Museo della Città, il Louvre della Romagna compie 25 anni. Intitolato a Luigi Tonini, lo storico per antonomasia

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di LORENZO ZENOBI

Lapidario romano, mosaici romani, la Scuola Riminese del 1300 (tra le maggiori d’Italia), Agostino di Duccio, Matteo de Pasti, il Ghirlandaio, Simone Cantarini, Giovanni Bellini, Benedetto Coda, ceramiche del Rinascimento, Guido Cagnacci, il Centino, il Guercino. Sono alcuni dei capolavori e grandi artisti custoditi nel Museo della Città Luigi Tonini. E’ il Louvre della Romagna a parere di Pier Giorgio Pasini. Peccato che i riminesi ne ignorino il valore. Inaugurato nel 1990, ai primi di dicembre la città ne ha festeggiato i 25 anni. Con l’apertura della Domus del Chirurgo, della Rimini Romana e di quella rinascimentale è un pacchetto culturale da spendere sul mercato del turismo, solo se se tali tesori si facessero conoscere. Si si vanno ad aggiungere i territori vicini (Pesaro-Urbino.-Sansepolcro), come ama ripetere il sindaco Andrea Gnassi, l’offerta sarebbe esplosiva. Racchiude la storia del territorio. Scrive Pasini: “I materiali che costituiscono la dotazione del Museo sono di tipologia molto disparata, ma di provenienza in massima parte locale. Sono frutto delle soppressioni napoleoniche della fine del Settecento, di ritrovamenti archeologici causali e di scavi appositamente condotti, di donazioni, di depositi, di acquisti oculati. Il loro ordinamento nel museo
segue, compatibilmente con gli spazi a disposizione, un criterio cronologico, con qualche raggruppamento tipologico parziale (le nature morte, i ritratti, gli stemmi, ecc).

 

L’edificio che accoglie le opere è esso stesso un’opera. Viene costruito fra il 1746 e il 1755 su progetto dell’architetto bolognese Alfonso Torreggiani (1682-1764) come “Collegio” dei Gesuiti. È di fianco alla chiesa costruita fra il 1719 e il 1740 dai Gesuiti in onore di San Francesco Saverio, e rispetta nell’impianto molto semplice, ma molto funzionale, lo schema applicato dai Gesuiti a tutti i loro conventi. In pratica ha una forma planimetrica ad U addossata al fianco della chiesa, con un corridoio che gira sui tre lati e che permette l’accesso a tutti i vani, originariamente utilizzati come sale di rappresentanza, di ricreazione, di studio, aule, uffici amministrativi e archivio, biblioteca, refettorio e cucina, dormitorio, appartamenti dei frati, infermeria. I due piani fuori terra erano collegati da un ampio scalone a due rampe. Il sottotetto costituiva un terzo piano, molto più basso degli altri, considerato di magazzino, ed era servito da una apposita scala; e così il piano seminterrato,
che conteneva le cantine, le stalle ed alcuni ambienti di servizio. Quando il “Collegio” era pienamente funzionante ospitava una decina di padri gesuiti e almeno un centinaio di studenti. Nel 1773, alla soppressione dei Gesuiti, il “Collegio” passò al Seminario vescovile, che vi introdusse modifiche nella parte meridionale (sull’attuale via Cavalieri), e che nel 1796 lo vendette ai Domenicani, i quali pochi mesi dopo vennero soppressi. Dal 1797 al 1977 venne utilizzato come Ospedale, prima militare e poi civile.

 

Museo. “Nei mesi ultimi del 1871 si è dato cominciamento materiale alla nuova Galleria archeologica nella loggia a sinistra del cortile della Gambalunga. Colla infissione dei marmi di maggior mole, si è avuto materiale per la chiusura bassa degli archi. Si è dovuto sudar molto per vincere le opposizioni su quella chiusura… In questo 1872 si è fatto il resto: piano di legno, fenestroni e due lunghe vetrine per le cose minute,
bronzi, piccoli marmi, figuline, vetri, maioliche… Non è straniero, ed anche dame, che non si fermino a studiarvi, essendo che il pregio di si fatte collezioni non istà nella copia, ma nella singolarità, e nello appartenere esclusivamente al luogo. Solo i nostri non se ne curano…”. Con queste poche righe Luigi Tonini annotava in una specie di diario privato la fondazione del museo che accoglieva alcune testimonianze della lunga storia di Rimini, allestito proprio accanto all’antica biblioteca che nei suoi documenti e nei suoi libri conservava molteplici ‘voci’ della cultura cittadina.

 

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