Economia. La ricerca italiana si fa strada nel mondo

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Tratto da lavoce.info

di Daniele Checchi, professore di Economia del lavoro all’Università Statale di Milano
Paolo Miccoli, professore ordinario di Clinica Chirurgica e poi di Chirurgia Generale
e Antonio Felice Uricchio, professore di diritto tributario

Per articoli pubblicati e impatto delle pubblicazioni in tutte le discipline, la crescita della produzione scientifica italiana è stata dal 2001 superiore alla media mondiale. Il paradosso è che i risultati non si riflettono sul ranking dei nostri atenei.

Il paradosso italiano

L’Italia è saldamente attestata in una posizione preminente in Europa e nel mondo rispetto alla sua produzione scientifica, sia come presenza di articoli scientifici nei principali database internazionali, sia in termini di impatto citazionale.

Non altrettanto confortante è, invece, il dato relativo alla collocazione internazionale degli atenei italiani quando si guardano le graduatorie preparate da agenzie di assoluto prestigio. Molte sono redatte annualmente, puntualmente riprese dagli organi di stampa, e sempre di più attraggono l’attenzione non solo degli addetti ai lavori ma anche quella dei fruitori primi dell’offerta formativa: gli studenti e le loro famiglie.

I ranking internazionali mostrano risultati deludenti per le università italiane, che compaiono tipicamente intorno od oltre la 150esima posizione. Si tratta quindi di uno strano paradosso, dove la qualità della ricerca – che spinge in alto il posizionamento del paese – non sembra riflettersi in modo equivalente sul piazzamento delle università, che pure rappresentano i centri di ricerca più importanti di quello stesso paese.

In questo e in un successivo articolo proveremo allora ad esaminare separatamente la posizione dell’Italia nel contesto internazionale della ricerca e la sua collocazione all’interno dei sistemi di ranking delle università nel mondo, per comprendere quali provvedimenti potrebbero essere assunti per far crescere in modo significativo la reputazione dei nostri atenei.

La produzione scientifica italiana nel contesto internazionale

Partendo da un’analisi dei dati SciVal-Scopus, elaborati da Anvur – Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, e già presentati nell’ambito del Rapporto biennale pubblicato nel 2018, emerge uno scenario molto interessante – nonché confortante – per il nostro paese.

In termini di articoli pubblicati e di impatto scientifico delle pubblicazioni in tutte le discipline, nel periodo 2001-2018, la crescita della produzione scientifica italiana è stata superiore alla media mondiale. L’Italia ha visto aumentare progressivamente la propria quota di pubblicazioni che, nel biennio 2017-2018, si attesta al 3,8 per cento dell’intera produzione mondiale oggetto di valutazione, mantenendosi in linea con quanto registrato nei precedenti bienni (3,7 per cento nel 2013-2014 e 3,9 per cento nel 2015-2016). Nello stesso periodo, i paesi europei che potremmo considerare come “concorrenti” nell’ambito della ricerca scientifica e che godono in questo campo di maggior prestigio internazionale (quali Francia, Germania e Regno Unito) hanno sostanzialmente mantenuto le loro quote, seppur con un trend leggermente calante nel tempo: la Francia passa dal 4,1 per cento del 2015-2016 al 3,9 del 2017-2018, la Germania passa dal 6 per cento al 5,8, mentre il Regno Unito mantiene stabile da un biennio all’altro la propria quota, pari al 6,9 per cento).

La crescita o la stabilità delle quote si innesta su un trend crescente di tutta la produzione scientifica mondiale nel periodo 2001-2012 (tasso medio anno pari all’incirca al 5,7 per cento), tasso che poi tende a calare sensibilmente, fino ad attestarsi intorno all’1 per cento nei sei anni successivi. Nello stesso periodo, i paesi dell’Unione europea mostrano una crescita media annua di circa il 4 per cento, superiore, ma solo di qualche decimo di punto, rispetto ai paesi Ocse. L’Italia ha tassi di crescita decisamente più sostenuti e, di conseguenza, incrementa la propria quota mondiale: dal 3,4 per cento del periodo 2001-2005 al 3,8 del quadriennio 2013-2016, con un ulteriore significativo aumento nel biennio successivo che la porta al valore di 3,98 nel 2017-2018.

Se affiniamo l’ analisi attraverso l’uso di un indicatore più specifico legato all’impatto citazionale – il Field Weighted Citation Impact (Fwci) – nel periodo 2001-2018 la ricerca scientifica italiana ha mostrato un impatto citazionale tra i più alti, con un valore dell’indicatore pari a 1,38, sostanzialmente uguale a quello registrato dalla Germania (1,37) e lievemente superiore al dato della Francia (1,31). Negli ultimi otto anni l’Italia mostra performance di tutto rispetto (Fwci medio = 1,45) che la pongono al livello degli Stati Uniti e leggermente al di sotto degli altri paesi anglofoni, ma prima di Francia e Germania, così come dei principali aggregati di paesi (Ocse e Unione europea). Va segnalato che l’indicatore ha a sua volta un trend di crescita mondiale, legato al progressivo ampliamento della banca dati Scopus. Ma ciò nonostante, la posizione relativa del nostro paese sembra progredire.

Le discipline più attive

Nel periodo 2017-2018 un’ottima prestazione viene registrata dalle scienze agrarie e veterinarie, le quali raggiungono livelli superiori al dato complessivo nazionale (Fwci=1,47): la precedono solo i Paesi Bassi e Svizzera, Svezia e Regno Unito. Il dato è probabilmente legato alla interconnessione tra ricerca e filiera produttiva italiana dell’agro-alimentare, ivi inclusi gli aspetti di sicurezza nel campo dell’alimentazione e dei controlli di sicurezza, ad esempio degli allevamenti. Anche nelle scienze della salute l’Italia si posiziona tra i migliori paesi, con un Fwci medio di 1,61 (nel biennio 2017-2018), superiore a quello di Francia e Germania e persino degli Stati Uniti (1,40).

Lo stesso indicatore evidenzia poi una crescita dell’Italia nelle scienze sociali, che la vede collocata in una posizione sempre più prossima a quella dei paesi anglosassoni e lievemente superiore al dato aggregato dei paesi dell’Unione europea.

Più deludente, invece, la performance delle discipline umanistiche che decrescono da un valore medio di 1,02 nel primo quinquennio a un valore di 0,87 nell’ultimo biennio considerato. Tuttavia, vale la pena di ricordare che si tratta di valori relativi alla collocazione di un settore disciplinare nella produzione scientifica mondiale: se un settore è meno aperto o si apre più lentamente al dibattito internazionale sulle riviste censite da Scopus, tutti gli indicatori di natura citazionale tenderanno a penalizzarlo.

Si può quindi riassumere che l’analisi dei dati Scival Scopus mostra senza dubbio come le quote di produzione di contributi scientifici e il loro impatto nei confronti della corrispondente produzione mondiale da parte dei ricercatori italiani abbiano visto un netto incremento in tutte le discipline nel periodo 2001-2018, con un tasso di crescita che è stato anche superiore alla media mondiale. Questo fatto è stato recentemente ricordato anche in uno studio curato dall’Agenzia nazionale di valutazione della ricerca ed educazione superiore francese (Hcéres-Haut Conseil d’Evaluation de la Recherche et de l’Education Supérieure). Il rapporto prende in considerazione dati relativi agli anni successivi al 2010 e mostra come, fra i paesi europei, l’Italia sia quello che più di ogni altro ha visto incrementare la propria produzione scientifica, al punto di avanzare l’ipotesi di un “miracolo” italiano. Noi ci limitiamo a ricordare che la cultura della valutazione ha trovato il suo maggiore impulso proprio in quegli anni e che non sarebbe ragionevole ignorare lo stimolo significativo che ha avuto nei confronti dell’incremento, sia quantitativo che qualitativo, della ricerca in Italia. Se a questo si aggiunge che il decisore politico ha agganciato il finanziamento (parziale) delle università ai risultati della valutazione della ricerca (attraverso la componente incentivante della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario), si può ben comprendere come questa spinta possa contribuire a spiegare l’impulso alla ricerca di qualità (si vedano i risultati di Daniele Checchi, Marco Malgarini e Scipione Sarlo).

Sull’aspetto del posizionamento della produzione scientifica italiana nel contesto internazionale vale la pena di richiamare come le esperienze sia del Ref inglese sia dei due successivi esercizi di Valutazione della qualità e della ricerca (Vqr) svoltisi in Italia fra il 2006 e il 2014 sembrano attivare processi migliorativi attraverso la più ampia diffusione dei risultati della propria attività, tanto che i processi stessi diventano oggetto di studio da parte degli atenei e degli enti di ricerca.

 

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