“Rimining” e “I’m possible”, la Riviera nella giungla degli anglicismi facili (e ambigui)

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/> Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi

 

di ALBERTO BIONDI

Se nelle ultime settimane i lessicografi dell’Oxford Dictionary avessero letto i quotidiani romagnoli, cosa per fortuna poco probabile, avrebbero notato il rapido diffondersi di due nuovi anglicismi: il verbo “to Rimini” (specialmente il gerundio Rimining) e l’espressione “I’m possible”, quest’ultima motto della Notte Rosa 2015. Non so se vi sia mai capitato di provare una certa repulsa quando, all’estero, leggete le insegne di pizzerie quali Restaurante Italiano, Rasta Pasta o Mama Mia’s; non vi pervade un sentimento di orgoglio ferito, di intima espropriazione, una rabbia verso ciò che si spaccia per nostrano ma che ai nostri orecchi suona così grossolanamente artefatto? Ora, cosa c’entrano le insegne dei ristoranti con Rimining e I’m possible? C’entrano perché da una parte esiste la lingua, e dall’altra l’idea che di questa possiede chi non la parla. I due concetti non sono intercambiabili e spesso gli esiti di un uso improprio possono essere catastrofici, come nel caso dei due neologismi che da qualche tempo spopolano sui media locali.

 
Ma andiamo per ordine cominciando dal primo: partorito dalla mente del designer Leonardo Sonnoli, che si spera non abbia ricevuto per questo alcun compenso dall’amministrazione comunale, il verbo to Rimini vorrebbe significare “godere delle innumerevoli attività e manifestazioni che la Riviera offre ai visitatori”. Ergo I’m Rimining, sto rimineggiando, espressione che si rifà alla moda di trasformare in verbo i nomi di città. L’espressione non poteva che ammaliare il primo cittadino Andrea Gnassi, il quale ha scorto nel neologismo un elevato potenziale tamarro e una chance di riscatto linguistico per la sua città. In una sua recente dichiarazione il sindaco ha infatti sostenuto: “Nel 1988 siamo entrati nel vocabolario della lingua italiana con la parola riminizzare, cioè cementificare. Ora i cantieri stanno cambiando rotta. L’obiettivo è eliminare dal dizionario quel termine e avere strade, teatri, fogne, creare stili di vita”. In breve se oramai non possiamo più farci niente con l’italiano, tanto vale inventarsi un verbo inglese che svecchi l’immagine della città e le dia nuovo smalto. D’altronde è arcinoto: tutte le parole che assorbono la morfologia dell’inglese e ne scimmiottano la pronuncia (in quanti pronunceranno la –g finale di Rimining, che in realtà è sorda?) spiccano un notevole balzo qualitativo. Meglio il moderno “waterfront” con lo “street food” che il deprimente lungomare e i suoi baracchini delle arachidi pralinate. Cambia qualcosa? In linea teorica no, ma praticamente sì. Tutto. È un fatto di imperialismo, ossia il mondo riconosce all’inglese una superiorità che non è soltanto politico-militare-tecnologica dei paesi in cui si parla, innegabile, ma anche linguistica, quest’ultima del tutto discutibile. Perché la “beach” è più figa della spiaggia? Come mai a Rimining dovremmo associare un’atmosfera allegra, festaiola, mentre al corrispettivo italiano solo l’edilizia selvaggia? Rimining racchiude sotto una sola voce verbale uno spettro di esperienze che va dal visitare il Tempio Malatestiano a prender parte alla Nove Bar, dunque tutto e niente. È davvero una strategia efficace nella promozione turistica della Riviera?

 
Tuttavia questi interrogativi sono ben poca cosa se paragonati alle perplessità sorte in chi ha provato a digitare Rimining su Google. Il correttore automatico del motore di ricerca viene incontro alla sbadatezza degli internauti suggerendo un’alternativa più sensata. Nel nostro caso ci chiede “Forse cercavi rimming?” e chi non sapesse di cosa si tratta scoprirà che c’entra moltissimo la lingua, ma non quella dei dizionari. Non paghi dell’effetto Rimining, i poliglotti del Comune hanno poi scelto il motto della Notte Rosa di quest’anno: “I’m possible”, giocando sull’ambivalenza di “impossible” (che appare unendo le parole) e dello sgrammaticato “io sono possibile”, che aveva una sua logica solo nel gioco di parole creato da Audrey Hepburn. Che senso ha tutto ciò? Lecito chiederselo. Se la volontà era attirare un pubblico internazionale la strategia di marketing è inadatta. Dunque il target è di italiani, e anche qui solo di una certa categoria, ma allora perché cedere al vizio dell’anglicismo facile e così irrimediabilmente provinciale? L’impressione è che per l’ennesima volta si preferisca cambiare l’etichetta appiccicata sul vasetto piuttosto che la marmellata al suo interno. Resta solo da vedere se quest’estate sarà ancora buona.

 

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