Economia. Nella versione 2 del Recovery Plan manca l’economia

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Tratto da lavoce.info

di Tommaso Monacelli, professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano

Il Recovery Plan è il più importante piano di politica economica degli ultimi trenta anni. Ma la sua seconda versione è un documento politico senza analisi economica, con obiettivi contraddittori e che non corrisponde a quanto chiede la Commissione.

Un documento tutto politico

La lettura della nuova versione del Recovery Plan (o Pnnr) lascia l’impressione di un documento meramente politico, volto a salvaguardare (forse) equilibri di breve periodo, ma lontano dal formato che, in linea di principio, la Commissione europea pretenderà dai diversi paesi membri.

Oggi il documento è una dettagliata declamazione di obiettivi generici sui quali nessuno potrebbe essere in disaccordo: green economy, sostenibilità ambientale, parità di genere, digitalizzazione, coesione sociale, riforma della pubblica amministrazione, potenziamento della ricerca. Ogni generico obiettivo è accompagnato da un’allocazione di risorse. Per esempio: tot miliardi per raggiungere la parità di genere, oppure la coesione sociale e la sostenibilità ambientale. Ma il piano è completamente scarno sugli strumenti. Per date risorse, esistono ovviamente molteplici strumenti per raggiungere ciascuno degli obiettivi. Per esempio, per favorire la parità di genere costruire più asili è diverso da promuovere nelle scuole superiori interventi che contrastino il pregiudizio nei confronti delle ragazze nelle materie Stem (science, technology, engineering, mathematics). La selezione di strumenti alternativi per raggiungere il medesimo obiettivo non è affatto neutrale.

Obiettivi senza strumenti per raggiungerli

Tre aspetti colpiscono più di altri nella struttura del Piano. Il primo è lo stile. Molta politica e pochissima (o zero) analisi economica. Completamente assente un riferimento anche minimo alla letteratura scientifica in grado di giustificare criticamente ciascuno degli interventi.

Secondo, il documento non mostra alcuna consapevolezza del fatto che alcuni obiettivi possano essere in contraddizione tra loro. Per esempio, è certamente desiderabile indicare l’obiettivo (via un rafforzamento della cosiddetta “Industria 4.0”) di una maggiore digitalizzazione e automazione dei processi produttivi. Ma questo potrebbe facilmente entrare in conflitto con il raggiungimento (per esempio) di maggiore occupazione femminile. Nel Piano manca totalmente un’analisi economica della coerenza dei diversi obiettivi tra loro in quadro di equilibrio generale. Il messaggio di fondo che sembra emergere è invece il seguente: poiché le risorse a disposizione sono potenzialmente molto ingenti, allora tutti questi obiettivi possono essere raggiunti insieme. Dalla digitalizzazione della pubblica amministrazione, passando per la green economy fino al “piano nazionale per le ciclovie”. Come se l’economia, nel suo aggregato, non fosse un sistema interdipendente. Un messaggio che sembra quindi dimenticare che il Recovery Plan, secondo la visione della Commissione Ue, avrà forti condizionalità nell’erogazione dei fondi, proprio in funzione della capacità di raggiungere determinati obiettivi.

Terzo, nel proprio impianto il documento sembra non corrispondere a quanto tecnicamente richiesto dalla Commissione, perché non fornisce indicazioni sugli strumenti con cui raggiungere gli obiettivi, come richiamato in precedenza. Per esempio, secondo le richieste della Commissione, non basta certamente indicare l’obiettivo di allocare tot miliardi per raggiungere la cosiddetta parità di genere. Bisogna tradurre questi obiettivi in “target” ben definiti. Per esempio, quanti asili nido? Dove? Utilizzando quanti miliardi? Con che scadenza temporale? E non solo. La Recovery and Resilience Facility della Commissione richiede che siano indicati anche gli obiettivi economici che si intendono raggiungere con tale piano. Per esempio: costruire x mila nuovi asili con l’obiettivo di far crescere l’occupazione femminile dell’x per cento entro il 2026. Dovendo tenere presente che al momento opportuno, se tali obiettivi non saranno stati raggiunti, la Commissione non procederà all’erogazione di fondi.

Per fare un altro esempio, il Recovery Plan contiene un cosiddetto “Piano nazionale borghi per la riqualificazione di luoghi identitari, periferie, parchi e giardini storici”. Al di là delle meritevoli intenzioni di tali obiettivi (chi non è favorevole a riqualificare le periferie e i nostri piccoli centri storici?), il testo è completamente silente sul come gli stessi obiettivi dovrebbero essere raggiunti. Restauro di monumenti? Centri sociali per i giovani? Soprattutto il Piano non specifica come quantificare il ritorno economico degli obiettivi, molto probabilmente perché farlo è estremamente complicato e arbitrario. Ma così facendo si dimentica ancora una volta che ogni progetto deve necessariamente accompagnarsi a obiettivi economici quantificabili. Maggiore occupazione giovanile? Creazione di nuove imprese? Senza una precisa specificazione del ritorno economico atteso, che consenta una verifica in corso d’opera, le risorse del Recovery Plan non verranno erogate e gli obiettivi di inclusione sociale e coesione territoriale rimarranno purtroppo lettera morta.

Il Recovery Plan è il più importante piano di politica economica degli ultimi trenta anni. La sensazione è che verrà fortemente rivisto su impulso della Commissione. È vero che rimane tempo fino ad aprile 2021. Ma una volta che il Piano sarà stato approvato, la sua realizzazione sarà piena di condizionalità, sotto le quali il paese rischia fra pochi anni di rimanere schiacciato. Una responsabilità grandissima nei confronti dell’Europa per il paese che è il massimo beneficiario dell’intero piano Next Generation EU.

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