Rimini. Dantedi, 1300 o 1301?

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Angelo Chiaretti
di Angelo Chiaretti*
Ognuno sa che il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, on. Dario Franceschini, ha fissato al 25 Marzo di ogni anno a venire la celebrazione della vita e delle opere di Dante Alighieri (Firenze1265-Ravenna1321).
Certamente il prossimo anno sarebbe stato più suggestivo per lanciare la decisione, in quanto nel 2021 ricorrerà il Settimo Centenario della morte del Poeta.
Il giorno ed il mese sono stati scelti in quanto indicativi del momento in cui Dante ha collocato  nella DOMENICA 25 MARZO l’inizio del suo straordinario viaggio da vivo nel regno dei morti, che sarebbe terminato SABATO 31 MARZO.
In particolare, la scelta del 25 Marzo per il cosiddetto “DANTEDI’” (denominazione non molto felice linguisticamente, anche se operata dall’Accademia della Crusca, massima istituzione in termini di italianistica) è stata fatta seguendo opportunamente il Calendario Fiorentino impostato ab Incarnazione Christi, allora vigente in Firenze, rispetto a quello tradizionale incentrato a Nativitate Christi.
Del resto, anche Giovanni Boccaccio nel suo Comento alla Comedia dice che Dante nella presente fantasia entrò il 25 di marzo.
Quanto all’anno di quel 25 Marzo, tutti gli studiosi (o quasi) sostengono essersi trattato del 1300 per una serie di motivi:
a) L’Incipit della Commedia, che recita “nel mezzo del cammin di nostra vita”, sembra riferirsi a quanto Dante nel Convivio (IV,XXXIII) sostiene circa la durata media dell’età umana, appunto settant’anni. Dunque, l’addizione 1265 (anno di nascita) + 35 (metà di settanta) rimanderebbe proprio all’anno 1300.
b) Nell’anno 1300 l’Alighieri venne eletto per due mesi (dal 15 Giugno al 15 Agosto) come uno dei Priori di Firenze, cioè alla più alta carica amministrativa della città, nelle file dei Guelfi Bianchi. Appare, dunque, comprensibile che abbia voluto celebrare quella straordinaria esperienza politica ed esistenziale dedicandole un’opera altrettanto grandiosa come la Commedia.
c) Nell’anno 1300 la Chiesa Cattolica, con papa Bonifacio VIII (che riprese la Festa della Perdonanza ideata dal suo predecessore Celestino V, il papa del gran rifiuto dantesco), proclamò il primo Grande Giubileo, secondo cui ogni buon fedele si sarebbe dovuto recare almeno una volta in quell’anno come pellegrino in uno dei tre grandi Santuari della Cristianità: a Gerusalemme (vennero chiamati  Palmieri poiché da quelle terre riportavano olio e rami di palma trasformati in reliquie), a Santiago di Compostela sulla tomba dell’apostolo Giacomo Maggiore (e vennero denominati Jacquots, dal francese Jacques=Giacomo), riportando da quelle spiagge atlantiche la celebre conchiglia di Pecten, ed infine a Roma sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo, venendo chiamati Romei. Il Grande Giubileo fu così memorabile per movimento di persone e di capitali finanziari, che anche Dante (dunque doppiamente pellegrino !) lo narra come un ricordo personale nel canto XVIII dell’Inferno, in cui paragona il procedere in senso opposto delle due schiere di peccatori della prima bolgia ai pellegrini che sul ponte Sant’Angelo, durante il Giubileo, si incrociano, gli uni diretti a San Pietro, gli altri, di ritorno, diretti a Monte Giordano: come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte. (Inferno XVIII, versi 28-33).
d) Si trattava dell’inizio di un nuovo secolo e come tale era ideale (anche cabalisticamente! Sappiamo quanta importanza Dante abbia riservato alla scienza dei numeri.) per ambientarvi una viaggio eccezionale come l’andata ed il ritorno da vivo nell’aldilà !
Facendo leva su queste importanti considerazioni sembrerebbe, dunque, essersi trattato proprio del 25 MARZO 1300.
Ed invece I CONTI NON TORNANO !
Vediamo perché:
– Nel canto XX dell’Inferno, Dante afferma, per bocca di Virgilio, sua guida, che nella terribile notte in cui il viaggio prese avvio splendeva in cielo la luna piena: e già iernotte fu la luna tonda:\ ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque\ alcuna volta per la selva fonda” (versi 127-129). Una facile consultazione dei calendari astronomici dimostra, però, che nella notte del 25 Marzo 1300 la luna non era piena, ma nuova, dunque buia! E non si dica che l’Alighieri si è sbagliato, poiché la sua preparazione in termini di astronomia era davvero notevole, essendosi formata sui volumi di Euclide, Tolomeo, Averroè e degli altri celebri astronomi arabo-islamici allora studiatissimi in Firenze. Al contrario, volendo trovare in data 25 Marzo la luna piena e dunque sfavillante in cielo, occorre riferirsi alla primavera del 1301, l’anno successivo !
– In Purgatorio I,19-21 Dante, iniziando a scalare le cornici della montagna, afferma che il suo viaggio è benedetto, poiché iniziato sotto i migliori auspici, cioè nel momento in cui la stella Venere, ispiratrice d’amore, si trova in congiunzione con la Costellazione dei Pesci: Lo bel Pianeto che d’amar conforta\ faceva tutto rider l’orïente,\ velando i Pesci ch’erano in sua scorta. Ebbene, ancora una volta, gli studi astronomici ed astrologici, antichi e recenti, ci fanno sapere che quella favorevole congiunzione avvenne, invece, il giorno di SABATO 25 MARZO 1301 !
La cosa non sembri di poco conto, poiché in tal caso gran parte della critica dantesca ne uscirebbe fortemente ridimensionata o addirittura rivoluzionata, poiché alla data del 25 Marzo 1300 Dante non è stato ancora eletto al Priorato (come abbiamo visto, lo sarà il 15 giugno) e sta vivendo quanto più intensamente possibile la campagna elettorale fiorentina, pienamente immerso nelle lotte intestine e partitiche dei Guelfi Bianchi, ma anche attentissimo alle mosse giocate dai Neri: una condizione per nulla favorevole, in termini quantitativamente temporali ed ideologici, a distrazioni poetico-letterarie  come il progetto o la stesura della Commedia. Infatti il suo orizzonte ideologico è  completamente governato dalla seduzione del potere politico attraverso il quale consolidare, per un verso, l’egemonia di Firenze sulle città toscane e mondiali e, per l’altro, opporsi al potere temporale della Chiesa Romana. Dunque la ricerca del consenso democratico ed il successo del progetto politico da lui elaborato (la Teoria dei due soli, che prevede la separazione fra potere temporale dell’imperatore e potere spirituale del papa) diventano la cartina di tornasole, il motivo di vita dei suoi trentacinque anni.
Rapportandoci, invece, al 25 Marzo 1301, cioè all’anno successivo alla sua escalation politico-amministrativa (vicenda straordinariamente felice poiché costruita nel breve arco di cinque anni a partire dal 6 Luglio 1295, quando i Temperamenti di Giustizia fiorentini consentirono anche ai nobili come Dante di candidarsi alle cariche pubbliche, purché si iscrivessero ad una Corporazione di Arti e Mestieri: come sappiamo l’Alighieri scelse quella dei Medici e Speziali ed entrò dapprima nel Consiglio del Popolo, poi in quello dei Savi, in quello dei Cento ed infine, dopo un incarico come Ambasciatore di Firenze a S.Geminiano, divenne uno dei sette Priori della Città sull’Arno), possiamo affermare che la sua forma mentis, con la fine del priorato ed un certo disimpegno politico, appare completamente cambiata, cosicché ora risulta comprensibile e giustificata la  confessione (purgatoriale) di aver ceduto alla seduzione terrena, cioè a quelle insensate cose de’ mortali (Paradiso, XI,1), che costituiscono il comun denominatore dell’intera Commedia ! E contemporaneamente portare nel cuore  l’insanabile ferita di aver deliberato come Priore, in data 24 Giugno 1300 (una sola settimana dopo l’elezione, appunto !), la clamorosa e mortale cacciata in esilio del primo de li miei amici (Vita Nuova, III) e maestro  Guido Cavalcanti (Inferno,X-Purgatorio XI-De vulgari eloquentia).
Dunque ora, finalmente, può liberarsi di amici e nemici, Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini, e far parte per sé stesso (Paradiso XVII, 69), tutto intento a comunicare al mondo, attraverso il progetto della Commedia, di aver ricevuto da Dio il dono di andare e tornare da vivo nel regno dei morti, completamente digiuno per l’intera settimana, e di vedersi aprire due volte la porta del cielo, alla stessa maniera di Enea, Ulisse, Orfeo, Cristo e S.Paolo !
O sanguis meus, o super infusa gratia Dei, sicut tibi cui bis unquam coeli ianua reclusa ? (O sangue del mio sangue, o grazia divina infusa largamente in te, a chi come a te per due volte fu mai aperta la porta del cielo?) gli grida il trisavolo Cacciaguida degli Elisei nel canto XV del Paradiso, dove il Poeta incontra nel cielo di Marte gli spiriti di coloro che combatterono e morirono per la fede !
In conclusione, risulta evidente che non si tratta di marginali questioni di lana caprina, ma di quella precisione necessaria tutte le volte che tentiamo di penetrare la vita e le opere del più grande personaggio mondiale di tutti i tempi !

*Presidente del Centro Studi Danteschi S.Gregorio in Conca

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