Pio Bianchini, romanzo storico-sociale che racconta Montefeltro e Malatesta

Pio Bianchini pietrarubbia

“Petra Rubea”, l’antico nome di Pietrarubbia, una delle perle del Montefeltro

Un gentiluomo di campagna, si diceva un tempo. “Perché tutto vidi nella natura”. Una volta conosciuto vorremmo essere almeno un po’ come Pio Bianchini. Ci fai due chiacchiere e capisci che è una persona vera. Ci aggiungi che è un bell’uomo con un fisico d’atleta che affronta sentieri e strade sterrate di campagna in mountain bike. Altra pennellata per dare il senso: abita in una delle case più belle della provincia di Rimini circondata da piante centenarie; lo stradino con ghiaino che dal cancello ti conduce all’abitazione è impreziosito da grandi vasi di terracotta con agrumi che d’inverno vengono portati in veranda. Ha pure qualche rivolo di sangue blu. Tutto quello di cui sopra è dissimulato con disincantata ironia e sobrietà di costumi.

Liceo classico alle spalle, Giurisprudenza quasi alla fine, si è messo a scrivere libri per gioco. Il terzo si intitola “Petra Rubea (l’antico nome di Pietrarubbia, una delle perle del Montefeltro a pochi chilometri dalla Carpegna). E’ un romanzo storico ambientato a cavallo tra il Duecento ed il Trecento con pennellate di umanità alle quali potrebbe attingere anche quella gran persona di papa Bergoglio. Un uomo, Bergoglio, che dopo decenni di pifferate tristi da buona parte degli uomini parla di umanità, di natura, di giustizia sociale e tanto altro ancora. Si legge: “I nobili e il clero, spesso corrotto, vivevano in un altro mondo, dove c’erano tutti gli agi che erano negati ai servi. I ricchi non lavoravano, erano ben nutriti e, molto spesso, e proprio per questo motivo, più alti, forti, belli, allegri e longevi di chi avesse sofferto la fame e si fosse abbruttito, per generazioni, faticando nei campi”.

Dedicato al padre, le 316 pagine (Wlm edizioni, 19 euro nella foto la copertina del libro) narrano delle dispute tra Montefeltro, signori di Urbino e Malatesta, padroni di Rimini. I primi ghibellini che stanno con l’imperatore, i secondo guelfi, al soldo del papa. Bianchini ha intrecciato le sue storie attingendo dagli storici (da Alberelli fino al mitico Luigi Tonini, autore della monumentale storia di Rimini) che negli anni hanno raccontato di queste terre e di questi due casati, passati alla storia più per le arti che come condottieri. Non è un caso che Urbino è patrimonio dell’Umanità e che anche Rimini non le è da meno. Le pagine scorrono leggere e veloci, senza fronzoli ed avvolgenti come lo possono essere le linee del Tempio Malatestiano e del Palazzo Ducale.

“Petra Rubea” è stato premiato a Parigi lo scorso 13 giugno. A ritirarlo Pio Bianchini insieme al figlio. Il volume si trova nelle librerie di Cattolica
(Gulliver), Riccione (Pulici e Edicola Baiocchi), Cosmo (Borgo Maggiore), Coop (Pesaro), Montefeltro (Urbino), 77 (Fano). Inoltre, è sufficiente andare su Amazon e Ebay. (l. z.)




900 giovani di Azione Cattolica a Valle di Cadore

Nel solco di una tradizione ultra trentennale, il Settore Giovani dell’Azione Cattolica della diocesi di Rimini propone il Campo Scuola per Giovanissimi dai 14 ai 18 anni. L’appuntamento è nella Valle del Cadore dal 5 al 12 settembre. I partecipanti sono oltre 900, provenienti da circa 30 parrocchie, e sono così suddivisi: 718 Giovanissimi, 29 Giovani, 102 Educatori, 50 cuochi e 25 sacerdoti, ospitati in 9 Case. Parteciperanno al Campo Scuola dell’Azione cattolica diocesana denominato “Campo Adelphòs: Dio è Amore!” (novità 2015: una sezione del Campo sarà dedicata ai Giovani compresi nella fascia d’età 19-30)Icona biblica del Campo sarà la Prima Lettera di Giovanni (4, 7-12; 19-21), filo rosso della settimana la Fraternità.

 

azionecattolicarimini-cadoreIn una stagione segnata da un forte individualismo occorre attivare percorsi che diano risalto e attuazione al nostro essere tutti figli dello stesso Padre. Essere fratelli significa oggi creare l’unità tra le persone, tra i gruppi, tra i popoli, nel rispetto delle differenze. Un’unità che è: ricerca di ciò che avvicina, promozione di ricerche condivise, pratica del confronto e del dialogo, rifiuto dell’intolleranza. “Il tema «fraternità» di questo campo – spiegano gli assistenti diocesani di Ac – ha un valore ed un significato profondamente missionari, poiché irrompe nella cultura individualista e nell’indifferenza sociale con la forza rivoluzionaria del comandamento dell’amore e della condizione proclamata da Gesù Cristo con le parole «Padre Nostro». Quindi rappresenta anche il desiderio di pensare il servizio formativo dell’Azione Cattolica nell’ottica missionaria in cui la nostra Chiesa diocesana vuole crescere ed impegnarsi”.

 

Il Campo inizierà con la S. Messa alle ore 8,30 di sabato 5 settembre, in Cattedrale, presieduta da S.E. Mons. Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini, concelebrata dagli Assistenti di AC. Momento culmine della settimana sarà martedì 8 settembre, “giornata comune” vissuta insieme da tutti i partecipanti che, dalle diverse Case, si ritroveranno presso Stadio del Ghiaccio Comunale (Auronzo) per dialogare con il Vescovo di Rimini, e partecipare alla celebrazione eucaristica, per terminare con un momento di sana e gioiosa festa insieme.




Gli stranieri ‘assaltano’ l’entroterra, centinaia in cerca della loro “Toscana”

di FRANCESCO TOTI

“Non c’è, è nella vigna, provi più tardi per l’ora di pranzo”. “Buongiorno, ci dobbiamo risentire attorno alle tre del pomeriggio perché c’è la pasta in tavola”. Costumi italiani per il pittore Phelan Black, insieme alla sua famiglia fu uno dei primi stranieri a raggiungere la Valconca (campagna di Mondaino) in pianta stabile. Siamo nel lontano 1983. Da allora sotto il cielo della Valconca e della Valmarecchia, per rubare un’immagine di una scrittrice americana, Frances Mayes, hanno trovato la loro Toscana decine e decine di stranieri: inglesi, tedeschi, svizzeri, svedesi, olandesi. Un vero e proprio boom negli ultimi anni. Gli svedesi hanno acquistato e restaurato abitazioni nel borgo di Mondaino e Saludecio. Gli inglesi invece hanno preferito la campagna. Ci sono poi svizzeri, tedeschi. Enrico, teutonico, ha optato per l’abbandonato Castelnuovo nei mesi estivi e Montefiore negli invernali. Traduce autori italiani: Paolo Volponi, Italo Calvino. Lo si incontra negli angoli dei bar caratteristici con un bicchiere di rosso in mano. “Non potranno mica stare nel casino della riviera”, il commento di un morcianese davanti all’edicola con decine di testate estere in bella mostra.

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Una bella immagine di Saludecio, borgo tra i più amati in Valconca

Nelle edicole di Morciano si trovano quotidiani e periodici in inglese, tedesco, olandese e qualcosina anche in francese. Tra le testate c’è anche l’Economist, uno dei più prestigiosi giornali economici del mondo. Son riservati e molti di più di quanto mai ci possiamo immaginare. Racconta Giorgio, un idraulico di Cattolica: “Una sera ero nei pressi di Granarola, suono il campanello, mi viene incontro un’attraente signora che mi indica il cancello giusto. Della Svizzera tedesca la provenienza. Raccontava che per lei quella zona è più bella della Toscana, dove vivono troppi stranieri e le case sono molto più care che da noi”. A Perticara, da molto tempo, il campeggio è gestito da una famiglia olandese che hanno inondato la vallata con le targhe arancioni. Piccolo inciso.

Non è straniero, ma anche uno dei massimi intellettuali al mondo, Umberto Eco, ha scelto l’Alta Valconca come luogo dove ritemprarsi. Per l’esattezza quel di Montecerignone. La famiglia Phelan Black forse è stata la prima a mettere radici nella campagna della Valconca. A chi gli chiede quanti inglesi conosce risponde con una voce sorridente: “So che ce ne sono molti, soprattutto a Cattolica per matrimonio, ma io non li frequento per scelta. Preferiscoessere parte della comunità italiana; esclusivamente con gli stranieri non è vita”. A chi gli chiede com’è arrivato
nei primi anni Ottanta lassù, racconta: “Ho sbagliato strada… no scherzo. Ero amico del pittore romano Ferruccio Marchetti, uno che aveva studiato a Brera, a Milano. Prima di me aveva comprato a Montespino. Facciamo una mostra insieme mi dice di prendere casa quassù dato che la zona è bellissima e potrebbe essere motivo di ispirazione”. Oltre a dipingere, Black fa bed & breakfast, coltiva la campagna e fa ottimi vini: sangiovese, verdicchio e passerina (quest’ultimo vitigno appena impiantato). “Quando abbiamo aperto il bed & breakfast – continua l’artista inglese che ha anche dipinto uno dei primi Pali di Mondaino – a maggioranza i nostri ospiti erano stranieri; ora ci sono anche moltissimi
italiani. Non male per uno straniero”. A chi gli chiede il classico confronto con la Toscana, risponde, anzi non risponde: “Gli amici inglesi che mi vengono a trovare dicono che qui è bellissimo; però lo è anche la Toscana. Ma è una meraviglia anche Rimini. Questo paesaggio davvero sorprendente per bellezza ispira molto la mia pittura”. Inglesi in campagna e svedesi nei borghi. Nelle mura di Mondaino hanno acquistato casa ben sette famiglie svedesi: due architetti, il consigliere finanziario del re svedese. Hanno recuperato alcuni dei palazzi nobiliari in abbandono più blasonati dell’Alta Valconca.

A Saludecio, sempre una famiglia svedese, è stato restaurato un’antica dimora vista mare di una bellezza mozzafiato. La presenza in pianta stabile degli stranieri sta alimentando un turismo di livello medio alto che sta mutando anche l’economia e le relazioni interpersonali. Insomma, la cultura sta modificando i costumi. Sono sorti tantissimi bed & breakfast. E’ arrivata, soltanto in Valconca e non ancora in Valmarecchia, un’associazione di una civiltà unica. Si chiama “Woof”. Gli associati ospitano nelle loro aziende agricole biologiche ragazzi che arrivano da tutto il mondo; persone alla ricerca di stili di vita in armonia con la natura. Ogni anno, nelle campagne di Mondaino, Saludecio e Montegridolfo, approdano circa 150 persone. Per inciso il figlio di Black lavora in questa associazione mondiale; la sorella invece insegna inglese.

 

 

 




E’ nato SPAZIO.Z, luogo d’incontro e di dibattito

spazio z cattolicaE’ nato SPAZIO.Z. Un luogo punto di riferimento per le associazioni, per piccoli e medi eventi (presentazione libri, mostre d’arte, incontri e dibattiti, proiezioni di filmati, piccoli concerti, ecc.). Questo spazio comprende: cabina di trasmissione radio- tv, sala espositiva e per conferenze, sala incontri. Lo spazio espositivo è già entrato in funzione. Inaugurato il 14 giugno con la mostra di satira politica e di costume dei due vignettisti del nostro mensile la Piazza, Brufa e Cecco “C’è poco da ridere” , il 19 luglio si è aperta la mostra “Balnear Style nella cultura degli anni ’80” curata dall’architetto e designer Maurizio Castelvetro, rimasta aperta fino al 16 luglio.

Il 12 agosto alle ore 21 SPAZIO.Z ha ospitato la presentazione del libro “Slego e Velvet – La prismatica riviera del rock” con le autrici Simonetta Belli e Valentina Secci. Presenti anche diversi protagonisti della storia dei due mitici locali. A seguire il 23 agosto la presentazione del libro e mostra di Dorigo Vanzolini: “La storia di Gabicce Mare – Viaggio attraverso le fotografie d’epoca (1890-1950)”. La suggestiva ed evocativa mostra resterà aperta fino al prossimo lunedì 6 settembre (orario tutti i giorni 21-23). SPAZIO.Z. si trova in Via Del Prete 7/A, di fianco la farmacia comunale.




Tiberio e Augusto, due bronzi da 15 anni nei depositi del Museo. Dove collocarli? Pulini: “Niente falsi storici”

valduccitiberio-bronzi-riminiDue copie (capolavoro?) di bronzo a cera persa da 15 anni riposano nella polvere dei magazzini del Museo della Città. Il Tiberio originale si trova in Libia (nella foto) e venne rinvenuto a Leptis Magna (patrimonio dell’umanità). I Musei Vaticani ospitano Cesare Augusto, detto di Prima Porta, il luogo dove venne ritrovato. L’opera è di marmo. Di medie dimensioni; Tiberio è alto 257 centimetri; di 214 Augusto.  Vennero regalate nel dicembre del 2000 (sindaco Alberto Ravaioli) da Roberto Valducci, il titolare di Valpharma. L’azienda di Pennabilli-San Marino è leader mondiale nei farmaci ritardo; il suo primo mercato è il Giappone. Esporta il 98 per cento della produzione. Racconta Valducci, 82 anni ed una passione per il lavoro, la musica e la bellezza (l’esterno e l’interno delle sue aziende accolgono opere d’arte di assoluto valore): “Regalai le statue alla città di Rimini per collocarle nei pressi del ponte di Tiberio e dell’arco di Augusto. Credo che siano tra le copie più belle dell’antichità”.
“Sono amareggiato – continua Valducci – a Rimini non regalerò  più neppure uno spillo”.  Originario di Savignano, l’industriale ha donato alla sua città un Giulio Cesare in bronzo posizionato vicino al ponte romano. E’ qui che Cesare, varcando il Rubicone (rendendolo immortale) con l’esercito (proibito dalla legge di Roma), e disse: “Alea jacta est” (Il dado è tratto). Il motto con il quale non si torna più indietro si trova nello stemma del Comune di Rimini.
Abbiamo sentito Maurizio Biordi, direttore del Museo della Città. “Non le posso dare una risposta – afferma Biordi – su quando e dove le collocheremo. Posso soltanto dire che l’amministrazione comunale sta lavorando ad un progetto per dare loro il giusto risalto”. Ma dove dovrebbero essere posizionate le due preziose copie? Lo abbiamo chiesto ad alcuni riminesi di prestigio. Maria Luisa Stoppioni, direttrice del Museo della Regina di Cattolica, dall’89 al 1994 ha scavato la Domus del Chirurgo: “Sono del parere che un museo deve essere libero di decidere dove e come esporre le opere d’arte donate. In anni così importanti per il museo di Rimini da fuori si fa fatica a capire; ha tantissime cose nei magazzini ed anche importantissime. Da operatrice dico che col donatore ci deve essere chiarezza fin dall’inizio. Le copie consentono ampia libertà rispetto agli originali; credo che vada trovato un modo inventivo. Dall’esterno le scelte appaiono incomprensibili; però potrebbero avere le loro ragioni. Se le avessi le collocherei all’interno, anche se forse il donatore se le immaginava vicino ai due monumenti romani. Siamo negli anni delle celebrazioni di Augusto e di Tiberio avere a disposizioni due copie importanti ti permette di fare tante cose. So che ci sono dei progetti da qui al 2022, anno che celebra i 2mila anni dell’inaugurazione del ponte di Tiberio”.
Il punto di vista di Piero Meldini, scrittore che ha pubblicato per Adelphi, già direttore della biblioteca Gambalunga di Rimini: “Sulle due statue bisogna vedere che cosa è stato concordato tra le due parti. Detto questo, personalmente io sono per l’autonomia. Per problemi di spazio, sia espositivo, sia dei magazzini, ci sono entità museali che declinano pezzi dal valore assoluto. Quando ero direttore della biblioteca, tanti eredi ci offrivano le biblioteche dei genitori. Accettavo ma mi garantivo anche il diritto di scartare; se ho tre copie di un libro, non incamero una quarta che mi porta via spazio prezioso. Per ritornare alla questione; il fatto che siano donati non vuol dire automaticamente esporre. Sempre in termini generali, a volte l’ultimo dei dilettanti ti regala una crosta e pretende anche che sia esposta in un museo. E’ un po’ come dire: ho scritto un grande libro e nessuno me lo pubblica. Prima  deve essere letto e valutato da persone competenti”. Fossero due bronzi ben fatti come direbbe il matematico francese Ellia, dove collocarli? Ennio Grassi, professore universitario, già parlamentare, già assessore alla Cultura del Comune di Rimini (con lui, nel 1983, si mette la prima pietra del Museo della Città): “Che il sindaco [Ravaioli, ndr] non fosse animato da sentimenti artistici è noto. Una, il Tiberio, la collocherei dove c’è l’anfiteatro che è stato restaurato decorosamente. La statua diventerebbe un punto di riferimento ed un segno visibile. L’altra, Augusto,  è un po’ più complicata, ma la metterei nei pressi dell’Arco, che è un po’ solo lì in mezzo. Troverei le sistemazioni apprezzabili; sono copie, non sono invenzioni. Altri posti a Rimini non ce ne sono”.

 

Chi scrive racconta la strana storia delle due sculture fuse con la tecnica a cera persa, quella dei greci, dei romani, del Rinascimento, a Luca, professione giornalista. “Dovessi decidere io – argomenta il milanese – li metterei nei pressi di quello che è oggi la porta della città: la stazione. Sarebbe un pregevole biglietto da visita e potrebbe essere anche l’inizio di un racconto sulla storia romana di Rimini. Inoltre, chissà quante foto dai turisti e si darebbe dignità anche alla zona della stazione, non proprio un’oasi”.

 

Rimini ha un progetto per le due opere? Massimo Pulini, assessore alla Cultura del Comune, storico dell’arte: “Abbiamo un progetto per tutt’e due le statue. Non è colpa nostra non averle collocate; le aspettative di Valducci di vederle vicino all’Arco e al Ponte di Tiberio sono state scartate dalla Sovrintendenza per ragioni filologiche. Niente falsi storici. Dopo aver finito la nuova recinzione dell’anfiteatro romano, è nostra intenzione posizionare Augusto lì; col consenso del donatore. Quella di Tiberio invece la vorremmo mettere all’ingresso della chiesolina sconsacrata di Santa Maria ad Nives, che fino a pochi tempo fa era l’aula consiliare della Provincia. Quest’aula dovrebbe diventare un punto di informazione della Rimini romana, grazie a fondi comunitari. Abbiamo avviato la comunicazione alla Sovrintendenza ed aspettiamo le risposte. Vorrei ricordare che i siti sono dello Stato in gestione al Comune. Stiamo cercando nei nostri magazzini materiali autentici per il basamento. Insomma, prima di presentarci a Valducci vogliamo la risposta della Sovrintendenza”. A chi gli chiede il valore artistico delle statue, risponde: “Le ho viste sdraiate. Sono di qualità diversa; una è migliore dell’altra”. (G.C.)