Rimini e Pesaro. Le sette (più sette) meraviglie

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Pesaro, piazza del Popolo

Rimini, la Fontana della Pigna

Rimini, la Fontana della Pigna

– “Tra Pesaro e Rimini la stessa origine culturale: i 200 anni dello Stato dei Malatesta, che andava da Cesena fino a Fano-Senigallia. E queste origini continuano ad essere presenti. E’ la burocrazia, con le due province e le due regioni, che ci impedisce di comunicare. E’ una divisione artificiale”. La riflessione è di Piergiorgio Pasini, lo storico dell’arte per antonomasia del Riminese e non solo.
“Le meraviglie di Rimini – continua il professor Pasini vanno viste nel contesto marchigiano ed in quello emiliano romagnolo”.
Con un gioco (serissimo): è stato chiesto a Pasini e a Marcello Di Bella quali sono le loro sette meraviglie delle rispettive città.
Pasini: “Non sono per le classifiche, ma un viaggio a Rimini vale la pena. Abbiamo cose che altrove non ci sono. Assolutamente da visitare: il Tempio Malatestiano, la chiesa di Sant’Agostino, l’Arco di Augusto, il Ponte di Tiberio, Piazza Cavour, il Museo della Città con l’annessa Domus del Chirurgo”.
Rimini conserva straordinari monumenti romani, ma forse quello che la caratterizza è il Tempio Malatestiano. Progettato da Leon Battista Alberti è la prima opera del Rinascimento; si rifà alla Rimini romana, all’arco di Augusto. Nella facciata, come gioielli, si possono ammirare pietre rosse e verdi che arrivano dall’antico Egitto. Sigismondo Malatesta le razziò a Ravenna. All’interno, bassorilievi di una bellezza unica, il Crocifisso di Giotto, l’affresco di Piero della Francesca ed una piccola pietà che ispirò Michelangelo.
In pochi lo sanno, ma il Museo della Città è il più importante della Romagna. Uno scrigno di opere d’arte della storia di Rimini, dall’antichità fino ad oggi. Tra le opere maggiori: tele del Guercino, Bellini… E che cosa dire dei medaglioni rinascimentali che celebrano Sigismondo Malatesta opera di Matteo de’ Pasti?
Piazza Cavour racchiude il Medio Evo, il Rinascimento, il barocco ed il neo-classico. In mezzo una fontana con colonnine romane scolpite che venne ammirata anche da Leonardo da Vinci.

Pesarese
Alle sette “meraviglie” del Riminese, vanno aggiunte, sempre quel gioco serio, le sette di Pesaro. Insomma, due province un unico territorio di bellezza.
Quelle di Pesaro sono raccontate da Marcello Di Bella, pesarese, già direttore della Biblioteca Gambalunga di Rimini, oggi presidente della Fondazione Marisa e Carlo Bo.
Di Bella. “Per me Pesaro è una città in cui vige quella che i romani chiamavano medietas, intesa come fastidio per il clamoroso, lo stupefacente, o inusitato manifestarsi di cose o persone abnormi o “maravigliose”. Questo aspetto che i grammatici ascrivono alla figura retorica della litote (attenuazione, semplicità e aggiungerei, buon gusto) ovviamente collide con il numero sette, così carico di simboli fortemente esoterici.
Ho accettato però l’invito del direttore e starò al gioco, anche perché si dice che le gemme nascoste siano le più belle, anche se non immediatamente appariscenti, oppure non viste pur essendo sotto gli occhi di tutti.
1) La prima meraviglia la vedo nel contesto in cui è inserita Pesaro che potrei chiamare la città dei tre colli, ognuno dei quali o almeno due di essi, sono carichi non solo di natura ma anche di storia antichissima; il colle Ardizio a destra, il parco regionale del monte San Bartolo a sinistra, la Rocca di Novilara alle spalle e ovviamente il mare con spiaggia di sabbia fine.
Per il San Bartolo meritano ogni riguardo le splendide ville superstiti esposte a mezzogiorno, come la cinquecentesca “Imperiale”, luogo di ameno soggiorno, per esempio, del Tasso che immagino passeggiare nello splendido giardino pensile o la sei-settecentesca villa Caprile, dotata di capricciosi giochi d’acqua e anche di un bel giardino all’italiana con tanto di ‘teatro di verzura’.
Novilara vede ai suoi piedi una vasta necropoli in scavo dalla fine dell’Ottocento: ci ha regalato le più antiche testimonianze degli antichi guerrieri e navigatori abitanti nella zona: le loro reliquie, databili intorno all’ottavo-settimo secolo a. C. consistono in armi in bronzo, gioielli, oggetti domestici, steli tra le quali una ‘naumachia’, rappresentazione di un combattimento navale contornato da figurazioni di non facile interpretazione e una stele con un lungo testo, sembra (a me profano) di tipo etrusco, ancora non tradotto.
Quasi tutto è conservato nel museo della Biblioteca Oliveriana di Pesaro, compresi gli scheletri di quegli uomini che dovevano essere di alta statura a giudicare anche a uno sguardo superficiale; il che aumenta la curiosità sulla loro origine.
2) Il museo, che citerei come seconda vera e propria meraviglia, purtroppo chiuso dal 2012 in seguito a un allagamento e successivi interventi di ristrutturazione non completati, contiene tanti altri reperti, sia da collezione che da scavo.
3) Meritano di essere segnalati per la singolarità, ma anche per quantità e qualità i resti del lucus pisaurensis, cioè il bosco sacro pesarese, con i suoi cippi votivi ognuno dedicato a una divinità arcaica (dal III sec. a. C.) come mater matuta, juno, apoleion, fides, salute ecc, e tantissimi ex voto in terracotta, come parti anatomiche, animali, bambini in fasce e così via. Né si può tacere di un pezzo unico ma molto significativo, come l’epigrafe bilingue etrusco latino, quasi una essenziale “Stele di Rosetta” in cui si menziona un “fulguriator” ossia un indovino specializzato nell’interpretare i fulmini.
4) Si è detto del Museo citando la Biblioteca che deve il suo nome al nobile Annibale degli Abbati Olivieri. Fu lui a costituirla e a lasciarla alla comunità pesarese insieme al museo e fu lui, tra l’altro, a effettuare quegli scavi che portarono alla luce gli oggetti del bosco sacro.
La storia è lunga ma bastino i trecentomila volumi di tutte le epoche, esclusi i papiri e l’infinità di oggetti che ne costituiscono le raccolte a indicare un’altra vera e propria meraviglia pesarese: monete e medaglie (più di diecimila), pergamene, avori, disegni, dipinti, portolani e carte geografiche, manoscritti, fotografie, ecc. ospitate, si fa per dire, in un edificio sei-settecentesco abbastanza fatiscente, il cui progetto di adeguamento e ristrutturazione non ha trovato esecuzione.
5) Pluripremiata invece la bella biblioteca San Giovanni che occupa, completamente riadattati nel 2000, i locali del convento da cui prende il nome. Luogo piacevole di prestito e consultazione e conversazione specie per i bambini, con un bello scoperto. Merita di entrare nel novero
6) Tralascio le ovvie emergenze monumentali, come Rocca Costanza e il Palazzo Ducale e l’ancor più originale Villino Liberty Ruggeri per chiudere questa unilaterale carrellata sia con la Sfera Grande di Arnaldo Pomodoro che dal 1998 si specchia in una perfetta vasca circolare al centro del lungomare, e sia, nella piazzetta dei musei la recente (2018) installazione marmorea di Giuiano Vangi.
7) Questa ‘Scultura della Memoria’ è un monumento in pietra di Apricena, raffigurante i grandi della cultura e della storia di Pesaro e delle Marche: Rossini, Leopardi e Raffaello ma anche il mecenate Federico da Montefeltro. A completare il disegno, nella concezione teatrale della struttura, l’uomo porta davanti al volto una maschera dorata mentre declama rivolto ai Musei Civici, una donna del popolo che ammira i bassorilievi e una coppia di giovani abbracciati su una panchina, ‘simbolo della speranza nel futuro’.
Avrei un post scritto: I mosaici del Duomo, circa Vll sec. con strati precedenti. Meriterebbero un saggio”.

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