La Piazza esce anche nelle edicole di Pesaro. In regalo libro sulla ceramica istoriata

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– Il mensile di politica, economia, cultura, costume e sport, la Piazza esce anche a Pesaro città (da 20 anni racconta fatti e personaggi della provincia di Rimini, San Marino, Gabicce Mare, Gradara e Tavullia).

E’ in regalo, in accoppiata con la testata, ai nuovi lettori pesaresi che acquistono il nostro giornale. S Il volume reca la prefazione dell’inglese Timothy Wilson, un nome mondiale nell’universo maiolica.

 

Chiunque nelle edicole lo acquista riceve in regalo un libro  del prestigioso professor Riccardo Gresta. Titolo: “Frammenti pesaresi istoriati dalle collezioni Bonali e Ugolini” (128 pagine a colori). Reca la prefazione di Timothy Wilson, conservatore dell’Arte occidentale dell’Ashmolean Museum di Oxford.  Se l’istoriato ha portato Pesaro nel mondo (le sue maioliche si trovano nei maggiori musei, dal Louvre all’Ermitage…), non da meno lo sono stati Piero Bonali (1903 – 1998) e Giorgio Ugolini (1887 – 1954). Entrambi mecenati, entrambi innamorati di Pesaro, entrambi hanno lasciato alla comunità documenti e saperi fondamentali. Il primo è stato un brillante intellettuale. Il secondo invece un accorto e geniale imprenditore che ha voluto bene a Pesaro come pochi. Il libro racconta la loro collezione di frammenti, acquisiti con boccioni di vino ai muratori che li rinvenivano mentre lavoravano nei cantieri di Pesaro.

Invece, i lettori riminesi della Piazza lo potranno ricevere gratuitamente telefonando in redazione (0541.611070).

Pesaro, nella Piazza, viene raccontata con quattro pagine. Diventa un giornale interprovinciale, con l’ambizione di narrare lo stesso territorio suddiviso tra due province e due regioni. Cercherà di far da ponte; tra i due territori, da sempre, ci sono relazioni sociali ed economiche strettissime. La Valconca lato Siligata manda i figli alle superiori a Pesaro; sul lato opposto si è attratti dal vento di Rimini e Riccione.
Nata 20 anni fa, questa testata cerca di fare giornalismo con tensione morale, cultura, animo fermo e passione.

 

Abbiamo chiesto al professor Chiaretti di pennellare queste genti dette marchignole dallo scrittore Fabio Tombari.

– Sono nato e vivo da sempre a Mondaino, lo splendido castello malatestiano che fin dal Medioevo si erge a guardia del confine fra Romagna e Marche. Qui le famiglie dei Malatesti di Rimini e dei Montefeltro di Urbino (talvolta anche gli Sforza di Pesaro) si sono ripetutamente scontrate militarmente per il predominio territoriale ed incontrate per firmate trattati di pace puntualmente infranti di lì a poco (il più celebre di essi è senza dubbio quello sancito nel 1459 in cui i due condottieri Sigismondo de’ Malatesti e Federico da Montefeltro – parenti ma indomabili nemici – se abocorono e fecerse baci et chareze: in memoria dell’avvenimento si celebra ogni anno a Mondaino il celeberrimo Palio de lo daino), che attira migliaia di visitatori e che mette in disfida le contrade di Borgo, Castello, Montebello e Contado.

Chi viene a Mondaino, dunque, si trova a vivere un’intrigante situazione di “città doppia”, poiché il centro storico è curiosamente diviso fra la Porta di Sopra (che guarda Rimini e il mare) e la Porta di Sotto orientata verso le Marche, Urbino ed il Passo del Furlo. Questo fatto ha determinato nel corso dei secoli una netta separazione fra un paese che si sente romagnolo (dalla Rocca alla Chiesa di S. Michele Arcangelo) e l’altra metà, dalla Chiesa fino al Mulino delle fosse, addossato alla Porta di Sotto. Sono due mondi diversi ed opposti (da bambini avevamo costruito delle brigate terribili e spesso cruente negli scontri, tanto che ne porto ancora il segno sulla fronte) in cui, da una parte, si parla il dialetto romagnolo e la piadina è sottile e povera, mentre dall’altra domina l’inflessione marchigiana e la “crescia” si fa alta e sfogliata, ricca di sapori derivanti dallo strutto, il nobile grasso di maiale.
Nella parte di sopra dominano i ricchi palazzi borghesi (Romani, Forlani, Ferri, Scattolari ecc.) mentre di sotto vi sono solamente povere case, dove nessuno vorrebbe vivere, anche perché, essendo esposta perfettamente a sud, in questa parte di paese l’estate è particolarmente calda e non si giova del fresco vento di mare.
La Porta di Sopra si vanta di ospitare la Rocca malatestiana, l’elegante Loggiato circolare (divenuto celebre grazie alla pubblicità della Birra Moretti), la Piazza detta “padella” per la sua forma rotonda e via Roma che le fa da manico, mentre la Porta di Sotto è ancor oggi soffocata dal grande Convento di Monache Clarisse (fondato nel 1624), che ha impedito ogni sviluppo urbanistico e commerciale. Anche sul piano sanitario, la popolazione di sopra gravita su Morciano e Rimini, mentre quella di sotto preferisce rivolgersi all’Ospedale di Urbino. Di sopra sventola bandiera giallo-rossa della Romagna e dei Malatesti e di sotto quella gillo-blu dei Montefeltro! Ed affinché non si creda che si tratti di semplice folklore o di invenzione, potrei continuare a lungo nell’elenco di questa incredibile frontiera! Io sono nato nella Padella, ma da circa trent’anni abito felicemente alla Porta di Sotto, tuttavia non posso dimenticare che, quando vi arrivai per la prima volta, ero sentito come un intruso, uno di quelli che abitano “di sopra”! Essere oriundi di una terra “non è come attraversare un campo” (Boris Pasternack).

Ecco, allora, spiegato perché i mondainesi ed i territori fra Montefeltro e Romagna vennero (e sono) chiamati “marchignoli”, grazie ad una felice espressione inventata dal genio poetico del grande Fabio Tombari (1899-1989), fanese, che il 30 ottobre 1934 prese in moglie Angela Busetto, mondainese, andando ad abitare nella grande casa di Rio Salso di Mondaino (in cui sono nate ed ambientate molte delle sue opere letterarie: “I ghiottoni”, “Frusaglia”, “Il concerto fiorito” “ Ercole al bivio” ecc. ), dove la cucina e la sala da pranzo si trovano in Romagna e la camera da letto nelle Marche!
Da allora sono stati molti quelli che hanno voluto attribuirsi la paternità di questa curiosa e significativa espressione, ma il tempo è galantuomo e dunque è giusto che tutti sappiano che la dobbiamo originariamente al nostro “Fabiulén” (secondo l’idioma romagnolo) o “Fabiulìn” (secondo quello marchigiano)!

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