Cattolica e Valconca, un museo aperto

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di SILVIA VICO

 

Qualche mese fa, proprio su queste pagine, si è “lanciato un sasso”: ci si augurava la possibilità di realizzare un “museo aperto” per Cattolica (e perché no, per il territorio che la circonda) coinvolgendo il nostro patrimonio culturale ed economico (per esempio il mondo della moda); con piacere abbiamo visto l’argomento percepito e ridiscusso da personaggi che lo hanno fatto con cognizione di causa; chi meglio di un professore, un critico ed uno studente d’arte della principale scuola del settore sul territorio nazionale? Potremmo oggi portare altri contributi contributi: potremmo dire che esistono incentivi statali per lo sviluppo di progetti di carattere culturale (art bonus) che attraverso cospicue detrazioni fiscali su erogazioni volontarie (fino al 65%) mirano a trasformare privati ed aziende in “generous donors”: quel genere di “benefattore” che va tanto in America che contribuisce o concorre al mantenimento delle istituzioni culturali, una sorta di moderno mecenatismo; si tratta quindi di uno strumento importante per favorire una partnership pubblico-privata che mira al recupero dei beni artistici da mettere a valore. Che gli investimenti nel settore dell’urbanistica legati alla cultura hanno già dimostrato (in latri territori) la loro valenza economica generando ampie ricadute nei settori del turismo e del commercio.

 

Potremmo accennare al fatto che diverrà presto operativo un progetto a livello nazionale che coinvolge il recupero delle ex case cantoniere per finalità di pubblica utilità. Il progetto ha avuto l’ok del ministero delle Infrastrutture ed è in fase avanzata: si sta procedendo allo studio di fattibilità economica ed è stato già avviato il monitoraggio delle case cantoniere che potrebbero essere dismesse e riconvertite. Queste “case rosse” potrebbero diventare elementi fondamentali nel nostro territorio attraverso una riconversione a nuovi fini sociali culturali. E oltre a queste, sul nostro territorio potremmo facilmente individuare più di uno spazio adeguato, riconvertendo strutture esistenti che fanno esse stesse parte del nostro retaggio socio-culturale: un paio di esempi? l’area dell’ex colonia di monte Vici e la ex fabbrica Gerani lungo la via Romagna.

 

Un ultimo appunto attiene l’argomento economico: esiste la possibilità di dirottare contributi che tutti noi versiamo e finalizzarli al finanziamento di opere di interesse collettivo, come il 5 per mille, con il quale creare una sorta di accantonamento annuale da utilizzare come base per la realizzazione o la gestione di questo “museo aperto”: sarebbe di fatto una gestione partecipata da tutta la collettività. (altro esempio? la tassa di soggiorno..). Mi sembra chiaro quindi che le premesse, anche in senso pratico di reale possibilità di realizzazione ci siano. Ma quello che ci preme, per ora, è trovare un interlocutore (o più di uno) che condivida con noi questa idea, e che in questa idea ci creda. Senza farci abbattere dagli ormai noiosi discorsi sulla crisi… quello che ci contraddistingue, come italiani e come romagnoli in particolare, e che crea il nostro valore, è la forza della nostra creatività. Questa capacità di produrre idee e visioni e di tradurle in realtà originali è ciò che determina l’eccellenza del nostro sistema culturale; tale eccellenza va protetta, conservata e resa fruibile a tutti nel tempo e nello spazio, ed in questa ottica le azioni del conservare e del diffondere non sono meno importanti del creare stesso.
Vorrei anche aggiungere una riflessione : qualcuno potrebbe pensare che un museo sia un modo di proporre la nostra società un po’ di vecchio stampo: si dovrebbe forse considerare questo punto di vista: cosa c’è di più moderno della condivisione (share it!)? E quale condivisione può essere più profonda di quella che in un colpo solo lega pensieri, conoscenze, opere e spazio??

*Architetto in Cattolica

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