Imprese, decreto liquidità: l’importante è fare in fretta

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Tratto da la voce.info
Guido Romano, economista
e Fabiano Schivardi, professore di economia alla LUISS

Il decreto promosso dal governo garantisce risorse più che sufficienti per le esigenze del sistema delle imprese. Ma è necessario che il bazooka inizi subito a “sparare” liquidità. L’istruttoria approfondita andrebbe riservata solo alle imprese più rischiose.
Stanziamento sufficiente
In un precedente articolo abbiamo proposto un metodo per calcolare i bisogni di liquidità per ogni singola impresa, applicandolo ai bilanci di 720 mila società di capitali italiane per il 2018 (gli ultimi disponibili), che impiegano con quasi 10 milioni di dipendenti. A questa base si applicano le previsioni di variazione dei ricavi che Cerved ha elaborato per oltre 200 settori economici in riferimento a due scenari, uno ottimistico (prevede che l’emergenza sanitaria si attenui dalla fine di giugno) e uno pessimistico (assume che il calo di fatturato dei primi tre mesi si protragga fino a fine anno). I risultati mostravano che un numero consistente di imprese va in crisi molto velocemente, già tra marzo e aprile. La liquidità massima (cioè calcolata sotto lo scenario più sfavorevole) per le imprese che vanno in crisi è di circa 140 miliardi. L’auspicio era quindi che si agisse velocemente e che si mettesse sul piatto liquidità abbondante. Con questa strumentazione possiamo ora valutare il decreto n. 23 dell’8 aprile 2020 (decreto liquidità) rispetto ai parametri indicati.
Per farlo, abbiamo calcolato la liquidità a cui le imprese hanno accesso a seconda delle condizioni definite nel decreto. In particolare, per le Pmi (imprese con meno di 500 addetti) sono previsti (in ordine crescente di liquidità erogabile e di complessità della procedura):
– misura 1: 25 mila euro a garanzia piena ed elargibili senza istruttoria (Fondo centrale di garanzia);
– misura 2: per le imprese con meno di 3,2 milioni di fatturato, fino a un quarto del fatturato del 2019, garantito al 90 per cento dallo stato e al 10 per cento dai confidi (Fondo centrale di garanzia);
– misura 3: fino a 5 milioni, con garanzia statale al 90 per cento (Fondo centrale di garanzia);
– misura 4: fino al massimo fra il 25 per cento del fatturato e il doppio del costo del lavoro, con garanzia statale al 90 per cento (Sace).
Per le grandi aziende, si applica unicamente l’opzione 4, con garanzia pubblica dal 70 al 90 per cento, a seconda della dimensione d’impresa. Con questi limiti, è possibile calcolare l’importo massimo che ogni impresa può ottenere a seconda delle sue caratteristiche e dello strumento attivato. Possiamo quindi verificare se la liquidità fornita dal provvedimento copre i bisogni di ogni singola impresa, come calcolato con il metodo riassunto sopra.
La prima domanda riguarda la copertura. Le garanzie attivate dal governo dovrebbero generare finanziamenti per 400 miliardi.
Secondo i calcoli del nostro precedente articolo, la cifra dovrebbe essere ampiamente sufficiente: e così è. La figura 1 riporta il numero di imprese che vanno in crisi di liquidità mese per mese nello scenario pessimistico, senza il provvedimento e con il provvedimento, assumendo il tiraggio massimo possibile. In pratica, il provvedimento copre la totalità delle imprese: a dicembre sarebbero in crisi di liquidità in 266 mila, che occupano 4,5 milioni di addetti. Di queste, meno di mille (45 mila addetti) non sarebbero in grado di coprire gli ammanchi con la liquidità prevista dalle norme. La copertura teorica è quindi totale.
La velocità dell’intervento
Dato che la copertura c’è, l’efficacia del provvedimento dipenderà dalla sua attuazione. Un primo aspetto riguarda la velocità d’intervento: dato che molte imprese potrebbero entrare in crisi entro i primi due mesi, è cruciale agire velocemente. Mentre i 25 mila euro per le Pmi sono completamente garantiti dallo Stato e dovrebbero essere erogati in tempi brevissimi, gli altri schemi di finanziamento prevedono un’istruttoria, con grado crescente di complessità. È quindi utile verificare quante imprese possono coprire i propri bisogni solo con i 25 mila euro e quante hanno invece bisogno di ricorrere a un’istruttoria.
Già ad aprile 131 mila Pmi andrebbero in crisi di liquidità. Di queste, circa 90 mila coprirebbero i lori ammanchi con l’intervento base di 25 mila euro (misura 1). Al picco del bisogno di liquidità, toccato ad agosto, circa 200 mila imprese avrebbero bisogno di liquidità, la metà delle quali coperte dalla misura 1, senza istruttoria; altre 57 mila Pmi potrebbero soddisfare la loro esigenza di liquidità con la misura 2. Si tratta di imprese di dimensione molto ridotta, per cui un’iniezione anche modesta sarebbe sufficiente per soddisfare le loro necessità. Ma ciò non deve far pensare che le due misure più semplici siano sufficienti: proprio perché queste imprese sono piccole, occupano pochi lavoratori. Con le due misure, non sarebbero coperte 43 mila società, che impiegano 1,35 milioni di addetti. Solo con la misura 3, che prevede una garanzia al 90 per cento, il numero di addetti non coperti si ridurrebbe in modo significativo (a 136 mila). È chiaro quindi che è necessario che anche le misure più complesse vengano attivate velocemente.
Il ruolo delle banche
I numeri diventano più grandi nello scenario pessimistico, ma i messaggi non cambiano: il provvedimento in linea teorica è adeguato, ma la sua attuazione dev’essere veloce e con più di 100 mila istruttorie da completare nelle prossime settimane il rischio di rallentamenti è molto concreto. Una possibilità per accelerare il processo è di prevedere una procedura a due stadi, impiegando algoritmi che misurano in modo puntuale e tempestivo il rischio di credito sulla base di modelli di score in un primo stadio. Nel caso un’impresa ne abbia uno positivo, il credito dovrebbe essere erogato con istruttoria snella e veloce. Le competenze specifiche delle banche nella valutazione del credito dovrebbero essere dedicate alle imprese con score negativi, per distinguere fra quelle che hanno comunque prospettive di sviluppo, nonostante gli indicatori quantitativi negativi, da quelle che non ne hanno. Per loro natura, gli score non incorporano la soft information, cioè il patrimonio informativo che le banche sviluppano attraverso il rapporto diretto con i loro clienti e che devono integrare le indicazioni provenienti dagli indicatori quantitativi.
Per valutare quanto questo approccio ridurrebbe l’attività istruttoria, abbiamo utilizzato il Cerved Credit Score, che assegna le imprese a una classe di rischio da 1 (molto sicura) a 10 (molto rischiosa). Delle 100 mila aziende che avranno bisogno di liquidità nelle prossime settimane, circa 80 mila rientrano nelle prime sette classi, ritenute solvibili. Queste imprese dovrebbero ricevere credito velocemente, con istruttorie semplificate. La riduzione del numero di istruttorie approfondite permetterebbe alle banche di dedicare più tempo e risorse per valutare attentamente, ma celermente, le 20 mila imprese in area di rischio.
L’ammontare di credito che va fatto fluire nel sistema produttivo in breve tempo è senza precedenti e non si può farecon i tempi e le procedure standard. È necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili per canalizzarlo velocemente e in modo efficace verso le imprese che ne hanno bisogno.

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