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Economia. Imprese recuperate dai lavoratori: un bilancio positivo per lo stato

Vignetta di Cecco

 

Tratto da lavoce.info

DI ALDO VIAPIANA, è stato docente a contratto di Macroeconomia e di Economia del lavoro fino al 2019 presso l’Università degli Studi di Torino

Il recupero cooperativo da parte dei lavoratori di aziende in crisi salvaguarda l’occupazione, produce coesione sociale e reddito. Anche per lo stato si rivela un ottimo affare, come dimostra un bilancio tra investimenti statali e ritorni fiscali.

Le imprese recuperate

Le “imprese recuperate”, chiamate talvolta anche imprese rigenerate oppure workers buyout, sono società cooperative, formate dai dipendenti di aziende a rischio chiusura o già fallite, che hanno riattivato autonomamente l’organizzazione produttiva del proprio luogo di lavoro.

Ogni impresa recuperata è una storia a sé, e le cause che sottendono il recupero variano dal vero e proprio fallimento dell’azienda seguito da una vana ricerca di un nuovo soggetto imprenditoriale, fino al passaggio sollecitato dalla precedente proprietà, magari per motivi generazionali. Si veda qui una panoramica significativa della casistica, da cui tra l’altro si comprende come il passaggio all’autoimprenditorialità non sia affatto semplice e scontato e comporti uno sforzo di cambio di prospettiva, aprendosi i lavoratori a nuove forme di rischio e responsabilità.

Gli studi disponibili (ad esempio qui, poi qui e ancora qui) evidenziano la capacità di tali imprese di produrre coesione sociale, reddito, occupazione, recupero e integrazione delle catene di fornitura, oltre a una superiore resilienza rispetto alle altre aziende.

Le imprese recuperate in Italia dal 1987 sono state 323, coinvolgendo circa 10.500 lavoratori, mentre a fine 2018 ne erano attive 113, con un tasso di sopravvivenza del 35 per cento (fonte Legacoop).

La longevità media è superiore a quella delle imprese italiane nel loro complesso: 15,2 anni (la fonte è sempre Legacoop) contro i 12 anni di durata media delle imprese italiane, secondo Unioncamere.

La grande maggioranza delle imprese recuperate opera nel settore dell’industria, mentre quelle di servizi (per lo più alle imprese) pesano per il 17 per cento (tabella 1).

Non si tratta dunque di aziende “labour contractors” al limite della sopravvivenza, bensì di imprese inserite nei propri mercati di riferimento ed economicamente e finanziariamente efficienti, come indicano i principali dati di bilancio (tabella 2).

Su questi risultati non esiste però una contabilità specifica, nemmeno satellite, e una banca dati dei finanziamenti erogati. Ciò incide negativamente su visibilità e comprensione del fenomeno, relegandolo anche nel dibattito economico ad aspetto marginale.

Di fronte ai limiti contabili si tenta dunque, in questa sede, di ricostruire l’intero ammontare della spesa pubblica a favore delle imprese recuperate e di misurarne gli introiti fiscali. Laddove sussistano elementi di incertezza, si è calcolato in eccesso i finanziamenti pubblici e in difetto gli introiti fiscali.

I finanziamenti pubblici

Gli strumenti di intervento sono un fondo rotativo, prima gestito da Foncooper e poi dalle regioni che hanno legiferato in materia, e il Fondo statale speciale per gli interventi a salvaguardia dei livelli occupazionali, gestito da Cooperazione finanza impresa-Cfi (ente strumentale del ministero dello Sviluppo economico).

La legge Marcora è costata, complessivamente, 226 milioni di euro in 37 anni. Poco meno di 158 milioni di euro sono stati erogati dal 1985 al 2001, altri 68 milioni entro la fine del 2021. Sono poi previste ulteriori risorse per gli anni successivi, da fondi Mise e strutturali.

Il ritorno per lo stato

Per comprendere i ritorni a favore dello stato si utilizza la base dati di Legacoop, che considera più fonti per identificare le imprese recuperate attualmente attive, dalle centrali cooperative a Cfi, da Banca etica alla Rete italiana delle imprese recuperate. Per ogni impresa identificata, lo studio integra con i bilanci e la situazione occupazionale presenti nella banca dati Aida Bureau van Dijk.

La situazione post-pandemia potrebbe essere cambiata (si veda qui), ma in questa sede si intende considerare un quadro storico e strutturale.

Per stimare il contributo fiscale si è proceduto con un’aliquota media del 48 per cento sul costo del lavoro (vedere qui) per ottenere il valore del cuneo fiscale; inoltre, considerando un valore aggiunto medio per addetto (vedere qui) alla dimensione aggregata di 197 milioni si è applicata un’aliquota prudenziale Iva del 20 per cento.

Ires e Irap variano in funzione delle caratteristiche di ogni impresa e della regione sede dell’attività, e dunque prudenzialmente non sono state considerate.

Sono state escluse dal calcolo Imu, Tari, tasse di registro, imposte locali, licenze e concessioni, accise, poiché occorrerebbe una specifica analisi e la disponibilità dettagliata dei dati di ogni impresa.

Cuneo fiscale e Iva valgono comunque almeno 100 milioni di euro all’anno e ogni impresa contribuisce in media con circa 920mila euro.

Tale valore medio annuo può essere poi utilizzato per comprendere il contributo fiscale, attualizzato, dalla nascita delle imprese recuperate a oggi.

Conoscendo il numero di imprese recuperate attive per ogni anno si ottengono i valori riportati nella tabella 5, per un totale di oltre 3,3 miliardi di euro di contributo fiscale a favore dello stato dalla nascita del fenomeno fino alla fine del 2018.

Ovviamente, si tratta di una stima, con tutti i limiti insiti in tale procedimento di calcolo, ma l’ordine di grandezza è comunque apprezzabile, con un ritorno pari a 15 volte quanto investito.

E se invece…

Che cosa sarebbe successo se invece non fossero stati erogati finanziamenti pubblici per il recupero d’impresa?

Ovviamente un’analisi controfattuale è piuttosto ardua, ma alcune considerazioni sono possibili:

lo stato avrebbe risparmiato 226 milioni in 37 anni; le risorse avrebbero potuto essere utilizzate diversamente, magari per altre politiche attive, o per gli interventi del punto successivo
lo stato avrebbe comunque speso in ammortizzatori sociali, dalle varie forme di cassa integrazione più o meno prolungata ai sussidi di disoccupazione, dalla mobilità ai possibili “scivoli” verso i prepensionamenti
le imprese recuperate avrebbero chiuso, impoverendo così il tessuto sociale del proprio territorio, e produttivo in generale, anche in termini di ricadute negative sulle proprie filiere di fornitura
avrebbero chiuso imprese inefficienti, con un positivo risultato economico generale? No, l’ipotesi non regge, perché se oggi le aziende sono attive e funzionano significa che l’inefficienza non era nell’impresa in sé, ma nel come era condotta
il capitale umano costituito dai lavoratori si sarebbe disperso: anche se magari qualcuno sarebbe andato a “fertilizzare” altre imprese, altri avrebbero dovuto ricollocarsi nel mercato del lavoro, con le note difficoltà soprattutto per le componenti più deboli.
Ma poiché un’analisi controfattuale approfondita richiederebbe ben altra estensione di ricerca, ciò che si può affermare con certezza è che per lo meno il bilancio spese-entrate per lo stato è di natura positiva.

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Verucchio. Tennis, Bronzetti: la Barty mette fine alla sua favola agli Australian Open

Lucia Bronzetti

 

Finita la favola della 23enne Lucia Bronzetti. Ash Barty mette fine alla sua favola agli Australian Open, il quarto torneo dello Slam per importanza. Nella notte, la verucchiese, sul campo centrale, ha subito un secco 6-1 6-1. Il suo è stato un torneo straordinario; che la proietta attorno alla posizione 115 nel mondo (era 142).




Provincia di Rimini. Covid: 1.303 nuovi positivi (86.412 il totale). Decessi: tre

Vignetta di Cecco

 

AGGIORNAMENTO DEL 18 GENNAIO 2022, ORE 12

Provincia di Rimini

Covid: 1.303 nuovi positivi (86.412 il totale). Terapia intensiva: 17. Decessi: tre (due uomini di 80 anni, una donna di 81)

 

Emilia Romagna

L’aggiornamento in Emilia-Romagna: +17.977 nuovi casi su 91.456 tamponi eseguiti. -0,6% i ricoveri nei reparti Covid, +1,3% quelli nelle terapie intensive. Oltre 6mila guariti. On line anche il report settimanale sull’andamento dell’epidemia
Il dato comunicato al ministero è comprensivo di 3.147 casi a Piacenza e Reggio Emilia relativi ai giorni scorsi ma registrati oggi: +14.830 il dato reale delle ultime 24 ore. Il 99,2% dei casi attivi è in isolamento a casa, senza sintomi o con sintomi lievi. L’età media dei nuovi positivi è di 36,3 anni. 40 i decessi. I dati su quarantene in ambito scolastico dal 3 al 16 gennaio

Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, in Emilia-Romagna si sono registrati 834.546 casi di positività, 17.977 in più rispetto a ieri, su un totale di 91.456 tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore, di cui 31.614 molecolari e 59.842 test antigenici rapidi.

Questo il dato comunicato al ministero della Salute, che però comprende 3.147 casi relativi ai giorni scorsi che sono stati recuperati oggi: 1.718 riguardano la provincia di Piacenza e 1.429 quella di Reggio Emilia. Complessivamente, la percentuale dei nuovi positivi sul numero di tamponi fatti è del 19,6%; se si considerassero i casi reali odierni, quindi 14.830, la percentuale scende al 16,2%.

Vaccinazioni

Continua intanto la campagna vaccinale anti-Covid. Alle ore 15 sono state somministrate complessivamente 9.181.816 dosi; sul totale sono 3.659.559 le persone over 12 che hanno completato il ciclo vaccinale. Le terze dosi fatte sono 1.951.458.

Ricoveri

I pazienti attualmente ricoverati nelle terapie intensive dell’Emilia-Romagna sono 151 (+2 rispetto a ieri, pari al +1,3%); l’età media è di 62,2 anni. Sul totale, 95 non sono vaccinati (zero dosi di vaccino ricevute, età media 60,5 anni), il 63%; 56 sono vaccinati con ciclo completo (età media 65 anni).

Per quanto riguarda i pazienti ricoverati negli altri reparti Covid, sono 2.441 (-15 rispetto a ieri, -0,6%), età media 70 anni.

Sul territorio, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono così distribuiti: 7 a Piacenza (+1 rispetto a ieri), 22 a Parma (+2); 17 a Reggio Emilia (invariato); 19 a Modena (invariato); 31 a Bologna (+1); 10 a Imola (invariato); 15 a Ferrara (-4); 11 a Ravenna (+4); 2 a Forlì (invariato); 2 a Cesena (invariato); 15 a Rimini (-2).

Contagi

L’età media dei nuovi positivi di oggi è 36,3 anni.

La situazione dei contagi nelle province vede Bologna con 3.608 nuovi casi (su un totale dall’inizio dell’epidemia di 169.810); a seguire Modena (2.610 su 132.951), Piacenza (2.407 – di cui 689 odierni e i rimanenti recuperati dai giorni scorsi – su 48.257 dall’inizio della epidemia) e Reggio Emilia (2.359 – di cui 930 odierni e i rimanenti recuperati da ieri – su 91.141); poi Parma (1.755 su 65.571), Ravenna (1.482 su 75.263), Rimini (1.303 su 86.412), Forlì (702 su 39.100) e Ferrara (673 su 52.864). Quindi Cesena (560 su 47.397) e infine il Circondario Imolese (518 su un totale dall’inizio dell’epidemia di 25.780).

I casi attivi, cioè i malati effettivi, sono 323.440 (+11.794). Di questi, le persone in isolamento a casa, ovvero quelle con sintomi lievi che non richiedono cure ospedaliere o risultano prive di sintomi, sono complessivamente 320.848 (+11.807), il 99,2% del totale dei casi attivi.

Questi i dati – accertati alle ore 12 di oggi sulla base delle richieste istituzionali – relativi all’andamento dell’epidemia in regione.

Guariti e deceduti

Le persone complessivamente guarite sono 6.143 in più rispetto a ieri e raggiungono quota 496.489.

40 decessi:

3 in provincia di Piacenza (un uomo di 99 anni e due donne di 65 e 88 anni)
4 in provincia di Parma (un uomo di 81 anni e tre donne di 65, 83 e 91 anni)
5 in provincia di Reggio Emilia (due uomini di 80 e 89 anni, tre donne di 77, 84 e 86 anni)
9 in provincia di Modena (quattro uomini di 77, 85, 92 e 95 anni, cinque donne di 71, 83, 87, 90 e 93 anni)
1 in provincia di Ravenna (un uomo di 90 anni il cui decesso è stato registrato dall’Ausl di Imola)
3 nel Circondario Imolese (due uomini di 83 e 84 anni e una donna di 87)
1 in provincia di Bologna (un uomo di 59 anni il cui decesso è stato registrato dall’Ausl di Ferrara)
1 in provincia di Ferrara (un uomo di 56 anni)
8 in provincia di Forlì-Cesena (un uomo di 58 anni, due di 77 anni, uno di 86 anni e quattro donne di 84, 89, 90 e 94 anni)
3 a Rimini (due uomini di 80 anni, una donna di 81)
2 residenti fuori dall’Emilia-Romagna i cui decessi sono stati registrati rispettivamente dalle Ausl di Piacenza e Modena: un uomo di 79 anni e una donna di 70).
In totale, dall’inizio dell’epidemia, i decessi in regione sono stati 14.617.




Cattolica. La depressione: uno degli effetti della comunicazione sul Covid-19:

Gianfranco Vanzini

 

di Gianfranco Vanzini

 

Nell’ultimo post che ho pubblicato si urlava: ”Ci stanno mettendo uno contro l’altro, sorella contro fratello” e oggi aggiungo: la cattiveria reciproca ha contagiato più o meno tutti e ci ha resi tristi.

Questa volta, attingendo a piene mani dal bellissimo articolo della dottoressa De Mari apparso su La Verità del 17 scorso, vorrei richiamare l’attenzione dei lettori su un fenomeno che, proprio a causa di questa politica persecutoria, si sta ampliando a dismisura: la depressione.

Il martellamento continuo, ad ogni ora del giorno, di notizie, più o meno corrette e/o contradditorie, riguardanti contagi, ricoveri, morti, senza la prospettiva di giorni migliori, ci ha resi tutti tristi e depressi.

Scrive la De Mari: ”La tristezza, priva di una causa specifica rischia di essere progressiva. Dalla depressione lieve si passa a quella media, da quella media si può passare a quella grave, che è una vera e propria malattia invalidante. La depressione lieve però si può combattere.

Occorre rifiutarsi di eseguire i suggerimenti della depressione che ci spinge a non fare nulla, ad alzarci tardi al mattino, a non sorridere mai, a richiuderci.

Se però noi riusciamo ad alzarci presto al mattino, ci costringiamo ad uscire, a fare, a sorridere, allora la depressione moderata non diventa media, ma scompare. Una persona che si sia sforzata di sorridere, dopo un po’ si rasserena. Si racconta che in alcuni monasteri era richiesta la disciplina del sorriso. Dopo la morte di mio padre, mia madre fu costretta a riprendere immediatamente il suo lavoro di maestra. Non poteva raccontare il suo dolore a dei bambini di otto anni ed era costretta a sorridere molto. Dopo un po’ si sentiva bene. Il sorriso dei bambini riempiva la sua mente.

Gli attori che recitano parti dove devono sorridere molto hanno un umore migliore di quelli che aspettano Godot o che hanno assassinato Desdemona. Esiste quindi una autodisciplina del sorriso.”