Economia. Il paradosso del gas russo

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Vignetta di Cecco

Tratto da lavoce.info

DI GIONATA PICCHIO, redattore de La Staffetta Quotidiana
E ANTONIO SILEO, direttore dell’Osservatorio sull’innovazione energetica dell’Istituto per la Competitività (I-Com) e fellow presso GREEN dell’Università Bocconi

Nei primi giorni di maggio le esportazioni di gas russo verso l’Europa attraverso la rotta ucraina hanno registrato un significativo e rapido aumento. Succede perché i flussi sono regolati dai contratti. E Mosca riesce ad approfittare della situazione.

Flussi di gas ininterrotti

L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto il mondo, e l’Europa in particolare, in una misura che è difficile sottostimare. Finora però non è riuscita a scalfire, con frustrazione dei nostri governi pur determinati a sanzionare Mosca, gli scambi commerciali di gas naturale russo con le grandi economie europee, come la Germania e l’Italia.

Per petrolio e carburanti, anche senza embargo, la Russia era già in grande difficoltà nelle vendite all’Europa, cui era destinato un quarto del proprio export, tanto da dover rallentare la produzione. Il fiume dei gasdotti, invece, almeno per ora continua a scorrere indisturbato, a volte perfino accelerando. Tutto ciò segue logiche squisitamente commerciali e indipendenti dalla politica, che i russi dimostrano di ben conoscere e all’occasione di saper usare a proprio vantaggio.

Le ragioni dell’aumento di maggio

Nei primi giorni di maggio, le esportazioni di gas russo verso l’Europa e l’Italia attraverso la rotta ucraina hanno registrato un significativo e repentino incremento. Dai circa 60 milioni di metri cubi entrati nell’ultima settimana di aprile, e i 50 delle settimane precedenti, ci si è avvicinati ai 100 milioni. La gran parte di questi volumi segue il tragitto che arriva a Velke Kapusany, al confine con la Slovacchia, e di lì continua il viaggio verso Austria e Italia, dove la tendenza resta, tanto che, al punto di ingresso italiano di Tarvisio, i metri cubi arrivati a inizio maggio si attestano a ridosso dei 70 milioni, contro i poco meno di 30 dell’ultima settimana di aprile.

Perché questo brusco e rilevante incremento? La spiegazione ha ben poco a che fare con la geopolitica e molto con l’andamento dei prezzi spot che si formano dalle negoziazioni che avvengono al Ttf (Title Transfer Facility) e le strutture dei contratti di importazione a cui sono collegati.

Il Ttf è il mercato all’ingrosso dei Paesi Bassi, tra i più grandi e liquidi d’Europa, anche in virtù della localizzazione che permette il trasferimento del gas naturale tra Norvegia, Regno Unito, Germania, Francia e Italia. E gli importatori decidono se aumentare o ridurre i quantitativi di gas russo ritirati anche in base al prezzo spot che lì si forma.

Una convinzione diffusa, ma errata, quando si parla di gas russo è quella secondo cui sia Mosca, attraverso Gazprom, a decidere in modo autonomo e discrezionale se aumentare o ridurre i volumi forniti all’Europa. È un’idea che trascura completamente il fatto che le forniture sono regolate da contratti e che, nei limiti definiti da questi ultimi, le quantità importate giorno per giorno dipendono da scelte di programmazione dei clienti europei.

Più nel dettaglio, i contratti di importazione sono caratterizzati dalle clausole Take or Pay, secondo cui l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo contrattuale di una quantità minima di gas definita dal contratto, anche nell’eventualità che non ritiri il gas. Al di sopra di quella soglia, però, ha una significativa flessibilità nel regolare i volumi richiesti.

In questi contratti, il prezzo, storicamente agganciato alle quotazioni dei derivati del petrolio sostituti del gas naturale, oggi è sovente legato (anche) all’andamento del prezzo spot, come quello del Ttf.

Prezzi a breve e contratti di lungo periodo

Come si legge in un paper pubblicato a marzo scorso dall’Oxford Institute for Energy Studies, si ritiene che alcuni dei contratti che gli importatori europei hanno con Gazprom abbiano una formula di prezzo legata all’indice mensile, conosciuto come “Front Month” (prezzo del mese successivo), usato per stabilire il prezzo del gas contrattualizzato con un mese di anticipo rispetto alla consegna.

A gennaio di quest’anno, quando l’indice mensile aveva un valore superiore al prezzo spot, vi era un disincentivo al ritiro di volumi con contratto di lungo periodo e un incentivo agli acquisti sul mercato spot. La dinamica si è invertita con lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha mandato alle stelle il più reattivo prezzo spot, rendendo più conveniente ritirare il gas russo con contatti di lungo periodo. E si è così visto un brusco incremento di volumi proprio subito dopo l’invasione.

Se si confrontano i flussi giornalieri in ingresso in Slovacchia con i prezzi spot Ttf del giorno prima e le medie del mese precedente, in corrispondenza con l’avvio di ciascun mese si vedono variazioni di volumi molto decise e coerenti con questa ricostruzione (Figura 1).

Non solo prezzi alti ma anche maggiori quantità

A maggio, la dinamica parrebbe ripetersi. In aprile, infatti, il prezzo di contratto rifletteva i valori Ttf di marzo, i più alti di tutti di tempi in conseguenza dello scoppio del conflitto, disincentivando i ritiri di gas sulla rotta ucraina a favore di acquisti spot. Il risultato si vede in Figura 2: il mese scorso le importazioni russe in Italia si sono dimezzate. In maggio, all’opposto, le richieste di gas russo beneficiano dei più contenuti valori del Ttf di aprile, raffreddati dalla fine dell’inverno e dai buoni apporti di gas naturale liquefatto (Gnl) che arriva in Europa trasportato via nave, attratto dagli alti prezzi europei.

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A influenzare la convenienza relativa del gas naturale proveniente dalla Russia si aggiungono poi i movimenti del prezzo spot: di recente, per esempio, ci sono stati i forti rialzi iniziati in concomitanza con la notizia dell’interruzione delle forniture a Polonia e Bulgaria per il contenzioso sul pagamento in rubli.

Va detto che gli operatori sono incoraggiati del ministero competente a importare il più possibile dalla Russia e dalle altre fonti, per riempire le infrastrutture di stoccaggio proprio in previsione del possibile blocco delle forniture e che in Italia ci sono specifici obblighi per quanto riguarda la domanda domestica. In passato, però, ciò non ha impedito agli operatori di mostrare una forte ritrosia a iniettare gas nelle scorte, se le condizioni di mercato erano sfavorevoli.

Apparentemente, quindi, siamo di fronte al paradosso di una Russia che beneficia economicamente delle conseguenze dell’aggressione all’Ucraina non solo sotto il profilo dei prezzi, ma, a volte, anche dei volumi, come è accaduto nei giorni seguenti lo scoppio delle ostilità a fine febbraio e in altri momenti di tensione sul mercato, innescati in certi casi proprio dalle decisioni russe, come l’annuncio del pagamento in rubli a fine marzo.

Tutto ciò non interromperà certo lo sforzo europeo di affrancarsi dal gas russo. È un obiettivo che, se non si verificano imprevisti cambiamenti di scenario, potrebbe essere conseguito nell’arco di pochi anni, sebbene a un prezzo elevato. La situazione dimostra però come nell’immediato la Russia riesca a massimizzare i benefici che può trarre dall’avere la proverbiale “mano sul rubinetto”.

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