Provincia di Rimini. Coronavirus, nessun positivo (2.156 il totale) nel Riminese. Decessi: nessuno

 

Aggiornamento del 3 giugno 2020

Coronavirus, nessun positivo (2.156 il totale) nel Riminese. Decessi: nessuno

14 nuovi positivi, pressoché tutti (13) asintomatici individuati da screening regionali. 20.856 i guariti (+76), quasi il 75% dei contagiati dall’inizio dell’epidemia
Effettuati 3.001 tamponi, per un totale di 336.630; 233 test sierologici. I malati scendono ancora: -73. I casi lievi in isolamento a domicilio sono 2.447 (-57), l’86% dei malati. I ricoverati nei reparti Covid scendono a 342 (-16) e quelli nelle terapie intensive a 50 (lo stesso dato di eri).Undici nuovi decessi, nessuno nelle province di Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Ravenna, Forlì Cesena e Rimini

 

REGIONE: POSITIVI

4.495 a Piacenza (+2),

3.534 a Parma (+5),

4.952 a Reggio Emilia (dato invariato),

3.922 a Modena (+4),

4.642 a Bologna (+2);

394 a Imola (come ieri);

995 a Ferrara (dato invariato).

Infine, in Romagna i casi di positività hanno raggiunto quota 4.908 (+1),

con 1 nuovo caso a Forlì (944).

Nessun nuovo caso anche nella provincia di Ravenna (1.028 totali), a Cesena (780) e in quella di Rimini (2.156).

 

REGIONE: DECESSI

11 nuovi decessi: cinque uomini e sei donne.

Complessivamente, in Emilia-Romagna i decessi sono arrivati a 4.147.  Gli 11 nuovi decessi – relativi tranne un caso agli ultimi due giorni – sono così ripartiti per quanto riguarda la provincia di residenza:

2 in quella di Piacenza,

2 in quella di Parma

e 7 in quella di Bologna (nessuno nell’Imolese).

Nessun decesso nelle province di Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e da fuori regione.

 

 

 

 




Rimini. Ospedale Infermi, in visita il ministro Boccia ed il presidente della Regione Bonaccini

Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna
Ospedale Infermi, in visita il ministro Boccia ed il presidente della Regione Bonaccini giovedì 4 giugno, alle 12. Con loro anche l’assessore regionale alle Politiche per la Salute Raffaele Donini, il presidente della Ctss Michele De Pascale, il sindaco di Rimini Andrea Gnassi e alle altre autorità locali.
Ritrovo presso il centro nazionale e regionale per la Terapia intensiva, situati al quarto piano del palazzetto DEA dell’ospedale.Il punto d’incontro è  previsto alle ore 11:45 davanti alla camera calda del Pronto soccorso / accesso del Palazzetto DEA, per poi essere accompagnati sul posto in cui vi saranno posti assegnati e debitamente distanziati.




È giunta l’ora della carbon tax?

Tratto da lavoce.info
di Marco Ponti, già professore di Economia dei trasporti ed Economia ambientale, prima a Venezia
e poi per dieci anni come ordinario al Politecnico di Milano

Con l’epidemia di coronavirus il prezzo dei carburanti è decisamente calato, rendendo socialmente accettabile l’introduzione di una carbon tax a livello globale. Nei trasporti ridurrebbe le emissioni climalteranti senza gravare sui bilanci degli stati.
Il coronavirus e il clima
Molto si è scritto e raccontato sul possibile nesso tra il Covid-19 e l’inquinamento: vi è stata una corsa alla pubblicazione ma le evidenze fornite fin qui sembrano esili, se non inesistenti. Per comprenderlo è sufficiente confrontare gli eccessi di mortalità dei primi mesi dell’anno nelle diverse province di Lombardia e Veneto. Aree con livelli di inquinamento identici hanno eccessi di mortalità che variano da 1 a 10 e, viceversa, altre zone con livelli di polveri sottili diversi fanno registrare un quadro sostanzialmente omogeneo.
Il Covid-19 presenta invece caratteristiche comuni con il problema dei cambiamenti climatici: sono questioni planetarie che postulano risposte planetarie. Il virus ha anche generato fenomeni economici e ambientali molto peculiari: il crollo contemporaneo delle emissioni, come non si è mai verificato dal secondo dopoguerra a oggi (un calo del 5,5 per cento, stimano gli scienziati del Global Carbon Project), e dei prezzi delle energie fossili, scese intorno ai 30 dollari al barile di petrolio di riferimento. Una ripresa “business-as-usual” può far perdere una occasione positiva di intervento globale e trasformarla nel suo contrario: il basso prezzo dei fossili può espellere dal mercato molte fonti rinnovabili, nonostante i grandi progressi fatti (in particolare da solare e vento) negli ultimi anni, tanto da avvicinarsi molto, per costi di produzione energetici, a quelli delle fonti fossili pre-Covid.
In perfetta coincidenza, aumenteranno drasticamente in tutto il mondo i fabbisogni di risorse pubbliche.
Allo stesso tempo, si propone da molte e autorevoli fonti (Ursula von der Leyen in Europa e la consulente del nostro presidente del Consiglio Mariana Mazzuccato in Italia) un “green new deal”. Ma il miglior “green new deal” può essere proprio un intervento che risponde al problema finanziario, invece di aggravarlo: una “carbon tax” più universale possibile.
Il doppio dividendo
Una tassa di questo tipo sarebbe innanzitutto socialmente accettabile come mai finora era successo, perché si aggiungerebbe a prezzi eccezionalmente bassi delle fonti fossili, quindi con effetti di shock per ora ridotti. I prezzi finali dell’energia sarebbero destinati ad aumentare lentamente con la ripresa della produzione mondiale.
Un “doppio dividendo” difficilmente ripetibile. I valori annui in gioco per i ricavi sono stimati prudenzialmente dall’Economist (23 maggio 2020) nell’ordine dell’1 per cento del Pil mondiale, cioè circa 800 miliardi di dollari all’anno (stime Banca Mondiale). E con un livello di tassazione molto modesto, di circa 20 dollari per tonnellata di CO2 emessa (nel 2019 sono state emesse all’incirca 400 milioni di tonnellate totali).
I 20 dollari sono un valore lontano da quello di 35 dollari proposto come efficiente dal celebre studio del Fondo monetario internazionale “Getting the prices right”, e molto lontano anche dai 100 euro a tonnellata proposto come valore di riferimento dalla Commissione europea.
Ma è utile ricordare i motivi tecnici per i quali una tassazione delle emissioni di gas climalteranti (CO2 in primo luogo) sarebbe un “first best” rispetto a standard, voucher (“permessi di inquinare”) e sussidi.
Gli standard, per definizione, prescindono dai costi di abbattimento, che possono essere estremamente differenziati tra paesi, settori produttivi e singole imprese. E l’ottimo sociale (massimizzazione del surplus) si ottiene solo minimizzando la somma dei costi ambientali e di quelli di abbattimento. Non dissimili i problemi dei voucher, che postulano mercati locali assai difficili da gestire e di facile manipolazione politica da parte di interessi particolari.
Ancora più ovvio il problema di agire mediante sussidi: con il pesante fabbisogno di risorse pubbliche che ci attende, aumentare la spesa per l’ambiente non sembra una strada percorribile, anche perché tendenzialmente non si creano ritorni finanziari rendendo più “verdi” le produzioni.
Cosa comporterebbe per il settore dei trasporti questo approccio? A scala mondiale, il suo peso relativo sulle emissioni climalteranti è in crescita, a causa di due fenomeni concomitanti: il rapido aumento della motorizzazione nei grandi paesi in via di sviluppo e l’insufficiente tassazione dei carburanti sia in quegli stessi paesi che negli Stati Uniti (in alcuni stati – come Egitto e Venezuela – i prodotti petroliferi sono addirittura sussidiati). Poi, i combustibili fossili nel settore aereo e navale di fatto oggi non sono tassati, rallentando così, per mancanza di incentivi adeguati, il progresso tecnico verso motorizzazioni meno inquinanti.
L’Europa (e il Giappone) presentano invece uno scenario opposto: il loro peso nel totale delle emissioni inquinanti nei trasporti terrestri è già basso, grazie all’azione combinata di standard e fiscalità, e se ne prevede un ulteriore declino. L’avvento di una carbon tax farebbe emergere l’elevato livello di “internalizzazione” già in atto per via fiscale nel settore – un livello molto più alto rispetto ad altri settori inquinanti (vedi Oecd e lo studio Fmi), alcuni dei quali addirittura sussidiati, come l’agricoltura. Ma sarebbe anche una straordinaria occasione per accelerare lo sviluppo di mezzi di trasporto meno inquinanti. L’obiettivo primario dovrebbe essere rivolto alle esportazioni, in un mercato internazionale che genererà una domanda assai più elevata di tali mezzi, soprattutto ovviamente quelli che possono essere interamente pagati dagli utenti, senza la necessità di intervenire con ulteriori risorse pubbliche.

Ufficio Stampa
Comune di Riccione
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Tel. 0541- 608103



Riccione. Dipendenti comunali: 289 donne su 409…

Dipendenti comunali: 289 donne su  409…
La presenza femminile per la categoria più alta, la “D”, è del 66% mentre per quanto riguarda i dirigenti, la metà esatta sono donne. Il quadro emerge nell’ambito dell’approvazione del piano triennale delle azioni positive 2020-2022 del Comune di Riccione, approvato questa mattina dalla Giunta. Il piano recepisce il codice delle pari opportunità tra uomo e donna sul piano lavorativo e tutte le misure atte ad eliminare le discriminazioni di genere. Il Comune di Riccione ha al suo interno il Comitato unico di garanzia (CUG) che sostituisce e unifica le competenze in solo organismo dei comitati per le pari opportunità e i comitati paritetici sul fenomeno del mobbing. In ambito di CUG quindi si individuano tutte le azioni necessarie contro la discriminazione di genere, programmate su base triennale. Tra le varie misure messe in campo dal Comune di Riccione, oltre a corsi di formazione e il codice comportamentale del dipendente pubblico, c’è l’introduzione dello smart working e corsi di aggiornamento per i rapporti con l’utenza e i cittadini. In particolare per il corso di aggiornamento per i pubblici dipendenti sui rapporti con l’utenza e i cittadini, le linee guida sono state già condivise con i rappresentati dei lavoratori. Tornando al dato statistico sui lavoratori pubblici del Comune di Riccione si nota come siano in maggioranza le donne anche nella categoria compresa tra i 31 e 40 anni (36) contro 13 uomini, superiorità che diventa schiacciante nella categoria dai 41 ai 50 anni: 88 donne contro 29 uomini.
“Il rispetto di un codice comportamentale e la vigilanza contro la discriminazione di genere nell’ambito della pubblica amministrazione  – ha detto l’assessore al Personale, Luigi Santi – introdotto dal Comune di Riccione, è parte integrante del buon funzionamento della macchina pubblica. Così come è importante formare il personale ai rapporti verso l’esterno, ai cittadini e all’utenza. Per questo motivo introdurremo un corso di formazione specifico, già accolto positivamente dai rappresentanti dei dipendenti, che sarà caldamente consigliato alla quasi totalità dei lavoratori”.  



Rimini. Addio a Paolo Fabbri, raffinato semiologo allievo di Umberto Eco

Il sindaco di Rimini Andra  premia Paolo Fabbri (17.4.1939 – 2.6.2020)  con il Sigismondo d’oro, la massima onorificenza della città
Addio a Paolo Fabbri, raffinato semiologo allievo di Umberto Eco. Se n’è andato il 2 giugno. Aveva 8 1nni. E’ stato tra gli intellettuali riminesi più raffinati dello scorso secolo.

Si è occupato del ” linguaggio alle arti, dalla comunicazione alla filosofia, dalla sociologia alla epistemologia”.

Si laurea nel 1962 a Firenze, Fabbri. Dal 1965-66 è a Parigi, al l’École Pratique des Hautes Études. Segue i corsi di Roland Barthes, Lucien Goldmann e Algirdas Julien Greimas. Sarà uno dei mattoncini fondamentali della sua struttura mentale.
Tornato in Italia, insegna Semiotica con Umberto Eco a Firenze, facoltà di Architettura nel 1966-67.
Per un decennio (fino al 1976)  è ad Urbino, professore di Filosofia del linguaggio presso l’Istituto di Lingue dell’Università di Urbino. Con Carlo Bo e Giuseppe Paioni,  fondanel 1970 il Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica.
Nel 1977, inizia all’Università di Bologna. Fino al 2002 insegna Semiotica delle Arti al Dams, di cui sarà presidente dal 1998 al 2001.
Tra il 1986 e il 1990 insegnò Semiotica, in qualità di professore straordinario, presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Palermo.
Dal 2003 al 2009 fu professore ordinario di Semiotica dell’Arte e Letteratura artistica presso la Facoltà di Design e Arti, Università IUAV di Venezia.
Oltre ad insegnare in Italia, ha portato la cultura italica in moltissime università nel mondo.
Il prestigioso riminese dal 2011 al 2013 ha diretto la Fondazione Federico Fellini di Rimini.
Lo ricorda così il sindaco Andrea Gnassi: ““Solo pochi mesi fa, alla fine della cerimonia in cui gli venne consegnato assieme a Marco Missiroli il Sigismondo d’Oro, il professor Paolo Fabbri mi prese da parte per ringraziare. Non erano parole di circostanza. Aveva gli occhi che gli brillavano in uno stupore divertito, da bambino, per quella festa così apparentemente lontana dal suo rigore, che illuminavano un corpo già provato dalla malattia. Adesso ho davanti quello sguardo che, a mio avviso, sintetizza bene la vita, le opere e l’approccio di Fabbri alla vita e alle relazioni tra persone. La curiosità personale, l’insaziabile volontà del sapere, la consapevolezza che il cammino della conoscenza non ha mai capolinea, che si esplicavano attraverso un lavoro intellettuale meticoloso, in dialogo permanente con le più alte esperienze culturali ma lasciando sempre aperta la porta al nuovo. Partire dalla provincia, da Rimini, per diventare riferimento di un mondo e del mondo in un campo come quello della semiotica che scava nei segni, nella parola, nelle immagini che cercano (spesso invano) di afferrare le cose e i fatti. In questo senso, il tragitto esistenziale di Paolo Fabbri ha molti punti di contatto con quello dell’adorato Federico Fellini, anch’esso riminese curioso e schivo, dalla prorompente curiosità tradotta in arte cinematografica sublime e indimenticabile. Rimini perde oggi qualcosa di infinitamente grande.
Il Fabbri che abbiamo tutti conosciuto, che ho personalmente conosciuto, era una persona libera e non conformista. Il suo stesso mestiere lo portava ad afferrare il significato delle cose oltre la superficie di quanto accade. Il suo è stato uno sguardo differente per decodificare una società sempre più apparentemente complessa ma nello stesso tempo regredita nei linguaggi e dunque nelle relazioni. In una recente intervista, confidava le sue sensazioni sulla contemporaneità: “Siamo la cultura del superlativo, dell’esternazione e dell’iperbole enfatica che provoca emozione. Ai tempi di Pasolini e Fellini parole come “ragazzì” e “paparazzì” sono entrate nel lessico francese, poi si è imposta la “paninoteca”, oggi dall’Italia penetrano in Francia i nostri superlativi in –issimo. E poi c’è anche un abuso di prefissi del tipo: ultra-, stra-, mega-, iper-, maxi-, macro-, meta-”. Il giudizio, dietro all’asetticità dell’analisi, era negativo. Dentro questo perimetro ha continuato fino all’ultimo, nonostante le condizioni fisiche sempre più precarie, a esercitare il ruolo di intellettuale a tutto tondo, e cioè portatore di una visione non convenzionale del presente e della realtà, pur scomoda e inascoltata alla massa che fosse.
Umberto Eco, suo grande amico e compagno di viaggio intellettuale, lo aveva inserito tra i personaggi del celebre romanzo ‘Il nome della Rosa’. Paolo da Rimini, fondatore della biblioteca, e con il soprannome di «Abbas Agraphicus» per le letture voraci e per la parsimonia nello scrivere. Un divertissement, un gioco che metteva in luce la confidenza tra i due grandi semiologi, intellettualmente onnivori e intellettualmente consapevoli che la cultura potesse avere un ruolo fondamentale nella vita delle persone se non blindata nelle alte guglie e nelle torri d’avorio.
Questo aveva portato Paolo Fabbri ad assumere compiti e ruoli importanti nella sua Rimini, in particolar modo in ordine alla valorizzazione e alla promozione delle opere e del genio di Federico Fellini, da lui considerato alla stregua di Picasso e Kafka. Ruoli in stagioni difficili e perfino tormentate, Rimini non pareva credere a sufficienza nella necessità di fare dell’eredità artistica di Fellini non solo un luogo da visitare passivamente ma una vera e propria architrave per rigenerare la città e rigenerarsi attraverso uno sguardo creativo sul mondo e sulla vita. Fabbri non si è mai risparmiato, pur nelle condizioni organizzative e logistiche più difficili, e si è messo costantemente a disposizione per un compito che oggi è a portata di mano, con il Museo Internazionale Federico Fellini che ha tra i ‘padri’ nel comitato scientifico il professor Paolo Fabbri. La sua riminesità aveva radici profonde che si snodavano intorno un senso compiaciuto, orgoglioso e perfino autoironico di se stesso e del suo rapporto con la città. Diceva spesso che qui da noi lui è stato prima ‘ l’anvod ad Panoun (il nonno Ersilio)’, quindi ‘ il fratello di Gianni’. Ed era divertito quando alla cerimonia del Sigismondo d’Oro dello scorso dicembre, all’età di 80 anni, raccontava come ‘ per la prima volta mi chiamano con il mio nome e il mio cognome’. Libero, dissacrante, anarchico era lui, in sintonia perfetta con una città anch’essa libera, dissacrante, anarchica. Una relazione d’amore lunga una vita, solida e profondissima oltre gli impegni pubblici, dal già citato Comitato Scientifico per il Museo Fellini (sulla cui particolare ideazione intorno a tre assi hanno molto contribuito le intuizioni del professor Fabbri) al Comitato per i 400 anni della Biblioteca Gambalunga.
Rimini ha potuto onorare adeguatamente il professor Paolo Fabbri nello scorso dicembre consegnandoli il Sigismondo d’Oro. Dell’uomo che ha toccato i vertici culturali internazionali, avendo ogni genere di premio e merito, ho nella memoria le parole emozionate dell’annuncio del riconoscimento riminese. La sua Rimini che si trovava all’interno del teatro, in una giostra festosa e colorata, a dirgli grazie per ‘ avere, con i suoi studi e il suo lavoro incessante in Italia e nel mondo, dato valore e restituito alla parola il senso esatto delle cose, forma espressiva universale del dialogo possibile tra persone e culture diverse; per avere salvaguardato, lungo la contraddittoria evoluzione della società e del costume italiano degli ultimi cinquant’anni, ruolo e funzione del lavoro intellettuale, artefice di connessioni ai più invisibili ma essenziali per le relazioni umane; per essersi impegnato in prima persona per valorizzare personaggi, storie, iniziative anche del territorio, al di fuori da ogni provincialismo e trasformandole in occasioni di discussione e di attenzione nel più ampio panorama internazionale.’. Belle parole, sincere e meritate. Parole, comunque. Che Paolo Fabbri avrebbe interpretato per quel che erano e sono: il segno di una vita spesa a credere che andare oltre la superficie sia un dovere e una necessità per l’uomo. Come l’Ulisse di Dante. E Rimini la sua Itaca”.