Economia. L’allarme sul clima dal rapporto Ipcc

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Vignetta di Cecco

 

Tratto da lavoce.info

DI MARZIO GALEOTTI, professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli studi di Milano.
E ALESSANDRO LANZA, Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei, ha conseguito il Ph.D in Economics presso l’University College of London

Il rapporto Ipcc dell’Onu lancia l’ennesimo campanello d’allarme sui pericoli del riscaldamento globale. Alcune considerazioni per mostrare che un approccio che garantisca lotta al cambiamento climatico e sviluppo economico è possibile.

I numeri e le valutazioni sul nostro clima di cui si è parlato molto negli ultimi giorni sono dovuti alla pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Durante la presentazione avvenuta il 7 agosto, il segretario generale dell’Onu António Guterres ha dichiarato che “l’odierno Ipcc Working Group 1 Report è un codice rosso per l’umanità. I campanelli d’allarme sono assordanti e le prove sono inconfutabili. La soglia del riscaldamento globale concordata a livello internazionale di 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali è pericolosamente vicina. Siamo a rischio imminente di raggiungere gli 1,5 gradi nel breve termine. L’unico modo per evitare di superare questa soglia è quello di intensificare urgentemente i nostri sforzi e proseguendo sulla strada più ambiziosa. Per mantenere in vita gli 1,5°C, dobbiamo agire con decisione ora”. In pratica, i cambiamenti climatici non sono prossimi: vi siamo già dentro.

Il fondamentale lavoro dell’Ipcc documenta che la temperatura media globale del pianeta nel decennio 2011-2020 è stata di 1,09°C superiore a quella del periodo 1850-1900, un picco arrivato a valle di numerosi quanto preoccupanti record: nel 2019 le concentrazioni atmosferiche di CO2 sono state le più alte degli ultimi 2 milioni di anni e quelle degli altri principali gas serra (metano e biossido di azoto) le più elevate degli ultimi 800.000 anni. Negli ultimi cinquant’anni, la temperatura della Terra è cresciuta a una velocità che non ha uguali rispetto agli ultimi duemila e l’aumento medio del livello del mare è cresciuto a una velocità mai vista negli ultimi tremila, arrivando a +20 cm rispetto al 1901. In ogni scenario esplorato dagli scienziati Ipcc, la temperatura media globale aumenterà almeno fino a metà secolo e, di questo passo, la soglia del +1.5°C verrà raggiunta entro il 2040. Nello scenario migliore, quello con azzeramento delle emissioni climalteranti nette entro il 2050, si potrebbe ancora contenere l’aumento delle temperature entro i +2°C.

Il Rapporto dell’Ipcc Working Group 1 dal titolo “Climate Change 2021: The Physical Science” è stato approvato il 6 agosto scorso da 195 governi membri dell’organizzazione al termine di una sessione iniziata il 26 luglio. Si tratta della prima parte del Sesto Rapporto di Valutazione (Ar6) dell’Ipcc, il cui ciclo è iniziato nel 2017 e il cui ultimo atto sarà il Synthesis Report, previsto per settembre 2022. Questo rapporto, come gli altri, è un lavoro davvero imponente al quale hanno prestato le proprie conoscenze e il proprio tempo – in maniera non retribuita, è sempre bene ricordarlo – 234 scienziati di 66 Paesi.

È davvero opera improvvida cercare di sintetizzare un lavoro cosi ampio e complesso in poche righe (si può consultare il Focal point Ipcc per l’Italia allo scopo). Tuttavia, possiamo azzardarci a riassumere le questioni fondamentali in questi punti:

La scienza è chiara e il rapporto provvede a seppellire definitivamente ogni forma di riduzionismo e/o negazionismo. Le emissioni antropogeniche di gas a effetto serra sono responsabili del cambiamento climatico. L’evidenza scientifica è provata ogni oltre ragionevole dubbio e, secondo il Ministro Cingolani, “c’è un peggioramento di tutti i parametri più pericolosi”.

Rispetto al precedente rapporto (Ar5) pubblicato nel 2013-14, molti dati e misurazioni sono diventati più precisi. Tra l’altro si ha adesso un’idea più chiara, date le emissioni cumulative di gas-serra prodotte dalla seconda metà del XIX secolo a oggi, di quanto vale il cosiddetto carbon budget: per avere una probabilità del 50 per cento di restare entro un riscaldamento di +1.5°C “possiamo” emettere solo 500 miliardi di tonnellate di CO2 aggiuntive. Il che significa 15 anni di emissioni industriali al ritmo attuale. E ciò implica – appunto – emissioni nette zero entro il 2050.

I paesi industrializzati (Ocse per semplicità) in forma maggiore o minore hanno tutti abbracciato l’idea di ridurre le emissioni fino ad arrivare addirittura alla neutralità climatica entro il 2050.

I paesi non-Ocse – e qui l’elenco di paesi in via di sviluppo, ma soprattutto emergenti, come l’india, è molto lungo – pur riconoscendo l’importanza del problema e pur comprendendo appieno la pericolosità delle azioni in atto, non sono in grado o non intendono frenare in alcun modo uno sviluppo economico che ai loro occhi appare ancora la priorità assoluta. Secondo uno dei principali quotidiani di quell’enorme paese, il Ministro dell’ambiente indiano ha dichiarato che “raggiungere lo zero netto da solo non è sufficiente, perché sono le emissioni cumulative fino allo zero netto che determinano la temperatura raggiunta. Ciò è stato ampiamente confermato nel rapporto dell’Ipcc, che rivendica la posizione dell’India secondo cui “le emissioni cumulative storiche sono la fonte della crisi climatica che il mondo deve affrontare oggi”. E di queste emissioni storiche sono responsabili i paesi sviluppati.

Se la scienza è la condizione necessaria, la politica è quella sufficiente. La prima da tempo suona l’allarme, la seconda è lenta se non lentissima a muoversi. L’azione dell’Unione europea dimostra tuttavia che, se esiste la volontà politica, è possibile ottenere dei risultati. E dimostra anche che va sfatata l’idea che ridurre le emissioni significa sacrificare lo sviluppo: dal 1990, le emissioni si sono ridotte del 23 per cento a fronte di una crescita del Pil del 60 per cento.

Tutto bene dunque? No. Perché l’Ue non è sufficiente, contando solo per il 9 per cento delle emissioni di gas-serra. Si leggono già gli allarmi di quanto potrebbe essere squilibrata e dannosa per la sua economia e la competitività un’azione europea unilaterale al taglio delle emissioni. Le difficoltà del coinvolgimento dei principali emettitori nella lotta decisa al clima, secondo quanto indicato dalla scienza, e la lentezza della politica, i cui tempi non sono certo quelli della scienza, puntano il dito in una direzione chiara: la necessità di adattarsi.

Anche se non avrà la stessa eco di questo primo pezzo della storia, l’adattamento è al centro del secondo pezzo del lavoro dell’Ipcc. Il Rapporto del Working Group II intitolato “Impacts, Adaptation and Vulnerability” sarà pubblicato a febbraio 2022 e indicherà in maniera inequivoca come non si possa attendere di correre ai ripari, proprio perché già vediamo le prime avvisaglie dei cambiamenti climatici e ne constatiamo i danni. Non basteranno perciò le politiche di mitigazione che riducano a zero le emissioni (nette). Che siano anch’esse assolutamente necessarie ce lo confermerà la pubblicazione prevista per marzo 2022 della terza parte del rapporto Ipcc a cura del Working Group III, appunto intitolato “Mitigation of Climate Change. Diventa purtuttavia urgente evitare o attenuare le conseguenze delle ondate di calore, dell’aumento del livello dei mari, delle alluvioni, degli incendi. Perché tutto questo, anche in un mondo di emissioni nette nulle, non verrà meno per molto, molto tempo.

La nostra impressione – se non previsione – è che, da una parte, l’adattamento ai cambiamenti del clima sarà sempre più al centro dell’azione politica e che, dall’altra, le soluzioni naturali e le tecnologie per la rimozione dei gas-serra dall’atmosfera (il cosiddetto Carbon Dioxide Removal) diventeranno gli strumenti di mitigazione su cui verterà sempre più il dibattito politico internazionale. Come si dice: stay tuned.

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