Andrea Gnassi intervistato da Teresio Spadoni. Rimini tra ieri, oggi e domani.

Rieletto Sindaco al primo turno con un’inaspettata valanga di suffragi. Ha saputo parlare un linguaggio nuovo e credibile da paese maturo

 

All’indomani della sua rielezione, il nostro Teresio Spadoni l’ha incontrato e intervistato. Il testo integrale si trova sul numero di Giugno scorso. La ripubblichiamo  sul sito, questa è la prima parte.

 

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Ci ha accolti nel suo studio a Palazzo Garampi in piazza Cavuor. Dal balcone una vista irraccontabile: l’Arco di Augusto, il Ponte di Tiberio, piazza Cavour e l’orizzonte chiuso dalla rupe di San Marino. E’ stato rieletto al primo turno con una inaspettata valanga di voti. La sua visione di città e sviluppo economico sono credibili.

Allora, signor sindaco, come va?
“Come va… va che va di corsa, nel senso che non ti puoi fermare un minuto”.
Nemmeno ora che ha portato a casa un sonoro 57%? Lei è tra i pochissimi sindaci che sono passati al primo turno: complimenti.
“Grazie, ma fino a ieri bisognava lavorare per convincere gli elettori che ciò che gli stavamo raccontando era cosa buona; oggi bisogna lavorare per mantenere fede a quanto raccontato… dunque!”.
Soddisfatto del risultato di “Patto Civico per Gnassi”?
È ovvio che si possa sempre fare meglio, ma quel 13,83% per me è ottimo. È una lista che viene dai territori, fresca: giovani, società civile, medici, imprenditori, artigiani; età media molto bassa. È la rappresentanza di una società che è cambiata.
Da zero a dieci, che voto si dà per i cinque anni passati?
Il voto lo hanno dato gli elettori il 5 giugno. Se si guarda il cambiamento, la direzione di marcia che Rimini ha intrapreso, dico che è una città che ha coraggio come poche in Italia. Qualche mese fa è uscita una rilevazione in contro tendenza rispetto ad un’Italia ripiegata sulla crisi; quella rilevazione diceva che per il sessantasette per cento Rimini si sta modernizzando.
Lei è arrivato a luglio del 2011: cosa ha trovato?
Un mondo che cambiava; un mondo che ha perso interi driver di sviluppo, non singole aziende; un modello riminese degli ultimi settant’anni che aveva prodotto un benessere diffuso e che manifestava i suoi limiti. Vigeva ancora la logica centrata sul modello di sviluppo quantitativo, perché si pensava ancora che l’edilizia potesse continuare a dare sviluppo e ricchezza economica. Comunque: luglio 2011, esplode il tema
delle fogne, non si aprono le paratie sull’Ausa in Piazzale Kennedy e ciò che si sversava in mare in caso di forti piogge invade la città; saltano gli istituti di credito – la Cassa di Risparmio viene commissariata – saltano le associazioni di categoria; salta l’economia… Io non ho mai fatto la “scopa nuova”; ogni amministratore si misura col tempo in cui amministra, ma quando la tua città è colpita da un terremoto economico, politico e sociale, hai davanti due scelte: il consenso a breve – ripari il vetro, l’infisso, le crepe nel muro -, applausi e via; o rifai le fondamenta. Noi abbiamo deciso per la seconda strada; abbiamo cominciato dalle fondamenta. E abbiamo visto giusto.
Quali sono queste fondamenta?
Undicimila case sfitte… troppo cemento. Nel 2012 abbiamo avuto il coraggio di portare in Consiglio la prima variante in diminuzione retroattiva alle previsioni di un PRG (Piano Regolatore Generale) vigente. Non si può fare! Non si può fare? Ricordo che per tutelarci dal problema dei diritti acquisiti andammo a farci le assicurazioni prima di votarla in Consiglio Comunale, ma l’abbiamo portata a casa. Ma anche se cominci a fare meno sopra, e meglio, primaprima devi fare il sotto e oggi la città ha centosessanta milioni di euro di cantieri aperti sul piano
di salvaguardia del sistema idrico fognario: chiuderemo gli undici scolatoi a mare. Oggi si sa che tutta l’Italia è coinvolta dal problema del dissesto idrogeologico; noi siamo l’unica grande città storica sul mare che è in controtendenza. Saremo la prima grande città che non sverserà neanche una goccia di acqua mista nel nostro Adriatico.
Per quando saranno finite le fogne?
Già quest’estate chiuderemo completamente gli scolatoi a mare di Rivabella e Viserba; il depuratore è già stato inaugurato; la dorsale nord è già costruita e stiamo facendo le delibere per l’allaccio dei privati; la dorsale sud, vasche di laminazione, Ospedale, Bellariva, è a buon punto. Se tutto procede così è possibile che sia anticipato al 2019 l’obiettivo di non avere più lo sversamento di una sola goccia in mare. Ma il cantiere più grande è in Piazzale Kennedy, esattamente là dove a luglio 2011 non si sono aperte le paratie. Erano previsti un grattacielo e una galleria commerciale; invece facciamo una vasca di laminazione profonda trentasei metri che raccoglierà trentacinquemila metri cubi di acque. Inoltre va detto che non stiamo spendendo un euro in più di quanto programmato, anzi! Con alcune economie abbiamo programmato altri lavori pubblici.

 

Quali forze hanno osteggiato questo deciso no al cemento?
Finiamo prima con le fondamenta. La mobilità: fatti gli investimenti sulla Fiera, sulla mobilità eravamo rimasti indietro. Con i lavori integrativi alla terza corsia dell’autostrada, la SS16 diventerà una vera nuova circonvallazione con svincoli Cimitero andrà collegarsi a Santarcangelo alla strada di gronda che va a Verucchio. “Fila dritto”, dalla Fiera a Miramare, sull’asse urbano interno, non si troveranno più semafori ma svincoli
rotatori; con il prolungamento della Via Roma a Miramare c’è oggi un collegamento strutturale interno tra Riccione, Miramare e Fiera. Una città ha bisogno di pensieri. Il motore immobiliare è stato sostituito dai i motori culturali. Oggi viaggiano un miliardo e trecentomila persone che tra poco arriveranno due miliardi (dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo).
Cosa chiedono i viaggiatori?
L’Europa. E dell’Europa? l’Italia. L’Italia ha duemila anni di storia e di bellezze. Là (si alza e indica con la mano), Via Garibaldi- Via IV Novembre e il Corso d’Augusto (già Via Emilia), il Cardo e il Decumano; cosa chiedono? Chiedono la tua scia infinita di bellezze; Rimini
è una città romana, è una città rinascimentale, è una città dell’Ottocento che ha inventato i bagni. Noi dobbiamo dare la bellezza. Rimini sta costruendo i più potenti motori culturali che ci sono in Italia. Si sta rialzando il Teatro inaugurato da una prima verdiana (4 agosto 1857 Giuseppe Verdi suona a Rimini, unico teatro in cui ha suonato e diretto in Emilia Romagna) distrutto dalla guerra, che si spalanca
sul retro e va ad abbracciare la Rocca. Era un sogno, adesso è un cantiere; siamo riusciti a spostare il mercato ambulante!
E ancora: il welfare; il pubblico non ce la fa più da solo, il sistema sanitario nazionale non sta più in piedi. Abbiamo avviato il processo dell’Area Vasta Romagna sulla sanità che vuol dire la miglior sanità possibile a portata di quaranta minuti; a Rimini abbiamo le migliori sale chirurgiche d’Italia, e Tonini è il direttore dell’Area Vasta Romagna. Oggi abbiamo una sanità forte e c’è un welfare di comunità che, dove il pubblico
non ce la fa, attinge dal protagonismo privato per dare servizi pubblici. Abbiamo fatto il residence dei babbi per i padri separati, per coloro che non essendo in grado di pagare gli alimenti non potevano vedere i figli; abbiamo fatto un albergo sociale con la Papa Giovanni; non ci sono quasi più liste di attesa negli asili nido.

Fine prima parte




Il percorso artistico di Roberta Casadei: pittura e letteratura

Il percorso artistico di Roberta Casadei: pittura e letteratura in un spazio condiviso. Coltiva da anni una sua ‘attenzione’ su una particolare congiuntura di elementi, quella che unisce la forza della scrittura con la visionarietà dei segni e delle tracce pittoriche.

 

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Casadei Roberta

La parola attenzione significa concentrazione dei sensi e della mente su un’attività. Significa anche focalizzare energie su uno scopo o su un oggetto speciale. Roberta Casadei coltiva da anni una sua ‘attenzione’ su una particolare congiuntura di elementi, quella che unisce la forza della scrittura con la visionarietà dei segni e delle tracce pittoriche. La sua attenzione si posa sui libri e sulla scrittura e sul portato del loro contenuto semantico e letterario. Una passione da sempre, espressa dalla sua stessa formazione, dalla laurea in lettere e dagli studi successivi. Imprescindibili legami e corrispondenze nascono tra la forma del testo e la forma del disegno. Lo spunto ancora una volta potrebbe essere il mai sopito accostamento analogico tra pittura e letteratura – l’antico ut pictura poesis – che è stato variamente interpretato in ogni epoca e tradizione letteraria. Ma superata la dialettica della presunta competizione tra le due arti si può scoprire piuttosto una reciproca parentela, una comune discendenza dalla stessa materia del fare (l’antico poiein) che è proprio della creazione artistica. Insomma pittura e letteratura possiedono uno spazio condiviso, aperto a poeti e artisti come realtà disponibile alla ibridazione e alla contaminazione reciproca.

 

È questa la direzione intrapresa da Roberta Casadei nella sua ultima mostra, condotta con sensibilità e rigore, ma anche con capacità di fascinazione per i materiali da lei impiegati: I sogni dell’attenzione, come ha voluto intitolare l’esposizione alla Galleria Comunale S.Croce di Cattolica, rappresenta la forza di questa coesione, del legame tra la parola e il disegno. C’è il libro, la carta, la pagina, l’alfabeto e la scrittura; l’oggetto e il suo valore semantico. L’abilità dell’artista si esprime nel disegnare le parole, nel lasciare che emergano pensieri, in un movimento mimetico, di scambio reciproco, in una fruttuosa osmosi. Il sigillo di questo suo lavoro, l’involucro che tutto contiene è la cera d’api materia duttile e vischiosa, trattata, levigata, capace di conservare l’integrità dell’oggetto rinchiuso dalla sua malleabile epidermide. Le fasi di realizzazione di questi oggetti d’attenzione recano i segni di un lavoro laborioso.

 

“Sopra supporti variamente composti, troviamo parole, carta, libri e cera. Sono materiali che tentano di ricreare la
loro intrinseca energia spirituale – ci racconta Roberta Casadei – un assemblaggio di legni tagliati e sagomati, di fogli appartenuti a tomi o a documenti storici recuperati, investiti di tempera e cera, in un tracciato che non esclude la fatica fisica necessaria a creare un oggetto in cui la materia è sentita anche come un aspetto più denso dello spirito, dove si concentra il silenzioso richiamo del tempo passato”. L’artista richiede un ultimo sforzo da parte dell’osservatore, richiede una visione attenta, la capacità di diventare attiva e sottolinea: “la superficie di un quadro non ferma lo sguardo sensibile”. Questa operazione non esclude una nota di sacralità e mistero racchiusa negli stessi oggetti utilizzati, nel carico di
memoria e di storie segrete contenute in pagine strappate, narrazioni sospese, libri fuori circolazione, geografie inattuali di catasti perduti. Tutto ciò genera “l’attesa di uno stato dell’essere in cui la disponibilità a ricevere potrà aprire quella parte di mistero che ognuno può sentire e che è
destinata soltanto a chi la sa leggere” ribadisce Roberta Casadei. Con il suo modo pacato e schivo chiude la sua riflessione dicendo: “Le parole, sotto la cera, sono un richiamo a un mondo e a un tempo che cercano di afferrare la poesia nel momento stesso in cui si perde: un apparire che è uno scomparire. Ma non è proprio questa, la natura paradossale di ogni comunicazione?”.




Romagna Acque, addio sete. La più grande opera dell’Emilia Romagna

Bernabé: “E’ quel modello romagnolo dell’acqua, integrato e capace di assicurare ai cittadini, oltre a una gestione industriale ottimale, un approvvigionamento idrico di elevata qualità”

 

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Tonino Bernabé

Dalle botti con l’acqua nei centri storci della Valconca e Valmarecchia, fino alle docce interrotte per i malcapitati bagnanti. Poi, dalla metà degli anni Novanta, acqua in abbondanza. E per giunta anche buona. Anzi, buonissima. Tutto questo grazie a Romagna Acque e alla diga di Ridracoli. La sua idea risale a 50 anni fa, al 1966. E’ stata celebrata questa ricorrenza lo scorso 22 aprile nella bellezza della Sala del Giudizio all’interno del Museo della Città, il più importante della Romagna. Ospiti: il presidente riminese Tonino Bernabè, l’ex sindaco di Rimini Giuseppe Chicchi, Alberto Malfitano (autore del libro “Il governo dell’acqua. Romagna Acque-Società delle Fonti dalle origini a oggi 1966-2016”, Edizioni il Mulino). “C’erano problemi idrici in collina, problemi in pianura – ha detto con la sua solita precisione ed eleganza Giuseppe Chicchi, già sindaco di Rimini, già assessore regionale, già parlamentare – con la Regione Emilia Romagna che sosteneva a botte di 20-30 miliardi di lire un progetto già partito ma faraonico. Perché Romagna Acqua fu così veloce? “Perché Walter Ceccaroni, sindaco di Rimini la sostenne con difficoltà e polemiche, con durezza e determinazione. La Regione capì che era un paradigma istituzionale. Agli inizi degli anni ’80 cercava ancora la sua funzione in una regione policentrica. Le 12-14 città importanti dell’Emilia Romagna ognuna produceva una propria visione. Una propria soluzione dei problemi. La Regione è soggetto erogatore di risorse nelle grandi operazioni di sistemi complessi. Nelle politiche ambientali c’erano problemi che richiedevano operazioni di sistema. Da sindaco devo tutelare la conoide del Marecchia, per potenzialità idrica importante quanto Ridracoli. C’è un problema economico; ci furono discussioni accese. Contestiamo i bilanci di Romagna Acque sugli ammortamenti. Teniamo la barra dritta perché volevamo vedere bene quello che succedeva”.

“Una figura che qui merita un ricordo è Giorgio Zanniboni [presidente dal 1979 al 1990, ndr], per anni presidente di Romagna Acque. Aveva un caratteraccio. Aveva una determinazione difficile da affrontare con un profilo umano tenero. Come assessore regionale mi fermavo a Forlì dove era sindaco e al primo piano del palazzo comunale ospitava un senza tetto. Lui con la sua prepotenza, pervicacia e determinazione è stato fondamentale per quest’opera”. “Romagna Acque – afferma Tonino Bernabé, il presidente: rappresenta quel modello romagnolo
dell’acqua, integrato e capace di assicurare ai cittadini, oltre a una gestione industriale ottimale, un approvvigionamento idrico di elevata qualità e sensibile alle esigenze dell’ambiente, con cui interagisce e che lo garantisce. Quest’opera deve proseguire guardando avanti. Deve proseguire con grande determinazione e infaticabile laboriosità, integrando aspetti di grande interesse per un prossimo futuro segnato dalla capacità di dare risposte tempestive all’impoverimento delle risorse, alle criticità ambientali crescenti e alla conservazione del territorio”.

 

La storia con le tappe più significative

1966. Nasce il Consorzio per la costruzione della Diga di Ridracoli. L’avvio fu faticosissimo. Molti comuni di Rimini Sud (Riccione, Misano, Cattolica, Coriano, San Giovanni, Morciano) escono. Nel 1971, partono i lavori per lo sbarramento sul Conca
1975. Partono i lavori. Spesa prevista 100 miliardi di lire.
1982. Diga completata. Speso 150 miliardi di lire. Ora c’erano da fare gli acquedotti.
1987. Ora c’erano da fare gli acquedotti. Il costo finale dell’opera fu di 570 miliardi di lire: 150 per la diga, 80 le gallerie, 9 centrale idroelettrica, 45 impianto di potabilizzazione, 12 centro operativo, 72 condotta principale, 15 vasche di carico Monte Casale, 160 rete di distribuzione, 19 sistemazioni forestali e idrauliche.
1994. Il Consorzio viene trasformato in Società per azioni