Economia. Una “Comunità di conoscenza e innovazione” per lo sviluppo

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Tratto da lavoce.info

di Pietro Garibaldi, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Torino

e Guido Saracco, ordinario di Fondamenti Chimici delle Tecnologie, rettore del Politecnico di Torino l’8 febbraio 2018

L’Italia è un paese geograficamente eterogeneo. I progetti per la crescita nell’ambito del NextEU Fund dovranno perciò valorizzare i motori di sviluppo locale. Il loro disegno può ispirarsi al modello delle Comunità di conoscenza e innovazione.

Cosa sono le Cci e come funzionano

Per l’utilizzo dei NextEU Fund è il momento di passare dalle linee guida ai progetti concreti. Nel disegnare piani che siano favorevolmente recepiti a livello europeo, occorre utilizzare un modus operandi simile a quello che già oggi esiste all’interno dell’Unione. L’Italia è un paese geograficamente eterogeneo ed è impossibile progettare iniziative di sviluppo che si adattino sia alla Puglia che alla Lombardia, all’Emilia e alla Campania. I progetti per la crescita dovranno valorizzare i motori di sviluppo locale. In quest’ottica, l’Italia dovrebbe ispirarsi al modello delle Knwoledge and Innovation Communities promosse dalla Comunità europea attraverso l’European Institute of Innovation and Technology.

Le Comunità di conoscenza e innovazione (Cci) sono luoghi fisici e virtuali per promuovere a livello locale la collaborazione tra l’elica università-industria-stato e i corpi intermedi tipici di ciascun territorio (fondazioni bancarie, associazioni datoriali, sindacali, ordini professionali).

Le linee d’intervento di una Cci sono sostanzialmente tre: formazione, ricerca applicata e supporto all’innovazione. La formazione dovrà essere sia accademica che professionalizzante e ispirata all’innalzamento e recupero (upskilling e reskilling) delle conoscenze proprie di un territorio e della sua specializzazione produttiva. La ricerca applicata, a sua volta, dovrà convergere su settori e aree economiche ben identificate. Il supporto all’innovazione avverrà a valle della ricerca e si caratterizzerà per la realizzazione di prototipi industriali e l’incubazione di start up coerenti con i temi della Cci. Il coinvolgimento delle associazioni imprenditoriali locali e degli ordini professionali faciliterà la creazione della comunità, così come il coinvolgimento della società civile attraverso mostre, musei tecnologici, parchi di intrattenimento scientifico-tecnologico e altri ancora.

Un modello utile per i problemi strutturali del paese

Il modello di Cci permetterà di affrontare tre problemi strutturali dell’Italia. Innanzitutto, la mancata corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro. Secondo le stime elaborate dall’Ocse, l’Italia è al primo posto per distanza tra competenze necessarie alle imprese e caratteristiche dei lavoratori in cerca di lavoro. Stime recenti di Confindustria prevedono, per i prossimi cinque anni, una domanda di quasi 300 mila figure professionalizzate necessarie affinché l’Italia si confermi il secondo paese manifatturiero d’Europa.

Il secondo problema strutturale è la transizione scuola lavoro. In Italia i tempi di passaggio da un diploma superiore o universitario al mondo del lavoro sono tra i più alti in Europa, paragonabili solo a quelli della Grecia.

Il terzo problema è il trasferimento tecnologico dalle conoscenze universitarie alla produzione industriale. Le tante piccole e medie imprese che compongono il tessuto imprenditoriale nazionale sono infatti troppo piccole e prive di risorse per sviluppare competenze interne.

L’offerta italiana degli istituti tecnici superiori (Its) risulta insufficiente, con solo 13 mila ragazzi iscritti. Un paese come la Germania vede invece più di 800 mila studenti nelle proprie scuole di scienza applicata (Fachhochschule). All’Italia manca poi il 15 per cento di laureati rispetto alla media europea, a parità di età anagrafica. Tutto ciò, nonostante si stiano incrementando il supporto alle fondazioni Its e si sia aperta la possibilità per le università di erogare lauree professionalizzanti triennali.

La co-progettazione, la governance e i bandi

Un elemento che contraddistinguerà le Cci sarà la co-progettazione delle sue iniziative, in tutte le sue aree di intervento. I diversi attori parteciperanno a un processo di costruzione partecipata dello sviluppo locale. Ad esempio, nella formazione, le Cci potranno generare collaborazioni tra fondazioni, Its e università. L’idea è coniugare le competenze dei tecnici delle fondazioni Its – conoscitori delle dinamiche aziendali e della realtà locale – con quelle dei ricercatori e docenti universitari, a contatto con conoscenze tecnologiche più avanzate. Nella ricerca applicata, la collaborazione tra università e realtà industriale in fase di progettazione dei bandi farà emergere progetti coerenti con la realtà industriale locale e la sua disponibilità di capitale umano.

La governance delle Cci dovrà ispirarsi a quelle delle Knowledge Communities europee. Una Cci sarà un soggetto giuridicamente autonomo associato a una serie di partner fondatori rappresentati da istituzioni accademiche, di ricerca e società industriali. I vertici saranno rappresentati da un consiglio direttivo (governing body) e da un comitato esecutivo. La nomina del consiglio direttivo sarà regolata dagli accordi statutari tra i partner e supervisionata dal ministero dell’Economia. Il consiglio direttivo (i cui membri restano in carica 4 anni non rinnovabili) nominerà poi un comitato esecutivo che gestirà gli affari correnti delle Cci.

Gli enti locali non dovrebbero far parte dei partner fondatori. Questa peculiarità le distinguerebbe pertanto dai patti territoriali, un modello di sviluppo locale provato più volte nel Mezzogiorno d’Italia. La selezione delle Cci dovrebbe avvenire con un bando dello stato, meglio se supervisionato da due ministeri.

I rischi da evitare

Alla luce dell’eterogeneità della specializzazione produttiva italiana e la distribuzione trasversale delle università, diverse realtà potranno candidarsi alla progettazione di Cci. Nel suo disegno si dovrà prevedere un cofinanziamento locale, come la stessa Unione europea già richiede nel programma Horizon Europe. Indirizzare in questa direzione risorse del NextEu Fund sarà verosimilmente ben recepito a livello europeo, se sapremo evitare alcuni tipici problemi italiani.

Un primo rischio da scongiurare è quello di avere una Cci in ogni regione e in ogni provincia. Si dovrà saper scegliere e dare priorità ad alcune grandi Cci, tenendo ovviamente conto delle difficoltà di larga parte del Mezzogiorno. Il secondo rischio è quello della dipendenza dai sussidi. Le risorse europee a disposizione saranno temporanee. Nel delineare queste comunità occorrerà pertanto presentare business plan che prevedano, a regime, la loro autosufficienza finanziaria.

 

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