilimento di filiazione pubblica nelle vicinanze di un comune del gruppo di controllo è del 14,9 per cento. Sale sensibilmente, al 28,9 per cento, nei comuni connessi. Anche escludendo le utilities, il divario resta molto ampio: 14,2 contro 26,8 per cento.

L’evidenza descrittiva è corroborata da un’analisi di regressione in cui si tiene conto di diverse caratteristiche osservabili misurate al 1951. Riassumendo: nella storia dell’intervento pubblico italiano nella seconda metà del secolo scorso, aver dato i natali a un politico di spicco faceva quasi raddoppiare la probabilità che il settore pubblico decidesse di insediare in quel territorio uno stabilimento, a parità di altre condizioni.

Il risultato, di per sé, non segnala necessariamente un’inefficienza. Un’ipotesi alternativa è che i politici siano stati lungimiranti e abbiano pertanto scelto le migliori localizzazioni possibili per l’industria di stato, quelle dove – nel linguaggio degli economisti – le cosiddette economie di agglomerazione erano più elevate. Ulteriori nostre analisi suggeriscono però che non è stato così: l’impatto sulla crescita economica locale della presenza di uno stabilimento non era maggiore nei comuni connessi. È verosimile, allora, che le scelte localizzative abbiano sì aumentato il benessere delle constituency di riferimento, ma a scapito di scelte migliori dal punto di vista della logica industriale.

L’evidenza suggerisce la necessità di riflettere su cosa è cambiato rispetto ad allora, affinché la gestione pubblica delle imprese non conduca a scelte motivate esclusivamente da interessi di natura elettorale. Abbiamo ora presìdi istituzionali che possano garantire un’efficiente assegnazione delle risorse? Riusciremo a tenere distinta la produzione della ricchezza dalla sua distribuzione? Ci sembrano domande non eludibili, a maggior ragione alla luce della difficile situazione di finanza pubblica del paese.




Economia. La più intensa recessione di sempre in Usa, Europa e Italia

 

Tratto da lavoce.info

di Francesco Daveri, professore di macroeconomia all’università Bocconi di Milano

Nel peggior trimestre di sempre nelle economie occidentali, il Pil dell’Eurozona si contrae più di quello americano. Ma, nonostante il lockdown e l’efficacia solo parziale degli aiuti, l’Italia riesce a contenere il calo a un -12,4 per cento.

Aprile-giugno 2020: il peggiore trimestre delle economie occidentali

Con la fine di giugno si è chiuso il peggior trimestre per la crescita delle economie occidentali da quando esistono dati trimestrali calcolati con una metodologia coerente tra paesi.

Le stime preliminari del Pil dei principali paesi per il secondo trimestre 2020 riportate nella tabella 1 (seconda colonna) mostrano segni meno a due cifre per i più grandi paesi europei e per l’area euro, oltre a un appena meno drammatico -9,5 per cento per l’economia americana (riportato dal Bureau of Economic Analysis e quindi sui media in termini annualizzati come un meno 32,9 per cento). In tutti i casi comunque si tratta di dati senza precedenti e che si aggiungono ai numeri già pesantemente negativi registrati nel primo trimestre dell’anno (e riportati nella prima colonna della tabella). Combinando le variazioni dei due trimestri si può calcolare la perdita di Pil a metà 2020 rispetto alla fine del 2019 (al netto delle componenti stagionali e di calendario). I dati (terza colonna) mostrano perdite cumulate di circa 10 punti percentuali negli Stati Uniti e per una media di circa 15 punti percentuali per i paesi europei. Quindi – utile precisarlo – a causa del Covid, l’economia Usa si è finora contratta meno di quelle europee. All’interno della zona euro la Germania è il paese meno colpito (-12 per cento) e la Spagna quello più colpito (quasi 23 punti percentuali di calo del Pil), con Italia e Francia che subiscono cali compresi tra 17 e 18 punti. Se le previsioni degli analisti saranno confermate, il calo di Pil più marcato sarà registrato nel Regno Unito. Dai dati del secondo trimestre emerge invece che la Cina – l’economia più colpita nel primo trimestre – ha interamente recuperato la perdita grazie al rapido recupero sperimentato nel periodo aprile-giugno.

Sono dati molto peggiori rispetto ai trimestri successivi al fallimento di Lehman Brothers nel quarto trimestre 2008 e nel primo trimestre 2009. Allora il calo cumulato del Pil Usa e dell’eurozona fu rispettivamente del 3,2 e del 4,8 per cento. Anche in quell’occasione – come oggi – e nonostante che allora la crisi fosse partita nei mercati finanziari e immobiliari Usa, l’economia americana ebbe a subire una minor riduzione del Pil rispetto all’Europa.

Ma i dati mensili mostrano la ripresa in arrivo

È tuttavia molto improbabile che – sulla base delle informazioni sanitarie oggi disponibili – statistiche tanto negative sulla crescita abbiano duraturi effetti negativi sulle borse. Essenzialmente perché la politica – anche quella europea – è da subito scesa in campo con politiche di sostegno all’economia anche queste senza precedenti e che stanno producendo qualche frutto, almeno sulla base dei primi indicatori relativi al mese di luglio.

Qui va ricordato che il Pil viene calcolato sui trimestri ma esistono altri indicatori mensili che forniscono informazioni sull’evoluzione della variabile nascosta “Pil mensile” che in questo periodo ha subito oscillazioni ben più ampie del solito e a cavallo tra trimestri diversi. Il più affidabile tra gli indicatori che tracciano con precisione e puntualità questi andamenti mensili è l’indice Pmi aggiornato mensilmente dalla società Markit sulla base delle interviste a un – relativamente piccolo ma evidentemente significativo – gruppo di responsabili degli acquisti delle aziende manifatturiere e dei servizi. La media trimestrale dei valori di tale indice presenta un’elevata correlazione positiva con le variazioni del Pil trimestrale.

Il dato positivo è che dai dati di luglio di questo indice arrivano alcune buone notizie. La prima buona notizia è che negli Usa – l’economia che ancora oggi traina l’economia mondiale – l’indice Pmi per l’intera economia (Figura 1) mostra un dato esattamente pari a 50 nel mese di luglio: in netto e rapido aumento rispetto al suo valore minimo di aprile (un magro 27) e pari alla soglia (50 appunto) in corrispondenza della quale si può alimentare la speranza di un ritorno a una crescita positiva sul terzo trimestre. Beninteso: in assenza di nuovi lockdown generalizzati e malgrado il ritorno di lockdown locali (dovuti alla crescita nel numero dei contagiati) abbia già cominciato a riflettersi in un nuovo aumento nel numero dei richiedenti per la prima volta dei sussidi di disoccupazione.
Dati ancora migliori arrivano dal Pmi composito dell’eurozona. La Figura 2 mostra il progressivo recupero di maggio, giugno e luglio rispetto al minimo di aprile. Tali recuperi riportano i valori del Pmi ben al di sopra della soglia di 50. A giugno il Pmi valeva poco meno di 49, ma poi nel mese di luglio il dato è schizzato su vicino a 55, battendo le aspettative degli analisti. Se agosto e settembre confermassero il dato di luglio, sarebbe normale aspettarsi un ritorno a un buon rimbalzo (ben superiore a un più zero virgola) nel terzo trimestre dell’anno.
Guardando ai dati dei singoli paesi finora disponibili, il dato dell’area euro risulta trainato dagli ottimi numeri riportati per Germania e Francia dove l’indice Pmi composito è risultato pari rispettivamente a 55,5 e 57,6. I dati sul Pmi composito di Italia e Spagna non sono ancora disponibili e saranno pubblicati nella prima settimana di agosto ma è legittimo aspettarsi dati positivi per quanto di minore intensità rispetto a quelli tedeschi e francesi. Un altro dato rilevante è che i risultati delle interviste ai manager sembrano essere particolarmente positivi per il settore dei servizi – quello più duramente colpito (nel trasporto aereo, marittimo e stradale, nel turismo, nella hotelleria e ristorazione) dalla crisi post-Covid.

E l’Italia?

Infine qualche parola di commento sui dati italiani. La prima cosa da dire è che l’economia italiana andava a un passo lento già prima del Covid: sono venticinque anni che il Pil dell’Italia cresce mediamente di un punto percentuale in meno rispetto alla media dell’eurozona. Se la base di partenza è lo zero virgola, anche quando arriva la ripresa dopo una crisi, la ripartenza sconta questo minor traino di crescita strutturale (causata dai “soliti noti”: troppa burocrazia, eccessiva tassazione, eccessiva protezione garantita dalla politica a una parte della società italiana a discapito dell’altra non protetta). Oltre a tutto questo sui dati dell’Italia di questo periodo pesano però altri due fattori il cui ruolo potrà essere misurato con maggiore precisione nel corso del tempo. Il primo elemento in negativo è che l’Italia è stato il paese colpito per primo dal diffondersi del virus. A causa di ciò, il governo ha dovuto – e ha fatto bene a farlo – introdurre per primo il lockdown, oltretutto con misure più dure che altrove. Chi oggi stupidamente si lamenta del peso del lockdown per l’economia dimentica di considerare che cosa sarebbe successo senza il lockdown: un disastro sociale molto peggiore. Oggi visibile in Brasile e in alcuni stati degli Stati Uniti.

Un secondo elemento su cui riflettere riguarda l’appropriatezza e l’efficacia delle misure economiche di aiuto e rilancio introdotte dal governo (in attesa degli aiuti europei). Si è letto ovunque di misure di contenimento della recessione arrivati in ritardo rispetto al necessario. La cassa integrazione in deroga – strumento necessario per assistere i lavoratori non coperti dalla cassa integrazione ordinaria – è arrivata tardi. Inizialmente gli aiuti pubblici alle imprese che perdevano fatturato hanno assunto la forma di garanzie intermediate dalle banche che – essendo anch’esse imprese – hanno tardato a trasmetterli alle imprese ultime e vere destinatarie dell’assistenza. Ed è anche mancato un piano davvero rapido e coerente di sostegno alla filiera del turismo. Ma nel complesso le risorse erogate sono anche maggiori che in altri paesi e qualche errore di attuazione è stato rivisto nel corso del tempo (e con i nuovi decreti). Per le prossime settimane rimane l’esigenza di scegliere quali riforme attuare e in che ordine, in modo da beneficiare dei fondi europei nel corso del 2021 mentre per il 2020 rimane l’esigenza di concentrare gli aiuti sui settori e le aree del paese che continuano ad avere bisogno di aiuti di emergenza.




Economia. Guerre commerciali e disuguaglianze

 

Tratto da lavoce.info

Fausto Panunzi, insegna Economia Politica presso l’Università Bocconi

Secondo un libro pubblicato recentemente, gli squilibri commerciali sono in realtà causati da una crescente disuguaglianza all’interno di alcuni paesi. Il rimedio non va cercato in dazi e politiche protezionistiche, ma in politiche redistributive più efficaci.

Trade wars are class wars (Yale University Press, 2020) è un interessante libro di Matthew C. Klein e Michael Pettis pubblicato alcune settimane fa. Il titolo riassume perfettamente la tesi principale del libro: le guerre commerciali tra paesi sono in realtà da interpretare come lotta di classe, tra lavoratori e élite. Il sottotitolo è anch’esso significativo: come la crescente disuguaglianza distorce l’economia globale e minaccia la pace internazionale.

Avanzi commerciali ed eccesso di risparmio

È ben noto che alcuni paesi hanno da anni rilevanti avanzi commerciali, cioè un eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni. Cina e Germania sono i due esempi citati estensivamente nel libro. Ovviamente, poiché non tutti gli stati possono avere un eccesso di esportazioni, alcuni devono essere nella situazione opposta, cioè quella di un deficit commerciale. Gli Stati Uniti sono probabilmente il caso più ovvio, quello su cui si concentra l’attenzione del libro. Il deficit commerciale degli Usa verso la Cina è stato uno dei temi principali della campagna elettorale prima e poi dell’azione politica del presidente Trump, con l’accusa di pratiche commerciali scorrette e manipolazione valutaria e con la richiesta di un riequilibrio tra i due paesi anche attraverso l’imposizione di dazi. Il libro di Klein e Pettis suggerisce che tali azioni sono destinate ad avere scarsi effetti poiché gli squilibri commerciali sono solo un effetto del vero problema, la massiccia redistribuzione che c’è stata dai lavoratori alle élite, alle imprese, ai detentori di capitali in alcuni stati come la Cina e la Germania.

Il libro ricostruisce i vari passaggi che hanno portato Cina e Germania a ridurre il potere negoziale dei lavoratori (per la Germania vengono citate le riforme del piano Hartz dei primi anni zero) e quindi la loro quota di redditi, aumentando le disuguaglianze. Ma – è la tesi centrale del libro – sono i lavoratori, i meno abbienti, ad avere una maggiore propensione al consumo mentre i ricchi tendono a risparmiare una maggiore quota del loro reddito. Lo spostamento del potere negoziale a sfavore dei lavoratori ha ridotto quindi la domanda interna in Cina e Germania, rendendo però al contempo più competitive le loro produzioni. Inevitabilmente ciò si è tradotto in maggiori esportazioni.

Da un punto di vista leggermente diverso, in Cina e Germania (ma non solo) si è creato un saving glut, un eccesso di risparmio. E dove si è diretto questo eccesso di risparmio? Ovviamente verso il paese con il sistema finanziario maggiormente sviluppato e con la valuta di riserva globale, cioè gli Stati Uniti. Il massiccio flusso di capitali verso gli Usa ha provocato la bolla immobiliare il cui scoppio è all’origine della Grande Recessione. L’apprezzamento del dollaro ha reso poco competitive alcune produzioni americane e ha creato una deindustrializzazione in alcuni stati, con le ovvie conseguenze occupazionali. Questo malcontento della classe operaia si è poi espresso alle elezioni favorendo Trump. Il presidente francese Giscard d’Estaing disse che avere il dollaro come valuta di riserva era un privilegio esorbitante (exorbitant privilege) per gli Usa. Gli autori dicono che invece ciò è diventato un onere esorbitante (exorbitant burden).

C’è una soluzione?

Se questa è la diagnosi, qual è la terapia? Non bisogna concentrarsi sui deficit commerciali, sostengono Klein e Pettis, perché essi sono solo sintomi del vero male. Bisogna invece aumentare il reddito dei lavoratori, in modi diversi a seconda del paese considerato. In Cina occorre procedere verso una transizione da un modello economico basato su investimenti ed esportazioni a un modello economico basato sui consumi interni, aumentando i diritti dei lavoratori e il loro potere negoziale ed espandendo il sistema di welfare. In Germania occorre redistribuire il carico fiscale a favore dei redditi più bassi e aumentare gli investimenti. Negli Usa occorre usare meglio i capitali che affluiscono, indirizzandoli verso il miglioramento delle infrastrutture e facendo attenzione a non fare aumentare troppo il debito privato. Gli autori poi sognano una grande riforma del sistema finanziario internazionale, con il superamento del dollaro come valuta di riserva e un ritorno alle idee esposte senza successo da Keynes a Bretton Woods, cioè una valuta di riserva che non sia quella di un singolo paese.

Il libro contiene tesi certamente interessanti e stimolanti, ma anche controverse. Gli aspetti specifici di commercio internazionale passano in secondo piano a favore degli squilibri macroeconomici internazionali, ma è plausibile che in realtà entrambi i fattori giochino un ruolo importante. L’idea che ci sia stata negli ultimi anni un’enfasi eccessiva e sbagliata sulla competitività è destinata ad avere orecchie interessate. Tuttavia, è importante notare che se le politiche raccomandate in questo libro fossero attuate solo in uno o più paesi di dimensione medio-piccola, l’unico effetto sarebbe quello di spostare la domanda verso le produzioni di altri stati, senza un beneficio significativo in termini di domanda complessiva globale. Questa considerazione è ovviamente molto rilevante per i paesi europei: l’Europa dovrà saper alzare l’asticella per essere all’altezza delle sfide globali, ma forse gli eventi di questi giorni ci danno segnali incoraggianti.




Economia. Lavoratori che “si ricomprano” l’azienda, modello per la crisi

 

Tratto da lavoce.info

Lavoratori che “si ricomprano” l’azienda, modello per la crisi

di Roberto Genco, collabora con l’Università di Bologna e con l’Università Roma Tre
Pier Luigi Morara, collabora con l’Università di Bologna.
e Francesco Vella, insegna Diritto Commerciale e Diritto Bancario all’Università di Bologna

I workers buyout sono cooperative costituite da lavoratori di imprese in crisi che rilevano l’attività garantendone la prosecuzione e l’occupazione. Sono strumenti adatti alla situazione attuale. Qualcosa però deve cambiare nella governance cooperativa.

Cooperative per uscire dalla crisi

I workers buyout sono cooperative costituite da lavoratori di imprese in crisi che ne rilevano l’attività garantendone la prosecuzione e l’occupazione lavorativa. Non sempre, naturalmente, tutti i lavoratori partecipano al nuovo soggetto cooperativo sia perché spesso il turnaround dell’attività richiede un ridimensionamento dell’occupazione, sia per l’impegno finanziario necessario, che di solito viene soddisfatto attraverso rinunce a crediti verso l’impresa: Tfr, indennità di cassa integrazione, retribuzioni pregresse e così via.

Sin dalla “legge Marcora” (la n. 49 del 1985) e i successivi provvedimenti attuativi, per sostenere queste iniziative lo stato ha stanziato fondi pubblici, gestiti da cooperative finanziarie partecipate direttamente dal ministero dello Sviluppo economico, per interventi rotativi in linea capitale e finanziamento di debito. A favore delle cooperative costituite dai lavoratori è stato inoltre previsto il diritto di “prelazione” per l’affitto o l’acquisto di aziende in fallimento o altra procedura concorsuale, ed è stato anche riconosciuto il diritto di ottenere, “all’atto dell’aggiudicazione dell’affitto o della vendita”, l’anticipazione in unica soluzione delle somme altrimenti riconosciute per il loro trattamento di disoccupazione nel caso di interruzione del rapporto di lavoro (Naspi), con vincolo di destinarle alla capitalizzazione della cooperativa.

Una realtà solida

Secondo i dati pubblicati da Cfi – Cooperazione Finanza Impresa (oggi l’unica cooperativa finanziaria per la gestione degli interventi previsti dalla legge Marcora), nel periodo 2011-2020 ci sono state 82 iniziative, con un valore della produzione di quasi 300 milioni di euro e un’occupazione di 1.855 addetti. L’investimento complessivo realizzato da Cfi (capitale e prestito) ammonta a 24 milioni di euro.

Da un’altra fonte informativa, Coopfond spa, che gestisce il fondo mutualistico Legacoop, nel periodo 2008-2020 risultano dati di analoga importanza (non si sommano a quelli precedenti, in quanto molti interventi sono congiunti): 65 iniziative; un fatturato complessivo di 308 milioni di euro; 1.650 addetti di cui 1.414 soci lavoratori. L’investimento complessivo del fondo mutualistico ammonta a 19,8 milioni di euro.

Un aspetto particolarmente significativo risulta essere quello relativo ai default, che in questi campioni oscilla tra il 10 e il 30 per cento dei casi. Il dato sembra particolarmente significativo se si considera che le iniziative nascono da imprese in crisi: indica che le operazioni di recupero sono il frutto (anche) di una ri-pianificazione finanziaria dell’impresa successiva alla crisi, che consente di ottimizzare i risultati riportandola in condizione di ricreare la continuità e ritornare a produrre reddito.

Il decreto Rilancio

L’articolo 39, comma 5-bis, decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 – il cosiddetto “decreto Rilancio” (convertito con modificazioni dalla legge 17 luglio 2020, n. 77) – ha adesso ampliato le risorse pubbliche con un ulteriore stanziamento di 15 milioni di euro destinati al sostegno di queste iniziative (non solo in forma cooperativa), oltre che di promozione di cooperative per la gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata e di coop sociali per la salvaguardia dei livelli di occupazione.

I workers buyout possono così diventare uno degli strumenti per fronteggiare le crisi imprenditoriali determinate dalla pandemia: non rappresentano certo la panacea di tutti i mali e presuppongono una attenta e ponderata valutazione delle reali possibilità di rigenerazione dell’impresa. I lavoratori si aprono a nuove forme di rischio e responsabilità mettendoci proprie risorse ed è importante che questo avvenga alla luce di una seria e rigorosa valutazione prognostica delle condizioni operative e di mercato; altrimenti è meglio non partire. Non vi è dubbio, però, che questa strada può avere il duplice effetto di salvaguardare i livelli occupazionali, garantendo la continuazione delle attività e la valorizzazione degli asset aziendali, ed evitare interventi ben più onerosi per lo stato in termini di ammortizzatori sociali.

Ancora troppo piccoli

Tuttavia, il working buyout rimane ancora un fenomeno circoscritto alle realtà imprenditoriali di piccole dimensioni e con alcune rigidità della forma cooperativa che lo rendono molto efficace in alcune circostanze e molto meno in altre (forte insediamento sul territorio, presenza del rapporto mutualistico con i soci cooperatori, stretta partecipazione dei soci cooperatori e quindi maggiore complessità dei processi decisionali e di governance).

La vera sfida futura riguarda, quindi, la sua capacità di coinvolgere iniziative fuori dal perimetro della piccola impresa: è una prova difficile e ambiziosa.

Non vi è dubbio, infatti, che la cooperativa istituzionalmente vocata a creare valore per gli azionisti, inteso non come remunerazione del capitale, ma come servizi ai soci nella loro veste di “stakeholder interni” alla società, ne fa un modello maggiormente funzionale a un mercato come quello che si prevede possa uscire dal post-pandemia, dove visioni imprenditoriali di lungo periodo e di grande attenzione agli interessi degli stakeholder diverranno dorsali essenziali per attraversare la crisi.

Ma per ampliare il teatro del working buyout sono necessari profondi interventi sulla governance cooperativa anche per la grande impresa, nell’ambito di una rete di rapporti tra organizzazioni di rappresentanza, organi di governo incaricati di seguire le politiche industriali, istituzioni locali. E purché tutti siano disposti a sperimentare la nuova carta.




Economia. Recovery Fund, non è tutto oro quello che luccica

 

Tratto da lavoce.info

Recovery Fund, non è tutto oro quello che luccica

di Massimo Bordignon, ordinario di Scienza delle Finanze presso l’università Cattolica di Milano

Quello raggiunto a Bruxelles dopo mesi di trattative è senz’altro un buon accordo, per l’Italia e per l’Europa. Ma sullo sfondo resta ancora aperta la madre delle questioni: se evolvere verso un’unione politica o rimanere un’organizzazione di stati sovrani.

Il Recovery Fund (o Next Generation Eu) è stato alla fine approvato dal Consiglio assieme al bilancio europeo (le Multiannual Financial Forecasts) dal Consiglio. Si tratta in effetti di un buon compromesso. Per l’Italia, se riuscirà a non buttare dalla finestra anche questa straordinaria occasione per ritornare a crescere. Ma anche per l’Unione Europea, che di fronte alla più feroce crisi economica della sua storia è riuscita alla fine, dopo mesi di scontri duri tra i paesi, a produrre una risposta concreta. Diciamo però la verità: non se ne può più di questi vertici intergovernativi a 27 che durano quattro giorni, sotto la luce incessante dei media, con ogni leader nazionale che fa la voce grossa in pubblico per impressionare la propria opinione pubblica mentre tratta in privato con gli altri.

Il compromesso europeo

Certo, era una decisione difficile. Non solo per i contenuti innovativi, ma anche perché si trattava di decidere sul bilancio europeo (il Recovery Fund è parte di questo) e le decisioni sul bilancio si prendono all’unanimità: il piccolo Lussemburgo vale quanto la possente Germania. Ogni paese ha dunque cercato di sfruttare al massimo la rendita di posizione offertagli dall’occasione e anche il ricchissimo Lussemburgo ha avuto il suo sconticino. Le posizioni estreme assunte alla vigilia dai vari leader nazionali servivano appunto a prefigurare una posizione contrattuale e il compromesso finale è stato costruito sapientemente dal presidente del Consiglio europeo Michel, in modo da consentire a ogni leader nazionale di tornare a casa dicendo di aver vinto. Ma per raggiungere questo obiettivo, il documento finale è in realtà peggiorativo della proposta iniziale della Commissione, sia sul Recovery sia sul bilancio europeo. Gli elementi più innovativi proposti da Ursula Von Der Leyen per il bilancio europeo 2021-27 (ambiente, innovazione digitale, etc.) sono stati ridimensionati a favore della politiche più tradizionali; i vari “rebates” sui contributi nazionali al bilancio europeo (un vero insulto alla ragione) sono stati mantenuti e perfino rafforzati; non si parla più di legare i trasferimenti europei al rispetto dello stato di diritto; il fondo per la ricapitalizzazione delle imprese è scomparso dal Ng-Eu. E il Parlamento europeo, che pure aveva espresso ben altre posizioni, dovrà per forza far buon viso a cattivo gioco, approvando le proposte del Consiglio, per evitare l’accusa di voler compromettere un accordo storico.

Nuove risorse e nuove regole per l’Unione

Si dirà: queste sono le regole del gioco, bellezza, ovvio che finisca così. Bisogna però domandarsi se non è il caso invece di cominciare a pensare di cambiarle, queste regole. Per capire come, immaginate una situazione in cui l’Unione Europea ha un suo bilancio, anche solo della dimensione attuale, cioè circa l’1 per cento del Pil, ma finanziato con vere risorse proprie e in cui le decisioni sul bilancio vengono prese come già succede per tutte le altre iniziative legislative europee. Sulla base cioè di una proposta della Commissione, che deve però essere approvata sia dal Parlamento (che rappresenta i cittadini) sia dal Consiglio (che rappresenta i paesi membri). Si noti che tutte queste istituzioni sono sovranazionali, composte da rappresentanti eletti e dunque perfettamente legittimate sul piano democratico. Ma non c’è più l’unanimità: il Parlamento decide a maggioranza semplice, il Consiglio a maggioranza qualificata. È facile immaginare che con queste regole il bilancio europeo e il Recovery Fund sarebbero stati approvati prima e meglio, senza i drammi eccessivi che hanno accompagnato questa partita.

A ben vedere, il conflitto sottinteso a tutto il dibattito sul Recovery Fund è stato proprio questo: tra chi volente o nolente si è convinto che perché l’Unione Europea possa funzionare è necessario che le istituzioni europee sovranazionali diventino capaci di decidere rapidamente e con risorse appropriate e chi invece vuole mantenere saldamente il controllo nelle mani dei singoli paesi, unici depositari di risorse e legittimità democratica. La proposta della Commissione sul Recovery Fund, sebbene questo venga presentato come un meccanismo eccezionale e temporaneo, prefigurava un mondo come quello descritto sopra, tant’è che la Commissione propone anche di finanziare il debito principale e gli interessi del nuovo debito con l’introduzione di imposte europee. La resistenza dei paesi, in particolare dei “frugali”, è stata quella di evitare che questo avvenisse, mantenendo un ruolo del Consiglio europeo e dei singoli paesi nella gestione e allocazione delle nuove risorse. E si capisce perché: in un’evoluzione dell’Unione di tipo federale o confederale come quella descritta sopra, i “frugali” – la cui popolazione sommata assieme fa sì e no la metà della popolazione italiana – perderebbero sicuramente potere nei confronti dell’attuale contesto di tipo intergovernativo. Al di là degli stereotipi, utili per infiammare le rispettive opinioni pubbliche (gli italiani spreconi contro gli olandesi evasori), la vera ragione del conflitto è questa.

La crisi innestata dal virus e la necessità di rispondervi ha insomma messo l’Unione Europea di fronte alle proprie contraddizioni e creato un chiaro dilemma: se evolvere verso una maggiore unione politica, che richiede anche risorse e capacità decisionali adeguate, o rimanere un’organizzazione di paesi sovrani, con tutti i limiti e i vantaggi che questo comporta. Il Recovery Fund è stato approvato, ma questo dilemma fondamentale non è stato ancora risolto.




Pesaro. Imprese, Corrado Passera in visita a Biesse, Scavolini e Benelli Armi

Corrado Passera

 

Corrado Passera a Pesaro per un confronto con gli imprenditori. In visita anche a Biesse, Scavolini e Benelli Armi.

L’ex ministro ed oggi presidente delle Banca Illimity si è confrontato con alcuni imprenditori. In serata presso l’Hotel Excelsior del Cav. Lav. Filippetti ha affrontato molti temi, tra cui il recente successo ottenuto dal nostro paese in merito ai fondi del “recovery fund”. Con un esercizio di “stile” la platea di imprenditori, insieme a Passera, ha convenuto che, per dare la giusta spinta al nostro paese, le risorse finanziate in arrivo da Bruxelles si dovrebbero canalizzare sui seguenti asset: accendere la vitalità delle imprese premiando “fiscalmente” chi investe; favorire le aggregazioni che rafforzano le aziende nei mercati internazionali; premiare chi assume; dare la facoltà nel bilancio 2020 di posticipare gli ammortamenti di rilievo per garantire il rating aziendale; investire in infrastrutture fisiche e digitali; sistemare la rete ferroviaria e renderla capillare e più efficiente; investire nella scuola, nella giustizia e nella sanità. Senza dimenticare che l’Italia inizia ad avere un serio rischio di disagio sociale che colpisce molte famiglie, un problema da arginare per evitare che queste persone, impaurite e vulnerabili accettino promesse facili dalla politica, alimentando i danni. Mauro Papalini, fra gli organizzatori dell’accoglienza del neo fondatore di Illimity, ha colto l’importante occasione per lanciare il progetto “Academy” di Confindustria, un piano formativo seguito dal vice Presidente Tonetto in collaborazione con l’Università di Urbino, per creare eventi di “alta scuola” dedicati agli imprenditori. Un progetto indispensabile per stimolare quella rinnovata cultura d’impresa necessaria a scatenare l’energia invocata da Corrado Passera.




Economia. L’Ue non più matrigna prova a scacciare l’incubo sovranista

 

di Francesco Daveri, professore dell’Università Bocconi

L’Europa concorda un piano di rilancio dell’economia da 750 miliardi, finanziato con Eurobond. Un accordo che prova a guardare al futuro e a mettere nell’angolo gli egoismi degli stati nazionali e dei sovranisti. Ora servono riforme e serve farle bene.

I leader Ue prendono una decisione storica che guarda al futuro

Dopo quattro giorni e quattro notti di trattative, i leader dei 27 paesi dell’Unione Europea si sono accordati su una decisione senza precedenti. Oltre a rinnovare (e aumentare a più di mille miliardi di euro) i fondi per il bilancio Ue 2021-2027, per la prima volta la Commissione europea metterà a disposizione dei paesi Ue più colpiti dalla più grande recessione degli ultimi 70 anni 750 miliardi di euro finanziati con l’emissione di Eurobond. Di fronte a una situazione eccezionale (con un Pil 2020 dato in calo dell’8 per cento), l’Europa è stata cioè capace di esibire una risposta eccezionale che combina elementi di solidarietà e di visione del futuro. La solidarietà viene dal fatto che i fondi del pacchetto approvato si prevede vadano a finire in modo sproporzionato nelle tasche dei paesi più colpiti dalla pandemia (l’Italia dovrebbe ricevere 209 miliardi, 81 in sussidi e 128 in prestiti). Qualche mese fa, un risultato di questo tipo sarebbe stato bollato come il risultato in una “transfer union” (un’unione in cui i soldi sono presi sempre dalle tasche di qualcuno – i tedeschi – e vanno sempre a finire nelle tasche di qualcun altro, i paesi del sud Europa) e quindi bocciato dall’opinione pubblica tedesca e del nord Europa. Ma, sotto l’attenta regia delle tedesche Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea) e Angela Merkel (presidente di turno dell’Unione nel secondo semestre 2020), l’accordo raggiunto si qualifica come un pacchetto che finanzierà riforme strutturali e investimenti pubblici in campo digitale, educativo, infrastrutturale ed energetico: un “Next Eu generation Recovery Fund” che mette l’accento su un domani di una crescita più sostenibile, non sull’oggi della redistribuzione.

Un accordo non scontato ma obbligato

L’accordo è un ottimo risultato, non scontato anche solo fino alla settimana precedente il lungo summit di Bruxelles che ha portato all’adozione del pacchetto. Ma era anche in qualche modo un risultato obbligato. Negli ultimi mesi, infatti, tutti i governi e le banche centrali dei vari paesi del mondo (ricchi e poveri) hanno risposto con interventi eccezionali per entità e qualità a una recessione mai vista. Secondo i più recenti calcoli del Fondo Monetario, i governi del mondo hanno messo in campo 11 mila miliardi di dollari (una cifra pari al Pil di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito sommati) in aiuti e prestiti eccezionali oltre ai supporti automatici all’economia che arrivano dalle minori entrate causate dalla recessione e dai sussidi automatici come le indennità di disoccupazione. Circa metà di questa enorme cifra arriverà da prestiti, ricapitalizzazioni di aziende in difficoltà e garanzie offerte attraverso il sistema bancario e tramite imprese e agenzie pubbliche (come la nostra Cdp, Cassa Depositi e Prestiti). Sono risorse pubbliche che servono a garantire liquidità e preservare la continuità aziendale, evitando i fallimenti, e si aggiungono a deficit e debiti pubblici solo nel caso in cui questi interventi diano luogo a perdite. È ciò a cui si riferiva l’ex presidente della Bce Mario Draghi quando nel suo intervento sul Financial Times del 25 marzo parlò della necessità di fronteggiare la crisi che stava arrivando trasformando “i debiti privati in passività pubbliche”. Poi c’è l’altra metà dei fondi pubblici che consiste di maggiori spese pubbliche e minori entrate vere e proprie (che quindi aumentano immediatamente deficit e debiti pubblici). È in questo contesto che arriva l’intervento dell’Europa. Il supporto di 750 miliardi deciso a Bruxelles è composto da 390 miliardi di aiuti (che quindi non si aggiungeranno ai debiti pubblici nazionali) e 360 miliardi di prestiti che invece – se attivati – produrranno maggiore debito pubblico degli stati nazionali nei confronti dell’Europa nel suo complesso. La proposta iniziale di Francia e Germania, che godeva del convinto supporto di Italia e Spagna, puntava a un mix diverso, con 500 miliardi di aiuti e 250 miliardi di prestiti, ma i paesi cosiddetti “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria e Finlandia) hanno spinto per una soluzione con più prestiti e meno aiuti che espone meno la Commissione e responsabilizza di più i paesi beneficiari dei fondi. Va anche ricordato che i “frugali” – apparentemente preoccupati di un’eccessiva assunzione collettiva di rischio – sono stati in definitiva anche “furbetti”, dato che nell’accordo hanno portato a casa un aumento dei cosiddetti “rebates”, gli sconti nei contributi al bilancio pubblico europeo, privilegi immotivati e da cancellare secondo alcuni paesi, e che invece saliranno a seguito dell’accordo (anche per la Germania, tra l’altro).

Infine – altro punto qualificante dell’accordo di questi giorni – il monitoraggio nella gestione dei fondi rimane rimesso alla valutazione della Commissione europea mentre il Consiglio europeo (dove sono rappresentate le volontà dei governi nazionali) deciderà su questi temi a maggioranza qualificata, il che elimina la possibilità del veto da parte di singoli paesi che sarebbe stato in contrasto con la legislazione Ue. Viene previsto tuttavia un meccanismo di “freno di emergenza”: in casi speciali in cui si ravvisino rilevanti scostamenti rispetto ai piani annunciati, un gruppo di paesi potrà sollevare la questione al Consiglio europeo.

Un accordo che mette i sovranisti europei nell’angolo

In definitiva, l’accordo che esce da Bruxelles vede l’Europa nettamente rafforzata. Sono passati secoli dall’umiliazione della Grecia di otto anni fa. Oggi è l’Europa nel suo complesso che pone il tema del rafforzamento della crescita e della competitività del continente, spingendo di nuovo l’acceleratore sulle “riforme strutturali” che l’avvento del sovranismo aveva messo in soffitta. Rimane infatti che, al di là delle parole d’ordine di chi vuole fare per sé, paesi con redditi pro capite elevati, con una prevalenza di anziani e una elevata densità della popolazione come sono i paesi europei non possono crescere e creare lavoro per i loro giovani se non riescono a riformare la loro pubblica amministrazione, a semplificare le vita alle loro piccole imprese, a migliorare il funzionamento della giustizia, della sanità e della scuola. Certo, non tutte le riforme sono buone, non tutte funzionano e anche quelle fatte bene spesso richiedono anni per produrre risultati efficaci. Ma bisogna farle e farle bene. E ora ci sono i soldi dell’Europa per finanziarle su un orizzonte temporale plausibile che va oltre il breve periodo. L’accordo di oggi è forse un primo passo di un’Europa meno matrigna e più casa comune. Un’unione che – nel ricostruirsi – prova a mettere da parte gli egoismi e le umiliazioni della crisi dell’euro che tanto consenso elettorale hanno portato a chi l’Europa vuole vederla distrutta e asservita alle altre grandi potenze.




Economia. La ricerca italiana si fa strada nel mondo

 

Tratto da lavoce.info

di Daniele Checchi, professore di Economia del lavoro all’Università Statale di Milano
Paolo Miccoli, professore ordinario di Clinica Chirurgica e poi di Chirurgia Generale
e Antonio Felice Uricchio, professore di diritto tributario

Per articoli pubblicati e impatto delle pubblicazioni in tutte le discipline, la crescita della produzione scientifica italiana è stata dal 2001 superiore alla media mondiale. Il paradosso è che i risultati non si riflettono sul ranking dei nostri atenei.

Il paradosso italiano

L’Italia è saldamente attestata in una posizione preminente in Europa e nel mondo rispetto alla sua produzione scientifica, sia come presenza di articoli scientifici nei principali database internazionali, sia in termini di impatto citazionale.

Non altrettanto confortante è, invece, il dato relativo alla collocazione internazionale degli atenei italiani quando si guardano le graduatorie preparate da agenzie di assoluto prestigio. Molte sono redatte annualmente, puntualmente riprese dagli organi di stampa, e sempre di più attraggono l’attenzione non solo degli addetti ai lavori ma anche quella dei fruitori primi dell’offerta formativa: gli studenti e le loro famiglie.

I ranking internazionali mostrano risultati deludenti per le università italiane, che compaiono tipicamente intorno od oltre la 150esima posizione. Si tratta quindi di uno strano paradosso, dove la qualità della ricerca – che spinge in alto il posizionamento del paese – non sembra riflettersi in modo equivalente sul piazzamento delle università, che pure rappresentano i centri di ricerca più importanti di quello stesso paese.

In questo e in un successivo articolo proveremo allora ad esaminare separatamente la posizione dell’Italia nel contesto internazionale della ricerca e la sua collocazione all’interno dei sistemi di ranking delle università nel mondo, per comprendere quali provvedimenti potrebbero essere assunti per far crescere in modo significativo la reputazione dei nostri atenei.

La produzione scientifica italiana nel contesto internazionale

Partendo da un’analisi dei dati SciVal-Scopus, elaborati da Anvur – Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, e già presentati nell’ambito del Rapporto biennale pubblicato nel 2018, emerge uno scenario molto interessante – nonché confortante – per il nostro paese.

In termini di articoli pubblicati e di impatto scientifico delle pubblicazioni in tutte le discipline, nel periodo 2001-2018, la crescita della produzione scientifica italiana è stata superiore alla media mondiale. L’Italia ha visto aumentare progressivamente la propria quota di pubblicazioni che, nel biennio 2017-2018, si attesta al 3,8 per cento dell’intera produzione mondiale oggetto di valutazione, mantenendosi in linea con quanto registrato nei precedenti bienni (3,7 per cento nel 2013-2014 e 3,9 per cento nel 2015-2016). Nello stesso periodo, i paesi europei che potremmo considerare come “concorrenti” nell’ambito della ricerca scientifica e che godono in questo campo di maggior prestigio internazionale (quali Francia, Germania e Regno Unito) hanno sostanzialmente mantenuto le loro quote, seppur con un trend leggermente calante nel tempo: la Francia passa dal 4,1 per cento del 2015-2016 al 3,9 del 2017-2018, la Germania passa dal 6 per cento al 5,8, mentre il Regno Unito mantiene stabile da un biennio all’altro la propria quota, pari al 6,9 per cento).

La crescita o la stabilità delle quote si innesta su un trend crescente di tutta la produzione scientifica mondiale nel periodo 2001-2012 (tasso medio anno pari all’incirca al 5,7 per cento), tasso che poi tende a calare sensibilmente, fino ad attestarsi intorno all’1 per cento nei sei anni successivi. Nello stesso periodo, i paesi dell’Unione europea mostrano una crescita media annua di circa il 4 per cento, superiore, ma solo di qualche decimo di punto, rispetto ai paesi Ocse. L’Italia ha tassi di crescita decisamente più sostenuti e, di conseguenza, incrementa la propria quota mondiale: dal 3,4 per cento del periodo 2001-2005 al 3,8 del quadriennio 2013-2016, con un ulteriore significativo aumento nel biennio successivo che la porta al valore di 3,98 nel 2017-2018.

Se affiniamo l’ analisi attraverso l’uso di un indicatore più specifico legato all’impatto citazionale – il Field Weighted Citation Impact (Fwci) – nel periodo 2001-2018 la ricerca scientifica italiana ha mostrato un impatto citazionale tra i più alti, con un valore dell’indicatore pari a 1,38, sostanzialmente uguale a quello registrato dalla Germania (1,37) e lievemente superiore al dato della Francia (1,31). Negli ultimi otto anni l’Italia mostra performance di tutto rispetto (Fwci medio = 1,45) che la pongono al livello degli Stati Uniti e leggermente al di sotto degli altri paesi anglofoni, ma prima di Francia e Germania, così come dei principali aggregati di paesi (Ocse e Unione europea). Va segnalato che l’indicatore ha a sua volta un trend di crescita mondiale, legato al progressivo ampliamento della banca dati Scopus. Ma ciò nonostante, la posizione relativa del nostro paese sembra progredire.

Le discipline più attive

Nel periodo 2017-2018 un’ottima prestazione viene registrata dalle scienze agrarie e veterinarie, le quali raggiungono livelli superiori al dato complessivo nazionale (Fwci=1,47): la precedono solo i Paesi Bassi e Svizzera, Svezia e Regno Unito. Il dato è probabilmente legato alla interconnessione tra ricerca e filiera produttiva italiana dell’agro-alimentare, ivi inclusi gli aspetti di sicurezza nel campo dell’alimentazione e dei controlli di sicurezza, ad esempio degli allevamenti. Anche nelle scienze della salute l’Italia si posiziona tra i migliori paesi, con un Fwci medio di 1,61 (nel biennio 2017-2018), superiore a quello di Francia e Germania e persino degli Stati Uniti (1,40).

Lo stesso indicatore evidenzia poi una crescita dell’Italia nelle scienze sociali, che la vede collocata in una posizione sempre più prossima a quella dei paesi anglosassoni e lievemente superiore al dato aggregato dei paesi dell’Unione europea.

Più deludente, invece, la performance delle discipline umanistiche che decrescono da un valore medio di 1,02 nel primo quinquennio a un valore di 0,87 nell’ultimo biennio considerato. Tuttavia, vale la pena di ricordare che si tratta di valori relativi alla collocazione di un settore disciplinare nella produzione scientifica mondiale: se un settore è meno aperto o si apre più lentamente al dibattito internazionale sulle riviste censite da Scopus, tutti gli indicatori di natura citazionale tenderanno a penalizzarlo.

Si può quindi riassumere che l’analisi dei dati Scival Scopus mostra senza dubbio come le quote di produzione di contributi scientifici e il loro impatto nei confronti della corrispondente produzione mondiale da parte dei ricercatori italiani abbiano visto un netto incremento in tutte le discipline nel periodo 2001-2018, con un tasso di crescita che è stato anche superiore alla media mondiale. Questo fatto è stato recentemente ricordato anche in uno studio curato dall’Agenzia nazionale di valutazione della ricerca ed educazione superiore francese (Hcéres-Haut Conseil d’Evaluation de la Recherche et de l’Education Supérieure). Il rapporto prende in considerazione dati relativi agli anni successivi al 2010 e mostra come, fra i paesi europei, l’Italia sia quello che più di ogni altro ha visto incrementare la propria produzione scientifica, al punto di avanzare l’ipotesi di un “miracolo” italiano. Noi ci limitiamo a ricordare che la cultura della valutazione ha trovato il suo maggiore impulso proprio in quegli anni e che non sarebbe ragionevole ignorare lo stimolo significativo che ha avuto nei confronti dell’incremento, sia quantitativo che qualitativo, della ricerca in Italia. Se a questo si aggiunge che il decisore politico ha agganciato il finanziamento (parziale) delle università ai risultati della valutazione della ricerca (attraverso la componente incentivante della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario), si può ben comprendere come questa spinta possa contribuire a spiegare l’impulso alla ricerca di qualità (si vedano i risultati di Daniele Checchi, Marco Malgarini e Scipione Sarlo).

Sull’aspetto del posizionamento della produzione scientifica italiana nel contesto internazionale vale la pena di richiamare come le esperienze sia del Ref inglese sia dei due successivi esercizi di Valutazione della qualità e della ricerca (Vqr) svoltisi in Italia fra il 2006 e il 2014 sembrano attivare processi migliorativi attraverso la più ampia diffusione dei risultati della propria attività, tanto che i processi stessi diventano oggetto di studio da parte degli atenei e degli enti di ricerca.

 




Economia. Il distanziamento sociale è una questione culturale

 

Tratto da lavoce.info

di Neha Deopa, sta ultimando il suo PhD presso il Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra

e Piergiuseppe Fortunato, docente di politica economica presso l’ Université de Neuchâtel

Molti paesi hanno reagito al Covid-19 con misure volte a ridurre le interazioni sociali. Ma il loro impatto è stato tutt’altro che omogeneo. I dati sulla mobilità in Svizzera ci dicono come determinati tratti culturali possano spiegare le discrepanze.

La diversità tedesca

Una foto scattata il 18 aprile sulle sponde del fiume Isar, a Monaco di Baviera, e postata successivamente su Twitter da Corrado Formigli (https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Formigli), ha destato scalpore nel nostro paese durante le settimane più buie della lotta al Covid-19. Gruppi di famiglie intenti a prendere il sole, in maniera ordinata e a una adeguata distanza gli uni dagli altri. L’Italia, nel frattempo, era in preda a un crescente stato d’ansia e la grande maggioranza della popolazione cercava di evitare gli altri e i luoghi affollati.

Perché in Germania l’emergenza Covid-19 è stata vissuta in maniera così diversa? Si è trattato semplicemente del risultato di misure relativamente più blande e di minor durata o c’è qualcosa di più profondo che distingue la società tedesca?

La Svizzera, un caso di studio

Per capirlo abbiamo utilizzato i dati sugli spostamenti effettuati da un campione di circa 3 mila cittadini svizzeri fra gennaio e maggio 2020, tracciati grazie a un’applicazione per smartphone e raccolti dall’istituto di ricerca Intervista AG (https://www.intervista.ch/) per conto dell’Ufficio federale di statistica. In virtù della sua varietà linguistica e culturale, la Svizzera rappresenta infatti un caso di studio estremamente interessante per comparare i comportamenti e le scelte di individui di estrazione diversa.

La nostra analisi si incentra su due date particolarmente importanti per lo sviluppo dell’emergenza sanitaria in quel paese. La prima è il 25 febbraio, quando è stato segnalato il primo caso di Covid-19 nel paese. La seconda è il 16 marzo, quando il Consiglio federale ha proclamato il sussistere di una “situazione straordinaria”, chiedendo ai cittadini di restare il più possibile in casa e imponendo la chiusura di tutti i negozi, ristoranti, bar e strutture ricreative fino al 19 aprile, data in cui le misure restrittive hanno cominciato a essere progressivamente abrogate.

Mobilità e identità culturale

Nonostante i provvedimenti adottati siano stati uniformi in tutto il paese, il loro impatto sulla mobilità individuale è stato molto diverso fra i vari cantoni. La Svizzera tedesca, in particolare, ha recepito in misura minore l’invito a “restare a casa” e infatti la riduzione della mobilità è stata marcatamente inferiore nei cantoni tedescofoni rispetto a quella registratasi nel resto del paese. La figura 1 evidenzia questo andamento,comparando gli spostamenti giornalieri avvenuti nei cantoni tedeschi (in rosso) rispetto al resto del paese (in blu) fra inizio gennaio e fine aprile 2020.

L’andamento potrebbe però dipendere da una serie di variabili in qualche modo associate alla matrice linguistico-culturale, come ad esempio la diversa incidenza della pandemia o la qualità delle infrastrutture ospedaliere disponibili. Per fugare i dubbi, abbiamo calcolato le variazioni nel volume degli spostamenti avvenuti rispettivamente nei cantoni tedescofoni e in quelli francofoni dopo l’emergere del virus (il Ticino è stato escluso perché ha adottato misure più restrittive e prolungate rispetto al resto del paese). Abbiamo quindi misurato la differenza fra queste variazioni – la cosiddetta “differenza nelle differenze” – al netto degli effetti di una lunga serie di variabili di controllo (socio-economiche, sanitarie e geografiche). Nella ragionevole ipotesi che senza la varietà linguistico-culturale, i cambiamenti nel volume degli spostamenti sarebbero stati gli stessi nei due gruppi, la differenza fornisce una credibile stima degli effetti dell’identità culturale sulla mobilità.

La figura 2 mostra le nostre stime sull’evolversi della differenza fra la distanza percorsa settimanalmente nella Svizzera tedesca e quella percorsa nei cantoni francofoni. Prima dell’identificazione dei primi casi, durante la nona settimana del 2020, non vi è alcuna differenza significativa tra le due aree linguistiche. Tuttavia, l’effetto della cultura tedesca sulla mobilità diventa visibilmente positivo dopo l’identificazione del primo focolaio svizzero e rimane tale per tutto il periodo di emergenza nazionale.

Figura 2 – Differenza di mobilità tra i cantoni di lingua tedesca e francese. Settimana 9: 24 febbraio – 1° marzo. Settimana 12: 16 marzo – 22 marzo. Data del primo focolaio: 25 febbraio; data di attuazione delle misure federali: 16 marzo.

Perché l’identità culturale è importante

L’evidenza di una risposta significativamente diversa, a seconda dell’area linguistica, a misure adottate in maniera omogenea su tutto il paese suggerisce che le radici culturali possano giocare un ruolo non secondario nel determinarne l’effetto. Il nostro modello empirico ci permette anche di valutare l’impatto di alcuni tratti specifici che caratterizzano la cultura della Svizzera tedesca, come l’elevato grado di fiducia nei comportamenti degli altri e una minore tolleranza per gli interventi dello stato in economia. Entrambi risultano associati positivamente alla variazione di mobilità durante le varie fasi della pandemia.

La figura 3 si concentra su alcuni indicatori dei tratti culturali e mostra, per ognuno di essi, la differenza fra la distanza percorsa settimanalmente nei cantoni che fanno registrare valori superiori alla mediana e quella percorsa nei cantoni con valori al di sotto di tale soglia. Il primo pannello in alto a sinistra, ad esempio, indica come nei cantoni dove il livello di fiducia verso gli altri è elevato, la riduzione della mobilità seguita alla scoperta del primo focolaio in Svizzera sia stata marcatamente inferiore rispetto ai cantoni dove ci si fida meno dei propri concittadini.

Tutto ciò non deve sorprenderci. Se si è convinti che i propri concittadini agiscano in maniera responsabile e rispettino dunque tutte le misure igienico–sanitarie consigliate dalle autorità, tra cui il distanziamento fisico, allora limitare la mobilità diventa uno strumento meno efficace per ridurre la probabilità di contrarre il virus. Di fatto, il distanziamento fisico si sostituisce a quello sociale. Analogamente, in un contesto culturale che mette al centro il successo individuale e tollera poco gli interventi pubblici riequilibratori è lecito attendersi che la popolazione sia più restia a rispettare misure che comportano gravi limitazioni delle libertà personali.

Dunque, l’istantanea tedesca del 18 aprile, che si giustapponeva a quelle scattate sui litorali deserti italiani o francesi, è probabilmente figlia di alcuni tratti che caratterizzano la cultura tedesca rispetto a quella dei paesi dell’Europa meridionale.