Draghi, una proposta che non si può rifiutare

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di Carlo Clericetti, già direttore di Affari & Finanza di Repubblica

(pubblicato su Repubblica.it il 4 feb 2021)

Il suo arrivo può essere giudicato da qualcuno una grande occasione, da qualcun altro come l’essere stati presi in ostaggio. Ma il risultato non cambia: rifiutarlo significherebbe esporsi alla speculazione e all’ostilità europea e si andrebbe alle elezioni perdendo il treno del Recovery Fund e senza nessuna garanzia che il dopo sarà meglio. Determinanti i 5S: se non capiranno che con Draghi si può trattare – se non si chiede la luna – perderanno un’occasione storica

Mai sorpresa fu tanto poco sorprendente quanto la chiamata di Draghi al salvataggio della patria, visto che il suo nome veniva evocato – e da alcuni invocato – fin da dopo le ultime elezioni. E alla fine Draghi è arrivato, accolto da un balzo della Borsa e da un calo dello spread di 8 punti base tutti d’un colpo. E già questo è un motivo sufficiente per dire che quella di Draghi è “una proposta che non si può rifiutare”: il suo nome è una garanzia per i mercati, e anche di più è una garanzia per i leader europei più importanti, da Merkel a Macron. E’ una garanzia perché, da presidente della Bce, ha dimostrato una grande abilità politica – altro che tecnico! – per far passare le sue decisioni offrendo contropartite che hanno convinto chi era indispensabile convincere. Una per tutte, la più importante: l’ormai mitico whatever it takes ha avuto l’avallo di Merkel – contro il parere del presidente della Bundesbank Jens Weidmann – perché gli eventuali aiuti agli Stati in difficoltà, dei quali non c’è stato poi bisogno, avrebbero dovuto essere intermediato dal Mes, organismo tecnocratico a guida tedesca, che avrebbe imposto le sue condizioni. Ciò che è necessario nel modo in cui è possibile, insomma. Ed è una garanzia per i mercati perché – al contrario degli uomini della Bundesbank e dei loro sodali di altri paesi – parla la loro lingua e ne capisce i meccanismi.

Se il Parlamento italiano rifiutasse Draghi si scatenerebbe un disastro, paragonabile all’annuncio di voler uscire dall’euro. Ed è certo una cosa che il paese non può Mattarella e Draghi permettersi. Il suo arrivo può essere giudicato da qualcuno una grande occasione, da qualcun altro come l’essere stati presi in ostaggio. Ma il risultato non cambia: rifiutarlo semplicemente non si può. Permettendo il suo governo l’Italia potrà godere del “dividendo Draghi”. Se invece fosse bocciato non resterebbe che un altro “governo del presidente” per portare il paese alle elezioni a giugno, con un “buco” di almeno cinque mesi che ci farebbe perdere il treno del Recovery Fund e ci farebbe diventare un bersaglio tanto da parte degli altri paesi europei che della speculazione finanziaria. Senza contare che il risultato delle elezioni sarebbe tutt’altro che scontato, né sarebbe scontato che, dopo, si riuscirebbe senza difficoltà ad avere un nuovo governo in tempi brevi, sorretto da una solida maggioranza e qualitativamente adeguato al compito. Per evitare questo scenario i 5S sono determinanti. Ma da molte dichiarazioni di suoi esponenti sembra che non sia loro chiara la situazione.

Ma Draghi è di destra o di sinistra? Nonostante che molti dichiarino da anni che si tratta di concetti obsoleti, almeno per quanto riguarda l’economia c’è un discrimine netto tra l’uno e l’altro orientamento. Chi ha il coraggio di affermare che la flat tax è neutrale da questo punto di vista? O che lo è la teoria dello “sgocciolamento”, secondo la quale aumentare la ricchezza di chi è già ricco farebbe migliorare anche la situazione dei più svantaggiati? Via, queste affermazione lasciamole a chi è confuso o in malafede.

Draghi di sinistra non è. Ma neanche può essere assimilato alla destra degli ultimi decenni. E’ un liberale, ma non un neo-liberista. Non apprezza le disuguaglianze eccessive, non si è mai fatto alfiere delle parole d’ordine che tanto piacciono alla destra attuale, è certo più vicino a Keynes che a Friedman. Soprattutto, è un pragmatico. Adatta la sua linea ai rapporti di forza che giudica prevalenti, non va alla guerra se pensa che la perderebbe e se ritiene che qualcosa sia irrinunciabile cerca un compromesso che la renda accettabile, come con Merkel per il whatever it takes.

Per questo non è indifferente quale maggioranza si formerà per appoggiarlo. Ogni cosa si può fare in vari modi, e una maggioranza in cui prevalesse l’orientamento progressista influenzerebbe in quel senso la sua azioni di governo. Il Pd ha già detto che aderirà all’appello del capo dello Stato, ma il suo peso parlamentare è limitato. Le destre al massimo potrebbero arrivare all’astensione, tranne forse Forza Italia. Ma è determinante la forza più consistente del Parlamento, cioè i 5S. Se non capiranno che con Draghi si può trattare – se non si chiede la luna – perderanno un’occasione storica, probabilmente l’ultima così importante che si offra al loro partito (?). Invece di incartarsi in bizantine discussioni su un governo tecnico o politico, come se fosse determinante se i ministri saranno politici o scelti fuori dal Parlamento, è l’ora di guardare al sodo, cioè a che cosa si farà e come lo si farà: su questo i partiti avranno un peso, chiunque siano i ministri. I 5S possono scegliere di mettersi in gioco oppure ritirarsi su un incomprensibile Aventino, rinunciando a far pendere la bilancia, ogni volta che si può, dalla parte giusta. Nel prossimo Parlamento conteranno molto meno.

Per concludere due parole su Renzi, il rottamatore di qualsiasi cosa compreso – per fortuna – se stesso. Dall’andamento delle precedenti consultazioni è apparso evidente che Renzi avesse già deciso di non arrivare a nessun accordo. Il suo obiettivo era far cadere il governo, sicuro che comunque non si sarebbe andati alle elezioni. E’ assai dubbio che puntasse a far arrivare Draghi: lo aveva detto, ma abbiamo ormai numerose prove che ciò che dice è quasi sempre strumentale a qualcuno dei suoi ambigui disegni per obiettivi personali. Anche per questo l’appoggio compatto dei 5S a Draghi sarebbe importante: quasi certamente renderebbe Italia Viva del tutto irrilevante, contribuendo alla sua definitiva e auspicabile scomparsa.

PS: una curiosità. Il giorno dopo l’uscita di questo articolo il Financial Times ha pubblicato un editoriale con lo stesso titolo.

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