Economia. Dati sul Covid: possiamo fidarci dei paesi autoritari?

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Tratto da lavoce.info

di Giorgio Brosio,

Riccardo Pelosi

e Roberto Zanola

I dati sull’evolversi della pandemia possono rivelarsi un potente strumento di propaganda politica. Una analisi su paesi democratici e autoritari sembra indicare una differenza sistematica nella diffusione dell’informazione tra i diversi tipi di regimi.

Il Covid e l’informazione

Il Covid-19 è probabilmente il primo e unico caso al mondo in cui l’informazione su un grande evento che concerne tutti – appunto, l’evoluzione della pandemia – è accessibile in tempo reale in qualsiasi nazione, dal Nord al Sud del mondo. A partire da questa informazione, i cittadini possono valutare i rischi di contagio e l’operato del proprio governo nel contenerne la diffusione e fare confronti.

Al tempo stesso, l’informazione rappresenta un potente strumento nelle mani dei politici, che possono utilizzarla in modo strumentale. Ad esempio, un numero basso di contagi e di decessi da Covid-19 può essere usato per vantare la buona azione del governo.

Vi è quindi un forte incentivo per politici e governi a controllare e manipolare l’informazione sulla pandemia. È quanto tipicamente possiamo aspettarci soprattutto dai governi autocratici, mentre il sistema di pesi e contrappesi tipico delle democrazie dovrebbe garantirne la trasparenza. Ma è proprio così? Nel caso del Covid-19 i dati sanitari che abbiamo riflettono in qualche misura i regimi che li diffondono?

L’analisi

Per rispondere al quesito abbiamo utilizzato i dati su contagiati e deceduti in 150 paesi (fonte: OurWorldInData) dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020. Li abbiamo riclassificati secondo quattro differenti regimi utilizzando la definizione del Democracy Index pubblicato dall’Economist: democrazie piene (come Finlandia, Svezia, Germania), democrazie parziali (come Brasile, India, Italia), regimi ibridi (come Marocco, Pakistan, Turchia) e autocrazie (come Iran, Egitto, Cina). Il grafico 1 presenta l’evoluzione del numero di contagiati giornalieri per milione di abitanti nei diversi regimi politici.

Emerge netta la polarizzazione tra democrazie (siano esse piene o imperfette) e regimi autocratici, con un alto numero di contagi nelle prime e uno basso nei secondi. Dal momento che la diffusione del virus non è confinata geograficamente, i dati suggeriscono differenze tra regimi. A onore del vero, non sappiamo se le differenze siano imputabili a un numero inadeguato di tamponi, a contesti socio-sanitari diversi o a una manipolazione sistematica nella comunicazione. L’enorme disparità di valori fa però sorgere il dubbio che vi siano differenze nel modo in cui l’informazione è veicolata.

Il numero di contagiati dipende dal numero di tamponi effettuati, un valore che può essere facilmente controllato dai governi senza richiedere necessariamente una manipolazione diretta dell’informazione. La registrazione dei decessi come provocati dal Covid risponde a una scelta precisa dei governi, che ne fissano i criteri, e dunque, in ultima istanza, è uno strumento di controllo diretto dei governi sull’informazione. Il grafico 2 riporta i decessi giornalieri per milione di abitanti.

Ecco, dunque, la pistola fumante che cercavamo, la prova che regimi autoritari forniscono informazioni “addomesticate”. Ma è proprio così? In realtà, esiste un’altra spiegazione. È infatti possibile che i dati siano corretti, segnalando una maggiore capacità dei paesi autoritari a imporre stringenti misure di contenimento, efficaci nel controllare gli effetti della pandemia.

Questa lettura sembrerebbe confermata dall’analisi del Government Stringency Index, un indice pubblicato dall’Università di Oxford che registra le misure complessive di contenimento delle libertà individuali adottate dai governi per limitare la diffusione del virus, da cui emergerebbe, a prima vista, come misure più stringenti siano state adottate negli stati autocratici.

Più facile introdurre il lockdown?

Ma uno sguardo più attento ai dati ci consegna una narrazione diversa. Il grafico 3 mostra le tempistiche dell’introduzione del lockdown nei diversi regimi, calcolate come giorni di ritardo rispetto alla registrazione del primo caso di Covid in ciascun paese, riportando sull’asse delle ordinate la percentuale di paesi che non risulta aver introdotto un lockdown. Benché le democrazie piene sembrino mostrare un tendenziale ritardo relativamente alle altre tipologie di regimi, la differenza tra regimi autoritari e democrazie imperfette è minima. Per esempio, in corrispondenza del centesimo giorno dalla registrazione del primo contagio, il 25 per cento circa dei paesi appartenenti ai regimi autoritari e alle democrazie imperfette non risulta aver imposto un lockdown, mentre per i paesi appartenenti ai regimi ibridi e alle democrazie piene la quota si attesta rispettivamente sul 34 per cento e sul 45 per cento. Inoltre, tutti i paesi del nostro campione finiscono per imporre il lockdown indipendentemente dalla tipologia di regime.

 

Qual è il quadro che i dati ci consegnano? Nonostante la natura prevalentemente descrittiva della nostra analisi, gli elementi emersi sembrano indicare una differenza sistematica nella diffusione dell’informazione tra le diverse tipologie di regimi. Benché i governi autoritari impongano più facilmente limitazioni delle libertà personali associate a una riduzione dei contagi e dei decessi da Covid, anche le democrazie hanno introdotto misure fortemente restrittive; sembra perciò improbabile che questa componente, da sola, possa fornire una spiegazione sufficiente alle enormi divergenze negli andamenti di contagi e decessi da Covid-19.

Facciamo un’ultima verifica. Guardando ai dati è possibile, infatti, che le autocrazie non mentano, nonostante le enormi differenze con le democrazie. È possibile, cioè, che pochi contagi siano la ragione di poche morti, oppure che bassi numeri di morti confermino i bassi contagi. Meglio scindere i due fenomeni, calcolando l’incidenza delle morti sul numero di contagiati.

Appare qui un trend molto interessante. Dopo mesi di enormi discrepanze fra regimi autocratici a bassa incidenza e democratici ad alta incidenza, le linee si avvicinano fino a sovrapporsi. Come interpretarlo? Spinte dalla pressione internazionale e interna le autocrazie finiscono per dire il vero? Oppure è l’evoluzione – o meglio la diffusione – della pandemia in tutti i paesi che conduce a tassi di mortalità similari? Le bugie hanno le gambe corte?

La questione, forse, resta aperta, ma preoccupa il fatto che i regimi autocratici possano usare gli strumenti di diffusione dell’informazione creati nelle democrazie per veicolare informazioni non veritiere che potrebbero mettere in cattiva luce il funzionamento delle democrazie stesse.

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