Economia. Con il Covid-19 gli italiani cambiano mestiere?

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Vignetta di Cecco

Tratto da lavoce.info

DI FRANCESCO ARMILLEI, assistente di ricerca presso il Suntory and Toyota International Centres for Economics and Related Disciplines (STICERD) della London School of Economics e socio del think-tank Tortuga

La riallocazione dei lavoratori causata dal Covid-19 potrebbe non essere solo relativa al settore di lavoro, ma anche alla loro professione. Per capire se gli italiani stanno cambiando mestiere a causa della pandemia è utile guardare ai dati delle Comunicazioni Obbligatorie.

Settori e professioni

Una delle parole chiave del dibattito in materia di economia del lavoro nel mondo post-Covid-19 è “riallocazione”: l’idea ovvero che la crisi porti ad uno spostamento permanente dei lavoratori da alcuni settori ad altri. Ne abbiamo già parlato, dati e grafici alla mano, qualche settimana fa qui su lavoce. Proviamo ora a porci una domanda leggermente diversa, ovvero: oltre che tra settori, abbiamo di fronte anche una riallocazione tra professioni? In altre parole, con il Covid-19 gli italiani stanno cambiando mestiere? La distinzione tra settore e professione è molto importante quando si tratta di descrivere le caratteristiche di un determinato posto di lavoro: il settore dipende dal bene o servizio erogato dalla azienda presso cui il lavoratore si trova, la professione invece dipende dalle mansioni che svolge. Una dipendente di un’azienda agricola sarà catalogata nel settore primario, sia che si occupi della contabilità dell’azienda sia che si occupi di curare direttamente i campi. Un segretario, invece, sarà invece catalogato nella professione dei segretari, sia che lavori per un’azienda agricola sia che lavori per una società di consulenza. A priori, si può immaginare che il Covid-19 abbia reso alcune professioni più o meno appetibili (la maggior parte di quelle che richiedono un contatto diretto con altri individui) ed altre invece molto più richieste (come quelle relative alle tecnologie informative). Per questo motivo è opportuno monitorare la riallocazione del mercato del lavoro anche dal punto di vista delle professioni.

Chi guadagna, chi perde

Il primo dato su cui riflettere è quali sono le professioni “in ascesa” e quali quelle “in declino”. Per farlo utilizziamo, in continuità con il precedente contributo, i dati relativi ad un campione delle Comunicazioni Obbligatori fornito per motivi di ricerca dal Ministero del Lavoro. Calcoliamo quindi la variazione tra il 2019 e il 2020 nel numero di attivazioni per ciascuna professione: la tabella 1 mostra le migliori e peggiori 5 professioni nei due semestri dell’anno. Anche a fronte di un crollo complessivo del numero di attivazioni nel primo semestre (passate da 3,3 milioni a 2,4 milioni), aumenta significativamente il numero di specialisti della salute assunti, insieme a personale domestico e altre professioni sanitarie. A pagare il maggior prezzo sono invece i lavoratori qualificati in strutture ricettive e di ristorazione, così come gli operai e gli artigiani specializzati. Nel secondo semestre il quadro risulta molto simile, con una forte crescita di professioni sanitarie e un calo a cui si aggiungo le professioni del commercio e delle attività artistiche.

L’indice di riallocazione

Per capire meglio se i lavoratori italiani stiano effettivamente cambiando mestiere durante la pandemia, costruiamo un indice di riallocazione tra le professioni molto semplice: confrontiamo la professione di ogni attivazione contrattuale con quella del contratto precedente disponibile per lo stesso lavoratore e, se le due differiscono, classifichiamo il lavoratore come riallocato. Calcoliamo poi la percentuale di attivazioni riallocate per ciascun mese. Il grafico in figura 1 riassume il risultato di questo esercizio. In maniera analoga a quanto osservato per i settori, l’indice di riallocazione è stabile tra il 2018 e il 2019, mentre presenta un incremento sostanziale in coincidenza delle tre ondate di Covid-19 sperimentate in Italia: marzo-aprile 2020, ottobre-dicembre 2020 e febbraio-marzo 2021. In questi periodi la percentuale di lavoratori neo-assunti la cui professione differiva da quella precedete è salita di 5-7 punti percentuali rispetto agli anni passati.

Quali mestieri cambiano

L’ultima domanda da porsi in questa sede è: se i lavoratori si stanno riallocando, da dove a dove stanno andando? Per rispondere a questa domanda non è sufficiente guardare i dati aggregati della tabella 1, che ci dicono a livello macroscopico quali professioni sono in crescita e quali in calo ma non ci dicono a chi stanno “rubando” lavoratori le prime e a chi stanno “cedendo” lavoratori le seconde. Per fare ciò torniamo ai dati delle Comunicazione Obbligatorie e mettiamo in relazione la professione di ciascuna attivazione contrattuale con quello del precedente contratto disponibile per lo stesso lavoratore, in modo da calcolare una matrice di transizione tra professioni. Lo facciamo per il 2019 e il 2020 e visualizziamo i dati nei grafici della Figura 2: ogni segmento sulla sinistra corrisponde alle professioni di partenza di ogni lavoratore, mentre i segmenti sulla destra le professioni di arrivo e ogni collegamento tra segmenti quantifica il flusso di lavoratori da una professione all’altra.

Osservando i dati si osservano due netti trend. Primo, nel 2020, rispetto al 2019, aumentano i flussi in entrata nelle professioni non qualificate di chi era precedentemente tra gli artigiani e operai specializzati, conduttori di impianti, di chi aveva professioni esecutive nel lavoro d’ufficio e professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi: c’è quindi una sorta di riallocazione al ribasso, da professioni più a professioni meno qualificate. Secondo, calano i flussi verso le professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (in coerenza anche con quanto visto per l’analisi dei settori), specialmente di imprenditori e alta dirigenza, di chi aveva professioni esecutive nel lavoro d’ufficio e professioni tecniche, che invece prima fluivano in maniera sostanziosa.

Dobbiamo ancora capire molto

Mentre la fase più acuta della crisi pandemica sembra essere alle spalle, occorre chiedersi se i fenomeni economici osservati in questo anno e mezzo di Covid-19 siano destinati a lasciare una impronta permanente nel mercato del lavoro del nostro paese oppure se si sia trattato solo di eventi dagli effetti temporanei. Per quanto riguarda la riallocazione dei lavoratori tra professioni, di cui si è parlato in questo articolo, rimane ancora molto da capire: ad una prima analisi, i cambiamenti nei flussi sembrano essere legati in maniera netta alle ondate della pandemia e alle restrizioni imposte dal governo. I dati relativi al 2021 ci aiuteranno, una volta disponibili, ad avere un quadro più chiaro. Ma la sfida interpretativa degli eventi sociali ed economici rimane aperta, così come la conseguente costruzione di politiche pubbliche in grado di accompagnare i cambiamenti garantendo maggiori livelli di benessere.

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