Economia. Assegno unico per i figli: qualche dubbio sull’equità

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Vignetta di Cecco

 

Tratto da lavoce.info

DI FRANCESCO FIGARI, docente di Scienza delle Finanze presso l’Università degli Studi dell’Insubria

E CARLO FIORIO, docente di Scienza delle Finanze presso l’Università di Milano

L’assegno unico per i figli partirà a marzo 2022. È una razionalizzazione del supporto pubblico alle famiglie con figli. Ma rimangono alcune criticità. In particolare, suscita dubbi la scelta di garantire il contributo anche a chi non presenta l’Isee.

Arriva l’assegno unico e universale

Con l’approvazione del decreto legislativo da parte del Consiglio dei ministri del 18/11/2021 è stato istituito l’assegno unico e universale (Auu), in attuazione della delega conferita al governo ai sensi della legge 46 del 1° aprile 2021.

Come più volte analizzato su lavoce.info si tratta di un atto significativo verso la razionalizzazione nel supporto pubblico alle famiglie con figli in Italia, fino a oggi destinatarie di misure poco generose, disomogenee e categoriali. Tuttavia, a un esame preliminare del decreto legislativo, permangono alcune criticità evidenziate nei mesi passati.

Da marzo 2022, l’assegno andrà a beneficio dei figli minorenni o fino al compimento del 21° anno se impegnati in attività scolastica, professionale o lavorativa con un reddito inferiore a 8 mila euro l’anno oppure se disoccupati e in cerca di lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per i figli con disabilità.

Il valore massimo e costante dell’assegno sarà di 175 euro al mese per ciascun figlio per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro, fascia in cui si colloca il 50 per cento dei nuclei famigliari con figli. Per i figli dal terzo in poi l’ammontare è pari a 260 euro. Sopra i 15 mila euro di Isee il valore spettante per ogni famiglia diminuisce al crescere della condizione economica. Maggiorazioni fisse sono previste per i figli disabili (da 100 a 50 euro a seconda del livello di disabilità e dell’età), per le madri under 21 (20 euro), per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano (30 euro a scalare, ma solo per Isee fino a 25 mila). Oltre i 15mila euro di Isee l’importo scende gradualmente fino a 50 euro a figlio per un’Isee pari o superiore a 40 mila euro. Chi avrà un’Isee superiore a 40 mila euro l’anno o chi deciderà di non presentarlo riceverà la quota universale riconosciuta a tutti (50 euro al mese a figlio). Dai 18 ai 21 anni di età la cifra è dimezzata. Le famiglie con più di quattro figli beneficeranno di 1.200 l’anno, un forfait che di fatto corrisponde all’attuale detrazione Irpef per famiglie di questo tipo.

Il reale vantaggio in termini economici deve tuttavia essere valutato rispetto alla situazione esistente, in quanto l’assegno sostituisce una pluralità di strumenti oggi presenti: le detrazioni Irpef per figli a carico (che permangono per i figli a carico di età superiore ai 21 anni), la detrazione Irpef per famiglie con più di quattro figli, l’assegno al nucleo familiare, l’assegno per il nucleo familiare con tre figli minori, il bonus bebè\assegno natalità e il bonus mamma domani. Ai percettori del reddito di cittadinanza, l’assegno unico e universale è corrisposto automaticamente sottraendo la quota del reddito di cittadinanza corrispondente ai figli minori.

Prime valutazioni

In attesa di conoscere il testo del decreto legislativo che dovrà passare al vaglio delle Commissioni parlamentari, si evidenziano alcune criticità.

Rispetto alle bozze circolate nei mesi scorsi, il governo ha voluto introdurre una componente a tutti gli effetti universale e non selettiva, con un trasferimento minimo (50 euro al mese) a ogni figlio, riconoscendo un diritto individuale, indipendentemente dalla condizione economica della famiglia. L’universalità dell’assegno unico va quindi accolta come un grande e positivo cambiamento rispetto alla situazione attuale, laddove la detrazione Irpef non dipende dalla categoria del contribuente (lavoratore dipendente o autonomo), ma non viene versata agli incapienti e decresce al crescere del reddito dichiarato fino ad azzerarsi, mentre l’assegno al nucleo familiare è riservato a lavoratori dipendenti e pensionati che lo finanziano versando i contributi alla Cuaf (cassa unica assegni familiari). L’introduzione di una quota fissa a prescindere dal reddito della famiglia è positiva, perché migliora l’efficienza del sistema e aumenta l’equità (orizzontale) complessiva. Averlo fatto a costo complessivo costante, ossia senza destinare ulteriori risorse rispetto ai 6-7 miliardi aggiuntivi previsti inizialmente, tuttavia, è un togliere ai bisognosi per dare a chi di bisogno ne ha molto meno, con un costo non indifferente in termini di distribuzione delle risorse. Robin Hood al contrario, una misura chiaramente regressiva.

La distribuzione delle risorse messe a disposizione e la valutazione di chi ci guadagnerà effettivamente non è immediata né ovvia. Rimandiamo a un futuro approfondimento la quantificazione degli effetti distributivi. Oggi, il sostegno alla famiglia attraverso l’Irpef è nullo per i contribuenti incapienti (ossia chi non ha sufficiente imposta lorda per scontare le agevolazioni fiscali previste), quello che passa per l’assegno al nucleo familiare è nullo per gli autonomi (dal momento che è finanziato con la Cuaf). Tuttavia, la generosità dell’assegno, soprattutto per le fasce più deboli, viene limitata rispetto alle previsioni iniziali perché, a parità di risorse stanziate, almeno un miliardo di euro è destinato alle famiglie con Isee superiore ai 40 mila euro all’anno o che non lo presentano. Oggi un lavoratore dipendente con un figlio a carico e a basso reddito percepisce detrazioni e Anf per un ammontare superiore ai 200 euro al mese, che salgono di altri 20 euro se il figlio ha meno di tre anni (in virtù della maggiorazione delle detrazioni) e di altri 80 euro se il figlio ha meno di un anno e quindi percepisce il bonus bebè. Il confronto è ancora più penalizzante se si considera il secondo semestre 2021 quando il governo ha introdotto il trasferimento ponte per i soggetti che non avevano diritto agli Anf e la maggiorazione degli Anf che ha garantito ai dipendenti ulteriori 37,5 euro a figlio.

Rimane anche aperta la questione del (parziale) finanziamento dell’assegno unico e universale. Oggi i lavoratori dipendenti, tramite il datore di lavoro, sono soggetti a un’aliquota contributiva dello 0,68 per cento per finanziare la Cuaf. In aggregato si tratta di un contributo di circa 3 miliardi di euro all’anno che grava solo sui dipendenti e che, oltre a incidere in modo significativo sul costo del lavoro, risulta anacronistico e iniquo se l’assegno diventa universale; come tale, dovrebbe essere a carico della fiscalità generale e non finanziato solo da alcuni beneficiari.

Clausola di salvaguardia e presentazione Isee

Due questioni fondamentali minano la reale spinta riformista della misura.

Di fronte al rischio che i dipendenti a medio e basso reddito possano rimetterci rispetto alla situazione attuale, il decreto legislativo introduce una clausola di salvaguardia che prevede una compensazione in automatico per almeno tre anni. Nei dettagli si dovrà capire se la clausola di salvaguardia riguarderà la situazione previgente a inizio 2021 o considererà anche la maggiorazione degli Anf introdotta a partire da luglio di quest’anno. Introdurre la clausola di salvaguardia denota tuttavia il timore di non riuscire a bilanciare lo scontento di chi ci perderebbe con la soddisfazione di chi ci guadagnerebbe, oltre a esser un metodo per rimandare di qualche anno decisioni scomode.

Inoltre, prevedere la possibilità che anche chi non presenta dichiarazione Isee possa ottenere l’assegno ci lascia molto perplessi. L’utilizzo dell’Isee, per quanto non esente da criticità, permette di valutare le risorse di una famiglia nella sua interezza, tenendo conto della consistenza del patrimonio e non solo dei redditi che, quando non dichiarati da un sostituto di imposta, potrebbero essere in tutto o in parte evasi. L’universalità dell’assegno può essere garantita chiedendo a tutti i percettori la dichiarazione Isee e garantendo l’importo minimo al di sopra di una certa soglia: con un minimo impegno richiesto alle famiglie (l’Isee è disponibile per l’autocompilazione online e richiede pochi minuti) si garantirebbe una maggiore equità, lasciando la libertà a chi lo preferisce di non dichiarare il proprio reddito e il proprio patrimonio attraverso l’Isee, ma al costo di non ricevere risorse che sarebbero meglio spese a vantaggio di chi ne ha più bisogno.

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