Economia. Irpef: prove di riforma strutturale

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Vignetta di Cecco

 

Tratto da lavoce.info

DI MASSIMO BORDIGNON, professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l’università Cattolica di Milano

Il governo ha deciso di destinare 8 miliardi per anticipare un modulo della riforma fiscale. Le due proposte in campo si concentrano sull’Irpef. Entrambe razionalizzano almeno in parte il sistema. Sarebbe invece meglio posticipare l’intervento sull’Irap.

Manovra e legge delega sul fisco

Le anticipazioni sull’accordo raggiunto tra le forze politiche di maggioranza su una proposta di riforma del fisco hanno scatenato l’usuale ridda di commenti contrastanti. Il “chi ci guadagna quanto” ha dominato la discussione sui media, con organizzazioni imprenditoriali e sindacali per una volta singolarmente unite nelle critiche, seppure per motivi opposti. Ma si è discusso poco di altri possibili vantaggi della proposta, nonché dei suoi limiti. Proviamo a vederli.

A ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato una proposta di legge delega di riforma del sistema tributario italiano, attualmente all’esame del parlamento. Successivamente, in sede di preparazione della manovra di bilancio per il 2022, il governo ha deciso di investire 8 miliardi in un primo modulo della riforma, così da anticiparne una parte degli effetti al prossimo anno, invece di attendere approvazione e decreti attuativi della delega. Naturalmente, siccome l’intervento è concepito come una prima fase della delega fiscale, deve rispettarne principi e obiettivi.

E l’obiettivo principale è l’alleggerimento del peso fiscale sui fattori produttivi, in particolare sul lavoro, e ancora più in particolare sul lavoro dipendente, molto più colpito dal fisco in quanto molto meno evaso o eroso di altri redditi. Vale la pena ricordare che la tassazione sul lavoro in Italia (comprensiva dei contributi) è tra le più alte in Europa, 6 punti in più della media, e che, secondo le stime ufficiali, i redditi da lavoro autonomo sono evasi per il 68 per cento del totale, tanto che i redditi da lavoro dipendente (e assimilati, cioè i trattamenti pensionistici), che costituiscono solo il 55 per cento circa di tutti i redditi sulla base delle stime, rappresentano viceversa l’84 per cento della base imponibile dell’Irpef e generano l’81 per cento del gettito.

Un secondo obiettivo importante è la revisione della struttura delle aliquote marginali e medie effettive dell’Irpef, la principale imposta sul lavoro, per evitare gli attuali preoccupanti “salti” presenti in diversi punti della distribuzione dei redditi.

Il punto merita qualche precisazione ulteriore, perché è stato del tutto ignorato nel dibattito sulla stampa e nella comunicazione politica. Per ragioni discutibili, a un certo punto della nostra storia tributaria si è deciso di ridurre drasticamente il numero di scaglioni dell’Irpef (ora solo cinque, da un minino del 23 per cento a un massimo del 43 per cento), recuperando un percorso più graduale di progressività tramite l’introduzione di una serie di detrazioni all’imposta decrescenti nel reddito e differenziate per tipologia (autonomo, dipendente e pensionistico). Questa scelta ha però avuto l’effetto di rendere poco trasparente il sistema, visto che così le aliquote legali di imposta corrispondenti ai vari scaglioni non dicono molto su quanto effettivamente un contribuente deve al fisco per ogni euro in più guadagnato.

Come se non bastasse, si è poi aggiunto (dal 2014) il “bonus Irpef”, ossia un trasferimento monetario a vantaggio dei lavoratori dipendenti, indicizzato al reddito lordo e anch’esso decrescente nel reddito. Oltre a rendere ancora più complesso e meno trasparente il sistema, per il gioco di aliquote legali crescenti e detrazioni/trasferimenti decrescenti, il “bonus Irpef” ha generato veri e propri salti nelle aliquote marginali effettive, soprattutto a bassi livelli di reddito. La sua revisione decisa per il 2020 ha ridotto in parte il problema, ma non l’ha risolto del tutto.

Un esempio può aiutare a capire meglio. Sulla base del sistema attuale, se un lavoratore dipendente che guadagna tra i 35 mila e i 40 mila euro (lordi) l’anno riesce a strappare 1.000 euro di retribuzione lorda (al netto dei contributi) in più dal datore di lavoro, deve in realtà trasferirne 610 al fisco. Questo non è solo ovviamente eccessivo, con gli immaginabili effetti in termini di disincentivo all’offerta di lavoro, ma è pure iniquo, visto che un lavoratore più ricco, per esempio uno che ne guadagna 60 mila (lordi) che riuscisse a ottenere lo stesso incremento, ne verserebbe solo 410 al fisco.

La proposta del governo

Questi problemi spiegano la decisione presa dal governo di concentrare la maggior parte delle risorse a disposizione su una riforma dell’Irpef. Anzi, una delle scelte ancora possibili è quella di utilizzare tutti gli 8 miliardi in questa direzione, anche se la stampa ora riporta come più probabile una suddivisione 7+1, cioè 7 miliardi sull’Irpef e 1 miliardo sull’Irap pagata dai contribuenti persone fisiche (essenzialmente lavoratori autonomi). Da quanto anticipato sui giornali, entrambe le proposte sull’Irpef si basano su una revisione delle aliquote degli scaglioni e di un incremento delle detrazioni per le tre tipologie di reddito, in modo da offrire vantaggi a tutte le categorie, nel contempo, però, riassorbendo il bonus Irpef nella nuova detrazione ampliata per lavoratori dipendenti.

Nella versione da 8 miliardi, gli interventi su scaglioni e detrazioni riuscirebbero a eliminare del tutto i salti nelle aliquote, con un’aliquota marginale effettiva costante per tutti i redditi da lavoro dipendente sopra i 28 mila euro.

La proposta da 7 miliardi ha a disposizione un miliardo in meno, ma riesce ancora a ridurre fortemente i salti, seppure con un’aliquota marginale effettiva che rimane più elevata per un ampio gruppo di contribuenti nelle fasce centrali di reddito.

In entrambi i casi, per costruzione, non ci sono “perdenti”; il trattamento integrativo da bonus viene mantenuto per i redditi da lavoro dipendente al di sotto dei 15 mila euro, ed è comunque prevista una “clausola di compensazione” per i pochi casi (in termini percentuali) in cui l’accresciuta detrazione non copra del tutto l’eliminazione del bonus integrativo. Come già riportato dalla stampa, in entrambe le versioni della riforma, la maggior parte dei vantaggi si concentra nella fascia tra i 28 mila e i 50 mila euro, dove si colloca circa il 33 per cento dei lavoratori dipendenti, con guadagni che oscillano tra i 140 e gli 840 euro l’anno.

Nella fascia tra i 15 mila e i 28 mila euro i guadagni sono in media inferiori, attorno ai 130-150 euro l’anno, ma andrebbe osservato che questi lavoratori, tramite l’accresciuta detrazione, mantengono anche i vantaggi ora garantiti dal bonus, pari a 1.200 euro all’anno.

Le critiche

Alla luce di queste osservazioni, alcune critiche paiono poco giustificate. Sulle caratteristiche distributive si è già detto. Vale forse la pena di osservare che mentre nessuno ci perde, in entrambe le versioni della riforma, i maggiori guadagni, per circa il 95 per cento del totale, vanno a vantaggio di lavoratori dipendenti e pensionati, un elemento desiderabile alla luce delle considerazioni prima ricordate.

Per quanto riguarda le parti sociali, un altro modo di calcolare i possibili vantaggi della riforma è chiedersi quanto i sindacati dovrebbero ottenere, e gli imprenditori sborsare, per attribuire ai lavoratori gli stessi euro netti ora garantiti della riforma. Siccome su ogni euro lordo concesso dagli imprenditori è necessario pagare i contributi sociali (a un’aliquota del 33 per cento) e su quello che resta i lavoratori devono poi versare la loro aliquota marginale effettiva Irpef, la cifra è ovviamente molto superiore. Per esempio, nella fascia ora più avvantaggiata dalla riforma (perché più svantaggiata prima), cioè quella tra i 35 mila e i 40 mila euro, è facile calcolare che per mettere in tasca ai lavoratori gli stessi 845 euro netti annui garantiti dalla riforma, con il sistema attuale un imprenditore dovrebbe sborsare 3.250 euro.

Le critiche casomai dovrebbero andare in altra direzione. Per esempio, non appare ragionevole “sprecare” in questa fase un miliardo di euro per un intervento sull’Irap. La legge delega prevede un graduale superamento del tributo, ma vista la dimensione delle cifre in gioco (circa 14 miliardi di euro) sarebbe meglio un intervento comprensivo sul sistema tributario per trovare le risorse alternative, piuttosto che uno sconto limitato solo ad alcune categorie di contribuenti Irap, oltretutto suscitando anche qualche preoccupazione di tipo giuridico.

Un’ultima considerazione, che rappresenta anche il limite principale delle due proposte sull’Irpef. Se hanno almeno il merito di ridurre un po’ il peso del fisco sui contribuenti e rimettere a posto il sistema delle aliquote marginali e medie effettive, si tratta solo del primo e nemmeno del principale degli interventi necessari. Come più volte ricordato su questo sito, il problema principale dell’Irpef è rappresentato dalla presenza di numerosi meccanismi agevolativi che ne hanno ridotto drasticamente la base imponibile, sottraendo i redditi relativi dall’imposta. Una razionalizzazione e revisione di questi meccanismi, così come previsto dalla legge delega, consentirebbe una riduzione molto più marcata del carico fiscale sui contribuenti, con un’ulteriore riduzione delle aliquote.

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