Conviene o no all’Italia richiedere i prestiti fino a 36 miliardi al Meccanismo europeo di stabilità?

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Tratto da lavoce.info

 

di Massimo Bordignon, membro dell’European Fiscal Board, è professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica di Milano, dove dirige anche l’Istituto di Economia e Finanza e la Doctoral School in Public Economics.

Le opinioni riportate in questo articolo sono del solo autore e non coinvolgono l’istituzione di appartenenza.

 

 

Conviene o no all’Italia richiedere i prestiti fino a 36 miliardi al Meccanismo europeo di stabilità? La Troika non c’è. Si risparmia qualcosa in interessi e si rende più facile l’avvio delle Omt. Ma sono soldi vincolati ai costi diretti e indiretti della pandemia. Il vero punto è come spenderli bene.

La Troika non arriva

Il documento approvato dall’Eurogruppo venerdì 8 maggio ha fugato gli ultimi dubbi residui sul finanziamento e le condizioni relative alla nuova linea di credito precauzionale (Pandemic Crisis Support) resa disponibile dal Meccanismo europeo di stabilità, allo scopo di finanziare le spese “dirette e indirette” indotte dalla emergenza sanitaria.
L’accordo politico era già stato raggiunto in precedenza, ma il problema era trovare il modo di smantellare i vari meccanismi legali – presenti non solo nel trattato istitutivo del Mes, ma anche in altri documenti a esso collegati (come per esempio il cosiddetto “two pack”) – che avrebbero potuto mettere in discussione la decisione di limitare la condizionalità esclusivamente alla destinazione delle spese finanziabili con il prestito. Il risultato, raggiunto tramite una mediazione dei commissari Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis e accettata da tutti i paesi, pare soddisfacente su questo fronte. La Commissione ha già dichiarato che il debito di tutti i paesi è sostenibile (passaggio legalmente necessario per accedere ai fondi Mes), ha reso uniforme l’accesso ai fondi per tutti i paesi che lo chiedono, sulla base di un comune template – un modulo con le voci di spesa ammissibili – (dunque senza necessità di una discussione bilaterale per ottenere il prestito) e l’accordo prevede che la sorveglianza da parte della Commissione su come i soldi verranno spesi sarà “commisurata e proporzionata” all’entità dello shock pandemico e basata su report semplificati. Definitivamente, dunque, non c’è nessuna Troika e nessuna necessità di mettere in piedi un piano di aggiustamento macroeconomico in cambio del prestito.
In soldoni, ciascun paese dell’Eurozona potrà ottenere dal Mes un prestito fino al 2 per cento del proprio Pil (circa 36 miliardi per l’Italia), di durata decennale, a fronte di un piano dettagliato (Pandemic Response Plan) delle misure che intende finanziare con questo prestito. La nuova linea di credito dovrebbe essere disponibile già a partire dal 1° giugno 2020 e sarà accessibile fino a tutto il 2022, benché sia già previsto che – se necessario – la data finale potrà essere spostata ulteriormente in avanti. Il tasso di interesse del prestito sarà molto basso, sicuramente inferiore allo 0,5 per cento, limitandosi a rimborsare le spese sostenute dal Mes per accendere il prestito sui mercati internazionali.

Ci conviene?
Lasciando perdere il dibattito ideologico sul tema, su cui la nostra classe politica ha dato e continua a dare il peggio di sé, all’Italia conviene o no richiedere questo prestito? La cosa è un po’ più complessa di quanto raccontato sui giornali.
Se si confrontano i tassi che attualmente paghiamo sui titoli pubblici emessi a 10 anni (vicino al 2 per cento) e il tasso richiesto dal prestito Mes, la risposta è ovviamente positiva. Se prendessimo a prestito tutti i 36 miliardi disponibili, risparmieremmo tra i 500-700 milioni all’anno di interessi, 5-7 miliardi in 10 anni. Nulla di stratosferico, ma neanche potenziali risparmi che possiamo permetterci di buttare dalla finestra a cuor leggero. Questo semplice calcolo, però, non tiene conto del fatto che i prestiti Mes sono senior rispetto al debito nazionale. Vuol dire che accedendovi, il debito nazionale diventerebbe marginalmente più rischioso, in una misura commisurata all’ammontare richiesto al Mes, e ciò potrebbe spingere gli investitori a chiedere tassi più alti sulle emissioni di debito nazionale. Si ridurrebbe così il vantaggio in termini di interessi.
Tuttavia, c’è anche un altro effetto da considerare, che spinge esattamente nella direzione opposta. Benché la decisione finale rimanga comunque nella piena discrezionalità della Banca centrale europea, l’accesso al Mes è condizione necessaria perché la banca centrale possa attivare le Outright Monetary Transactions (Omt), cioè l’acquisto illimitato di titoli pubblici di un paese, varato da Mario Draghi nel 2012 (e mai usato) per contrastare gli attacchi speculativi sui titoli pubblici emessi dagli stati deboli dell’euro. La sola possibilità che questo possa accadere dovrebbe scoraggiare spinte speculative sul nostro debito, consentendoci di mantenere sotto controllo l’evoluzione dello spread. Tra l’altro, le Omt, a differenza del Pspp (Public Sector Purchase Program), non sono entrate nel mirino della recente sentenza della Corte costituzionale tedesca, rendendole dunque uno strumento pienamente utilizzabile, senza incertezze, dalla Bce. Anche il rischio dello “stigma” paventato da alcuni (il segnale negativo dato ai mercati sulla sostenibilità del nostro debito per la semplice ragione di aver deciso di accedere a un prestito internazionale) dovrebbe essere molto contenuto, visto che molti altri paesi euro (inclusi probabilmente Francia e Spagna) lo richiederanno senza problemi.
Il complesso di questi argomenti farebbe propendere per una risposta positiva alla domanda se ci conviene o no sul piano finanziario richiedere il prestito al Mes, anche se senza dubbio sarebbe stato meglio per l’Italia poter contare su una maturità molto più lunga, visto che la nostra difficoltà non sta nell’emettere titoli a breve, ma a lungo periodo e a tassi ragionevoli. Sulla tempistica, cioè su quando accedere al prestito, la risposta è più complessa e dipende tra l’altro dall’evoluzione delle condizioni di finanza pubblica.
Ma per far che cosa?
Chiariti questi aspetti, resta il problema che comunque questi soldi possono essere spesi solo per finanziare i costi sanitari diretti e indiretti legati all’emergenza del Covid-19. Non è ancora del tutto chiaro cosa significhi, soprattutto per la parte relativa ai costi “indiretti” (per esempio, possono rientrarci anche i sussidi pagati a cittadini e imprese per rimborsarli dei costi imposti dal lockdown?). Verrà probabilmente chiarito nei documenti applicativi che dovranno essere approvati in seguito. Certo, se fossero davvero solo limitati alla sanità, non avrebbe senso spendere altri 36 miliardi in questo campo, quando l’intero fondo nazionale non raggiunge i 120. Comunque, invece di dilaniarsi sul se o no prendere i soldi, sarebbe bene che la politica cominciasse a domandarsi per farne che cosa, cioè quali iniziative finanziare con queste risorse nel caso si decidesse di accedervi.

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