Economia. Immigrazione: perché parlarne in termini economici

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Vignetta di Cecco

 

Tratto da lavoce.info

 

DI ENRICO DI PASQUALE, ricercatore della Fondazione Leone Moressa
E CHIARA TRONCHIN, ricercatrice della Fondazione Leone Moressa

Un calcolo “economicistico” dei costi e dei benefici dell’immigrazione rischia di oscurare aspetti etici fondamentali. Ma è anche normale che l’opinione pubblica si chieda se il fenomeno è un peso per le casse dello stato. I risultati di un rapporto.

Il rapporto annuale

Nel dibattito sull’immigrazione trovano generalmente spazio paure, più o meno fondate, sulla presunta competizione tra autoctoni e stranieri su alcuni “beni comuni” quali il lavoro, i servizi di welfare, la sicurezza, la qualità della vita.

Un calcolo meramente “economicistico” dei “costi” e dei “benefici” rischia di tralasciare aspetti etici fondamentali. Tuttavia, è normale che l’opinione pubblica voglia capire se l’immigrazione è davvero un peso per le casse dello Stato.

Da anni la Fondazione Leone Moressa (fino al 2019 grazie al prezioso aiuto di Andrea Stuppini) mette a confronto le tasse pagate dagli stranieri e le quote di welfare di cui essi beneficiano. Qui riportiamo i risultati di questa stima, approfonditi nel Rapporto annuale che verrà presentato il prossimo 15 ottobre alla Camera dei deputati.

La stima “costi/benefici”

Il risultato del calcolo, frutto ovviamente di scelte metodologiche arbitrarie (ma sempre motivate), deriva da diversi fattori, tra cui:

la struttura demografica della popolazione straniera, mediamente più giovane di quella italiana e quindi con una quota molto bassa di persone “a carico” del sistema di welfare;
la composizione della spesa pubblica italiana, fortemente indirizzata verso la popolazione anziana (pensioni e sanità in particolare);
scelte politiche e situazioni contingenti, come la pressione sul sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, legata al trend degli sbarchi nel Mediterraneo.
I redditi degli stranieri

Analizzando le dichiarazioni dei redditi 2020 (anno d’imposta 2019), emerge che i contribuenti nati all’estero sono 4,2 milioni (oltre un decimo del totale); se si elimina la componente con cittadinanza italiana, la platea si riduce a 2,3 milioni di contribuenti stranieri (la stima è effettuata rapportando i contribuenti agli occupati per ciascuna nazionalità).

Ad essi si possono ricondurre 30,3 miliardi di euro di redditi dichiarati e 4 miliardi di Irpef versata, che arriva a 4,4 miliardi se aggiungiamo le addizionali comunali e regionali.

Anche l’Iva rappresenta una fonte di entrata. Nonostante i potenziali consumatori stranieri siano oltre 5 milioni (8,5 per cento della popolazione), bisogna considerare la concentrazione nelle fasce meno abbienti. Si può quindi stimare un’incidenza pari a circa il 3 per cento dell’Iva totale, per un valore di 3,4 miliardi di euro.

Vanno poi aggiunti altri 5,4 miliardi tra tasse sui permessi di soggiorno e sulle domande di cittadinanza, sui consumi locali e su auto, carburanti e lotterie.

E vanno considerati 15 miliardi di contributi previdenziali e sociali. Benché non siano vere e proprie tasse (alcuni li considerano un “debito pensionistico”), riteniamo corretto inserirli nel calcolo dell’impatto fiscale annuo, perché contribuiscono a sostenere la spesa previdenziale dello stesso anno (sistema “a ripartizione”).

La spesa pubblica

Per la spesa pubblica, si calcola la quota di beneficiari stranieri per le principali voci (sanità, scuola, giustizia). Questo metodo, cosiddetto dei “costi medi”, in realtà non tiene conto che la spesa pubblica non aumenta proporzionalmente all’aumentare dei beneficiari. Ne è un chiaro esempio la scuola, il cui budget annuo non è mai cresciuto proporzionalmente all’ingresso di nuovi alunni stranieri. Tuttavia, il calcolo per “costi medi” rimane il più immediato e facilmente comprensibile: continuando con l’esempio della scuola, se gli alunni stranieri sono il 10 per cento del totale, si calcolerà il 10 per cento della spesa pubblica destinata all’istruzione.

Bisogna poi aggiungere la voce “immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti”, che nella legge di bilancio 2019 ammonta a 3,4 miliardi, e la spesa per assistenza e previdenza, stimata in 8 miliardi (in questo caso è netto il divario con i contributi versati dagli stranieri).

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Bilancio e sfide future

Tirando le somme, per l’anno d’imposta 2019 sono calcolati 28,1 miliardi di entrate e 27,5 miliardi di uscite, con un saldo positivo pari a 600 milioni di euro. Dal grafico si capisce come il saldo positivo sia dovuto sostanzialmente alla componente previdenziale, ovvero alla bassa incidenza degli immigrati tra i beneficiari di pensione.

Tuttavia, osservando l’evoluzione dell’immigrazione negli ultimi anni si possono osservare alcune tendenze significative.

Meno ingressi per lavoro e più ricongiungimenti: negli ultimi dieci anni sono diminuiti complessivamente gli ingressi di stranieri extracomunitari, specie quelli con permesso di soggiorno per lavoro. In assenza di ingressi per lavoro, la tendenza è quella di un aumento della spesa, perché aumentano soprattutto le categorie fuori dal mercato del lavoro, come minori e “ricongiunti”.
Spesa per accoglienza: i lunghi tempi nella valutazione delle richieste d’asilo fanno sì che i migranti rimangano nel sistema di accoglienza mediamente più di due anni. Pertanto, nonostante il calo degli sbarchi sia cominciato nella seconda metà del 2017, la pressione sui centri di accoglienza diminuisce molto lentamente.
Effetto Covid: l’ultimo aspetto, ma non meno importante, è l’effetto della pandemia. Nel 2020, il tasso di occupazione è diminuito di 3,7 punti tra gli stranieri e di 0,6 punti tra gli autoctoni e, per la prima volta, il dato degli stranieri (57,3 per cento) è sceso al di sotto di quello degli italiani (58,2 per cento). La causa principale è data dall’alto numero di immigrati inquadrati con contratti precari, non protetti dal blocco dei licenziamenti. Questo può avere, a sua volta, ripercussioni sui consumi e sui redditi (e quindi sulle entrate pubbliche), nonché sulla spesa pubblica (in particolare la componente assistenziale).
Andrebbe poi considerato l’effetto della “sanatoria” 2020, che potenzialmente potrebbe aumentare la platea di contribuenti. Tuttavia, la procedura ha subito forti ritardi, per cui non si è registrato ancora un effetto tangibile (e in ogni caso si tratterebbe di circa 200 mila beneficiari).

Sarà importante tenere conto di questi aspetti nella programmazione delle politiche migratorie e di integrazione dei prossimi anni, anche alla luce dei fondi europei destinati alla ripresa (Piano nazionale di ripresa e resilienza). La prima impressione è che l’immigrazione non sia tra le priorità del Piano, dato che non si fa nessun accenno né alle politiche migratorie né a quelle per l’integrazione. Tuttavia, affinché la ripresa possa essere sostenibile e inclusiva, è necessario valutare anche gli effetti sulla componente straniera.

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