Economia. Progressività dell’Irpef: non dipende dal numero di aliquote

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Vignetta di Cecco

 

Tratto da lavoce.info

DI MASSIMO BALDINI, professore di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia “Marco Biagi” dell’Università di Modena e Reggio Emilia
SILVIA GIANNINI, Professore ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Bologna
E SIMONE PELLEGRINO, professore associato di Scienza delle finanze presso il Dipartimento di Scienze Economico-sociali e Matematico-statistiche (ESOMAS) dell’Università di Torino

Il numero degli scaglioni e delle aliquote non determina la progressività dell’Irpef. Lo dimostra il confronto fra l’imposta di oggi e quella di quaranta anni fa. Il problema è l’erosione, con le tante agevolazioni che riducono la base imponibile.

L’Irpef dal 1974 a oggi

Nel dibattito sui media si dà per scontato che il numero degli scaglioni e delle aliquote determini la progressività dell’imposta dei redditi. Non è necessariamente così. Per dimostrarlo confrontiamo l’Irpef del 2022 con quella in vigore all’inizio della sua storia e ci chiediamo: l’Irpef è più progressiva oggi o lo era quarant’anni fa? Estendiamo così l’analisi condotta in un precedente articolo, che ha esaminato l’impatto delle riforme dell’ultimo decennio.

Nel periodo 1974-1982, l’Irpef prevedeva 32 aliquote che variavano tra il 10 e il 72 per cento (la riduzione della progressività formale avverrà poi solamente nel 1983, quando le aliquote passarono da 32 a 9), mentre oggi le aliquote sono complessivamente quattro, dal 23 al 43 per cento (più addizionali regionali e comunali). Molto diverse sono anche le detrazioni per lavoro: negli anni Settanta erano in vigore una detrazione per quota esente e una detrazione per lavoro, fisse rispetto al reddito, molto più basse di quelle attuali. Due mondi completamente diversi e, a prima vista, l’imposta odierna sembra meno equa.

La distribuzione dei contribuenti

Vediamo prima di tutto la distribuzione dei contribuenti per classi di reddito, ieri (tabella 1) e oggi (tabella 2). Per il confronto, abbiamo scelto il 1978 anziché il 1974, anno dell’introduzione dell’imposta (il numero e i valori delle aliquote sono i medesimi, mentre i limiti degli scaglioni erano stati lievemente aggiornati a causa del fenomeno inflattivo allora particolarmente accentuato), perché le prime statistiche particolareggiate sulla distribuzione dei contribuenti Irpef riguardano proprio quell’anno. Abbiamo aggiornato a valori reali del 2021 i limiti degli scaglioni e i valori delle detrazioni da lavoro e per quota esente del primo periodo. La legislazione 2022 comprende anche l’addizionale regionale e comunale, che negli anni Settanta non esistevano ancora; ai fini dell’esercizio consideriamo le addizionali relative alla Lombardia e a Milano. Si è cercato, per quanto possibile, di rendere compatibili i confronti aggregando le statistiche ufficiali per simili classi di reddito.

Nella distribuzione dei contribuenti non ci sono state rivoluzioni: ad esempio, nel 1978 i contribuenti con redditi fino agli attuali 10.900 euro erano il 38,9 per cento del totale, contro il 29 per cento di oggi; quelli con reddito tra 10.900 e 18.100 erano il 31,4 per cento, contro l’attuale 27,1 per cento (nella fascia 10-20 mila euro). Quello che preme sottolineare è che, nonostante le 32 aliquote legali, negli anni Settanta di fatto quelle che venivano applicate erano solamente una decina, perché pochissimi redditi raggiungevano gli scaglioni più elevati: nel 1978 solo 18 contribuenti dichiaravano più di 550 milioni di lire (circa 2 milioni di euro di oggi), su cui era applicata l’aliquota marginale del 72 per cento; solamente 7 un reddito compreso tra 500 e 550 milioni (su cui era applicata l’aliquota marginale del 70 per cento), e così via. C’erano aliquote legali molto alte, ma di fatto, complici anche l’elusione e l’evasione, erano e sono pochi i contribuenti interessati. Nel 1978 lo 0,06 per cento dei contribuenti era soggetto ad aliquote del 44 per cento o superiori; oggi la quota è salita al 5,7 per cento.

Confrontiamo visivamente le aliquote marginali effettive nel 1978 e nel 2022 per un dipendente single (figura 1 e 2). Se vogliamo rappresentare tutte le aliquote del 1978, l’asse orizzontale deve arrivare a circa 2 milioni di euro, perché da quel valore (in euro di oggi) si applicava l’aliquota massima del 72 per cento. La linea verde è invece subito piatta, perché sopra i 28 mila euro di reddito l’aliquota marginale effettiva ha già raggiunto il suo massimo. Per la grandissima maggioranza dei redditi medi e alti oggi le aliquote marginali effettive sono cresciute (figura 2).

Il confronto delle aliquote medie ci dà una informazione simile: se si applicassero le regole del 1978, oggi pagherebbero di più solo i redditi superiori a 600 mila euro. Tutti i redditi tra 20 e 600 mila euro pagano di più con le regole attuali, mentre l’imposta è diminuita, con le regole di oggi, per chi ha meno di 20 mila euro. Contrariamente a quanto parrebbe confrontando gli scaglioni, oggi l’incidenza media è molto più bassa sui redditi bassi, e molto più alta sui redditi medi e alti.

Un recente lavoro stima l’effetto redistributivo complessivo dell’Irpef nel 1979 e nel 2019 su un campione rappresentativo di famiglie. L’effetto redistributivo è dato dalla riduzione della diseguaglianza nella distribuzione del reddito (riduzione dell’indice di Gini), e può scomporsi così (più un residuo trascurabile):

Effetto redistributivo = Incidenza x Progressività, dove l’incidenza dipende dall’aliquota media complessiva (cioè il rapporto tra le imposte pagate da tutti i contribuenti e la somma dei loro redditi ante imposta), mentre la progressività misura quanto nel complesso l’imposta si concentra soprattutto sui redditi alti.

Negli ultimi quarant’anni l’effetto redistributivo dell’Irpef è quasi raddoppiato. L’aumento deriva in piccola parte dalla crescita della progressività dell’imposta e in misura preponderante dalla crescita dell’incidenza media. Si pensi che nel 1974 il gettito dell’Irpef sul Pil era solamente l’1,9 per cento (4,5 per cento nel 1978), mentre nel 2020, comprese le addizionali, vale l’11,5 per cento del Pil.

La questione dell’elusione

Dal confronto emerge un’imposta tendenzialmente più equa oggi rispetto agli anni Settanta, con aliquote medie inferiori fino a 20 mila euro (dove si concentra più della metà dei contribuenti) e superiori successivamente, ma anche con aliquote marginali effettive più alte già a partire da redditi molto bassi (circa 8 mila euro), con effetti negativi dal punto di vista dell’efficienza. Il fatto che la riforma attuata con legge di bilancio 2022 abbia un po’ ridotto l’incidenza media per i redditi medi e medio alti e abbia smussato l’andamento delle aliquote marginali effettive è giustificabile anche alla luce di questo confronto.

In effetti il carico fiscale negli ultimi quarant’anni è aumentato soprattutto per le classi di reddito medie e medio-alte. Resta tuttavia il forte limite di avere agito solo su scaglioni, detrazioni e aliquote, senza affrontare prioritariamente il tema dell’erosione, ossia delle numerose agevolazioni che riducono la base imponibile (in primo luogo la flat tax degli autonomi, ma non solo) e che costituiscono una grave violazione del principio di equità orizzontale. Senza queste erosioni, che presumibilmente avvantaggiano di più i redditi elevati, il sistema di tassazione sarebbe più progressivo.

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