Economia. Tasse sulle multinazionali: uno spiraglio dall’America

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Tratto da lavoce.info

di Tommaso Di Tanno, ha insegnato diritto tributario nelle Università di Roma (Tor Vergata), Siena e Cassino ed è docente al Master Tributario dell’Università Bocconi
e Silvia Giannini, Professore ordinario di Scienza delle finanze presso l’Università di Bologna

La riforma della tassazione societaria annunciata dall’amministrazione Biden può essere l’occasione per rilanciare la cooperazione internazionale, indispensabile per tassare i profitti delle multinazionali. Trovare un accordo resta però complesso.

L’aumento dell’aliquota legale

La riforma della tassazione societaria annunciata dalla nuova amministrazione americana potrà costituire, se continuerà il suo iter, l’occasione per rilanciare quella cooperazione internazionale senza la quale è pressoché impossibile tassare i profitti delle multinazionali, che hanno continuato a crescere, anche in fase di pandemia, pagando spesso pochissime o nessuna imposta.

Per contribuire a finanziare un ambizioso piano di rilancio economico di più di 2 mila miliardi di dollari la riforma fiscale proposta dal presidente Biden e dalla segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen inverte la stagione di tagli alle imposte che ha caratterizzato l’amministrazione Trump e rivede in maniera sostanziale le regole di tassazione internazionale delle multinazionali introdotte con la riforma del 2017.

Tra le principali proposte vi è l’aumento della aliquota di imposizione (federale) societaria dal 21 per cento al 28 per cento. Un livello inferiore al 35 per cento vigente prima della riforma Trump, ma tale da riportare gli Stati Uniti tra i paesi Oecd con tassazione più elevata (figura 1).

La forte riduzione di aliquota voluta da Donald Trump nel 2017 non ha avuto l’effetto annunciato di aumentare gli investimenti e la crescita economica, ma ha favorito gli azionisti, in buona parte esteri, e ha al contempo dimezzato il gettito dell’imposta societaria, dal 2 per cento all’1 per cento del Pil, contro una media Oecd attorno al 3 per cento.

Dopo più di un trentennio di gara fiscale internazionale al ribasso delle aliquote (la cosiddetta “race to the bottom”, che aveva persino fatto presagire una possibile scomparsa dell’imposta societaria) si tratta di una inversione di tendenza epocale, che riporta l’attenzione sull’importanza della tassazione societaria anche dal punto di vista dell’equità del prelievo e che mette in discussione l’efficacia di tagli fiscali generalizzati per stimolare la crescita. Se la maggior parte dei profitti tassati sono “extraprofitti”, vuoi per la concentrazione di potere e rendite economiche nelle mani di poche grandi imprese, vuoi per alcune specifiche norme di definizione della base imponibile che tendono a escludere dalla tassazione i “profitti normali”, variazioni dell’aliquota legale di imposizione non hanno effetti sugli investimenti.

La necessità di contrastare la concorrenza (al ribasso) internazionale

Tuttavia, aliquote più elevate in un paese, rispetto ad altri, aumentano gli incentivi a spostare attività e base imponibile in paesi a più bassa aliquota (profit shifting). Per evitare questo, interviene l’altra parte della riforma annunciata da Joe Biden: da un lato si apportano sostanziali modifiche al sistema di tassazione internazionale introdotto con la riforma Trump; dall’altro si afferma espressamente la necessità di un coordinamento internazionale.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la principale novità riguarda la revisione del sistema di tassazione minima delle multinazionali noto come Gilti (Global Intangible Low-Taxed Income), che per come è congegnato non ha eliminato gli incentivi agli investimenti offshore e al profit shifting in paradisi fiscali o comunque in paesi a bassa aliquota. Due i principali motivi: il sistema si applica al reddito globale (e non paese per paese) e prevede una deduzione del 10 per cento dei redditi derivanti da investimenti esteri in attività tangibili. La proposta Biden prevede l’eliminazione della deduzione, l’applicazione del sistema paese per paese e l’aumento della aliquota applicabile dall’attuale 10,5 per cento al 21 per cento.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, la dichiarazione di Janet Yellen è chiara: “È importante lavorare con altri paesi per porre fine alla concorrenza fiscale e all’erosione della base imponibile dell’imposta societaria. Stiamo lavorando con le nazioni del G20 per concordare una imposta minima globale sulle società che possa interrompere la race to the bottom”.

La complessità di un accordo

Dichiarazione impegnativa per il possibile raccordo con il Pillar II dell’Oecd – che prevede una minimum tax sui profitti consolidati delle multinazionali sopra i 750 milioni di euro di fatturato – ma ancora troppo generica sul Pillar I (che riguarda la tassazione delle web companies).

Un accordo sul Pillar II, tuttavia, sarebbe già un importante passo avanti. Vi si prevede, infatti, una sorta di tassazione compensativa nel paese di residenza della capogruppo dei proventi provenienti da paesi che hanno applicato un’aliquota inferiore alla minimum tax. L’imposta pagata nel paese di produzione del reddito darebbe luogo, cioè, solo a un credito d’imposta (foreign tax credit) da scomputare dalla minimum taxdovuta. Ne deriverebbe l’inutilità dello spostamento dei profitti in qualche paese a bassa tassazione e un premio al paese in cui è collocata la capogruppo. L’ipotesi – finora osteggiata dagli Usa – comporta, se accolta, la necessità di confrontarsi con tematiche di dettaglio assai impegnative. Non tanto sull’aliquota minima globale – problema eminentemente politico – quanto piuttosto su elementi di oggettiva complessità come la definizione della base imponibile tenendo conto della molteplicità dei sistemi tributari dei vari paesi coinvolti.

L’ipotesi Yellen fa riferimento al risultato consolidato civilistico Ifrs (principi contabili internazionali): e su questo si potrebbe facilmente convenire (pur con qualche difficoltà sul se e come tenere conto delle cosiddette timing/permanent differences). Più complesso è come valutare le altre variabili fiscali quali il trattamento delle perdite (losscarry forward e carry back). Complessa è altresì l’individuazione delle imposte pagate nel paese di produzione del reddito di cui tenere conto (solo le imposte sul reddito o anche quelle sul patrimonio? Solo quelle pagate in via definitiva o anche quelle pagate in acconto?). Altrettanto complesso è il regime delle imposte – diciamo così – sospese perché legate a un contenzioso in corso: ipotesi questa con conseguenze anche interne al gruppo (cioè all’imposta effettiva pagata) se la contestazione riguarda lo Intercompany Transfer Pricing.

“Dettagli” importanti, che rendono l’attuazione della “global minimum tax” un percorso ancora difficile: ma la strada imboccata è finalmente quella giusta.

 

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