Rimini. Guardia di Finanza, 1.200 controlli estivi

Rimini, comando della Guardia di Finanza

Rimini, comando della Guardia di Finanza

 

La Guardia di Finanza ha compiuto 1200 interventi durante l’estate, 16 al giorno.
Sequestrati  8.000 prodotti contraffatti e non sicuri.
Individuati 112 lavoratori in nero o irregolari.
Controllate oltre 1100 persone  e 850 autovetture.
Individuati 5 soggetti completamente sconosciuti al fisco

Money transfer: effettuati 112 interventi.

Sono i numeri estivi della Guardia di Finanza della provincia di Rimini, nell’ambito di un dispositivo Nazionale di intensificazione delle attività di controllo, predisposto dal Comando Generale. Un piano operativo impiegando sul territorio 900 pattuglie, che hanno eseguito oltre 1200 controlli di polizia economico-finanziaria a tutela degli operatori corretti e dei consumatori a contrasto della concorrenza sleale.

L’azione profusa dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria, del Gruppo di Rimini e della Tenenza di Cattolica, svolta sotto il coordinamento del Comando Provinciale di Rimini e con l’ausilio di 65 unità di rinforzo estivo, ha permesso così di eseguire nei mesi estivi un controllo capillare del territorio provinciale (specie nelle località di maggiore aggregazione turistica del litorale, centri storici delle città maggiori, principali località dell’interno, caselli autostradali e spazi portuali e aeroportuali), che ha portato nei vari settori di intervento a questi risultati.

25 sequestri di merce abusivamente commercializzata sul litorale (Rimini, Riccione, Cattolica e Bellaria) in materia di contraffazione e sicurezza prodotti che hanno permesso di togliere dal mercato circa 5000 prodotti non sicuri e 3000 prodotti contraffatti denunciando 23 persone.
In particolare, sono stati sottoposti a sequestro prodotti elettronici, giocattoli, abbigliamento ed accessori moda (borse con marchio contraffatto Prada, Louis Vuitton, Chanel, Hermes e Gucci, magliette riportanti il marchio contraffatto di note squadre calcistiche, oggetti riportanti i loghi registrati di Valentino Rossi sequestrati in occasione del recente Moto GP).
Le operazioni tuttora in corso, partono dai punti di smercio e vendita e puntano poi a ricostruire l’intera filiera del falso e della distribuzione, fino ai produttori/importatori e ai depositi di stoccaggio della merce illecita. Dall’inizio dell’anno questo ha consentito sinora di togliere dal mercato abusivo 140.000 prodotti contraffatti e/o non sicuri e denunciare 40 persone.

112 i lavoratori “in nero” o “irregolari” scoperti nel corso degli interventi effettuati, tra i quali spiccano quelli presso un distributore di carburante di Rimini, un osteria di Rimini, un centro benessere di Rivabella di Rimini gestito da cinesi, un night club di Misano Adriatico, 4 imprese di Rimini esercenti l’attività di fabbricazione di articoli di viaggio, i cui titolari sono risultati cittadini di nazionalità cinese, nonché una società in fallimento con sede legale in Rimini, operante nel commercio del pesce.

In materia di affitti in nero sono state rilevate irregolarità fiscali nei confronti di proprietari di appartamenti ubicati in Rimini e Cattolica per oltre 70.000 euro di redditi di fabbricati non dichiarati e oltre 2000 euro di imposte di registro e di bollo non versate, nonché nei confronti di un residence ubicato in Rimini che ha omesso di dichiarare complessivamente, ai fini delle diverse imposte evase Iimposte dirette, Iva, Bollo, Registro), oltre 600.000 euro di imponibile.

112 i money transfer visitati sottoponendo a controllo operazioni di trasferimento di denaro all’estero, identificando i 90 soggetti che le stavano compiendo, di cui 10 extracomunitari.
I controlli sono mirati a prevenire condotte finalizzate all’utilizzo dei circuiti di pagamento alternativi ai canali bancari per finalità di riciclaggio di proventi illeciti, ovvero per possibili operazioni destinate al finanziamento del terrorismo.
L’effettuazione di questi controlli “sul posto” ha anche lo scopo di evitare casi di “aggiramento” delle regole che sovrintendono a tali servizi, fra cui il divieto di frazionamento artificioso dei pagamenti al di sotto della soglia di legge fissata in 1.000 euro (c.d. smurfing) oppure la fittizia intestazione delle transazioni a prestanome.

Tra i controlli in materia di giochi illegali spicca quello nei confronti di una sala giochi di Bellaria Igea Marina, che ha permesso di rinvenire e sottoporre a sequestro due apparecchi e congegni da divertimento denominati “DAYTONA USA RACE LEADER” e “THE HOUSE OF THE DED 2” non conformi, perché sprovvisti delle targhette inamovibili recanti il codice identificativo e privi delle autorizzazioni amministrative previste.

Oltre 40 gli interventi in materia di anti-bagarinaggio nel corso degli eventi che si sono tenuti nella provincia e che hanno permesso di sottoporre a sequestro 18 titoli di ingresso e di denunciare a piede libero un soggetto per il reato di ricettazione.

Eseguiti controlli strumentali (per il regolare rilascio di scontrini e ricevute fiscali) nei confronti di oltre 650 esercizi commerciali e locali, riscontrando, nel 35% dei casi, il mancato rilascio al cliente del documento fiscale obbligatorio.

Molto intensa è stata l’azione nel mese di agosto nei confronti tra gli altri operatori di locali della movida, stabilimenti balneari e strutture alberghiere; di rilievo emerge come presso un hotel i finanzieri, in un solo intervento, una mattina hanno constatato la mancata emissione di ricevute fiscali per un incasso complessivo di oltre 10 mila euro nei confronti di 6 clienti che stavano lasciando la struttura dopo aver saldato il conto, ma senza avere ottenuto la ricevuta fiscale.

Nei mesi estivi, grazie ai controlli sul campo, sono stati individuati anche 5 soggetti completamente sconosciuti al fisco operanti nei settori autotrasporti, ricettivo, lavoro autonomo, costruzione di edifici e ristorazione che hanno permesso complessivamente di constatare redditi non dichiarati per oltre un milione di euro ed IVA dovuta per oltre 126 mila euro.

Il controllo sulle reti viarie ha riguardato 850 autovetture e 1100 persone (i controlli si sono concentrati nelle zone di maggior affluenza turistica, presso i caselli autostradali, stazioni ferroviarie e località turistiche comprese quelle di Miramare, Marina Centro di Rimini e Marano di Riccione).
In tale ambito con l’ausilio delle unità cinofile antidroga ed antivaluta i militari del Gruppo di Rimini, hanno denunciato per spaccio di sostanze stupefacenti 2 responsabili, di cui uno tratto in arresto, segnalando alla competente Autorità Prefettizia 14 soggetti trovati in possesso di droga. Sottoposte a sequestro oltre 100 dosi di sostanze stupefacenti tipo hashish, marijuana e cocaina.
Le fiamme gialle riminesi, inoltre, durante l’estate hanno concorso a tutte le attività di tutela della sicurezza e ordine pubblico per gli eventi più importanti della riviera, tra i quali molo street parade, notte rosa, meeting dell’amicizia e motomondiale di Misano Adriatico.




Elogio della pace

Silvio Di Giovanni (1892 - 1915), morto nella Grande guerra

Silvio Di Giovanni (20.10.1892 – 28.8.1915), morto nella Grande guerra

 

 

 

di Silvio Di Giovanni

Perché scoppiò la prima guerra mondiale del 1914-1918? Perché l’Italia entrò nel conflitto nel maggio del 1915?
La scintilla partì dai Balcani ed anche vent’anni fa circa, quelle terre furono teatro di continue tensioni che diedero luogo ad imprevedibili sviluppi.
Tuttavia le ragioni sono molteplici e certamente pregne di brama di potere e di grandezza.
La rapida ed impressionante produzione industriale tedesca con la parallela ascesa delle esportazioni anche sul mercato inglese e con l’annuncio dell’Imperatore Guglielmo II di voler fare della Germania una grande potenza anche marinara, preoccupò fortemente il paese anglosassone, che aveva sempre avuto il primato sui mari e nei commerci con una supremazia indiscussa.
L’occasione fu l’attentato del 28 giugno 1914 all’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, ma fin da prima i segni di un profondo spostamento dell’equilibrio sia politico che economico tra le maggiori potenze d’Europa e del Mondo che innestarono la scusa per l’inizio della guerra, di quella terribile mattanza, cui l’Italia non ebbe né la capacità né la volontà di sottrarsi, furono sistematicamente preparati ed attuati dai due gruppi di nazioni belligeranti per interessi politici, economici, di supremazia e di potere che diedero luogo alla grande carneficina.

La guerra, scriveva Voltaire, assieme alla carestia ed alla peste rappresenta i tre ingredienti più famosi di questo mondo.
La guerra è voluta dagli uomini e per questo ci pensano alcune centinaia di persone tra Ministri, Monarchi, Principi, Generali ad organizzare ed incitare le folle con la benedizione dei rispettivi religiosi che officiano in nome di Dio da ognuna delle parti a cui appartengono.
La carestia e la peste, che sovente seguivano la guerra, così come diceva, con profonda ironia, questo illustre illuminista del ‘700, sono “due regali che ci vengono direttamente dalla Divina Provvidenza”.
E’ davvero una gran bella trovata la guerra che devasta le campagne, distrugge le abitazioni, porta lutti e rovine, fa morire uomini, donne, bambini, vecchi (morirono 600.000 giovani italiani, come mio zio Silvio nella guerra del 15-18).
L’invenzione della guerra fu coltivata dai primi popoli associati per il bene comune; per esempio l’assemblea dei Greci dichiarò all’assemblea dei Frigi e dei popoli vicini, che erano pronti a partire su un migliaio di barche da pescatori per andarli a sterminare se vi fossero riusciti.
Il popolo romano riunito in assemblea giudicava che fosse nel suo interesse andare a battersi prima della mietitura contro il popolo di Veio o contro i Volsci e poi dopo alcuni anni, contro i Cartaginesi.
Un Principe dimostrava ai suoi armati di avere diritto su una Provincia vicina in quanto un suo avo diretto di alcuni secoli prima aveva ivi una casata con feudi. Pertanto tale Provincia gli spettava per “diritto divino”.
A questo punto nulla valgono le proteste di quella Provincia. Si organizzava una spedizione per la guerra che sarà benedetta solennemente da Dio prima di andare a sterminare il prossimo.

Tutti marceranno verso il delitto sotto la bandiera del proprio Santo. Si pagherà dappertutto un certo numero di oratori per celebrare quelle giornate micidiali.

E che cosa importa più la bellezza della vita, di un tramonto, di un arcobaleno, e la saggezza, la bontà, l’educazione, la virtù, la pietà, quando un colpo di fucile fracassa il corpo di un giovane di vent’anni che muore tra tormenti indicibili in mezzo a centinaia di altri giovani morenti, mentre i suoi occhi si aprono per l’ultima volta e vedono la distruzione dal ferro e dal fuoco e gli ultimi suoni che odono le sue orecchie sono le grida delle donne e dei bambini che spirano sotto le rovine? Questa è solo una delle consuete scene della guerra che, quelli vecchi come e più di me, hanno visto 73 anni fa.

Il fratello di mio padre si chiamava Silvio Di Giovanni, come me. Era nato il 20 ottobre 1892 e morì in combattimento il 28 agosto 1915, dopo solo tre mesi che l’Italia era entrata in guerra, in una delle aspre battaglie della prima guerra mondiale al di là di Monte Nero (nella località di Monte Ursic più precisamente; come riporta la comunicazione del Comando 6° Reggimento Bersaglieri).
Fu una vera carneficina di giovani. Morirono in 89 i Bersaglieri non graduati del suo Reggimento, più 575 feriti e 13 dispersi dopo quell’infausto 24 maggio 1915. Mio padre rimase molto scosso dalla morte di questo suo fratello di dieci anni maggiore di lui e per tutta la sua vita portò questo ricordo con una certa venerazione e rabbia miste assieme.
Raccontava che suo fratello scriveva alla madre per raccomandarle di pregare per lui, perché tutti i giorni i suoi compagni di trincea morivano.

E’ da immaginarsi l’assiduità, con la quale la sera nell’aia, con la calura estiva della veglia contadina, mia nonna con tutto il parentado delle donne di casa, recitasse chissà quante di tutte quelle preghiere ed invocazioni al Signore, alla Vergine e a tutti i vari Santi che dovevano intercedere per preservare questo figliolo dall’enorme pericolo che stava correndo.

Ricordo i racconti di mio padre che, ragazzino tredicenne, alla vista dei Carabinieri a casa, messaggeri della ferale notizia, ripercorreva il dramma famigliare e l’ira furibonda di mio nonno che per reazione al dolore aveva scagliato nell’aia tutti i crocifissi e le icone di casa, ritenuti traditori della fede in loro riposta.
Il parroco, informato della cosa, con calcolata prudenza tacque per qualche tempo. Aspettò che si quietasse il clima e che si placasse la subitanea e furibonda ira di un padre così sconvolto.

Poi, una domenica pomeriggio, quando la famiglia contadina riposava nella quiete autunnale appollaiata nell’aia attorno a casa e quando la ferita lacerante cominciava a lasciar posto alla rassegnazione, arrivò bel bello sul suo calesse, ne scese, consolò mia nonna, ebbe parole che alla estrema ignoranza di poveri contadini fecero effetto e la domenica seguente ritornarono tutti a messa convinti che Dio avesse voluto il loro figliolo, perché anima eletta da portare con sé nell’alto dei cieli.

Mio padre non è mai stato credente e l’effetto di questo dramma famigliare deve averlo segnato profondamente fino da allora.

All’inutilità di quella guerra, che anche l’allora Papa Benedetto XV l’aveva definita: “l’inutile strage”, lui univa tutta la ipocrisia di alcuni prelati che in quelle occasioni sciorinavano il patriottismo misto alla fede verso un Dio che aveva sempre pronta ogni risposta risolutiva ed appropriata, sia per chi tornava a casa vincitore, sia per chi tornava defraudato dopo le promesse in trincea poi non mantenute e sia per chi non era più tornato ed il suo misero corpo di giovane contadino inesperto, appena uscito di casa, veniva sepolto così lontano, senza un cero che avesse illuminato per un’ora la sua tragica ed immatura conclusione della vita e senza il conforto di un fiore dalle mani di sua madre.
Da quel primo grande tragico conflitto mondiale, con circa 10 milioni di morti in combattimento tra: – italiani, francesi, inglesi, tedeschi, austriaci, ungheresi, rumeni, russi, serbi, turchi, portoghesi, indiani, statunitensi, canadesi, bulgari e con un’impressionante quantità di miliardi e miliardi di spese militari per armamenti e per le perdite conseguenti, un grande scrittore tedesco con un suo romanzo edito nel 1929, mise a nudo la tragedia morale e civile della guerra.
Si chiamava Erich Paul Kramer, ma era, ed è meglio conosciuto, con lo pseudonimo di: Erich Maria Remarque, nato nel 1898 e morto nel 1970 a Locarno. Nel 1916 a 18 anni fu un soldato tedesco sul fronte occidentale contro la Francia e delle tristi esperienze della guerra trasse materia per il suo romanzo ”Niente di nuovo sul fronte occidentale” tradotto in Italia due anni dopo, nel 1931. E’ una cruda testimonianza della prima guerra mondiale, un forte e potente atto di accusa contro la guerra che evidenzia il suo deciso antimilitarismo che lo costringerà a lasciare la Germania con l’avvento del nazismo. Da questo suo capolavoro nel 1930 fu tratto il film ”All’Ovest niente di nuovo” del regista Lewis Milestone premiato con l’Oscar.




Don Milani grande italiano

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di Silvio Di Giovanni

 

– Nel quint’ultimo giorno  di giugno si compie esattamente il mezzo secolo dalla morte di don Lorenzo Milani, il prete di Barbiana allora oltraggiato e perseguitato e poi dimenticato dalla Chiesa di Roma.
Aveva soltanto 44 anni ed era nato a Firenze da una agiata famiglia della borghesia intellettuale di un buon livello culturale e laica, di cui il padre era un professore universitario, il nonno un archeologo ed il bisnonno un filologo e poliglotta.  Era una famiglia non particolarmente incline a scelte religiose, sicuramente agnostica.
Dopo i Patti Lateranensi del 1929, tra il fascismo di Mussolini e il cardinale Gasparri per la Chiesa di Roma e dopo la inclinazione che stava imboccando il fascismo in Italia dal 1933 in vista di quelle che saranno poi le Leggi Razziali, la sua famiglia farà battezzare i figli ed i genitori si sposeranno in Chiesa, giacché la madre di Lorenzo era di origine ebraica (quindi questa uscita famigliare di tipo religioso doveva servire a dare una patente di arianesimo ad una casata fiorentina della ricca borghesia che viveva bene con il fascismo, così come tante altre, quando non lo avevano addirittura finanziato e sostenuto, così come in una intervista riporta Oreste Del Buono).
Don Lorenzo, con la sensibilità di cui era permeato e col dolore e vergogna che doveva provare, analizzerà poi la complicità di classe con gli orrori del fascismo.
Lorenzo crescerà malaticcio e sarà circondato di cure come un “signorino” privilegiato. Avrà la fortuna di avere amicizie di persone che emergeranno poi culturalmente (vedasi Luca Pavolini compagno di giochi che diventerà giornalista dell’Unità, Bice Valori, Sergio Tofano, verranno poi Oreste Del Buono, Saverio Tutino).
A scuola non sarà uno studente modello e si accosterà da solo alla fede ed alla Chiesa lasciando la famiglia nello stupore.
Non andrà all’Università, come era invece normale prassi di tutta la sua famiglia. Proverà anche l’esperienza della pittura ed un giorno nel ‘43 al tempo della guerra e della fame, in Firenze presso Piazza Pitti, mentre dipingeva, si verificò un episodio che lo segnerà profondamente. Stava dipingendo e si mise a mangiare un panino. Una popolana lo apostrofò: – “Non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri”. Questo episodio che lui stesso racconterà in seguito alla professoressa Adele Corradi, insegnante di Barbiana, lo commenterà dicendo di essersi accorto di essere odiato e che la cosa gli importava molto. Le dirà anche il senso di colpa che provava da bambino quando l’autista di famiglia lo accompagnava a scuola con l’automobile e lui voleva scendere prima per la vergogna che provava alla vista dei compagni.

Dal 1942 al 1943 vari accadimenti lo orientarono verso la Chiesa. Vorrà essere cresimato ed entrerà nel seminario , il tutto con la disapprovazione della sua famiglia. Nell’estate del 1947 venne ordinato sacerdote.

Quando nell’ottobre del ‘47 arriva a San Donato di Calenzano quale giovane cappellano per dare una mano al vecchio parroco Daniele Pugi, è una giornata di pioggia che intristisce il grosso borgo operaio ove il giovane prete comincerà a farsi le ossa.
E’ qui che inizia il nucleo della sua “Esperienze Pastorali”. E’ qui che Lorenzo comincia ad elaborare il “suo” catechismo storico. Qui fondò la sua “scuola popolare”.
Il 2 giugno 1946, nell’occasione del referendum istituzionale, Lorenzo si era schierato per la Repubblica contravvenendo alle reccomandazioni contrarie del cardinale Elia Dalla Costa ed il 18 aprile 1948 lo vivrà con un tremendo contrasto interiore attenendosi però alla imposizione di far votare gli elettori, fedeli della parrocchia, per la Democrazia Cristiana.
Ma chi è veramente questo prete che la Chiesa anche oggi pare non abbia gran volontà di ricordare?
Ben presto don Milani si rende conto di tutto il carattere esteriore e formale della vita parrocchiale e della sua vacuità, tipo le processioni con il loro carattere folcloristico; il tutto gli risulterà un non vissuto della pratica liturgica e della formazione catechistica. Abbandonerà anche le iniziative tipo partite di calcio, tornei, ecc… che sono mezzi per attirare i giovani ma che, secondo Don Lorenzo, non li conducono da nessuna parte, che non servono per farli maturare ma anzi contribuiscono ad addormentarne le coscienze ed a intorpidirne le menti.
Lorenzo intravede la strada migliore nella esperienza della scuola popolare. Una scuola serale per tutti i giovani operai. Provvederà ad invitare, ogni venerdì sera, delle personalità della politica, della cultura, del sindacato per parlare con i suoi ragazzi.
Inventerà un nuovo e diverso modo di confronto e di rapporto tra i cattolici e i comunisti. E’ chiaro quindi che Lorenzo non riceverà solo grande attaccamento e stima da parte dei suoi ragazzi ed interesse da parte delle persone più illuminate, ma anche numerose antipatie, per non dire peggio, a causa del suo comportamento anticonformista, schietto e franco.
Quando nel 1954 morirà il vecchio prevosto di San Donato, don Daniele Pugi, Lorenzo non sarà nominato parroco al suo posto, ma sarà mandato via, sarà trasferito a Barbiana, in “un penitenziario ecclesiastico” come dirà lui nella sua corrispondenza.
In realtà il Clero ivi relegherà una delle menti più lucide e taglienti della Chiesa Italiana.
Pur mandato in una zona sperduta del Mugello, senza strada, senza acqua, senza luce, con poche case sparse, tuttavia Lorenzo capirà il senso di una vita in quel luogo.
Riprenderà anche lì l’esperienza della scuola popolare. Lui è profondamente convinto che la più grande ingiustizia sia rappresentata dallo stato forzato di condizione di ignoranza in cui è tenuta la popolazione dei più poveri.
E’ fermamente convinto che la strada dell’istruzione sia la prima da percorrere e che i giovani operai vadano tolti dallo stato di semianalfabetismo culturale.
Il Clero però non è d’accordo e quando nel 1958 uscirà il suo libro “Esperienze Pastorali” il Santo Uffizio, il 15 dicembre dello stesso anno ordinerà il ritiro dell’opera dal commercio e proibirà anche la ristampa e la traduzione. Oltre alle pie persone di benpensanti che perseguitarono don Milani, ci penseranno a tirare la volata al Sant’Uffizio sia la Settimana del Clero che la Civiltà Cattolica con due orribili stroncature del libro.
Oggi è bene rileggerlo, questo libro. E’ un copioso volume di quasi cinquecento pagine che alla sua uscita ebbe come estimatori personaggi come Luigi Einaudi, Don Primo Mazzolari, monsignor Giulio Facibeni. Ma è chiaro che suscitò le polemiche tra i benpensanti.
Il libro in realtà è una lucida analisi sociologica dell’ingiustizia e dell’oppressione sociale, è il frutto delle riflessioni e delle scelte pastorali di questo parroco venuto a contatto di quella realtà  a San Donato. E’ chiaro che è un libro scomodo, dal quale emergono da sole le crisi dei “dogmi”. Appaiono poi le differenze più grandi tra ricchi e poveri proprio in relazione al discrimine culturale. I poveri, dice Lorenzo, restano emarginati perché non possiedono gli strumenti di cultura che possono dar modo di prendere in mano il loro destino e cambiarlo. Ai poveri manca la proprietà della coscienza e della lingua.
Questa disamina non va bene al clero di allora e così come Mussolini ha già fatto per Gramsci, così la chiesa di Roma vorrà bloccare questo cervello scomodo, un cervello esigente e antidogmatico, un cervello provocatore e sovvertitore dell’ordine costituito, un cervello tanto più pericoloso in quanto ortodosso ed ubbidiente alla gerarchia della Chiesa, della sua amatissima Chiesa. Quindi si penserà di relegarlo tra i monti del Mugello, a Barbiana, appunto.
Don Lorenzo non si perde d’animo, qui fonda la nuova scuola postelementare con un lavoro di gruppo di ispirazione antiborghese per i suoi ragazzi, i suoi “montanini”.

La scuola sarà il luogo ove i poveri potranno imparare la lingua che li potrà rendere uguali agli altri.
Sarà questa un’esperienza forse irripetibile e più unica che rara nel suo genere che però saprà attirare l’attenzione di personalità del mondo della cultura e della politica e saranno numerose le visite a Barbiana, dal teorico della non violenza Aldo Capitini a Pietro Ingrao.
Sarà quella di Barbiana una scuola diversa, rivoluzionaria, una scuola di lingua e di pensiero, ma una scuola laica perché già cristiana nel suo midollo. Diventerà una meta per tanti e tutti quelli che saliranno a Barbiana saranno “usati” da Don Lorenzo come “strumenti utili” alla crescita della sua scuola e dei suoi ragazzi.
La scelta dei poveri, dei non istruiti sarà il terreno di battaglia di don Milani che dirà “i poveri hanno subito inganni e tradimenti anche dai cattolici” e la cosa è bene espressa nella sua lettera ad un giovane comunista. Si lamenterà Lorenzo che i comunisti e i democristiani del dopoguerra hanno mancato l’occasione storica per realizzare in Italia una autentica società civile e di valori cristiani, così come si stava creando nella esperienza della Resistenza e della Liberazione (la lettera è meglio conosciuta come “Lettera a Pipetta”).
Prima di “Esperienze Pastorali” dal 1949 al 1956 Lorenzo aveva pubblicato una serie di scritti quali lettere aperte, pubblicazioni su periodici, poi il 28 ottobre 1958 succederà un fatto eccezionale con l’avvento di Papa Giovanni XXIII che sarà una ventata nuova nella Chiesa e nei suoi rapporti con gli altri. Verrà convocato il Concilio Vaticano II che sarà una rivoluzione per la Chiesa.
Don Lorenzo nell’agosto del ‘59 tenterà un passo molto ardito, scriverà a Nicola Pistilli che è il direttore di una rivista Cattolica, della sinistra Cattolica. Quella lettera è un documento di una insospettata lungimiranza che precorre i tempi ed in relazione ai rapporti interni della Chiesa Cattolica anticipa ciò che sarà la nuova impostazione, ma il direttore Pistilli non avrà il coraggio di pubblicarlo.
Io mi domando: non erano ancora maturi i tempi? Forse i tempi avevano scadenze diverse rispetto alla fulgida intelligenza e preveggenza di questo giovane prete?
Don Lorenzo Milani aveva scritto anche un’opera che non ha mai pubblicato: “Università e pecore”; l’ha tenuta in archivio ma non l’ha distrutta, anche quando sapeva di dover morire. Quindi è da pensare che ambisse alla pubblicazione postuma?
E’ questa un’opera scritta ad un amico magistrato, con la quale opera il sacerdote descrive in maniera cruda e reale la vita dei pecorai Adolfo e Adriano e del “Signorino”. Descrive come Adolfo abbia passato tutta la fanciullezza e la giovinezza a badare le pecore e da adulto a lavorare la terra, cioè il podere del “Signorino” e con le pecore manda il figlio Adriano, il quale, come suo padre, cresce analfabeta giacché non può andare a scuola, deve badare le pecore. Le pecore che danno la lana, il latte e gli agnellini. Poi si vende la lana, il latte e gli agnellini e la metà del ricavato basta appena per campare alla famiglia di Adolfo e Adriano, mentre la metà del “Signorino”, sommata assieme a tante altre metà di tanti altri poderi, basterà al Signorino per andare a scuola fino a 30 anni e più.  In questa sua opera si avverte l’autobiografia, il suo puntuale esame di confronto tra due distinti mondi dell’infanzia dei ricchi e quella dei poveri, separata da confini invalicabili.

Nel 1965 prenderà una netta posizione sul problema della obiezione di coscienza rispetto al servizio militare.
L’occasione gli viene dalla lettura, con i suoi ragazzi, di un comunicato stampa dei Cappellani Militari Toscani in congedo. Questo comunicato è in realtà il parto di menti cattive ed intolleranti, incapaci comunque di capire gli altri, il che è in netto contrasto con il dettato cristiano, per Lorenzo.

Leggiamo assieme il passo saliente del comunicato: “Ordine del giorno dei Cappellani Militari in congedo della Toscana nell’anniversario della conciliazione tra la Chiesa e lo Stato Italiano… il seguente ordine del giorno: “ I Cappellani Militari in congedo…. considerano un insulto alla patria ed ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”.
Ad una persona sensibile come Lorenzo non andò giù una simile cattiveria gratuita ed offensiva e provvide a rispondere agli insulti in maniera netta.
Osserviamo attentamente alcuni passi significativi della lunga epistola che va sotto il titolo di “risposta di Don Milani ai Cappellani Militari”: “…avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno che io sappia vi aveva chiamati in causa. …Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se Voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io vi dirò che, nel Vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se Voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliori di Voi: le armi che Voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero ed il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le Vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche Voi le idee degli altri. Soprattutto se sono uomini che per le loro idee pagano di persona.”
In verità io faccio torto ad evidenziare solo alcuni passi di questa nobilissima lettera. Andrebbe riportata tutta. Andrebbe pubblicata tutta, ma è di molte pagine. Sarebbe meritevole che “La Piazza” la pubblicasse per intero in una prossima occasione.
Ritengo che, almeno ad alcuni passi espressivi, vada dato risalto. Nella sua conclusione abbiamo: “Ma in cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie,ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo Voi, i “ribelli” quali i “regolari”?
E’ una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo per esempio quali sono i “ribelli”?
Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati.
Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Quell’obbedienza militare che Voi cappellani esaltate senza nemmeno un “distinguo” che vi riallacci alla parola di San Pietro: “Si deve obbedire agli uomini o a Dio?”. Ed intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che sono finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.
In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servire la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.”
Ed ancora: “In quanto agli obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro, né contro di Voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che sono vili. Chi vi autorizza ad rincarare la dose?”
Poi ancora: “Aspettate ad insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene….”.
Ed infine sentiamo come sono profetiche queste conclusioni e come siano ancora attuali: “Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione ed ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene ed il male fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si sono sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.”

Don Lorenzo invierà la lettera anche a tutti i parroci della diocesi e della Provincia e la farà poi pubblicare sul settimanale “Rinascita” con il titolo “Non è una viltà l’obiezione di coscienza”.
A questo punto i benpensanti Combattenti, cappellani “difensori dei sacri ideali della Patria” faranno una circostanziata denuncia al Procuratore della Repubblica di Firenze, contro il reo don Lorenzo Milani e contro il direttore del settimanale, anche forti e confortati dalla allora recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione che aveva respinto il ricorso di padre Ernesto Balducci contro la condanna comminatagli dalla Corte di Appello di Firenze “per l’esaltazione dei cosiddetti obiettori di coscienza”.
Lorenzo sarà incriminato per “Apologia di reato”.
Al processo avanti al Tribunale di Roma (4° Sezione) sarà presente solo il vicedirettore del settimanale incriminato per avere pubblicato la lettera. Lorenzo è già ammalato e manderà una lettera ai giudici datata “Barbiana 18/10/1965”. E’ molto lunga la lettera, però meriterebbe di essere conosciuta per il suo contenuto: per la puntuale disamina dei fatti, la espressione della sua maturazione, la intelligente ricerca di documentazione storica e la dimostrazione di una conoscenza che non era affatto comune.
Anche per questo oserei sperare, se fosse possibile in futuro, la sua integrale pubblicazione da parte del nostro mensile. Io mi accontenterò di riportare solo due brani e cioè quello di apertura e quello di chiusura: “Signori Giudici, vi metto qui per iscritto quello che avrei detto volentieri in aula. Non sarà infatti facile ch’io possa venire a Roma perché sono da tempo malato. Allego un certificato medico e vi prego di procedere in mia assenza. La malattia è l’unico motivo per cui non vengo. Ci tengo a precisarlo perché dai tempi di Porta Pia i preti italiani sono sospettati di aver poco rispetto per lo Stato. E questa è proprio l’accusa che mi si fa in questo processo. Ma essa non è fondata per moltissimi miei confratelli e in nessun modo per me. Vi spiegherò anzi quanto mi stia a cuore imprimere nei miei ragazzi il senso della legge e il rispetto per i Tribunali degli uomini.” ….
Ed alla fine della lettera: ”A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che è in gioco la sopravvivenza della specie umana (per esempio Linus Pauling premio Nobel per la chimica e per la pace).
E noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la specie umana?
Spero di tutto cuore che mi assolverete, non mi diverte l’idea di andare a fare l’eroe in prigione, ma non posso fare a meno di dichiararvi esplicitamente che seguiterò a insegnare ai miei ragazzi quel che ho insegnato fino a ora cioè che se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura. Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d’ogni religione ed ogni scuola insegneranno come me. Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità.
Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima.”
La sentenza di Primo Grado che verrà emessa dal Tribunale è una meditata ed intelligente analisi dello stato delle cose (nel 1966) ed in una disamina di numerosissime pagine analizza il problema dell’obiezione di coscienza e decide che il parroco incriminato con la sua lettera aperta e il giornale che l’ha pubblicata non hanno offeso le istituzioni e nemmeno hanno incitato alla ribellione, ma hanno espresso le proprie opinioni e per questo non sono punibili perché il fatto non costituisce reato.
Purtroppo non finiranno le pene giudiziarie per Lorenzo e per il giornalista.
Ci sarà il ricorso in appello, proposto dalle pie persone e dai Cappellani Militari, con la condanna a cinque mesi e dieci giorni per il giornalista Pavolini, ma don Lorenzo sarà già morto e sepolto a Barbiana nel Mugello, per sua volontà, nel piccolo cimitero di montagna  con gli scarponi e con i paramenti, dove aveva voluto per sé un posto tra i suoi “montanini”.
Questo povero sfortunato giovane ha dovuto cedere contro la grave malattia.
Un linfogranuloma maligno è il suo tumore ai polmoni contro il quale lotterà fino agli ultimi giorni.
Farà fatica anche a parlare alla fine dei suoi giorni e comunicherà con dei bigliettini e due giorni prima del suo triste epilogo sorretto dalla sua forza interiore riuscirà anche a scherzare borbottando con la sua consueta vena di ironia: “un grande miracolo sta per avvenire in questa stanza, un cammello che passa per la cruna di un ago”.
Con tutta la grande soddisfazione dei suoi persecutori la sentenza d’appello di condanna che lo riguarderà dirà che “per il priore di Barbiana, il reato è estinto per  morte del reo”.
Complimenti alla memoria di quelle gentili e benpensanti persone, complimenti alla memoria di quegli eminentissimi cappellani militari in congedo, immagino quanto abbiano potuto essere ben fieri del loro agire!!!

Nonostante la grave malattia Lorenzo preparerà la sua ultima opera “Lettera ad una professoressa” che sarà tradotta poi in varie lingue.
Va detto che questa sua ultima fatica, che avrà per autore la scuola di Barbiana con i suoi ragazzi, è una critica minuziosa alla scuola elitaria italiana di quegli anni, una scuola… “che boccia i figli dei poveri e promuove i figli dei ricchi”, “che fa parti uguali tra diseguali”; una scuola… “che è un ospedale che cura i sani e respinge i malati così da diventare uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile” e rivolgendosi agli insegnanti: “Voi dicendo di aver bocciato i cretini e gli svogliati sostenete che Dio faccia nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri; non posso pensare che Dio faccia questi dispetti ai poveri, è più facile che i dispettosi siate Voi”.
Questa opera, che assorbirà gli ultimi mesi di vita di Lorenzo che sta lottando contro il male, è una minuziosa analisi delle disfunzioni della scuola italiana di quel tempo ed influenzerà non poco il  “68” italiano e ciò, ad onor del vero, al di là delle intenzioni dell’autore stesso. E’ un’opera che ha il merito di sollevare in Italia in modo clamoroso e polemico il problema della organizzazione scolastica selettiva ed antipopolare.
In quel periodo Lorenzo accoglierà a far scuola a Barbiana il pastore evangelico Roberto Nisbet al quale regalerà una copia di “Esperienze Pastorali” con le dediche. Questo prete evangelico resterà molto colpito da questo suo incontro e dalla lettura dell’opera milaniana e scriverà a Lorenzo una lettera nel maggio del ‘67 (il mese prima della sua morte).

Eminenti personaggi si sono poi misurati attorno alle opere di Lorenzo ed attorno al suo insegnamento: Pierpaolo Pasolini nel 1973 lo ha sintetizzato come “una figura tragica e consolatrice del nostro universo disperato”. Lo storico Michele Ranchetti ha analizzato la complessa figura del giovane Milani e della sua cara amica Carla Sborgi che da giovani, prima del suo ingresso in seminario, era stata la sua “quasi fidanzatina”. Lo studioso francese Michel Foucault, uno dei protagonisti della cultura europea del ‘900, ci insegna come analizzare la complessità delle figure umane di questa levatura. Maurizio Di Giacomo con il suo volume “Don Milani tra solitudine e Vangelo” apre un nuovo orizzonte nell’analisi su don Lorenzo, getta una luce in “chiave esistenziale” su questo prete che sarà coerente ed ortodosso fino all’ultimo e,nonostante la provenienza degli attacchi alla sua persona, lui sarà nella Chiesa e mai al di fuori di essa.
Io mi chiedo se sia ora, da parte di chi può avere questo compito, di chiedere scusa alla Storia e alla memoria di questo parroco. La sua figura dovrebbe rappresentare, per gli onesti credenti nei valori della solidarietà e della cultura, un faro da cui attingere luce di speranza.
Cattolica, 11 giugno 2017




Riccione. Vitaliano Trevisan vince il premio Riccione per il Teatro

Il sindaco Renata Tosi premia Vitaliano Trevisan

Il sindaco Renata Tosi premia Vitaliano Trevisan

Vitaliano Trevisan ha vinto la 54.ma edizione del Premio Riccione per il Teatro. Il premio principale del concorso va al suo testo “Il delirio del particolare. Ein Kammerspiel”. Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” a Pier Lorenzo Pisano (“Per il tuo bene”). Menzione speciale “Franco Quadri” a Fabio Massimo Franceschelli (“Damn and Jammed”).

Cerimonia 23 settembre, in piazzale Ceccarini.

Assegnato con cadenza biennale all’autore di un testo teatrale (in italiano o in dialetto) ancora non rappresentato. Nato a Sandrigo (Vicenza) nel 1960, Trevisan è uno dei più affermati scrittori e drammaturghi italiani e ha già ricevuto una menzione speciale al Premio Riccione nel 2015. Per il teatro ha curato l’adattamento di Giulietta di Federico Fellini e ha scritto, tra gli altri, Il lavoro rende liberi e Solo RH, portati in scena rispettivamente da Toni Servillo e Roberto Herlitzka; di recente ha inoltre adattato Il giocatore di Dostoevskij. Al cinema ha lavorato come attore e sceneggiatore in diversi film, tra cui Primo amore di Matteo Garrone.

Trevisan ha superato gli altri finalisti Carlotta Corradi (Nel bosco), Francesca Garolla (Tu es libre) e Fabio Massimo Franceschelli (Damn and Jammed). Tutti i finalisti restano comunque in gara per un premio di produzione da 15.000 euro, assegnato per favorire la rappresentazione dell’opera presentata in concorso. Franceschelli ha inoltre conquistato la menzione speciale “Franco Quadri” (1000 euro), riservata al testo che meglio coniuga scrittura teatrale e ricerca letteraria. Nato a Roma nel 1963, Franceschelli si alterna tra saggistica e drammaturgia, critica e narrativa. È autore di commedie, monologhi e drammi rappresentati in Italia e all’estero, ed è redattore della rivista di drammaturgia contemporanea Perlascena.

Come accade da molti anni, il concorso – organizzato da Riccione Teatro e dal Comune di Riccione con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e di Hera – riserva un riconoscimento a sé agli autori under 30, il prestigioso Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” (3000 euro). In questa categoria è risultato vincitore Pier Lorenzo Pisano con Per il tuo bene, storia di una famiglia che cerca di superare con leggerezza un momento difficile. Anche questa, come ogni famiglia, ha le sue regole. E si basano tutte sul ricatto d’amore. Nato a Napoli nel 1991, laureato in conservazione dei beni culturali a Venezia, Pisano ha studiato come attore, perfezionandosi alla Guildhall School of Music and Drama di Londra, e ha approfondito il suo interesse per la scrittura teatrale con Michele Santeramo, Stefano Massini e Mark Ravenhill. Ha già ottenuto i primi riscontri come drammaturgo e sceneggiatore (premi Hystrio e Solinas, tra gli altri) e ha lavorato anche come assistente alla regia e montatore cinematografico. Di recente si è diplomato al corso triennale di regia del Centro sperimentale di cinematografia. In finale, Pisano ha superato Christian Di Furia (Un pallido puntino azzurro), Riccardo Favaro (Nastro 2), Tatjana Motta (Nessuno ti darà del ladro) e Pier Lorenzo Pisano (Per il tuo bene). I finalisti partecipano anche in questo caso all’assegnazione di un premio di produzione (10.000 euro).

Quest’anno è stato inoltre introdotto un Premio speciale per l’innovazione drammaturgica, assegnato fuori concorso a una personalità capace di aprire nuove prospettive al mondo del teatro. Il premio è andato a Chiara Lagani, attrice e drammaturga ravennate, fondatrice della compagnia Fanny & Alexander. A decidere il vincitore, che sarà protagonista di una personale al prossimo Riccione TTV Festival, è stato un comitato scientifico formato dai critici di quattro riviste: Lorenzo Donati (Altre Velocità), Francesca Pierri e Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica), Francesca Serrazanetti (Stratagemmi), Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin).

La cerimonia di premiazione, a cura del direttore di Riccione Teatro Simone Bruscia, è stata accompagnata dalle performance musicali di NicoNote, Daniele Marzi, Massimiliano Rocchetta e Stefano Travaglini, dai disegni live di Elisa Mossa e dai visual dell’Antica Proietteria, che ha trasformato la facciata del Palazzo del Turismo nel più suggestivo dei fondali, con uno spettacolo di luci e immagini ispirato al film riccionese di Valerio Zurlini Estate violenta. A ricordare il settantesimo anniversario del Premio Riccione, ci ha pensato Giuseppe Battiston con la lettura di un inedito di Davide Brullo dedicato alla prima edizione del Premio: un’edizione segnata dall’affermazione dell’esordiente Italo Calvino. Nel corso della serata, Silvia D’Amico ha inoltre letto il testo vincitore del Premio Riccione 2015, L’orizzonte degli eventi di Elisa Casseri.




Rimini. Dal Rotary idee per largo Gramsci, uno dei luoghi più belli della città…

Rimini, Largo Gramsci

Rimini, Largo Gramsci

 

Largo Antonio Gramsci. Rigenerazione di un non-luogo. E’ uno degli angoli più  belli della città, ma ad uso parcheggio
Con una giornata di studio il Rotary Rimini Riviera porta delle idee. Appuntamento il 26 settembre dalle 10, nell’Aula Magna della Scuola Media A. Panzini (Rimini, Largo Antonio Gramsci 3).

“Insistiamo nel dare valore culturale al concorso di idee – spiega il Rotary Rimini Riviera – perché possa essere la città, in particolare i giovani professionisti, ad indicare all’Amministrazione soluzioni possibili. Questa modalità è una pratica purtroppo quasi dimenticata nella nostra città. Noi invece crediamo sia un fondamentale passaggio di coinvolgimento della comunità per contribuire all’indirizzo verso il quale proiettare la Rimini del futuro. La giornata di studio è un’ottima occasione per definire i contorni dell’area che abbiamo individuato e grazie agli illustri relatori, fra cui due professionisti originari di Rimini, sarà possibile approfondirne la conoscenza, fondamentale per immaginarne il futuro”.

Secondo il Rotary Rimini Riviera, Largo Antonio Gramsci necessita di attribuzione di nuova qualità urbana, al fine di ristabilire relazioni con le emergenze architettoniche presenti nel suo intorno e generare un virtuoso processo di riqualificazione degli edifici prospicienti.
Si tratta ormai di un non-luogo caratterizzato dalla perdita del costruito di un intero isolato (eventi bellici) e delle demolizioni successive, nonché dalla perdita della qualità urbana e dalla disgregazione delle relazioni tra il luogo e le emergenze architettoniche al suo intorno: Anfiteatro Romano, Scuola Media Panzini, Chiesa di Santa Rita, Mercato Coperto, Ex Convento di San Francesco, Tempio Malatestiano.
La perdita della memoria e dell’identità urbana e la banalizzazione funzionale subita hanno reso Largo Antonio Gramsci non solo un vuoto urbano, ma un non-luogo, che invoca un processo di rigenerazione, mediante attribuzione di nuova qualità.
Col convegno, il Rotary Rimini Riviera avvia la quinta edizione del concorso biennale Abitare Rimini, nel quale gli spazi urbani della città diventano protagonisti delle attenzioni di giovani professionisti under 40 anni. In questi dieci anni il Rotary Rimini Riviera ha dedicato le attenzioni del concorso Abitare Rimini a luoghi e itinerari di interesse strategico per la città: ‘Idee per 2000 anni del Ponte di Tiberio’ nel 2010, ‘Rimini Unita. Area Stazione Ferrovie dello Stato’ nel 2012, ‘Riscoprire Rimini. Elementi di arredo urbano e segnaletica informativa’ nel 2014 e ‘Il Lettimi: un palazzo, una città’ nel 2016. Al termine dell’edizione 2017/2018 il Rotary Rimini Riviera raccoglierà in una pubblicazione i progetti pervenuti in questi dieci anni. Il prossimo concorso ha per tema Largo Antonio Gramsci. Rigenerazione di un non-luogo.
Come da tradizione, il Rotary Rimini Riviera ha quindi organizzato una giornata di studio, aperta al pubblico, che consenta la conoscenza approfondita dello spazio urbano protagonista del concorso.

Programma della giornata:

h. 10.00             Registrazione dei partecipanti
h. 10.30             Arch. Vincenzo Napoli: Valenza architettonica dell’area del Concorso Abitare Rimini
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di RA, FC e RN

h. 11.30             Dott.ssa Anna Bondini: Presenze archeologiche nell’area del Concorso Abitare Rimini
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di RA, FC e RN
h. 12.30             Passeggiata dall’Anfiteatro Romano al Convento di San Francesco

h. 13.30             Pausa

h. 14.30             Prof. Arch. Grazia Gobbi Sica: il luogo del Concorso nella storia della città di Rimini
Università degli Studi di Firenze

h. 15.45             Prof. Arch. Giorgio Conti: un non luogo strategico per le nuove sfide progettuali: i cambiamenti climatici e la sostenibilità integrata
Università Cà Foscari di Venezia

h. 17.00             Dibattito

Grazia Gobbi Sica, architetto, riminese di nascita, vive a Firenze. Già docente di progettazione alla Facoltà di Architettura, ha insegnato anche corsi di specializzazione e master presso la Facoltà di Lettere e alla New York University-Villa La Pietra a Firenze.
Nell’ambito delle sue ricerche e attività di argomento riminese si segnalano il volume Rimini nella collana Laterza «Le città nella storia d’Italia» (1982), scritto insieme a Paolo Sica, e vari saggi riguardanti l’edilizia popolare e lo sviluppo urbano del dopoguerra, tra cui “L’urbanistica nel dopoguerra, 1945-1960” (2002), “Uno sguardo alle origini della casa popolare in Italia” (2004), “Il lungomare di Rimini: una presenza negata” (2005), e “Riccardo Ravegnani e gli albori della modernità a Rimini” (2007). A Rimini ha inoltre curato le mostre Giuseppe Maioli, geometra e fotografo. Rimini prima e dopo la guerra, tenuta nel 2006 alla Galleria dell’Immagine della Biblioteca Gambalunga, e Giuseppe Maioli (1899-1972), geometra umanista nella Rimini del XX secolo, tenuta nel 2007 presso il Museo della Città.

Giorgio Conti nasce a Rimini nel dopoguerra, in una città completamente rasa al suolo dai bombardamenti degli Alleati, finalizzati allo sfondamento del fronte nazi-fascista della Linea Gotica.
Il Ri-Costruire segnerà il suo modo di “essere gettati nel mondo”. È cresciuto in una comunità, dove venivano praticati i valori della solidarietà, giustizia e libertà.
Dal 1999 è il coordinatore scientifico degli Incontri-Confronti sulla Sostenibilità, che con cadenza mensile (sono stati circa cinquanta) si tengono  al Centro Culturale Candiani di Mestre.

Il concorso Abitare Rimini ha il patrocinio del Comune di Rimini; della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, e Conservatori della Provincia di Rimini; dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Rimini.