Economia. Dietro il risparmio degli italiani c’è la paura del futuro*

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Dietro il risparmio degli italiani c’è la paura del futuro*

DI VALERIO ERCOLANI, economista nel Dipartimento di Economia e Statistica della Banca d’Italia
ELISA GUGLIELMINETTI, economista presso il Dipartimento di Economia e Statistica della Banca d’Italia
E CONCETTA RONDINELLI, economista senior presso il Dipartimento di Economia e Statistica della Banca d’Italia

 

La pandemia ha determinato un forte aumento del risparmio delle famiglie italiane. Chi poteva permetterselo ha risparmiato, anche per fronteggiare eventi inattesi. Acuita da incertezze sanitarie ed economiche, l’attitudine potrebbe persistere nel tempo.

La dinamica del risparmio durante la crisi

A seguito della pandemia di Covid-19, i risparmi delle famiglie sono aumentati, soprattutto nelle economie avanzate. In Italia il tasso di risparmio è salito sui livelli più alti degli ultimi vent’anni. Nell’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane (di seguito Isf), condotta dalla Banca d’Italia, il 39 per cento delle famiglie intervistate tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2021 ha dichiarato di aver accumulato risparmi nel 2020, una percentuale di quasi 10 punti superiore rispetto a prima della pandemia.

Diversi fattori potrebbero aver contribuito al fenomeno, fra cui un rafforzamento dell’atteggiamento precauzionale e una riduzione dei consumi determinata dalla paura del contagio e dalle restrizioni imposte dal governo.

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L’incertezza sanitaria ed economica rafforza i motivi precauzionali

Nella prospettiva di una progressiva uscita dall’emergenza sanitaria, anche grazie ai positivi sviluppi della campagna vaccinale, sorge l’interrogativo di come evolveranno risparmio e consumo, sia nel breve sia nel medio periodo (vedi, tra gli altri, Bilbie et al., 2021 e Romei, 2021).

In Italia, i dati della Isf suggeriscono che alcune famiglie potrebbero mantenere un atteggiamento prudente di fronte all’incertezza sulla situazione sanitaria ed economica. Un terzo delle famiglie intervistate tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo riteneva che la pandemia attuale durerà almeno fino al 2023; e, in media, attribuivano una probabilità di circa il 50 per cento alla possibilità di sperimentarne un’altra nei prossimi dieci anni, un valore elevato se confrontato con l’evidenza storica. L’85 per cento delle famiglie dichiarava che questa valutazione era stata condizionata dal verificarsi dall’epidemia di Covid-19: senza quest’ultima è presumibile che i timori per una nuova pandemia non sarebbero stati così rilevanti. Infine, un quarto delle famiglie riportava peggioramento della propria situazione finanziaria a seguito della pandemia e una quota analoga appariva incerta riguardo alle proprie prospettive lavorative.

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È plausibile che tutti questi fattori incidano sul risparmio che le famiglie desidererebbero accumulare per proteggersi da eventi inattesi, quali la perdita del lavoro o una malattia. La figura 2 mostra che, in media, il risparmio precauzionale desiderato è significativamente più alto per coloro che pensano che l’emergenza sanitaria durerà ancora a lungo e per coloro che ritengono molto probabile che si verifichi una nuova pandemia nei prossimi dieci anni. Anche l’incertezza lavorativa e le difficoltà economiche contribuiscono a innalzare il risparmio precauzionale desiderato.

Fonte: nostri calcoli sulla quarta edizione dell’Isf (febbraio-marzo 2021). Il livello desiderato di risparmio precauzionale è diviso per la scala di equivalenza dell’Ocse, che attribuisce un coefficiente pari a 1 al primo adulto della famiglia, 0,5 agli altri membri che hanno almeno 14 anni di età e 0,3 a quelli con meno di 14 anni.
Nota:*p<0.1, **p<0.05, ***p<0.01. Gli asterischi denotano la significatività del test of di uguaglianza delle medie fra due gruppi per ciascuna delle domande dell’indagine riportate sull’asse delle x.
Tuttavia, bisogna distinguere tra il risparmio precauzionale desiderato e il risparmio che le famiglie hanno effettivamente accumulato nel 2020: c’è un legame fra di essi? Per rispondere alla domanda si può stimare una regressione del risparmio, ispirata a Mody et al.(2012). Il risparmio viene messo in relazione alle sue potenziali determinanti, quali le misure di reddito e di ricchezza, il risparmio precauzionale desiderato e altri fattori legati alla pandemia (per i dettagli, si veda Ercolani et al., 2021). I risultati mostrano che la probabilità di aver risparmiato nel 2020 è più alta per coloro che dichiarano un risparmio precauzionale desiderato più elevato e per coloro che hanno paura del contagio, mentre è più bassa per le famiglie che versano in difficoltà finanziarie. La dinamica appare quindi guidata da due forze contrastanti. Da un lato, c’è un gruppo di famiglie – quelle in difficoltà finanziaria – che avrebbero voluto accumulare risparmio (precauzionale) ma non hanno avuto le risorse per farlo. Dall’altro, i motivi precauzionali avrebbero indotto a risparmiare di più coloro che potevano permetterselo. Entrambi i comportamenti avrebbero contribuito alla drastica riduzione dei consumi osservata nel 2020 (Guglielminetti e Rondinelli, 2021).

La pandemia ha rafforzato l’atteggiamento precauzionale delle famiglie anche influenzando le loro percezioni, ad esempio quelle relative al rischio di una nuova epidemia. Anche quando l’emergenza sanitaria sarà superata, queste paure del futuro potrebbero rimanere come “cicatrici” della crisi, rallentando il decumulo dei risparmi messi da parte nel 2020 e quindi la ripresa dei consumi. Secondo l’Isf la quota di famiglie che si attendono di risparmiare nel 2021 è di circa il 45 per cento, 6 punti percentuali in più rispetto alla percentuale di quelle che hanno effettivamente risparmiato nel 2020. Nel contesto attuale, politiche volte a ridurre il rischio sanitario ed economico effettivo e percepito, migliorando la qualità del servizio sanitario (vedi Ercolani, 2020 e 2021) e attenuando l’incertezza lavorativa, potrebbero favorire la ripresa dei consumi e, di conseguenza, la crescita.

*Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire agli autori e non investono la responsabilità della Banca d’Italia e dell’Eurosistema. L’articolo propone una versione sintetica dell’intervento apparso su VoxEU.

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