Populismo fermato dal coronavirus?

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di Rony Hamaui,  professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presidente di Intesa Sanpaolo ForValue.
In tutto il mondo i governi più conservatori e populisti hanno a lungo cercato di minimizzare la portata della pandemia. Ma i cittadini sembrano premiare, almeno per ora, le amministrazioni che sono intervenute con tempestività e misure drastiche.
Il virus divide gli Stati Uniti
Se qualcuno ritiene ancora che le opinioni sulle questioni medico-sanitarie siano indipendenti dal credo politico è bene che cambi velocemente parere. A fine aprile, quando la pandemia aveva già colpito gli Stati Uniti con oltre un milione di casi e fatto decine di migliaia di morti, solo il 40 per cento dei cittadini statunitensi di fede repubblicana riteneva che la mortalità del coronavirus fosse più alta di quella di una normale influenza. La stragrande maggioranza dei democratici (87 per cento) pensava, invece, che il Covid-19 fosse molto più letale. Le divergenze di opinioni sono poi cresciute nel corso del tempo
.
Sempre a fine aprile, quando molte persone erano morte in casa senza che se ne fosse accertata la causa, il 50 per cento dei repubblicani reputava che le statistiche sui decessi da Covid-19 fossero sovrastimate, mentre l’80 per cento dei democratici le riteneva sottostimate. Certamente è possibile che gli intervistati repubblicani conoscessero la risposta corretta, ma preferissero fornirne una errata per dimostrare il loro sostegno all’amministrazione Trump o che tendessero a vedere la situazione in modo più positivo, dato che è in carica un presidente repubblicano. Un’altra spiegazione è che sfatare una informazione errata, una volta che sia stata accettata, è estremamente difficile.
Quelli riportati sopra sono solo alcuni dei risultati di una recentissima indagine condotta dalla Gallup/Knight Foundation, che mostra la fortissima polarizzazione della società americana anche in termini di opinioni sulla pandemia.
È poi evidente che i governi più conservatori e populisti, quali quello di Boris Johnson in Inghilterra, Donald Trump negli Stati Uniti e Jair Messias Bolsonaro, abbiano a lungo cercato di minimizzare la portata dell’epidemia prima di prendere atto delle sue reali conseguenze. Più in generale, i paesi con solide tradizioni liberali e una maggior fiducia nel mercato, come Svezia o Corea, sembrano aver scelto politiche di contenimento sociale meno coercitive dei paesi in cui tradizionalmente il ruolo dello stato è più ampio, come in Cina, ma anche in Italia e Spagna.
Il consenso verso i governi
Quali sono state le conseguenze di queste scelte, non tanto in termini di diffusione della malattia (che affidiamo ai virologi), ma in termini di consenso politico? Anche in questo caso una indagine, che ha coinvolto oltre 100 mila intervistati in 58 paesi dal 20 marzo al 5 aprile, ottiene risultati non del tutto scontati. Infatti, la stragrande maggioranza degli intervistati (80-90 per cento) si è dichiarata fortemente favorevole a misure di contenimento sociale e lockdown e asserisce di seguirle in maniera scrupolosa, tuttavia è anche convinta che gli altri non facciano altrettanto e, soprattutto, che i governi non abbiano fatto abbastanza. Solo il 9 per cento degli intervistati pensa che i governi abbiano adottato misure di contenimento troppo restrittive, mentre quasi il 60 per cento ritiene che i provvedimenti presi siano stati insufficienti. Questa percezione ha aumentato le preoccupazioni, lo stato di ansia e in definitiva ha peggiorato la salute mentale degli intervistati. A comprovare la tesi, sta il fatto che nel Regno Unito la drastica stretta imposta dal primo ministro Boris Johnson il 23 marzo ha prodotto un netto aumento della percezione di adeguatezza del governo. Ovviamente, i risultati possono essere influenzati dal fatto che l’indagine sia stata effettuata nella prima fase dell’epidemia e che successivamente la gente abbia cambiato opinione. Tuttavia, l’impressione è che i governi che sono intervenuti con maggior determinazione nelle prime fasi dell’epidemia, oltre ad aver ottenuto migliori risultati, abbiano raccolto maggiori consensi.
Oggi, la percezione di molti politici è che la maggioranza della popolazione voglia uscire rapidamente dalle misure di contenimento, che ovviamente hanno un alto costo economico oltre che sociale. Speriamo che la repentina abolizione dei vincoli non generi una nuova ondata di contagi. Più in generale, ci auguriamo che anche questa volta “la storia la scrivano i vincitori”, ovvero, chi avrà sconfitto in modo più efficace l’epidemia e non chi ha seguito il populismo epidemiologico.

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