1

Coronavirus, curarli anche col medico di famiglia come in Piemonte…

Gianfranco Vanzini

 

di Gianfranco Vanzini

Ho letto con attenzione la relazione dell’assessore Donini. Ma non mi è chiaro se siamo ancora fermi alla “vigile attesa” o se i nostri medici di famiglia possono/devono curare i loro pazienti secondo scienza e coscienza. La Regione Piemonte ha aggiornato il protocollo applicando la sentenza del Tar, l’Emilia-Romagna ha fatto altrettanto? Grazie se qualcuno risponde.




Economia. Nuvole inflazionistiche all’orizzonte

 

Tratto da lavocve.info

di Tommaso Monacelli, professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano, e Fellow di IGIER Bocconi e del CEPR di Londra

Negli Usa politica fiscale e monetaria sono allineate per favorire una ripresa inflazionistica e stimolare investimenti e consumi. Ma a lungo termine ciò significa tassi di interesse più alti in tutto il mondo. E la Bce dovrà affrontare un dilemma.

Il legame deficit-inflazione

Con l’approvazione del gigantesco piano di stimolo fiscale negli Stati Uniti (pari a circa il 9 per cento del Pil) il dibattito economico torna a focalizzarsi sul rischio di una rapida crescita dell’inflazione e di un rialzo dei tassi di interesse mondiali. Le aspettative di inflazione negli Usa hanno già raggiunto il livello più alto degli ultimi dieci anni.

Esiste un legame tra (maggior) deficit fiscale e inflazione? L’evidenza empirica su questo punto è in realtà molto debole. Il Giappone, ad esempio, è considerato un caso scuola: anni di incremento sostanziale del deficit, ma effetti apparentemente nulli sull’ inflazione. Come si conciliano dunque i timori sulla ripresa inflazionistica americana con quanto accade da più di venti anni in Giappone?

Uno dei motivi per cui, in generale, il legame tra deficit e inflazione è incerto è che dipende in modo decisivo dalle aspettative sul comportamento futuro della politica economica stessa. Il ruolo delle aspettative, seppur cruciale, è quasi sempre ignorato nel dibattito su inflazione e politiche monetarie-fiscali.

Maggior deficit oggi può generare maggiore o minore inflazione oggi, a seconda di che cosa gli agenti economici (imprese e famiglie) si aspettano riguardo alla politica monetaria-fiscale futura. Ad esempio: di fronte a maggior deficit fiscale oggi, gli agenti potrebbero aspettarsi che il governo-banca centrale non abbia altra scelta in futuro che stampare moneta per finanziarlo (invece di aumentare le tasse). In tal caso, maggior deficit oggi si associa a maggiore inflazione oggi, perché gli agenti si aspettano maggiore espansione monetaria in futuro (l’inflazione è una variabile che dipende fortemente dalle aspettative). Questo è il quadro tipico in un contesto in cui la banca centrale non è indipendente dal potere politico.

In alternativa, di fronte a maggior deficit oggi, gli agenti possono invece aspettarsi che il governo farà ricorso a una maggiore tassazione futura per finanziarlo. Quindi maggior deficit oggi è associato a minore inflazione oggi, perché gli agenti si aspettano una contrazione economica in futuro dovuta alle più alte tasse.

Un possibile motivo per cui la (presunta) monetizzazione del deficit in Giappone non è associata a una espansione dell’inflazione è che gli agenti si aspettano prima o poi un forte aumento delle tasse future (per finanziare il deficit crescente). Lo spazio per un incremento della pressione fiscale in Giappone è ancora molto ampio, a differenza, ad esempio, dell’Italia. Questo rende il debito giapponese sostenibile, almeno per ora. Ma le aspettative di maggiore tassazione futura frenano domanda e consumi. Infatti, l’economia giapponese da due decenni non si risveglia.

Il nuovo regime della Fed

Negli Usa sia la politica fiscale che monetaria sono allineate per favorire una ripresa inflazionistica. Da un lato, lo stimolo fiscale dell’amministrazione Biden. Dall’altro, il nuovo regime di politica monetaria della Fed, cosiddetto di “average inflation targeting”. Con questo regime la Fed si impegna oggi a tollerare deviazioni future dell’inflazione al di sopra del target del 2 per cento, senza rialzare i tassi di interesse per evitarlo. L’obiettivo è proprio quello di stimolare oggi al rialzo le aspettative di inflazione (e quindi, a sua volta, l’inflazione corrente), compensando i periodi passati di inflazione considerata troppo bassa.

La figura 1 illustra il confronto tra due sentieri di rientro dal basso dell’inflazione al target del 2 per cento sotto due regimi diversi di politica monetaria: il regime di inflation targeting“tradizionale” e il nuovo regime di “average inflation targeting”.

Figura 1– Convergenza al target di inflazione del 2 per cento (linea orizzontale) lungo due diversi sentieri a seconda del regime di politica monetaria: (i) inflation targetingtradizionale e (ii) average inflation targeting

 

Nel caso di inflation targeting tradizionale, se l’inflazione si trova al di sotto del 2 per cento, viene guidata dalla banca centrale verso il target dal basso. Nel caso di average inflation targeting, invece, la banca centrale si impegna oggi a tollerare che l’inflazione futura ecceda l’obiettivo del 2 per cento per un certo periodo di tempo, riportandola in linea solo successivamente. Questo approccio, se credibile, serve a orientare al rialzo già oggi le aspettative inflazionistiche degli agenti.

Diversamente dai decenni scorsi, stimolare l’inflazione è considerata di per sé una politica espansiva, dato che le economie avanzate si trovano da anni al limite zero sui tassi di interesse nominali. Un aumento dell’inflazione (corrente e attesa) comprime i tassi di interesse reali,stimolando investimenti e consumi.

Ma la ripresa inflazionistica negli Usa, indotta dalla cooperazione espansiva tra politica fiscale e monetaria, vorrà senza dubbio dire, prima o poi, maggiori tassi di interesse mondiali. Un aspetto debole del nuovo regime monetario della Fed è l’incertezza su quanto a lungo la banca centrale Usa sarà disposta a tollerare deviazioni dell’inflazione in eccesso rispetto al target (si veda la linea tratteggiata nella figura 1). Ad un certo punto, la Fed non potrà evitare di spingere sul pedale del freno alzando i tassi di interesse per contenere un eccessivo rialzo dell’inflazione. Le aspettative degli agenti stanno già incorporando questo scenario: i tassi di interesse a lungo termine sui titoli di stato americani stanno crescendo costantemente da diversi mesi a questa parte (figura 2).

Gli anni recenti hanno convinto le banche centrali che combattere la deflazione è un mestiere molto più complesso del suo opposto, combattere l’inflazione. Un mondo capovolto rispetto agli anni Settanta. Nel primo caso il limite zero sui tassi di interesse pone un serio vincolo sulla capacità di azione della banca centrale, mentre nel secondo non esistono in teoria limiti al rialzo dei tassi per combattere l’inflazione (esistono ovviamente costi recessivi sull’economia reale).

 

I tassi di interesse a lungo termine sui titoli di stato americani sono un indicatore base dell’andamento di quelli mondiali. Ad un certo punto la pressione al rialzo dei tassi si eserciterà sulla Banca centrale europea, che si troverà di fronte a un dilemma diverso da quello fronteggiato dalla Fed: la crescita monstre del debito pubblico nei paesi del Sud dell’Eurozona (a cominciare dall’Italia), legata agli effetti della pandemia. Rialzare i tassi di interesse anche di pochi punti comporterà una forte pressione sul costo di finanziamento del debito per questi paesi. Il controllo della curva dei rendimenti sui titoli di stato, con un uso sapiente dei programmi di acquisto dei titoli (Qe e Pepp) diventerà perciò il nuovo campo di sfida per la Bce. Un campo, però, pericolosamente minato.




Provincia di Rimini. Coronavirus, 282 nuovi positivi (22.216 il totale). Terapia intensiva: 25. Decessi: nessuno

 

 

AGGIORNAMENTO DEL 10 MARZO 2021, ORE 12

 

Provincia di Rimini

Coronavirus, 282 nuovi positivi (22.216 il totale). Terapia intensiva: 25. Decessi: nessuno

 

Emilia-Romagna

Su oltre 41mila tamponi effettuati, 2.155 nuovi positivi, di cui 1.018 asintomatici. 1.020 i guariti. Vaccinazioni: 520mila dosi somministrate

Il 94,2% dei casi attivi è in isolamento a casa, senza sintomi o con sintomi lievi. L’età media nei nuovi positivi è 42,4 anni. 43 i decessi

Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, in Emilia-Romagna si sono registrati 287.136 casi di positività, 2.155 in più rispetto a ieri, su un totale di 41.414 tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore. La percentuale dei nuovi positivi sul numero di tamponi fatti da ieri è del 5,2%.

Continua intanto la campagna vaccinale anti-Covid, che in questa fase riguarda il personale della sanità e delle Cra, compresi i degenti delle residenze per anziani, in maggioranza già immunizzati, gli ultraottantenni in assistenza domiciliare e i loro coniugi, se di 80 o più anni, e le persone dagli 85 anni in su; proseguono le prenotazioni per quelle dagli 80 agli 84 anni, iniziate il 1^ marzo. Poi il personale scolastico e universitario e le forze dell’ordine.

Il conteggio progressivo delle somministrazioni effettuate si può seguire in tempo reale sul portale della Regione Emilia-Romagna dedicato all’argomento: https://salute.regione.emilia-romagna.it/vaccino-anti-covid, che indica anche quante sono le seconde dosi somministrate.

Alle ore 15 sono state somministrate complessivamente 519.796 dosi; sul totale, 164.509 sono seconde dosi, e cioè le persone che hanno completato il ciclo vaccinale.

Prosegue l’attività di controllo e prevenzione: dei nuovi contagiati, 1.018 sono asintomatici individuati nell’ambito delle attività di contact tracing e screening regionali. Complessivamente, tra i nuovi positivi 473 erano già in isolamento al momento dell’esecuzione del tampone, 725 sono stati individuati all’interno di focolai già noti.

L’età media dei nuovi positivi di oggi è 42,4 anni.

Sui 1.018 asintomatici, 560 sono stati individuati grazie all’attività di contact tracing, 50 attraverso i test per le categorie a rischio introdotti dalla Regione, 14 con gli screening sierologici, 21 tramite i test pre-ricovero. Per 373 casi è ancora in corso l’indagine epidemiologica.

La situazione dei contagi nelle province vede Bologna con 661 nuovi casi, poi Rimini (282), Reggio Emilia (272) e Ravenna (269); quindi Ferrara (141), Cesena (131), Forlì (123), Modena (104). Seguono le province di Parma (72), Piacenza (67) e Imola (33).

Questi i dati – accertati alle ore 12 di oggi sulla base delle richieste istituzionali – relativi all’andamento dell’epidemia in regione.

Nelle ultime 24 ore sono stati effettuati 23.316 tamponi molecolari, per un totale di 3.599.065. A questi si aggiungono anche 299 test sierologici e 18.098 tamponi rapidi.

Per quanto riguarda le persone complessivamente guarite, sono 1.020 in più rispetto a ieri e raggiungono quota 216.774.

I casi attivi, cioè i malati effettivi, a oggi sono 59.448 (+1.092 rispetto a ieri). Di questi, le persone in isolamento a casa, ovvero quelle con sintomi lievi che non richiedono cure ospedaliere o risultano prive di sintomi, sono complessivamente 56.021 (+1.013), il 94,2% del totale dei casi attivi.

Purtroppo, si registrano 43 nuovi decessi: 2 a Piacenza (due uomini, di 71 e 77 anni); 5 nella provincia di Parma (tre donne di 78, 84 e 89 anni e due uomini di 71 e 80 anni); 2 nella provincia di Reggio Emilia (una donna di 92 anni e un uomo di 68); 4 nella provincia di Modena (una donna di 89 anni e tre uomini di 80, 82 e 84 anni); 19 nella provincia di Bologna (8 donne: di 65, 84, 86 anni, due di 90, una di 93 e due di 95, di cui una residente a Imola; 11 uomini – di 47, 67, 74, 76, 78, 80 anni, due di 82, due di 86 e uno di 89 anni); 4 nella provincia di Ferrara(tutti uomini: di 54, 66, 80 e 91 anni); 4 in provincia di Ravenna (due donne di 84 e 97 anni; due uomini di 84 e 94 anni); 3 in provincia di Forlì-Cesena (due donne di 62 e 98 anni; un uomo di 90 anni). Nessun decesso nella provincia di Rimini.

In totale, dall’inizio dell’epidemia i decessi in regione sono stati 10.914.

I pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 333 (+26 rispetto a ieri), 3.094 quelli negli altri reparti Covid (+53).

Sul territorio, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono così distribuiti:10 a Piacenza (numero invariato rispetto a ieri), 19 a Parma (+1), 28 a Reggio Emilia (+3), 70 a Modena (+9), 90 a Bologna (+3), 33 a Imola (+5), 31 a Ferrara (invariato), 15 a Ravenna (+1), 4 a Forlì (invariato), 8 a Cesena (+1) e 25 a Rimini (+3).

Questi i casi di positività sul territorio dall’inizio dell’epidemia, che si riferiscono non alla provincia di residenza, ma a quella in cui è stata fatta la diagnosi: 20.620 a Piacenza (+67 rispetto a ieri, di cui 35 sintomatici), 19.401 a Parma (+72, di cui 46 sintomatici), 35.980 a Reggio Emilia (+272, di cui 113 sintomatici), 49.820 a Modena (+104, di cui 71 sintomatici), 60.736 a Bologna (+661, di cui 301 sintomatici), 10.228 casi a Imola (+33, di cui 16 sintomatici), 16.525 a Ferrara (+141, di cui 29 sintomatici), 21.881 a Ravenna (+269, di cui 174 sintomatici), 10.993 a Forlì (+123, di cui 96 sintomatici), 13.736 a Cesena (+131, di cui 99 sintomatici) e 27.216 a Rimini (+282, di cui 157 sintomatici).

Rispetto a quanto comunicato nei giorni scorsi, sono stati eliminati 40 casi, di cui 39 positivi a test antigenico ma non confermati dal tampone molecolare e 1 caso risultato non Covid-19.