Riccione. Taranto, la città che non si arrende…

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Leonardo Mortato, l’autore
di Leonardo Mortato, riccionese di origine tarantina
Taranto, la città dei 2 mari, la città operaia, la città che muore, la città che non si arrende.
Sfido un qualsiasi turista ad alzarsi al mattino presto, ritrovarsi in una di quelle verande poste ai piani alti dei palazzoni, frequenti nella città, e magari in uno che si erge nei dintorni dell’Arsenale, guardare avanti nell’argento che ondeggia là ove è il Mar Piccolo.
Un alternarsi di azzurro e argento, ritmato dal grido di gioia dei gabbiani che si librano soddisfatti; lì, sotto di loro, c’è cibo, tanto cibo, ci sono le sementi che poi diventeranno piccole cozze marroni e poi grandi cozze nere, famose, gustose, profumate.
L’aria è già tremula: c’è una patina d’umidità che fra poco ci inonderà, trasportata dal vento di scirocco che qui, in questa città, sembra un vento modificato, autoctono: lo Scirocco di Taranto porta quell’odore salmastro che non dimentichi più, e che solo qui, racchiuso nel suo semicerchio di acqua, mare, roccia, gravina, afa, si fa intenso, profondo, spesso soffocante, ma vitale.   Lo Scirocco è un elemento imprescindibile della città, che ti accompagna per tutto l’elevato Lungomare, che percorri a piedi sotto l’ombra delle alte palme, e le agavi che lo punteggiano restano immobili al suo passare; sembrano più sensibili i ciottoli che, consapevoli di dover fungere da spiaggia, si dipanano in una lunga fila indiana e si fanno accarezzare.
Fa caldo, e il caldo ti accompagna in quel vagare mattutino fino alla Rotonda, un grande balcone sul Mar Grande, ed una leggera brezza, frutto della lotta che lo Scirocco ingaggia con il mare aperto, ti scompiglia i capelli, ma lo stesso ti giri ad osservare meravigliato il faraonico Palazzo Rosso, tipicamente di epoca mussoliniana, che sembra raccogliere tutta la città.
Devi fare ancora qualche passo e guardare giù nel Canale perché, come un’apparizione marina, altrettanto imponente e maestoso ti appare il Castello Aragonese.   È molto più vecchio dell’altro palazzo, ma non per questo si sente meno bello, anzi … dal profondo giù, guarda con sfida, si mostra lentamente, quasi roteando in una passerella che tu devi percorrere per un lungo tratto, se vuoi vederlo tutto, sempre che, il famoso Ponte Girevole te lo abbia permesso!
Beh! Adesso è quasi sempre chiuso, non l’aprono più al passaggio di grandi navi che lo devono scavalcare, e quel palazzo, Comando in Capo della Marina, orgoglio della città nei passati decenni, adesso si accontenta solo di far sventolare una gloriosa bandiera sull’antistante Castello Aragonese, posto a guardia del canale navigabile.
Ancora c’è qualcuno che “armato” della sua bianca divisa sembra voler mantenere la memoria di tutti quei ragazzi, giovanetti che, orgogliosi della propria condizione, si aggiravano lì intorno, si facevano ammirare, mostrando una finta noncuranza quando, invece, con la coda dell’occhio seguivano l’ondeggiare dei lunghi capelli neri delle ragazze, che a piccoli gruppi ridevano e si dimenavano in segno di apprezzamento.
Era la Taranto delle divise, perché anche l’Aeronautica aveva voluto la sua parte e, allora le ragazze, ai bordi del lungomare, facevano la conta di chi era più bello: bianco o azzurro?   Gli azzurri erano più riservati, non avevano lì il loro Comando e se ne stavano più nascosti, ma era un bel vedere quando si incontravano, e allora avanti e indietro, avanti e indietro lungo l’asse che da via d’Aquino porta in fondo all’Arsenale.
Questo è il centro di Taranto Nuova, tutto lastricato di chianche, bianche e lisce lastre di pietra, centro della vita cittadina e luogo di incontri, di struscio, di gioventù allegra, di messa in mostra e di distinte signore.
A mano a mano che si avanza, la lunga via d’Aquino, elegante e nobile, incontra prima piazza Garibaldi, sovrastata dal maestoso e rosso Palazzo dei Tribunali, ora in disarmo, con al centro il grande chiosco dove un tempo, nei giorni festivi, bande ed orchestrine improvvisate rallegravano la cittadinanza con musica di qualsiasi genere.
Un passo più in là e s’incontra piazza della Vittoria con le sculture degli Uomini Nudi, scherzosamente così chiamato in tono confidenziale, il Monumento ai Caduti e Sacrario del Milite Ignoto, per terminare lo struscio a piazza Immacolata, la più bella, dove nella sua grande e centrale oasi ovale, compare la fontana simbolo della città, 2 tritoni intrecciati condotti da Taras, circondata dalle balze ove svettano le alte palme di cinta.
Qui la garbata e lunga via cambia nome, ed inizia la via di Palma fino all’Arsenale, che mostra al suo passaggio ali di palazzi ristrutturati del sec. XIX e della Marina Militare.
Si diceva quindi avanti e indietro, per negozi luccicanti, boutique raffinate, bar, pub, adesso è tutto moderno, sfavillante, stimoli di una città che non si vuole arrendere, che da sempre ha dovuto scegliere davanti ad un bivio: città operaia o città turistica?! …nuova città industriale, o città marinara e agricola nella tradizione?! …Taranto la nuova o Taranto la vecchia?!
Ma torniamo per un momento alle ragazze. che avanti e indietro si riempivano gli occhi di divise.   Se ne vedono anche lungo il cammino che, dalle Colonne Doriche di piazza Castello, quasi fossero porte della città, entra in quel labirinto di vie, vicoli e minuscoli passaggi, che un tempo era il borgo dei pescatori, oggi la Taranto Vecchia.
Ci vuole coraggio e sfida per mostrarsi in questo modo: sgarrupata, sporca, insolente, misteriosa, eppure ricca di tanto fascino.   Non vuole nascondersi, non vuole nemmeno fingere e da subito si presenta così com’è nella realtà.   Qualcuno ci prova a darle un volto diverso, ne hanno ripulito alcuni antichi palazzi, vi hanno costruito un hotel a 5 stelle, ne hanno trasformato gli ambienti patrizi in musei, in saloni di rappresentanza, concerti, spettacoli teatrali, cinema.
Tutto nel tentativo di darle un volto nuovo, ma il suo indiscusso fascino sta in quel vecchio professore che, alla soglia dei 90 anni, ancora ti mostra gli ipogei, la Taranto sotterranea e misteriosa, un groviglio di caverne quasi impraticabile, resti dei vari rifacimenti stratificati nella storia secolare di Taranto, ma che lui ti descrive come un avvenimento del giorno prima.
Ti porta poi a visitare la Cattedrale di San Cataldo, patrono della città, dove l’occhio e la mente si perdono nella bellezza e nella misticità, e si prolunga sino in fondo all’intreccio di vie che sfociano in piazza Fontana e il porto, … ed infine il MARTA …già perché nel suo immenso patrimonio, al di là di quanto viene raccontato, la città ha anche dei gioielli che il mondo le invidia, e uno di questi è il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Taranto non sa di avere tanto fascino e i Tarantini conservano ancora nel loro DNA la rissosità, l’ambizione, la ribellione, quelle stesse condizioni, che come pochi al mondo, li avevano portati in epoche passate a tener testa ai Romani.   Forse inconsapevoli, avevano accettato. la bellezza e la classicità della Magna Grecia che li ha pervasi per secoli, ma non la romanità, sempre contrastata in grandi moti di fierezza.   Del resto i Tarantini sono figli di Sparta e ancora oggi ne mostrano il carattere.
Combattuti fra le città di Bari a nord e Lecce a est, non si sono mai arresi ad essere una città satellite, con la tenace convinzione della propria identità.
E così arriva il momento di un’altra scelta: Turismo o Industria?!
Valorizzare un mare e una costa che, se non si vede, non si può descrivere: impossibile figurare le calette roccia e sabbia che si susseguono per tutto il litorale, profumate dal timo, dall’origano e altre spezie selvagge, nate e cresciute dalle circostanti dune di sabbia, oppure “il MOSTRO”? Già, perché è così che oggi chiamano la più grande acciaieria d’Europa!
Quante volte in questi anni abbiamo sentito questa frase?!
Si, perché è “il MOSTRO la scelta fatta, dopo aver stravolto il paesaggio intorno e la natura, tagliato gli alberi da frutto, arance, mandarini, limoni e ulivi, modificato il territorio, smantellato intere zone agricole, masserie, tutto pronto e aperto alla grande FABBRICA.
Tanti i nomi che si sono susseguiti nel suo percorso: Italsider, Ilva, Arcelor Mittal, spesso con cadenze nefaste!   È vero, la grande fabbrica ha dato VITA, lavoro a tanti, un periodo di prosperità, ovunque costruzione di alti palazzoni, alloggi operai, appartamenti, seconde case, un’economia che sembrava non avere fine, ma …?! … ha dato anche MORTE! … e il tempo lo ha dimostrato … CANCRO è la terribile parola che in ogni famiglia si è dovuto pronunciare, dentro e fuori casa, interi quartieri contaminati, grevi al passaggio, uomini, donne, bambini e animali, niente e nessuno risparmiato.
Per anni non si è voluto vedere, per anni non si è voluto fare, finché è arrivata la ribellione dei Tarantini fino alle barricate in strada, ma …?!
Difficile intervenire, la FABBRICA è più odiata che amata, eppure le si chiede ancora di esistere, si perché il lavoro è un “lusso” che i Tarantini devono e vogliono permettersi, anche se nella mente c’è già l’idea che presto la FABBRICA dovrà andarsene.
E allora, perché non fare un tuffo in quelle fresche e trasparenti acque blu che circondano le calette della Tartaruga e Canneto Beach, Mon Reve e Lido Gandoli, la Baia d’Argento e dei Pescatori, Fata Morgana e Lido Silvana, e tante altre?!
Un panorama dipinto da Dio in azzurro, blu, argento, dove le bianche case terrazzate sembrano volere scendere ancora più giù, sempre più giù fino all’acqua …… il Mare JONIO, quello greco, ma qui molto, ma molto pugliese!!
Poi, fatta la doverosa “pennica pomeridiana” la città riprende vita e si può fare un tuffo anche nella millenaria cultura di una città ancor più antica di Roma, andando a visitare il Museo Archeologico di Taranto (MARTA) che, finalmente, dopo anni di restauri, traslochi, fermi, è stato anche ampliato, ed è tornato più vitale che mai a mostrare i suoi antichi manufatti d’oro (Taranto è stata anche un importante centro orafo in gioielli di pregevole fattura), vasi, orci, statue e frammenti della celebre Magna Grecia, reperti unici e indiscussi del passato splendore, scrigno di tesori e vestigia di TARAS, ricca e potente colonia spartana su suolo italiano.
E allora?   Allora, partiamo da qui, facciamo un percorso a ritroso, inverso a quello scelto e mostriamo al mondo la bellezza sua e dei dintorni, quel fascino che nascosto ai più, dovrà diventare il motivo di una rinascita ecologica e orgogliosa della città.
…e i Tarantini, Spartani da sempre pure nel modo di vivere, non s’arrendono mai!!

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