Provincia di Rimini. Nelle vene di Dante Alighieri scorreva sangue ebraico?

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Nelle vene di Dante Alighieri scorreva sangue ebraico?

 

di Angelo Chiareti*

Il 25 marzo p.v. si celebrerà il DANTEDI’  per ricordare il giorno in cui Dante Alighieri (1265-1321) colloca l’inizio del suo viaggio ideale da vivo nel regno dei morti.

Il primato letterario (e non solo) del Poeta è oggi testimoniato dalle oltre 400 copie di critica dantesca pubblicate annualmente nel mondo (al secondo posto si classifica, ben distanziato, W.Shakespeare !). La stessa cosa si dica della Comedìa tradotta in ogni lingua, compresi cinese (dove Dante, purtroppo, si chiama Danding !), africaans ed eskimese.

Tuttavia, non sono bastati 700 anni per chiarire la causa di tanto genio, anche se una semplice carrellata genealogica e molti documenti (in primis il Trattatello sulla vita di Dante scritto da Giovanni Boccaccio, di Lui quasi coevo) rivelano palesemente che gli Alighieri fiorentini discesero dall’ebreo Baruch di Pietro di Leone, che nell’ XI secolo si convertì al Cristianesimo, cambiando il proprio nome in Benedetto ed originando la famiglia dei Pierleoni (Petrus Leonis), i potentissimi giudei che a Roma abitavano (ed abitano) nel palazzo e nelle case costruite sulle rovine dell’Anfiteatro di Marcello, cuore pulsante del Quartiere Ebraico !

Quando alcuni di essi, per motivi commerciali e politici, si trasferirono dalla Città Eterna a Firenze, non l’antico cognome ritennero (Boccaccio), ma si presentarono come Frangipani o Frejapane  (sopranome non casuale e parlante, che rimanda al  gesto eucaristico compiuto dal Cristo nel corso dell’ultima cena). Da loro discese la famiglia degli Elisei, il cui più celebre rappresentante è certamente quel Cacciaguida (altro nome parlante: Cristo è caccia il demonio e guida verso la salvezza eterna), trisavolo di Dante a cui sono dedicati ben tre canti del Paradiso, nei quali parla a lungo della genealogia degli Alighieri.

Dunque l’appartenenza degli antenati fiorentini del Poeta alla religione ebraica sfumò in una conversione (conversi venivano chiamati ebrei e musulmani passati alla  fede in Cristo) provocata dalle discriminazioni sempre più aperte riservate ai giudei dalla Chiesa Cattolica (marchiati dalla gialla Stella di Davide, tinta con la polvere di Curcuma, la loro spezia alimentare preferita), ma anche dal fatto per cui (sono parole di Dante ) in quegli anni il populus Dei, amato dal Signore, non era più Israele bensì i Cristiani !

Tuttavia, il sangue che scorreva nelle loro vene, il loro codice genetico, rimase intatto sia per quanto riguarda le fattezze fisiche che quelle intellettuali. Quanto alle prime, mi preme sottolineare come in questi 700 anni ci si sia dimenticati di un particolare fondamentale: il colore bruno (Boccaccio), tendente all’olivastro (Commissione medico-scientifica che nel 1921 studiò le ossa dantesche custodite a Ravenna) dell’epidermide del volto, come se fosse appena tornato dall’Inferno (“Donne [di Verona] vedete colui che va nell’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono?” Alla quale una dell’altre rispose semplicemente: “In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?”).

Si aggiunga che, quando era bambino, gli amici di Dante lo canzonavano, chiamandolo faccia bruciata ! Ed il colore bruciato della pelle è una caratteristica propria dei più antichi ceppi etnici di Israele, non certamente di un fiorentino, che amava dire di sé (XIII Epistola a Can Grande della Scala) di essere Florentinus natione non moribus, cioè di aver avuto i natali a Firenze ma di non aver nulla a che spartire con gli abitanti della Città sull’Arno !

Ed anche sul celebre naso di Dante si potrebbe contestare il profilo aquilino di cui tutti parlano e riferirsi, invece, allo Shnobel, in forma di numero 6, che caratterizza gli ebrei.

Quanto al patrimonio intellettuale di cui Dante si è sempre vantato (talvolta sotto ‘l velame de li versi strani-Inferno IX), sia sufficiente citare, in apertura, il giudizio di quei commentatori del Primo Novecento che l’hanno definito il Mosè della letteratura italiana, per la quantità di citazioni bibliche presente nelle sue opere.

Infatti, a ben guardare, la Comedìa è una sequenza ininterrotta di situazioni (Passaggio del Mar Rosso, 42 tappe per giungere alla Terra Promessa dall’ Egitto, deportazione a Babilonia, distruzione del Tempio di Gerusalemme, passaggio del Mar Rosso, morte dei contemporanei di Mosè, conquista della Palestina, battaglia al tempo di Gedeone contro i Madianiti, loro leggi sui sacrifici, esilio in Babilonia, fame spaventosa durante l’assedio di Gerusalemme da parte di Tito), espressioni, termini e concetti ebraici:

Raphèl maì amècche zabì almi (grida il gigante Nembrot in Inferno, XXXI).

Osanna, sabaoth, malacoth (canta danzando l’imperatore Giustiniano in Paradiso VII).

Nodo di Salomone (inveisce Forese Donati nella celebre Tenzone con Dante).

Menorath (candeliere a sette bracci che apre la Processione del Signore, in ebraico

Merkabah, in Purgatorio XXVIII).

Stelle di Davide a sei punte (esagramma, simbolo di Israele), così lampanti e parlanti che ogni cantica si chiude con la parola stelle composta appunto di sei lettere: […] e quindi uscimmo a rivedere le stelle (Inferno), […] puri e disposti a salire a le stelle (Purgatorio), […] l’amor che move ‘l sole e l’altre stelle (Paradiso).

– Nel canto V, 74-81 del Paradiso, rivolgendosi ai cristiani con precisa cognizione di causa come converso, Dante sbotta in un sonante invito a non vivere falsamente e passivamente (pecore matte) la loro fede religiosa, poiché i giudei che sono tra loro (!) non se ne prendano gioco:

 

         Avete il novo e l’l vecchio Testamento,

       e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida;

    questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

 uomini siate, e non pecore matte,

            sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!

 

 

  • Sull’onda dell’antico malcelato sarcasmo giudaico verso i cristiani, Dante si spinge ancora più avanti, facendosi forte, nella Tenzone con Forese Donati, di una battuta molto diffusa fra gli ebrei: tu appartieni a tuo padre tanto quanto Giuseppe fu il genitore di Cristo!:

E tal giace per lui nel letto tristo,

per tema non sia preso a lo ’mbolare,

che gli apartien quanto Giosep a Cristo.

 

  • Nel parlare di Giacobbe e del suo scaleo aureo, lungo il quale scendono e salgono fra terra e cielo le anime dei beati e dei santi, e nello spiegare il rapporto di Dio con l’umanita` iniziato nell’Antico Testamento, Dante colloca in Paradiso (canto XXII) i patriarchi delle 12 tribu` discendenti da Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo, che per voce divina cambiò il proprio nome in Israele: Cristo trionfante, dopo la resurrezione, li trasse fuori dal Limbo, dove erano rimasti fino a quel momento, per portarli in Paradiso !

 

Insistendo ancora un poco, sappiamo da precisi documenti d’archivio (a Lucca, ad esempio) che gli Alighieri, sull’esempio dei loro antenati, rispettando quanto previsto dagli Statuti comunali, si sono sempre occupati (fino a Dante) di banchi feneratizi (dove si prestava denaro ad interesse), usura, mutui e strazzeria, cioè quel proficuo commercio di abiti usati e tessuti che ha consentito loro di disporre dei capitali finanziari necessari a gettarsi nei meandri del sistema bancario, allora dominato da Acciaioli, Bardi, Peruzzi e Portinari (già, la famiglia di Beatrice!) e di cui oggi, invece, sono loro i protagonisti incontrastati.

Un esempio per tutti: Alighiero II degli Alighieri, padre di Dante, venne sepolto in terra sconsacrata, in quanto praticava apertamente l’usura nel castello di Montemurlo, presso Prato. La frequentazione di questi ambienti spiega, tra l’altro, la facilità con cui Dante, all’indomani del 1295, quando ebbe bisogno di denaro sonante, necessario alla sua bruciante carriera politica (venne eletto Priore di Firenze nell’estate 1300), ottenne in prestito una gran quantità di fiorini[1], che…..non restituì mai, essendo stato cacciato dalla città nel 1302 con una doppia condanna a morte (comburatur sic quod moriatur e caput amputetur a scapulis, cioè rogo e taglio della testa, recitarono le sentenze) e con l’esilio, che al Poeta ricordava, sul piano generale, la diaspora delle  Tribù di Israele e, nel particolare, la Tribù di Heber (=Ebrei).

Termino, sottolineando che Dante considerava l’antica  lingua ebraica come l’unico modello di assoluta perfezione linguistica e semiotica, poiché fu il primiloquio, il primo dialogo avvenuto fra Dio (=El) e Adamo, il Sacratum Ydioma, la lingua adamitica incorrotta per volontà divina e non abbruttita dagli uomini (fino alla dispora), poiché gli Ebrei non parteciparono alla costruzione della Torre di Babele. La lingua ebraica, dunque, rappresentava per l’Alighieri la base da cui partire per approdare a quel Volgare Illustre, che andava cercando ardentemente e che lo attraeva come il fascinoso profumo della pantera (parole sue nel De vulgari eloquentia).

SHALOM!

 

*Presidente del Centro Studi Danteschi S.Gregorio in Conca.

Commendatore della Repubblica Italiana per meriti culturali

 

 

 

[1] 11 Aprile 1297, metà di fiorini 277 tolti da Andrea di Guido de’ Ricci, equivalenti a lire 5500.  – 23 Dicembre 1297, metà di fiorini 480, cioè 240, tolti da Iacopo di Lotto  Corbizzi, equivalenti a lire 9600. – 14 Marzo 1300, metà di fiorini 125 = lire 5000; la somma gli servì per recarsi a Roma in occasione del Giubileo. – 11 Giugno, stesso anno, tre giorni prima di essere nominato priore, metà di fiorini 90, cioè lire 3600. – Dal testamento della suocera, metà di fiorini 90 a Perso Ubaldini, cioè lire 3600; metà di fiorini 46, a Filippo di Lapo Bonaccolti, lire 1840, per un totale astronomico di lire 29.000 !

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