Economia. America first, anche nei vaccini

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Tratto da lavoce.info

di Andrea Boitani, insegna Macroeconomia ed Economia Monetaria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
e Rony Hamaui, professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Due paesi liberali come Usa e Gran Bretagna attuano politiche protezioniste sui vaccini. L’Europa invece si è affidata ai principi del libero scambio e al rispetto dei contratti. Intanto, non decolla il progetto Covax. Ma nessuno si salva da solo.

Il protezionismo vaccinale

A fine marzo la Cina è stata il maggior produttore mondiale di vaccini Covid-19 con oltre 230 milioni di dosi, seguita dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’India con rispettivamente 190, 141 e 131 milioni. Più distante l’Inghilterra con 21 milioni di dosi fabbricate. Non si hanno invece informazioni precise sulla produzione russa dello Sputnik V.

Quello che appare tuttavia più sorprendente è che mentre la Cina, l’Europa e l’India hanno esportato circa la metà della loro produzione (per la precisione il 50, 43 e 42 per cento), gli Stati Uniti hanno inviato solo 30 milioni di dosi in Canada e neppure una fiala è uscita dall’Inghilterra, che invece ne ha importate qualche milione.

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Così gli stati con una più forte tradizione liberista, che diedero i natali ad Adam Smith, David Ricardo e Milton Friedman, hanno anteposto gli interessi nazionali e si sono dimostrati decisamente mercantilisti. In questo ambito, poi, l’America di Joe Biden non sembra molto diversa da quella trumpiana nel seguire il principio “America first”. Tuttavia, in guerra un simile comportamento può trovare validi sostenitori anche nelle file più progressiste. In ogni modo, il protezionismo anglosassone sta raccogliendo non solo ottimi risultati economico-sanitari, ma anche ampi consensi politici. Tutto ciò ha convinto l’India di Narendra Modi a seguirne l’esempio e a interrompere le esportazioni, fino a quando il tasso di contagio nel paese non si ridurrà.

Diverso è il discorso per Cina e Russia, che hanno fatto della vendita dei vaccini all’estero un importante strumento politico e di propaganda in molti paesi emergenti. I vaccini anti-Covid sviluppati dai laboratori cinesi Sinopharm e Sinovac e russi Gamaleya, anche se non hanno avuto l’autorizzazione delle autorità competenti dei paesi avanzati, sono praticamente gli unici disponibili in molti paesi sud-americani, asiatici, e africani.

La fragilità dell’Europa

In questo contesto l’Europa appare debole, incerta, apaticamente legata ai principi del libero scambio e al rispetto dei contratti. Mentre la Commissione europea si è legata le mani con le case produttrici utilizzando il principio del “best effort”, gli inglesi hanno imposto vincoli ben più stringenti. Anche l’accordo raggiunto con la Gran Bretagna dal presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen non va al di là del principio della reciprocità. Ancora una volta, le contrapposizioni fra paesi più interventisti, quali l’Italia di Mario Draghi e quelli più liberisti, che temono ritorsioni sulla supply-chain, hanno di fatto finora impedito sia il blocco delle esportazioni sia una vera strategia di cooperazione con alcuni paesi “amici”. Più di recente la Francia ha dichiarato di essere pronta a produrre “sul suo territorio” 250 milioni di vaccini Moderna, Pfizer e Johnson e nella stessa direzione si sta muovendo, anche se con maggior ritardo, l’Italia. Tuttavia, non è chiaro se tali dosi saranno messe a fattor comune o riservate ai diversi stati produttori, con spirito del tutto revanscista.

I finanziamenti alla ricerca

Le marcate differenze tra Unione europea e Stati Uniti in termini di commercio dei vaccini trovano interessanti analogie se si guarda ai finanziamenti pubblici alla ricerca. Solo a giugno 2020 la UE ha infatti deciso di contribuire al finanziamento allo sviluppo dei vaccini, attraverso i cosiddetti accordi di acquisto anticipato (advance purchase agreements), pari a un’ampia ma imprecisata quota dei 2,7 miliardi di euro dell’Emergency Support Instrument, creato per fronteggiare la pandemia in modo coordinato. Un modo tardivo per trasferire dall’industria farmaceutica alle autorità pubbliche parte dei rischi inevitabilmente connessi a questi processi di sviluppo che possono sempre risolversi in insuccessi. Per la verità, non sappiamo quali cifre siano state poi effettivamente spese dalla Commissione per gli acquisti anticipati. Sappiamo, invece, che il governo tedesco e la Banca europea degli investimenti hanno finanziato, rispettivamente con 445 e 100 milioni, lo sviluppo del vaccino Pfizer-Biontech.

Molto diversa la situazione sul fronte americano. Bisogna riconoscere all’amministrazione Trump, nonostante i numerosi proclami negazionisti, la decisione di finanziare in maniera risoluta la ricerca sin dai primi stadi: facendo le somme di quanto è noto, si arriva ad acquisti anticipati e altri finanziamenti pari a oltre 5,72 miliardi di dollari, vale a dire circa il doppio del massimo teoricamente spendibile dalla Ue. Di nuovo, il paese teoricamente più liberista non ha esitato a fare quanto rientra nella sua tradizione: spendere tantissimi soldi pubblici per la ricerca. Recentemente è stato il multimiliardario Bill Gates (non una “pericolosa estremista” come Mariana Mazzucato) a dire che così è sempre stato negli Usa e così deve continuare a essere. E per fortuna è uno che di innovazione se ne intende. Allora, non è forse un caso che gli Usa detengano tre dei quattro brevetti sui vaccini oggi ammessi nei paesi occidentali e che il quarto sia in mano britanniche.

Una goccia nel mare

Due parole, infine, sul pool di acquisti Covax (Covid Vaccine Global Access) creato nel giugno 2020 con l’obiettivo di garantire ai paesi più poveri l’accesso ai vaccini e guidato dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) assieme al Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) e il Gavi (una partnership di soggetti pubblici e privati impegnati a tutela della salute dei bambini). Finora, Covax è riuscito a distribuire 33 milioni di dosi in molti paesi poveri grazie ai soldi raccolti: 2,5 miliardi dagli Usa, 2 dall’Ue, 1 dalla fondazione Bill Gates, 750 milioni dal Regno Unito, 0,5 dalla Germania e così via. Una goccia nel mare se confrontata alla popolazione mondiale e soprattutto se si considera che un conto è avere i denari e un altro i vaccini. Insomma, siamo ancora molto lontani da un mondo in cui siano tutti convinti che “nessuno è al sicuro, finché non lo siamo tutti”.

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