1. Mura. Muraglie. Valli

– Cercando fatti da tradurre in norme e norme che chiedono la verifica dei fatti, il giurista approccia la politica. La criminalità organizzata rimane in agenda, ma altri temi saltano la coda.
L’argomento che s’impone riguarda Mura Muraglie Valli, un muro considerato nel suo complesso, noto a storia e a civiltà diverse. Trump ne ha annunciato uno; la Germania né ha abbattuto un altro. In mezzo, 25 anni di occasioni perse e prospettive da raccogliere. Si parte dal più recente, dal muro americano.
Ricerca scientifica e curiosità mi hanno portato spesso negli Stati Uniti.  Eppure non li conosco.  Li ho intravisti, soffermandomi sulle coste. New York, Boston, San Francisco non sono gli Stati Uniti; sono solo una parte degli Stati Uniti così come Boise, Oklahoma City, Little Rock. E lì sono diversi, non hanno porti che li legano al mondo. La East e la West Coast sono globali, in mezzo c’è l’autosufficienza che la politica altrui  chiama isolazionismo, ma che per l’americano sono semplicemente spazio: una frontiera nel mito della frontiera.
Questo senso di spazio sfugge all’europeo per quanto è innato nell’americano. E con qualche ragione. Gli Stati Uniti d’America sono una parte dell’America, eppure lo statunitense è diventato l’americano per antonomasia, almeno per chi non vive su quel continente. Quasi dieci milioni di km quadrati, 6 fusi orari, 4.490 chilometri tra New York e Los Angeles. 50 Stati federali, tanto sospettosi sulle possibili intromissioni del governo centrale da voler mettere in Costituzione il diritto di portare armi, utili per una milizia laddove a Washington venissero strane idee. 50 Stati nati da tredici colonie inglesi che, rivendicando il diritto dei cittadini di essere politicamente rappresentati, perché contribuenti di un fisco poco amato (no taxation without representation), hanno infine conquistato l’indipendenza annunciando che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati di diritti inalienabili come la vita, la libertà, e il perseguimento della felicità. Era il 1776. Solo tredici anni dopo ci sarebbe stata la rivoluzione francese, da cui l’Europa fa partire la sua modernità. Altre guerre e acquisizioni territoriali da Francia, Spagna, Messico, Russia hanno reso gli USA la quarta nazione al mondo per estensione dopo Russia, Cina, Canada. Insomma, due a due nella gara dei più grandi, tra America e Asia. In mezzo l’Europa, piccola madrepatria, ma ricco serbatoio d’emigrazione che ha avuto negli USA una destinazione privilegiata.
Oggi sono 325 milioni gli statunitensi. Un crogiolo di gruppi etnici (72,4% di bianchi; 12,6% di neri; 4,8% di asiatici; 0,9% di nativi americani; 0,2% delle isole del Pacifico) e di nazioni-territori (50,7 milioni di tedeschi; 50,4 di origine ispanica; 42 di afroamericani; 37,5 di britannici; 34,5 di irlandesi; 20 di origine asiatica; 18 d’italiani; 11,8 di francesi; 6,4 di ebrei) (censimento 2010, fonte Wikipedia, USA).
Per atteggiamento e cultura, gli USA preferiscono trovare soluzioni anziché dilungarsi nell’analisi di un problema. L’importante è che funzioni, non come ci si è arrivati. ‘Sì, possiamo farcela; sì, l’abbiamo fatto’ (‘Yes, we can; yes, we did ’), così ha concluso il suo discorso di commiato, il presidente uscente Barack Obama. Le statistiche su economia, disoccupazione, ricerca sembrano dargli ragione, quando il problema è l’economia e la disoccupazione. Ma gli americani non se ne sono accorti. Perché alle statistiche sfugge la percezione, il disagio, il timore viscerale nei WASP (White Anglo-Saxon Protestant della classe media) di perdere la loro centralità negli USA, dopo che gli USA l’hanno persa nell’economia del mondo.
Un muro allora. Un muro lungo i 3000 km del confine tra gli USA e il Messico. Un muro contro la paura, contro la manodopera a buon mercato, contro il disavanzo commerciale da 60 miliardi, contro il diverso. Un muro contro gli altri è un muro contro di sé, contro il riflesso di sé visto negli altri. La storia lo ricorda. La muraglia cinese, prototipo di ogni muro per la sua imponenza; il vallo di Adriano, fragile passo indietro dell’impero romano dopo la conquista; il muro di Berlino, frattura di una Germania spezzata in due dalla follia di una guerra mondiale, sono testimonianza di debolezza, paura, punizioni. Non proteggono da chi è all’esterno del muro, imprigionano chi è all’interno.
Ma la storia non è un argomento americano, perché molti americani sono scappati da una storia; perché non vogliono più essere coinvolti nelle guerre europee; perché loro è il futuro anche se, con la crisi, sono costretti a guardare il presente. E c’è molta rabbia in questo presente. La classe media si è sciolta tra poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. Gli USA non hanno più una superpotenza come nemico, ma hanno  cercato – e sono stati trovati – da nemici con una identità religiosa e la presunzione di rappresentare un miliardo di persone. La guerra è diventata strumento d’identità dove prima c’erano ideali e guerra, libertà e guerra, progresso  e guerra.
Dunque, un muro s’ha da fare. Il muro individua un nemico, definisce un’altra guerra. Ma se la politica è voce che segue le urla altrui, il diritto è impegno ideale che difende la persona. In un articolo del New York Times, i professori Hemel, Masur, Posner della Chicago Law School, vedono in una sentenza della Suprema corte americana, relatore il giudice Scalia, un ostacolo alla costruzione del muro messicano. In Michigan contro EPA (29.6.2015) la Corte Suprema ha infatti censurato una norma della Enviromental Protection Agency, in tema di emissioni di mercurio, per via dei costi eccessivi che avrebbe provocato all’industria, secondo il motto che nessuna regolazione è appropriata se apporta significativamente più danni che benefici (No regulation is ‘appropriate’ if it does significantly more harm than good)(NYT 26.01.2017).
Ci si concentri sul principio. Beni di altissimo valore, come la salute, possono essere oggetto di un’analisi costi-benefici. Non è così in Italia, almeno non in apparenza. Per esempio, sui luoghi di lavoro la nostra  giurisprudenza  richiede la massima sicurezza tecnologicamente possibile, anche se poi fa rientrare i costi e i tempi di realizzazione – così come quel che è fattibile tecnologicamente – valutando secondo  ‘ragionevolezza’ (C. cost. 312/1996; C. 21.12.2006). Ma nemmeno negli USA la valutazione economica prevale senza colpo ferire, giacché dietro l’uso degli avverbi si aprono molte porte all’interpretazione da dare a quel che ‘significativamente’  produce più danno economico che beneficio alla salute.
Prospettive diverse, aderenze più o meno marcate al testo originario, ma un ragionamento per valori e principi avvicinano il fare delle corti costituzionali. E i principi vanno oltre il caso concreto. Il che significa che nella sentenza del giudice Scalia, il più conservatore e brillante membro della Corte suprema, da poco scomparso e molto elogiato dallo stesso Trump, potrebbe arrivare l’ostacolo più forte al suo muro messicano: i costi. Le possibilità di contenere il fenomeno migratorio sono molto basse; i costi di costruzione vanno dagli 8 ai 15 miliardi di dollari, più 500 milioni all’anno necessari per la sorveglianza; il PIL si abbasserebbe di 2,6 trilioni in dieci anni per minori imposte, tasse e scambi commerciali in caso di una deportazione di massa degli immigrati irregolari. Appunto, costi significativi rispetto benefici dubitabili.
Nel frattempo, un giudice newyorkese, e un giudice federale di Seattle, hanno bloccato gli effetti di un ordine presidenziale che impediva l’ingresso negli Stati Uniti  ai cittadini di sette Paesi islamici. Che sia per i costi, che sia per i diritti, negli Stati Uniti si sta prospettando uno scontro inedito tra Governo e Magistratura. Il muro ha già diviso prima di essere costruito. La storia continua, fedele a se stessa.
*Alessandro Bondi,
professore, cattedra di Diritto penale Dipartimento di giurisprudenza Università di Urbino




Il ‘santarcangiolese’ Gigi Riva: miglior romanzo straniero in Francia

– A Gigi Riva è stato assegnato il Premio di miglior libro straniero (“Prix Etranger Sport et Littérature”) in Francia nel 2016 dall’Associazione degli scrittori sportivi (“Association des Ecrivains Sportifs”). Gli è stato consegnato dal ministro dello Sport a Parigi lo scorso 15 novembre. La prestigiosa associazione venne fondata nel 1931 dallo scrittore Tristan Bernard, mentre il premio è alla quarta edizione. Prima del santarcangiolese d’adozione era stato attribuito a raffinati scrittori: il brasiliano Max De Carvalho, gli americani Daniel James Brown e Joyce Carol Oates (da 20 anni in odor di Nobel). Il libro è stato pubblicato prima in francese (“Le dernier pénalty”, Editions du Seuil, Parigi, 12 maggio 2016, poi in Italia da Sellerio, “L’ultimo rigore di Faruk”, Palermo, il 19 maggio dello stesso anno).
Raccontato da buona parte della stampa italiana, in Francia è stato osannato. Testate di assoluto prestigio, gli hanno dedicato almeno una pagina: “Le Monde”, “L’Express”, “Lire”, “Le Figaro”, “Journal de Dimanche”. Per la semplicità, bellezza e sobrietà della scrittura, Riva è stato paragonato a Albert Camus, Eduardo Galeano, Mario Soldati. Insomma, inserito tra i grandissimi.
Racconta il caporedattore centrale dell’”Espresso”: “La critica con me è stata davvero molto generosa; i paragoni sono imbarazzanti…”.
L’inizio del romanzo storico è una pennellata che ti fa entrare in una mattinata di primavera avvolta bella luce: “C’è un episodio della nostra esistenza che ci perseguita nonostante noi”.
“L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e guerra”, è un affresco della miseria e della grandezza dell’umanità attraverso la disgregazione della Jugoslavia dopo la morte del dittatore Tito. Il mistero della storia, Riva, la intreccia con la figura di Faruk Hadzibegic, capitano dell’ultima nazionale jugoslava. Un modello di correttezza in campo, fuori un uomo profondo, l’idolo calcistico al quale cercava di rassomigliare era Giacinto Facchetti: il regista della difesa, già capitano dell’Inter e della nazionale italiana. Scomparso prima del tempo, gli appassionati lo ricordano, Facchetti, come un signore in campo e nella vita.
Torniamo al volume. Siamo ai mondiali di Italia ‘90, quella Jugoslavia ricca di talenti gioca i quarti di finale  con l’Argentina, finalista perdente con la Germania. Faruk sbaglia il rigore. Se fosse entrato forse la storia della Jugoslavia avrebbe preso altre strade. Chissà. Le tifoserie fanno da propulsore e forza bruta al disfacimento di un micro-cosmo civile e pieno di vitalità. Gli jugoslavi hanno la stessa cultura, ma hanno optato per la tragedia nel costruire le loro piccole patrie.
Prima di approdare all’”Espresso”, Riva ha raccontato le guerre balcaniche degli anni ‘90 da inviato de “il Giorno”.
Originario di Bergamo, si diceva santarcangiolese di adozione, dal 1989. Giunge a Rimini per raccontare le mucillagini della riviera; incontra la donna della vita, Alessandra. Hanno due figli: Tito e Greta. Tanti gli amici santarcangiolesi: Luciano Manuzzi, Graziano Spinosi, Rossella Perazzini, Gibo Vittori, Remo Vigorelli, Paola Donini.
Dei romagnoli racconta: “Gente che è riuscita a trovare il giusto equilibrio tra il lavoro e il divertimento: lavorano molto e se la godono altrettanto. Per noi bergamaschi il lavoro è preponderante; invece a Roma, dove lavoro, prevale il divertimento. Forse i romagnoli sono così aperti perché hanno il mare, il turismo. Hanno un senso della globalità a livelli innati. Insomma, hanno vedute più ampie delle nostre. Nel’89, dopo la mucillagine, investirono 400 miliardi di lire per piscine e rinnovare gli alberghi. Nelle difficoltà danno il meglio. Hanno capito che la riscossa  passa attraverso la strada della qualità. In Romagna c’è un valore aggiunto che va oltre la qualità, il prezzo, il saper fare ed è la simpatia verso gli altri. Il tratto dei romagnoli è davvero unico”.
A chi gli chiede se la barca Italia ce la può fare , risponde: “Certo che ce la possiamo fare. I presupposti li abbiamo tutti. Forse tutti noi per arrivare a questo punto abbiamo mancato in qualcosa. Se accettiamo di rinunciare a qualcosa, staremo meglio. Esiste anche una decrescita felice. Dobbiamo anche pensare che tutti noi siamo finiti nella parte fortunata del mondo”.




Salvatore Montanari, decano dei bagnini misanesi festeggiato dall’amico tedesco Gerd

Salvatore (Tori) Montanari oggi (7 giugno) ha compiuto 87 anni. Zona Uno, bagnino da 58 anni, è stato festeggiato dai familiari e non solo.
Per il decano dei bagnini misanesi, l’amico tedesco Gerd ha organizzato un pomeriggio da raccontare. Ha offerto una porchetta a tutto lo stabilimento balneare. La prima fetta è stata fatta alle 1630; alle 18,30 si affettava ancora. Di Hannover, Gerd, insieme alla moglie Ilona, viene a Misano da 39 anni; da 29 è cliente affezionato di Salvatore.

Classe 1930, Tori a 12 anni esce in mare da solo con il moscone a calare le nasse per catturare le seppie.  A 24 anni, 1954, prende il brevetto da bagnino di salvataggio. Dopo 5 anni di bagnino di salvataggio, nel 1959 gli viene data la concessione che gestirà con la moglie. Nascono i “Bagni Salvatore”. E’ la zona numero 1. Oggi, a gestirla la figlia ed i nipoti.




Notte Rosa 2017 con Bersani, Litfiba, Paola Turci, Teresa De Sio…

Notte Rosa 2017 nel segno dei cantautori: Samuele Bersani, Litfiba, Paola Turci, Flavio Boltro e Danilo Rea, The Kolors, Teresa De Sio , Daddy G.

Il sipario si alza venerdì 7 luglio e per tutto il weekend (dai Trepponti di Comacchio alla Rocca di Gradara, passando per il Grand Hotel e il Ponte di Tiberio a Rimini, il grattacielo di Cesenatico e i Magazzini del Sale di Cervia) si illumineranno di rosa, con musei, bar e ristoranti, stabilimenti balneari e alberghi aperti e pronti a “fare le ore piccole”.

Venerdì 7 luglio

Lido delle Nazioni. In Viale Messico, venerdì 7 luglio, alle 21,30, animazione con i dj di Radio 105 e, dalle 22, live di Samuele Bersani con il suo tour 2017 “La Fortuna che Abbiamo”.

Cervia. In Piazza Garibaldi, diretta Rai Radio2, venerdì 7, con la comicità di Lillo & Greg, i mattatori della celebre trasmissione “610”, assieme ad Alex Braga, preceduti, alle 21.30, dal concerto della Sg Big Band Aalen (big band di giovani e giovanissimi musicisti tedeschi).

Cesenatico. I big della musica italiana contemporanea, da Nina Zilli a Francesco Renga, da Ermal Meta ad Alessio Bernabei, Michele Bravi e Lele, per il concerto di Radio Bruno Estate. A Gatteo Mare, ai Giardini Don Guanella, dalle 21.30 la disco music dei Joe Dibrutto.

San Mauro Mare Il repertorio blues, gospel e Nu Soul di Frances Alina Ascione con i suoi Love Hackers, band di musicisti che vantano numerose collaborazioni internazionali.

Rimini. Al Parco Fellini l’energia di Pierò Pelù e i suoi Litfiba, che interpreteranno brani del loro ultimo album Eutòpia, che dà il nome al loro tour estivo, assieme ai loro più grandi successi.

Riccione. In Piazzale Roma,  le voci di Radio Deejay avranno per ospiti i protagonisti delle hit dell’estate 2017, come Thegiornalist.

Misano Adriatico. In Piazza della Repubbblica, alle 21.30, Silvia Mezzanotte porta sul palco le grandi voci della musica italiana e internazionale, mentre dopo i fuochi d’artificio in spiaggia, appuntamento al Parco Mare Nord con le sonorità anni ’50 della cover band degli Heartbreak Hotel.

Cattolica. Atmosfere brasiliane lo spettacolo Ipanema Show Do Brasil, che alle 21.30 prende il via dal porto e dal municipio verso Piazza Primo Maggio. Alle 22.30 in Piazza Primo Maggio la band Rumba de Bodas.

Pesaro. Omaggio a Pino Daniele quello che Teresa De Sio regalerà al pubblico di Piazza del Popolo a Pesaro (ore 22).

 

 

 

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Infoalberghi: “Sarà un’estate col pienone”

Sarà un’estate col pienone. Lo prevede uno studio fatto da Info Alberghi, che ha preso come indicatori due parametri: numero e tipologie di mail inviate ai 1.208 hotel ed un questionario rivolto a 3.301 turisti che hanno soggiornato in Romagna almeno una volta negli ultimi tre anni. Si spera che sia davvero così. Intanto, il ponte del 2 giugno si archivia nella casella dell’ottimo. Gli ospiti apprezzano la qualità del soggiorno, pulizia, cucina, camere, servizi per la famiglia, spiaggia, posizione, rapporto qualità/prezzo, cordialità, disponibilità, assistenza al cliente e informazioni turistiche.

“L’all inclusive è un trattamento che le famiglie apprezzano molto – commenta Lucio Bonini, CEO di Info Alberghi Srl e albergatore riminese – permette una più semplice organizzazione e gestione della vacanza, soprattutto per chi ha dei bambini, che evita di preoccuparsi di cercare un ristorante, la spiaggia, il parco e gli altri servizi family oriented. Dai dati del portale osserviamo che si tratta di una tendenza che va consolidandosi anno dopo anno, capace di mettere d’accordo le necessità delle famiglie e le prospettive imprenditoriali degli albergatori. Non a caso nei listini prezzi spesso la differenza tra solo pernottamento e all inclusive è così bassa da spingere i clienti a scegliere quest’ultimo”.




Rimini economia 2016, trainata dall’export

– Forte incremento dell’export: più 12,3 per cento nel 2016 rispetto all’anno precedente. Calo del tasso di disoccupazione: meno 0,4 (dal 9,5 al 9,1%). Ripresa della produzione industriale: più 2,4. In aumento gli arrivi (più 1,6) e le presenze turistiche (più 3,1). Forte flessione della cassa integrazione straordinaria: meno 53,3 per cento. Boom delle start up innovative: più 126%. In crescita il numero dei congressi (più 7,1%) e dei visitatori alla Fiera (più 2,2%). Calano, purtroppo, gli impieghi alle imprese: meno 6,2 per cento. Costruzioni a picco. Questa in estrema sintesi la fotografia economica della provincia di Rimini nel 2016 rispetto al 2015. E’ stata presentata lo scorso 28 marzo nell’aula magna dell’Università di Rimini.
Scenari
Gli scenari previsionali dei prossimi due anni affermano che la ricchezza dovrebbe crescere dell’1% quest’anno e dell1,2 per cento il prossimo; l’Italia invece si fermerà allo 0,7% nel 2017 e allo 0,9% nel 2018. Di contro il mondo viaggia più veloce di noi.
Il riminese Fabrizio Moretti, presidente della neonata Camera di Commercio Rimini-Forlì-Cesena (Ravenna fa storia a sé), commenta lo stato economico: “Da 8-10 anni l’economia e la politica dell’Unione europea stanno attraversando grandi cambiamenti; la crisi è più lunga e pesante di quanto ci potessimo aspettare sta mutando radicalmente gli asset produttivi e politici. Abbiamo capito che piccoli ed individualisti non va bene. Ci vogliono le capacità di saper fare sistema, reti, per superare le difficoltà dei mercati. Dobbiamo, a Rimini ed in Italia, assolutamente riuscire a creare strutture in grado di fare massa critica. Dobbiamo costruire un’alleanza con le categorie economiche e con la politica”.

Antonio Nannini è il segretario generale della nuova Camera di commercio: “Il 93 per cento delle nostre imprese hanno meno di 10 addetti; però abbiamo un’impresa diffusa: una ogni 7,8 abitanti. Un record, una ricchezza da salvaguardare. Questo però non significa che abbiamo le potenzialità per stare nella globalizzazione. Il piccolo deve assolutamente crescere, insieme. E lo deve fare con la competitività del proprio territorio, lo sviluppo sostenibile, la responsabilità sociale, la semplificazione delle leggi”.
Export
Gli imprenditori hanno capito una realtà semplicissima: se si vuole sopravvivere bisogna passare attraverso l’export, dato che il mercato interno è fermo da anni oramai. La barriera ottimale è quella della barriera del 50 per cento; naturalmente tale traguardo è arduo da raggiungere. Nel 2016, il Riminese ha esportato merci pari a 2,14 miliardi di euro; un balzo a doppi cifra: più 12,3 per cento rispetto ai 12 mesi precedenti. Il dato regionale è dell’1,5 per cento. Va letto però l’indicatore economico; Rimini è il fanalino di coda della regione, peggio fa solo Ferrara; le province emiliane sono macchine da guerra straordinarie. Va ricordato, per inciso, che l’Emilia Romagna per Prodotto interno lordo (il famoso Pil) è tra le prime 10 regioni più ricche d’Europa. Nel dopoguerra (1945),  era al livello della Calabria. A trinare le esportazioni il tessile-abbiglimento (più 5,8%9), i macchinari (più 16,2%), i mezzi di trasporto (più 63,4%, navi e imbarcazioni) e prodotti di metallo (più15,2%). I principali mercati sono: l’Unione europea (assorbe il 51% del totale), l’America del Nord (12,1%).
Più export, più produzione, significano anche un incremento delle importazioni provinciali: più 4,8 per cento. La nostra provincia importa beni e merci pari a 880 milioni di euro; dunque il saldo commerciale è di 1,28 miliardi di euro.
Manifatturiero
Forte di 3.328 imprese, mostra dinamiche positive: la produzione è salita del 2,4%,m il fatturato del 2,3%, con gli ordinativi all’1,6%. Gli incrementi sono omogenei in tutti i mesi dell’anno e sono stati superiori  alla media regionale.
Valore aggiunto
La ricchezza pro-capite stimata nel 2015 è pari a 26.270 euro, inferiore all’indicatore regionale (29.554) e superiore al dato nazionale (24.107).
Commercio
Stabili il numero delle attività, ma in diminuzione i consu8mi: meno 1,8%. Tutto il comparto commerciale è in un momento difficile soprattutto per le piccole e piccolissime imprese.
Futuro
Che cosa imparare da questi 8 anni di crisi etica prima ancora che economica? Moretti: “In questi 10 anni è risuonato la frase che siamo in difficoltà ma tendenti al cambiamento e all’innovazione. Veniamo da un periodo in cui ha imperato l’individualismo; oggi non è più un elemento economico e sociale positivo. Nella forsennata competizione tra i territori abbiamo costruito infrastrutture doppie che non hanno generato benessere ma l’esatto contrario. Per farcela ci vuole una visione d’insieme sul medio e lungo termine. Penso alle reti importanti come quartieri fieristici, palacongressi, porti, aeroporti. La competizione tra territori ha penalizzati tutti. Ora è il momento di muoversi compatti, pensando però alle eccellenze dei singoli. Il Made in Italy all’estero gode ancora di un’elevato prestigio; ma siamo troppo piccoli per competere con i colossi mondiali. Salvaguardiamo le competenze dei singoli ma muoviamoci in rete”.




Filosofia Ifi: “Rispetto per le persone e innovazione di prodotto”

– I ricavi di Ifi Industrie sono cresciuti del 26 per cento negli ultimi due anni; del 12 nel 2016 e del 14% l’anno precedente. Buone sensazioni quest’anno. Negli ultimi due, il balzo è stato importante all’estero che oggi vale quasi il 50 per cento, ma anche il mercato italiano ha risposto col segno positivo.
Come sono stati raggiunti tali risultati in un momento di incerta navigazione, almeno per il Made in Italy. Gianfranco Tonti, presidente di Ifi Industrie, nonché presidente degli industriali della provincia di Pesaro, argomenta: “I motivi che muovono l’azienda sono principalmente due. Il primo. Da sempre si conduce il lavoro nel segno dei valori, del rispetto delle persone e delle normative. Normative che non andiamo a discutere; è nostro dovere rispettarle. Inoltre, cerchiamo di costruire fiducia attorno a noi,  che è un villaggio globale, in cui la tecnologia con il passaparola richiede pochi istanti”.
“L’altro elemento trainante – continua il cattolichino Tonti, una grande passione per la terra – è la forza innovativa, che impieghiamo in ogni settore. Nel design è una componente basilare, che va a coniugare l’interpretazione dei bisogni non comunicati dei professionisti e del consumatore finale. L’innovazione è nei prodotti ma anche nei processi: produzione, servizi, approvvigionamento. Insomma, in ogni settore dell’impresa”.
Questa vera e propria filosofia aziendale negli ultimi anni ha ricevuto riconoscimenti di livello assoluto, non solo dai mercati. Nel 2014, la vetrina gelato “Bellevue” è stata insignita dell’italico Compasso d’Oro, il Nobel della progettazione; a pensarla il designer francese Marc Sadler. Negli ultimi 30 giorni, altri due premi di prestigio dalla Germania: l’If Design (in concorso 5.550 prodotti da 58 nazioni) e il Red Dot. Nella giornata mondiale del design lo scorso 2 marzo, alla Farnesina (ministero degli Esteri), a rappresentare il Made in Italy anche la vetrina “Bellevue”.
Forse il pezzo forte dell’Ifi è la vetrina gelato “la Tonda”. Progettata 12 anni fa dall’italo-giapponese Makio Hasuike (ha studiato a Milano negli anni Sessanta) è diventato uno dei simboli dell’ingegno italiano. E’ stata imitata un po’ ovunque: Italia, Cina, India, Corea del Sud. Tonti: “E’ la nostra icona; quando gli amici la trovano in giro, scattano una foto e ce la spediscono. L’ultima è arrivta da Lourdes.
Forte di 350 addetti (l’ufficio ricerca e sviluppo vale il 10 per cento del personale),  Ifi Industrie è leader europea nella produzione di banchi bar, vetrice gelato e pasticceria e sedute. Gianfranco Tonti la guida da decenni; quest’anno festeggia i 50 anni di lavoro in Ifi. Conosce l’azienda come le proprie tasche e saprebbe fare qualsiasi cosa. Potrebbe essere presa a modello dalle altre imprese che vogliono tentare di restare sui mercati mondiali: sempre più difficili, sempre più competitivi, sempre più enigmatici da decifrare.
Tonti: “Lo scenario internazionale potrebbe cambiare sulla spinta del presidente americano Trump, con il suo crescente protezionismo. D’ora in avanti gli imprenditori sono chiamati a gestire turbolenze continue. L’importante però che dentro l’impresa si cambi sempre. Ci si fa del male se si continua a fare come si faceva un tempo. Porto questo principio dentro l’azienda e dentro l’associazionismo di cui faccio parte. Questi sono gli anni più impegnativi e complicati della mia vita: però mi adatto volentieri. Sono dello stesso parere di Giorgio Squinzi, l’ex presidente di Confindustria, che diceva che la ripresa si ottiene soltanto attraverso le imprese. Sembra una banalità ma è proprio su questa banalità che ci si dovrebbe soffermare. Tutti. Vent’anni fa i nostri competitori erano altrove in Italia; ora bisogna confrontarsi con la Turchia, la Corea del Sud, la Polonia, la Tunisia, l’America. Il quadro mondiale non rassomiglia più a quello di pochi anni fa. Purtroppo, c’è stata una svolta alla quale molte realtà non sono riuscite ad adeguarsi e a dare risposte. Oggi, la mortalità delle imprese è elevatissima; cosa che crea l’impoverimento delle persone e dei territori. E questo è davvero un fatto grave”.
Ifi Industrie con i suoi marchi ha alzato bandiere in 80 nazioni; l’obiettivo è 100. Oltre che sui grandi progetti portati avanti con prestigiosi ed umili designer (Sadler e Hasuike sono dei capisaldi di prudenza), Ifi è attenta al dettaglio. Ad esempio, spinta dalla rigida normativa californiana, ha tolto il piombo dalla propria rubinetteria. Ai primi dello scorso anno, ha presentato al mercato una scatola-gelatiera, in grado di alloggiare due cilindri (9 chili di gelato) con un’autonomia di circa 6 ore. Ottima soluzione per party; ne sono stati vendute migliaia.  Pochi mesi fa ha presentato un’isola sorbetteria ottima per i supermercati e grandi negozi di frutta. La materia prima troppo matura per essere venduta, potrebbe essere trasformata in sorbetto.
Fino ai primi anni del 2000,   Ifi significava leader in Europa per i banchi bar. In quegli anni fa l’ingresso nelle vetrine gelato; 12 anni fa “la Tonda”. Oggi, il comparto gelato vale il 40 per cento dei ricavi.