Cattolica. La questione Dalmazia è ancora aperta…

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Gianfranco Vanzini

 

di Gianfranco Vanzini

 

Mia moglie Gigliola è nata a Fiume (oggi Rijeka – Croazia)  e nel 1948 è arrivata a Cattolica partendo da Fiume su un carretto tirato a mano da un suo zio.

Essendo profuga fiumana è abbonata ad una rivista periodica che si chiama “La voce di Fiume”  redatta e gestita dai profughi Giuliani, Dalmati  e Fiumani che, dopo avere  subito tutti il triste destino dell’esodo, mantengono  vivi i loro rapporti e i loro ricordi comuni.

Nell’ultimo numero  di settembre-ottobre 2021 un articolo ha richiamato la mia attenzione in  quanto stigmatizza il pessimo intervento del professor Montanari, appena nominato rettore dell’università di Siena, a proposito delle foibe. Non sto a riportare le cattiverie e le stupidaggini che il professor Montanari ha detto, mi limito invece a  riprendere per amore di verità quello che scrive Franco Papetti, su La voce di Fiume” a proposito delle foibe, per dare una informazione supplementare e veritiera a chi non ha ancora le idee chiare e che  potrebbe  essere interessato  a leggere  come si sono svolti  veramente i fatti, raccontati da chi li ha vissuti sulla propria pelle..

Cito testualmente: “ Pensavamo che con la legge istitutiva della Giornata del ricordo si fosse finalmente sanata una ferita che  dopo 70 anni era ancora aperta, riconoscendo  finalmente, la tragedia delle foibe e l’esodo successivo che aveva colpito i Giuliano dalmati e fatto diventare parte della storia nazionale italiana la tragedia del nostro popolo. Purtroppo la nostra damnatio memoriae continua. Montanari volendo cancellare il giorno del ricordo vuole ridurre le foibe ad episodi senza valore, non degni di essere ricordati e l’esodo come un incidente di percorso. Purtroppo ancora oggi le foibe, invece di essere ricordate per la morte di tanti innocenti italiani, e sottolineo innocenti, sono oggetto di scontro e discussione.

Basterebbe leggere il libro della direttrice de  La voce di Fiume  Rosanna Turcinovic: “Tutto ciò che vidi, parla Maria Pasquinelli 1943-1945 fosse comuni, foibe, mare”, per rendersene conto e parlare con un po’ più di rispetto e di discernimento. Il ricordo delle foibe è ancora purtroppo materia di discussione politica per distinguere i buoni dai cattivi. Nessuno dice che le foibe furono una tragedia, per la maggior parte in tempo di pace, quando la guerra era finita, come dice anche la Commissione Italo Slovena che dichiara:” Le foibe furono un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali e potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista e della annessione al nuovo stato jugoslavo.

L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri dei partigiani comunisti.”  

Non voglio aggiungere altro a queste parole che possono già essere esaustive pronunciate dal premier sloveno Janez Jansa  che ha dichiarato che i morti del regime comunista jugoslavo furono oltre 500.000 a guerra finita. E l’unico scopo era di consolidare il regime comunista che stava nascendo creando uno stato totalitario nel terrore, cosa che dilagò in tutta l’Europa dell’est.

Risulta stucchevole la discussione sul numero delle famiglie delle vittime infoibate che ancora oggi viene posto in evidenza come se il numero fosse una scusante, pochi morti poca importanza, un incidente di percorso,  trascurando sia il periodo durante il quale la tragedia ebbe luogo sia la motivazione politica. Non regge nemmeno la scusa che le vittime furono la reazione popolare alle pur condannabili stragi e angherie, sempre ammesse e riconosciute, che l’esercito italiano fece durante l’invasione della Jugoslavia in quanto  una  tragedia non può giustificarne un’altra. Sono ambedue epifenomeni parimenti condannabili.

In questo scontro al calor bianco tra estrema sinistra e estrema destra una cosa salta subito all’occhio per noi in particolare. Ma la gente, gli esuli dove sono?

I più di 300.000 Giuliani che abbandonarono l’Istria, Fiume, Zara  dopo la seconda guerra mondiale? Nessuno ne parla, nessuno li cita, praticamente non esistono. Noi abbiamo ancora inciso a fuoco sulla nostra pelle il significato della parola profugo: il dover abbandonare tutto, il dover ricominciare una vita praticamente dal nulla in ogni parte del mondo, lontano dalla nostra lingua, lontano dai nostri cari, lontano dai nostri morti. La nostra educazione e laboriosità ci ha nello stesso tempo premiati e fatto soffrire fino allo smarrimento, per terre perdute; eppure mai una protesta e mai un atto inconsulto, solo dignità seppure  tra le lacrime. Perché?”

A questa domanda rispondo io, avendone conosciuto  parecchie. Perchè erano e sono persone per bene, che avevano solo un grande amore per l’Italia.

Un solo esempio fra i  tanti. Mia suocera (Iolanda Sisvald) lavorava al Comune di Fiume all’Ufficio Anagrafe, non era né fascista né terrorista, era solo una madre di famiglia italiana. A occupazione avvenuta, il suo nuovo capo ufficio le ha chiesto:” Lei conosce il croato?” Ovviamente, essendo italiana, la risposta è stata negativa  e da un giorno all’altro si è trovata senza lavoro. Solo perché era italiana. Figlia di quell’Italia alla quale voleva bene, ma che, purtroppo, non ha capito né lei né le migliaia di suoi concittadini che hanno subito la stessa sorte, e, quel che è più triste, è che  molti di quelli che sapevano non hanno  voluto capire e hanno taciuto per 70 anni.

E dopo 70 anni, dopo i riconoscimenti, sia pure tardivi, sia dell’Italia che della Slovenia ancora qualcuno ha  la spudoratezza di negare l’evidenza dei fatti. VERGOGNA!  Una persona simile (Montanari) non è degna di sedere sulla cattedra  di una università Italiana.

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