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Riccione. Zander, famiglia tedesca in vacanza a Riccione dal 1962

La famiglia Zander viene in vacanza a Riccione dal 1962. “Ma ancora prima mio padre – racconta Frank, che lavora in banca a Berlino – veniva in vacanza in Riviera del 1957. Ero un bambino quando sono venuto a Riccione per la prima volta e da quella data sono tornato ogni anno. Nel 1988 abbiamo voluto fare il nostro viaggio di nozze qui da voi, sempre allo stesso stabilimento balneare il Bagno 54, e nostra figlia quando era appena di 6 mesi, la sua prima vacanza l’ha fatta proprio a Riccione”.

Continua il signor Zander: “Questa mattina ho fatto il bagno al mare al Bagno 54, dove vado da sempre. L’acqua è a 22 gradi, c’è il sole ed è sicuramente più caldo e confortevole che da noi”. “A Riccione si va ancora in spiaggia e sembra estate”. Con la moglie e la figlia, Viktoria e Kerstin, è stato premiato con la pergamena di Ambasciatore di Riccione nel mondo dall’assessore al Turismo, Stefano Caldari.

“E’ un piacere avervi qui – ha detto l’assessore – e vogliamo testimoniarlo consegnandovi un attestato della nostra città. Grazie per aver scelto ancora una volta Riccione”.

 




Provincia di Rimini. Coronavirus, 12 positivi (la metà asintomatici). Totale: 2.717

 

Coronavirus: 22 postivi oggi 7 ottobre (2.717 il totale) nella provincia di Rimini.

Fatti, in Emilia Romagna,  quasi 15mila tamponi, il più alto da inizio pandemia: 193 i nuovi positivi, di cui 95 asintomatici da screening regionali e attività di contact tracing. Le persone guarite salgono a 26.668 (+51).

Sempre in regione, effettuati anche più di 1.700 test sierologici. L’età media dei nuovi casi è di 40 anni. Al momento del tampone, 89 le persone già in isolamento. 21 i rientri dall’estero o da altre regioni. Un nuovo decesso.

Per quanto riguarda la situazione nel territorio, il maggior numero di casi si registra nelle province di Bologna (45), Piacenza (27), Modena (23), Rimini (22), Ferrara (18), Parma (15) e a Forlì (14).

Questi i casi di positività sul territorio, che si riferiscono non alla provincia di residenza, ma a quella in cui è stata fatta la diagnosi: 5.212 a Piacenza (+27, di cui 7 sintomatici), 4.412 a Parma (+15, di cui 5 sintomatici), 5.922 a Reggio Emilia (+10, di cui 5 sintomatici), 5.060 a Modena (+23, di cui 13 sintomatici), 6.560 a Bologna (+45, di cui 25 sintomatici), 593 a Imola (stabile da ieri), 1.488 a Ferrara (+18, di cui 7 asintomatici), 1.852 a Ravenna (+11, di cui 6 sintomatici), 1.468 a Forlì (+14, di cui 12 sintomatici), 1.170 a Cesena (+8, di cui 7 sintomatici).

Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, in Emilia-Romagna sono stati registrati 36.454 casi di positività, 193 in più rispetto a ieri su un numero record di tamponi eseguiti: 14.881. Dei nuovi casi, 95 gli asintomatici individuati nell’ambito delle attività di contact tracing e screening regionali.

 




Rimini. Fulgor, Sergio Venturi presenta il libro ‘La goccia del colibrì’

 

Fulgor, Sergio Venturi presenta il libro ‘La goccia del colibrì’ il 7 ottobre alle ore 21 al Cinema Fulgor.

Intervengono il sindaco Andrea Gnassi e il presidente del consiglio regionale Emma Petitti.




Economia. Usa-Cina, la nuova guerra fredda è iniziata

 

Tratto da lavoce.info

di Alessia Amighini, Professore associato di Politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale

Washington e Pechino cercano di spezzare la forte interconnessione dei loro sistemi produttivi. Perché implica una dipendenza che va oltre le semplici relazioni commerciali. Difficile in un quadro di guerra fredda disegnare il futuro del multilateralismo.

L’interdipendenza di due giganti

A quasi due anni dall’inizio della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, le relazioni tra i due principali paesi del mondo sono sempre tese. E sebbene tutti a parole la scongiurino, molti segnali suggeriscono invece che è iniziata una nuova guerra fredda.

Le frizioni tra i due grandi sono infatti profonde e di lunga data. Se negli ultimi tre decenni sono rimaste sopite per interesse reciproco, o sono state affrontate con stili e strategie diverse, oggi sono esplose su tre fronti intrecciati tra loro: quello economico, quello tecnologico, quello ideologico.

Sul fronte economico, i due principali protagonisti della globalizzazione della produzione sono oggi ai ferri corti. La pandemia ha reso evidente una forte dipendenza che Donald Trump aveva già iniziato a scardinare con i dazi, nel tentativo di raggiungere un vero e proprio decoupling, cioè una rottura delle filiere transnazionali che rendono uniti i due paesi, insieme a molti altri, in molti processi produttivi. Entrambi si sono resi conto che il loro rapporto simbiotico, che ha segnato l’economia globale dall’inizio del XXI secolo, non può essere ridotto alle semplici relazioni commerciali, ma porta con sé conseguenze più ampie, tecnologiche e politiche. Infatti, l’interdipendenza non è simmetrica: la Cina è lontana dalla frontiera della tecnologia in molti settori e cerca a sua volta, e da molto tempo, di rendersi meno dipendente, se non del tutto indipendente, dagli input americani ed esteri in generale. Magari continuando a fare affidamento sulle aziende taiwanesi, come per esempio Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (Tsmc), che rifornisce ambedue i lati del Pacifico o almeno lo faceva fino a qualche mese fa, prima che si ritrovasse costretta a ottemperare al divieto di export verso la Cina emesso dall’amministrazione Trump. Tutto ciò non fa altro che rendere ancor più difficile la posizione di Taiwan, che oggi si trova nel bel mezzo della disputa tra Stati Uniti e Cina, geograficamente, economicamente e politicamente. Infatti, Pechino considera l’isola appartenente alla Repubblica popolare cinese e intende riannetterla ufficialmente entro il 2049. E a questo punto è chiaro che a giustificare l’obiettivo di una Cina unita non saranno soltanto motivi di orgoglio nazionale, ma anche la necessità di acquisire competenze tecnologiche per tener testa agli Stati Uniti.

La riforma impossibile

In tutto questo, l’affondo di Trump sul sistema multilaterale, in particolare sulla World Trade Organization, ha finito per rendere improbabile una sua riforma, necessaria perché torni a essere un forum di negoziazione e dialogo e non solo un tribunale commerciale internazionale. Il recente e prevedibile verdetto della Wto che oggi, dopo quasi due anni, condanna i dazi statunitensi sulla Cina come ingiustificati suona purtroppo come campana a morto più per l’Organizzazione stessa che per il nuovo stile dell’amministrazione americana, che infatti continua imperterrita a impedire alle proprie aziende di fornire componenti high-tech ad aziende cinesi, come nel caso più recente del divieto di export al più grande produttore cinese di semiconduttori, Smic (Semiconductor Manufacturing International Corporation), che dipende pesantemente dalle forniture americane di importanti componenti elettroniche.

Se la continua alzata di scudi tra Stati Uniti e Cina a colpi di divieti e dazi continuerà senza sanzioni, il mondo si ritroverà sprovvisto di un’istituzione dove disegnare il futuro del multilateralismo. A quel punto, il fronte più insidioso diventerà quello ideologico. All’ultima Assemblea generale annuale dell’Onu a New York, in occasione del 75° anniversario dell’organismo, i toni non sono stati particolarmente edificanti.

Trump ha accusato la Cina di aver diffuso il coronavirus e ha chiesto che Pechino sia ritenuta “responsabile” della pandemia. Xi Jinping ha detto candidamente che il suo paese “non ha intenzione di entrare in una guerra fredda con nessun paese, né tanto meno calda”, però continua a perseguire l’obiettivo di “riunificare la Cina”, come se fosse una sua faccenda interna e non mettesse giustamente in allerta il resto del mondo.

Che cosa significhi oggi una nuova guerra fredda e un disaccoppiamento economico non è affatto chiaro. Non lo è per Washington e Pechino, che perseguono entrambe l’esito per varie strade, con l’ambizione di mantenere un duopolio nelle proprie sfere di influenza. Quale che sia il nuovo presidente americano, l’esito sulle relazioni tra i due paesi potrà aprire la strada a un nuovo stile, ma non sarà molto diverso nella sostanza: tutto il Congresso ormai considera la Cina come un rivale sistemico, non solo come un feroce concorrente sui mercati manifatturieri. Non è chiaro soprattutto per il resto del mondo, che ora si chiede se e quando si debba davvero arrivare al dilemma di dover scegliere “da che parte stare”.




Pesaro. Hall Confcommercio, Renato Arzeni in mostra

Hall Confcommercio, Renato Arzeni in mostra.

Inaugurazione il 12 ottobre alle ore 17. Aperta fino al 20 ottobre.

Sede: Strada delle Marche n. 58.




Cattolica. Avis Valconca, nuovo centro prelievi dietro l’ospedale Cervesi

 

Avis Valconca, nuovo centro prelievi dietro l’ospedale Cervesi. Apre l’ 11 ottobre, con grandi spazi, più giornate di apertura, per migliorare e rendere ancora più sicura la donazione di sangue.
Si trova in viaVan Beethoven 7, dietro l’Ospedale “Cervesi”. Il parcheggio è gratuito per i donatori.
I nuovi spazi ospiteranno i soci donatori di Cattolica, Morciano di Romagna e San Giovanni in Marignano, anche se ovviamente il concetto che i donatori possono recarsi presso tutti i Punti di Raccolta è sempre valido. L’operazione è nata nell’ambito della Convenzione tra Azienda Unica della Romagna e le Avis di Area Vasta Romagna, firmata in data 01 dicembre 2019.
Vi aspettiamo, chiedendovi di prenotare sempre al seguente numero: 328/7178080.
Il Centro é aperto dalle 7,30 alle 11,00 nei seguenti giorni:
tutti i Martedì e Venerdi;
Lunedì 02/11 e 07/12;
Sabato 07/11 – 05/12- 19/12;
Domenica 11/10 -25/10- 15/11- 29/11- 13/12- 27/12.
“Il sangue è un dono prezioso, nasce dalla generosità e salva la vita. Senza sangue non si possono effettuare interventi chirurgici e trapianti.
Abbiamo bisogno di tutti Voi. Vi aspettiamo”




Santarcangelo di Romagna. Archivio della poesia dialettale e manutenzione delle strade, 300mila euro

Archivio della poesia dialettale e manutenzione delle strade, 300mila uero

Il Centro di documentazione della poesia dialettale romagnola verso il completamento . Terminato il
primo lotto di lavori, la Giunta comunale ha approvato il progetto per ultimare le opere necessarie per
trasformare l’ex biblioteca nel centro che ospiterà gli archivi dei poeti dialettali romagnoli.
Nel frattempo, è stata ultimata la prima parte di lavori per una spesa complessiva di 200.000 euro grazie ai
quali è stato possibile rifare il manto di copertura, realizzare una nuova scala interna in acciaio al posto di
quella in muratura, installare un ascensore per raggiungere il primo piano ed eliminare le barriere
architettoniche, adeguare l’edificio alle norme antincendio, oltre a eseguire il miglioramento sismico dell’edificio.
Adesso con il secondo stralcio di 173.000 euro la struttura sarà predisposta per ospitare il Centro di
documentazione e altre attività in via di definizione.
Fra le opere da portare a termine l’intervento sul le facciate e gli infissi in legno interni ed esterni, il ripristino
dell’intonaco e le tinteggiature interne al piano terra, la realizzazione dei servizi igienici e del nuovo impianto
elettrico al piano terra.




Rimini. Primo Silvestri presenta il libro “CARIM: ascesa e caduta di una banca del territorio”

Primo Silvestri

 

Primo Silvestri presenta il libro “CARIM: ascesa e caduta di una banca del territorio” (Il Ponte).

Viene presentato venerdì 9 ottobre, alle ore 17, presso la Sala del Giudizio del Museo della Città di Rimini, in via Tonini 1.

Inizialmente previsto per il 22 ottobre 2020, è stato rimandato a data da destinarsi il processo di appello contro i vertici Carim, presso il Tribunale di Bologna. Una ferita, la clamorosa caduta della principale banca locale, che stenta a rimarginarsi.
Una banca, lo ricordiamo, costretta a chiudere per una gestione non proprio esemplare, dopo 177 anni (era nata nel 1841) di onorato servizio. Gestione contro cui si è infranta la retorica della banca del territorio, risorsa e patrimonio di tutti, da difendere fino allo stremo.
In verità, come hanno accertato gli ispettori della Banca d’Italia e lo stesso Tribunale di Rimini, non era così. Qualcuno contava, e riceveva, più di altri. Anche se non lo meritava. Finanziamenti “relazionali” più che di merito (creditizio), li ha definiti il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco.
Siccome i soldi non escono dalle banche da soli, qualcuno, al vertice di Carim, consentiva. O quanto meno lasciava correre. Operazioni che avvenivano in un contesto di gravi carenze di gestione e di porte girevoli che funzionavano a pieno ritmo, dove non era infrequente che controllati e controllori si scambiassero di posto.

Vertice che nel bilancio 2009 si era presentato all’assemblea dei soci vantando addirittura un raddoppio degli utili d’esercizio, cha da un anno all’altro salivano da 8 a 18 milioni di euro. In tempo di piena crisi finanziaria internazionale un risultato a dir poco eccezionale. Tante banche fallivano, Carim raddoppiava gli utili. Di cui ben 8 milioni di euro distribuiti tra i soci azionisti, compreso la Fondazione Carim, che all’epoca deteneva il 70 per cento delle quote.

Purtroppo questo bilancio non era veritiero. Gli utili non c’erano, mentre abbondavano le perdite: 137 milioni le sofferenze nette in luogo dei 50 milioni messi a bilancio. Tanto che il tanto declamato utile, di li a poco si tramuterà in una perdita di 30 milioni di euro.

A svelarlo è stata l’ispezione della Banca d’Italia, della primavera 2010, che si è conclusa con lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e di controllo della Banca Carim per “ gravi irregolarità nell’amministrazione e violazioni normative, gravi perdite patrimoniali nonché per gravi inadempienze nell’esercizio dell’attività di direzione e coordinamento del gruppo bancario”.

Carim è stata commissariata fino all’autunno del 2012. Oggi suscita un sorriso amaro, dopo i capi d’accusa della Banca d’Italia, leggere nel bilancio 2009 espressioni del tipo: “Anche per questo esercizio Banca Carim si conferma ancora una volta una banca solida per il profilo di rischio, liquidità e patrimonializzazione”.

Come è andata a finire è cosa nota. Carim, dopo aver tentato disperatamente di salvarsi, mettendo in campo aumenti di capitale a ripetizione per coprire i buchi, alla fine ha dovuto cedere passando arma e bagagli, tecnicamente “incorporazione per fusione” a Crédit Agricole. Le azioni Carim che un tempo valevano 21 euro crollano al prezzo “congruo”, secondo il perito del Tribunale delle imprese di Bologna, di 0,194 euro. Nel famoso concambio, mille azioni Carim sono scambiate con appena 32 azioni Crédit Agricole. La differenza salta agli occhi. Per molti azionisti una svendita, ma la verità è che Carim, e con lei la Fondazione, che ha accolto senza colpo ferire questa valutazione, era decotta e non aveva nessun potere contrattuale. Il rischio era il fallimento.

Nel febbraio 2018 viene approvato il progetto di fusione, che si conclude nel settembre dello stesso anno, quando la Carim cessa di esistere.

Purtroppo le conseguenze, oggi, ricadono su tutti, a cominciare dagli ex azionisti, più di 7 mila, che si sono visti quasi azzerare il valore delle loro quote. Per continuare con la scomparsa di Eticredito, confluita in Carim in una operazione che avrebbe dovuto rafforzare entrambi, ma che, al contrario, ne ha decretato la fine, dopo aver versato inutilmente tutto il suo capitale.
Infine il territorio, dove le erogazione della Fondazione Carim sono crollate da 3,4 milioni di euro del 2010 a poco più di 200 mila euro di oggi. Qualcosa in più con apporti di Crèdit Agricole.

I vertici Carim, 23 ex amministratori, vengono portati in Tribunale e processati per diversi reati legati alle loro funzioni. Ma alla fine, con sentenza emessa nel febbraio 2018, a quasi dieci anni dalla scoperta dei fatti, vengono tutti assolti perché “i fatti non sussistono”. In realtà dal falso in bilancio si sono salvati solo grazie alla prescrizione.

I fatti non sussistono non perché la banca stia ancora in piedi, ma semplicemente perché la legge prevede la non punibilità per errori di bilancio che restano sotto una certa soglia. Che secondo il Tribunale non è stata superata. In verità, sostengono molti addetti ai lavori, per come è configurata la legge è quasi impossibile da superare. Resta il fatto, incontrovertibile, che la Carim non c’è più.

Contro l’assoluzione il Pubblico Ministero ha presentato Appello al Tribunale di Bologna. Ma, come abbiamo visto, il processo è stato rinviato.

Nel frattempo, però, è successo qualcosa. Perché l’Assemblea Ordinaria dei Soci di Crédit Agricole, del 28 aprile 2020, ha messo all’ordine del giorno e approvato la proposta per una “Transazione dell’azione di responsabilità a carico di esponenti di società incorporata”, cioè dei vertici Carim, “tenuto conto dei diversi inviti del Giudice della causa di addivenire ad una chiusura conciliativa della vertenza, le parti hanno avviato una trattativa a seguito della quale le Compagnie Assicurative (chiamate in causa dagli ex dirigenti)… hanno formulato una proposta transattiva condizionata all’approvazione dell’Assemblea che prevede:
– il pagamento a favore della Banca di un importo complessivo pari a circa il 60% della voce danno relativa agli utili distribuiti (si stima una cifra intorno a 5-8 milioni di euro NDR);
-la rinuncia da parte della Banca ad ogni pretesa fatta valere con l’azione di responsabilità”.

Un riconoscimento implicito che una qualche responsabilità gli ex vertici Carim ce l’avevano.