Economia. Coronavirus e crisi economica: la risposta europea

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Tratto da lavoce.info

di Angelo Baglioni, direttore dell’Osservatorio Monetario, Università Cattolica di Milano

La crisi economica generata dal coronavirus ha messo a dura prova le istituzioni europee. Nel complesso, l’Europa ha risposto bene, come dimostrano le analisi dell’Osservatorio Monetario. Pubblichiamo qui l’introduzione, con l’esame delle misure adottate.

L’Europa di fronte alla pandemia

La pandemia scatenata dal Covid-19 e la crisi economica, dovuta alle misure di restrizione, hanno rappresentato una sfida formidabile per i governi di tutto il mondo.

Per l’Europa la sfida è stata ancora più insidiosa, poiché il governo dell’economia avviene nel nostro continente su più livelli: quello nazionale, quello della zona euro e quello della Unione europea. La Ue ha istituzioni complesse, che generalmente prendono decisioni in tempi lunghi e attraverso faticose trattative, procedendo per piccoli passi. L’emergenza Covid-19 ha richiesto invece decisioni forti e rapide. All’inizio della crisi, sembrava che l’Europa stesse per rimanere imprigionata nelle sue logiche fatte di diffidenze reciproche, veti incrociati e complicazioni procedurali. Poi invece ha dimostrato di sapere agire rapidamente e con decisioni importanti. Le iniziative prese nel campo della politica monetaria e fiscale rappresentano un successo per l’Europa, che ha così smentito i suoi detrattori. In particolare, alcuni degli strumenti introdotti, come il Sure (temporary support to mitigate unemployment risks in an emergency) e il Recovery Fund, prefigurano l’inizio di una politica fiscale europea. Senza fare del facile ottimismo, possiamo dire che queste novità contribuiscono a rimediare alla storica asimmetria che affligge l’area euro: politica monetaria unica e politiche fiscali nazionali.

Naturalmente resta ancora molta strada da fare, su due fronti. Il primo è l’individuazione delle modalità con le quali utilizzare la straordinaria dotazione di fondi messi a disposizione dai nuovi strumenti europei. Il secondo è il completamento del processo di integrazione fiscale, di cui le iniziative prese quest’anno rappresentano solo l’inizio.

Il n. 2/2020 di Osservatorio Monetario discute la reazione europea alla crisi generata dal coronavirus. Questa crisi ha messo in luce che vi sono due modi di decidere in Europa, diversi tra di loro: quello comunitario e quello intergovernativo. Il primo è quello utilizzato dalle istituzioni sovranazionali, in particolare dalla Banca centrale europea e dalla Commissione europea. Il secondo è quello che prevale nel Consiglio europeo, dove i capi di governo trattano tra di loro. Le istituzioni sovranazionali sono state in grado in tempi rapidi di attuare (nel caso della Bce) e di proporre (nel caso della Commissione Ue) interventi di ampio respiro, basati su di una visione che tenesse conto della necessità di una risposta corale alla sfida posta dalla pandemia. La trattativa tra i governi è stata invece impostata, almeno all’inizio, sulla base di una contrapposizione tra i paesi cosiddetti “frugali” e quelli interessati a realizzare importanti programmi di spesa pubblica senza accrescere troppo i già elevati debiti pubblici nazionali. Alla fine, l’accordo è stato trovato: un ruolo determinante è stato giocato dal governo tedesco, che ha fatto pendere la bilancia delle trattative a favore del secondo gruppo di paesi (tra cui il nostro), che rappresenta peraltro la netta maggioranza della popolazione europea (unitamente alla Germania stessa). La minaccia di un veto da parte di una piccola minoranza di paesi è stata così sventata.

Gli strumenti per rispondere alla crisi

Il Recovery Fund (o meglio il Next Generation EU) mette a disposizione nei prossimi anni 750 miliardi di euro a livello europeo, di cui quasi 210 destinati all’Italia. Ora è di fondamentale importanza progettare bene l’utilizzo di questi fondi. I settori sui quali investire sono noti: l’ambiente, la digitalizzazione, l’istruzione, la ricerca, l’efficienza della pubblica amministrazione. Il problema è uscire dalla genericità delle linee-guida e individuare progetti precisi, nonché monitorarne la realizzazione. Cruciale sarà la governance dei processi decisionali: meglio accentrare il controllo presso una unica autorità piuttosto che disperdere le responsabilità. Un ostacolo da superare sarà la proverbiale complicazione e lentezza della pubblica amministrazione nostrana.

Un altro strumento importante è il Sure, il nuovo fondo europeo di sostegno ai lavoratori colpiti dalla perdita del lavoro. Il fondo, partito con una dotazione di 100 miliardi di euro, è già un successo: 17 paesi europei hanno fatto richiesta per utilizzarlo, per un totale di 87 miliardi (di cui 27 sono andati all’Italia).

Non altrettanto si può dire per la nuova linea di credito del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) dedicata alle spese sanitarie (240 miliardi, di cui 36 potenzialmente destinati all’Italia): nessun paese ha fatto finora richiesta per utilizzarla. Evidentemente lo stigma politico associato al Mes è ancora forte e diffuso, nonostante la nuova linea di credito abbia come unica condizione la destinazione dei soldi a spese (direttamente o indirettamente) legate a motivi sanitari.

Sul fronte della politica monetaria, la Bce ha messo in campo un nuovo piano di acquisto di titoli, pubblici e privati, per 1350 miliardi, che si aggiunge a quelli già esistenti. Oltre alla dimensione, il nuovo piano si caratterizza per una maggiore flessibilità rispetto al passato, relativa agli acquisti di titoli di Stato: il limite del 33 per cento per emittente e per emissione è stato abilito e sono ammesse deviazioni rispetto al principio delle capital keys. Le operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine (Tltro III) sono diventate più convenienti per le banche e sono state affiancate da un altro strumento (Peltros) meno conveniente in termini di tasso d’interesse, ma potenzialmente illimitato. Tuttavia, la ripresa del quantitative easing da parte della Bce è avvenuta in un contesto istituzionale ancora non chiaro, che la espone a controversie legali, come dimostra la sentenza della Corte costituzionale tedesca del maggio scorso. L’emissione di debito europeo da parte della Commissione Ue, per finanziare il Recovery Fund e il Sure, potrebbe in prospettiva facilitare il compito della Bce, rimediando alla mancanza di un debito federale su cui indirizzare gli acquisti di titoli nell’ambito del Qe.

La risposta delle autorità monetarie alla crisi non è avvenuta solo utilizzando gli strumenti di politica monetaria, ma anche muovendo le leve della regolazione e supervisione prudenziale. Prima della crisi, alcune misure prese in questo campo avevano reso più intensa e automatica la classificazione dei crediti problematici come non performing loans (Npl) generando costi addizionali per le banche in termini di accantonamenti patrimoniali. A partire dal marzo di quest’anno, la Bce, l’Eba (European Banking Authority) e l’Esma (European Securities and Markets Authority) hanno agito per allentare temporaneamente queste regole, accrescendo i gradi di libertà concessi alle banche nell’evidenziare a bilancio i crediti deteriorati e le relative perdite. Ciò al fine di agevolare l’erogazione di nuovi prestiti bancari e la concessione di moratorie su quelli esistenti.

 

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