La recessione sta finendo, la crisi no

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Tratto da lavoce.info
di Francesco Daveri, professore di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano
I dati di maggio indicano che la recessione da Covid-19 si sta attenuando, anche se in misura variabile tra paesi. Di certo però i segni della crisi sul mercato del lavoro e nei bilanci aziendali si vedranno a lungo. Sia nell’Eurozona sia negli Stati Uniti e in Cina.
La recessione sta finendo…
Il Pmi (Purchasing Manager Index) costruito da Ihs Markit è un indicatore che coglie l’andamento dell’economia di mese in mese con buona precisione e senza i ritardi delle statistiche ufficiali. È un indice costruito intervistando i dirigenti responsabili degli acquisti in qualche migliaio di aziende manifatturiere e dei servizi in 40 paesi del mondo. Il suo andamento è fortemente correlato con l’andamento del Pil. L’indice è tarato in modo da assumere un valore di 50 se la crescita del Pil rispetto al trimestre precedente è uguale a zero. Dunque se il Pmi composto mostra valori sotto a 50 vuol dire che il Pil sta diminuendo.
Le stime preliminari del Pmi diffuse da Markit e relative al mese di maggio indicano che la maggior parte delle economie ha (avrebbe, un po’ di cautela è d’obbligo) svoltato dopo i minimi raggiunti in aprile. Esiste una certa variabilità di entità della svolta, ma la svolta c’è in tutti i paesi per cui sono disponibili i dati.
…sia nell’Eurozona…
Cominciamo dall’Eurozona perché nei primi mesi di quest’anno l’Europa era diventata l’epicentro dell’emergenza sanitaria. Secondo Markit il Pmi dell’eurozona vale 30,5 nel mese di maggio, dopo essere sceso al minimo di sempre di 13,6 nel mese di aprile. Il dato di maggio è simile a quello registrato nel mese di marzo. Le barrette blu dei mesi precedenti invece oscillavano intorno a 50. Se dunque prima del coronavirus l’Europa era allo zero virgola, negli ultimi tre mesi è al profondo rosso di una grave recessione. I dati di Markit fanno capire che il calo del 3,8 per cento del Pil registrato da Eurostat nel primo trimestre 2020 è venuto fuori dal crollo del mese di marzo dopo che nei primi due mesi le economie europee erano andate piuttosto bene. Con questi chiari di luna è presumibile aspettarsi un dato ancora migliore nel mese di giugno (un numero probabilmente compreso tra 40 e 50). Nell’insieme, il calo congiunturale del Pil del secondo trimestre (lo sapremo a fine luglio) sarà però probabilmente peggiore di quello sperimentato nel primo trimestre. Ma questo temporaneo peggioramento sarà, in un certo senso, in buona parte colpa di quello che è già successo nel mese di aprile.
In vista della fine dell’emergenza sanitaria (con l’entrata in funzione dei vari lockdown) e contabilizzando gli effetti positivi sull’economia delle straordinarie reazioni dei governi e della Bce, le borse europee (e di altri paesi) hanno cominciato a mostrare segni più all’incirca dal 23 marzo. L’Eurostoxx 50 (che include le blue chip di tanti paesi dell’Eurozona) ha fatto segnare un +25 per cento (pari a un recupero della metà del valore perso negli ultimi mesi).
Dati qualitativamente simili a quelli dell’area euro valgono sia per la Germania che per la Francia e – fuori dalla Ue – anche per il Regno Unito. In Germania il Pmi composto ha assunto valori pari a 30,4 nel mese di maggio, a 17,4 nel mese di aprile e a 35 nel mese di marzo. In Francia i valori sono stati rispettivamente pari a circa 30 in maggio, 11 in aprile e 29 in marzo. Per il Regno Unito, i numeri per maggio, aprile e marzo sono stati 29, 12 e 36. I dati preliminari di maggio non sono invece calcolati per l’Italia ma mostravano valori vicini a 10 in aprile e 20 in marzo, con una caduta molto più marcata rispetto a quella osservata in Germania, Francia e Regno Unito. Il che – per quanto riguarda i dati fino a marzo – è coerente con i dati sul Pil disponibili per il primo trimestre.
…sia in Usa e in Cina
In realtà, la svolta non c’è solo in Europa ma è presente anche nelle altre grandi aree geografiche ed economiche del mondo. Negli Stati Uniti il Pmi di maggio vale 36, dopo aver fatto segnare 27 in aprile e 41 in marzo, e a partire da valori ben superiori a 50 nei mesi precedenti. Anche per l’America dobbiamo aspettarci dati negativi per il primo e il secondo trimestre, in via attenuazione mese dopo mese e in attesa di una ripresa che potrebbe essere rapida nel terzo trimestre.
Figura 3 – Il Pmi composto di Markit per gli Stati Uniti, ultimi 12 mesi.
Non per caso, anche la borsa americana (sotto è riportato l’indice Standard & Poor’s 500) ha svoltato poco dopo il 20 marzo, più o meno come in Europa, con un recupero del 33 per cento circa rispetto al punto di minimo. Una ripresa molto più evidente di quella mostrata da alcune delle borse europee.
Insomma, sia per l’Eurozona sia per gli Stati Uniti i dati di maggio segnalano l’attenuazione della recessione e l’attesa da parte dei mercati di una svolta in senso positivo.
Se poi si guarda ai dati cinesi (per i quali per ora manca il dato preliminare di maggio) si vede che la svolta del Pil in Cina – dove il virus ha obbligato al lockdown in anticipo sugli altri paesi – sarebbe avvenuta già dal mese di marzo, con valori del Pmi superiori a 45. Il che è coerente con il recupero della produzione industriale e dell’export osservati in marzo e aprile nel paese del Dragone.
Ma la crisi non finirà così in fretta
I dati di Markit di maggio implicano che i drammatici segni meno di aprile si stanno attenuando e probabilmente continueranno a farlo nelle prossime settimane. È questo che spinge in su le borse del mondo. Purtroppo però dichiarare la crisi conclusa sarebbe un grave errore. Il crollo dei tre mesi più recenti ha già cominciato ad avere effetti sul mercato del lavoro e sui bilanci aziendali e purtroppo il possibile ritorno del segno più nei fatturati che dovrebbe arrivare nel secondo semestre non è una bacchetta magica che cancella i gravi effetti sociali della crisi da Covid-19 destinati ad arrivare. Come si è visto negli Stati Uniti, il numero di americani che hanno chiesto l’indennità di disoccupazione per la prima volta è vicino a 40 milioni e così la disoccupazione è già salita in due mesi dal 3,5 per cento di febbraio al 14,7 per cento di aprile. E continuerà a salire almeno fino a che i segni meno sul fronte di fatturati e Pil non saranno scomparsi (e probabilmente anche per qualche altro mese). In Europa il lavoro è ben più protetto che sull’altro lato dell’Oceano Atlantico ma gli effetti della crisi hanno cominciato a vedersi nell’attivazione delle reti di sicurezza sociale. In Italia, per esempio, tra gennaio e aprile sono state autorizzate 835 milioni di ore di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga) che – lo comunicava l’Inps – sono vicine al totale delle ore di cassa integrazione relative a tutto il 2009, anche se per ora l’attivazione effettiva (il “tiraggio” di questa misura) è ancora inferiore al 20 per cento. Ma c’è sempre una coda sociale velenosa nelle recessioni: oltre all’effetto sul mercato del lavoro, a pesare sulle ricadute sociali della crisi arriveranno fallimenti aziendali e torneranno a salire i crediti deteriorati in percentuale sul totale dei prestiti bancari. A meno che le misure incluse nel decreto rilancio in discussione in Parlamento riescano a contrastare efficacemente le tendenze in atto.

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