Cambio al vertice di AIOP Rimini

EnricoFavaAiopRiminiIl Dott. Enrico Fava (foto) è il nuovo Presidente dell’Associazione Italiana dell’Ospedalità Privata (A.I.O.P.) della provincia di Rimini per il triennio 2015-2017.  Iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti di Bologna, Revisore Contabile, già cultore della materia di Istituzioni di Diritto Commerciale presso l’Università di Bologna e dal 2001 Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione della Casa di Cura Villa Maria di Rimini, il Dott. Enrico Fava, 49 anni, succede a Dott. Matteo Vaccari  con il compito di rappresentare e tutelare gli interessi, in sede locale, regionale e nazionale, delle cinque strutture aderenti: l’Ospedale Privato Accreditato Villa Maria di Rimini, l’Ospedale Privato Accreditato Sol et Salus di Torre Pedrera, Villa Salus di Viserbella, l’Ospedale Privato Accreditato Montanari di Morciano e la R.S.A. Il Sole di Misano Adriatico. Queste strutture operano a livello provinciale con 510 posti letto di cui 451 accreditati con il SSN.

 

“Voglio ringraziare tutte le strutture del nostro territorio per la fiducia accordatami – ha dichiarato il Dott. Fava in seguito alla nomina. – Il mio primo obiettivo sarà quello di migliorare l’integrazione tra le strutture associate e cercare di rappresentare al meglio, in tutte le sedi istituzionali, le problematiche che le stesse devono affrontare tutti i giorni. Questo nel pieno rispetto dell’integrazione tra pubblico e privato che contraddistingue i rapporti fra l’Ospedalità Privata ed il Servizio Sanitario Regionale. Ritengo che il ruolo della nostra associazione sia fondamentale in particolare in periodi di grandi cambiamenti come quello che stiamo attraversando. Mi riferisco, solo per citarne due, a tutte le novità e le sfide relative alla creazione dell’Area Vasta Romagna ed il rinnovo dell’Accordo Regionale che definisce i rapporti con il Servizio Sanitario Regionale. Rappresentanza e unità sono questioni strategiche anche per garantire a tutte le associate la possibilità di continuare a dare il loro contributo nel territorio in termini di risposta sanitaria, occupazione e sviluppo.” L´AIOP a livello nazionale rappresenta 500 Case di cura operanti con oltre 53 mila posti letto di cui 45 mila accreditati con il SSN.




Pascucci apre a Milano, è l’apertura numero 468. La contaminazione tra culture è il cuore del progetto

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Una bella immagine relativa all’inaugurazione con Alberto Pascucci (a sinistra) e Mario Pascucci (a destra), padre e figlio.

 

“Pascucci Milano”.  E’ l’ultima apertura del coffee shop, oggi la più grande catena italiana nel mondo. I 500 metri quadrati milanesi (corso Europa 22.piazza San Babila) sue due piani vengono inaugurati il 7 marzo, alle 15,30. E’ concentrato sulla cultura e la passione per il caffè e propone la colazione all’inglese e la piccola ristorazione. Il punto milanese nasce dal desiderio di evolvere e costruire un negozio alternativo sulla cultura della classica bevanda: uno spazio pensato e realizzato con impegnativo divertimento, fresco e metropolitano. Rappresenta la creatività e la sperimentazione da una parte e la classicità made in italy dall’altra.

 

“Pascucci Milano” è un luogo dal contenuto internazionale ma con cuore ed essenza italiana. L’involucro è saggiamente brutale, un mix fra il laboratorio artigianale e il salotto, con dettagli che afffascinano. “Pascucci Milano” è ruvido ma non meno che delicato: facile da vivere ogni giorno, pur essendo fondato sulla qualità spesso anche estrema. E’ un caffè inteso come ambiente per allargare la visione sulla civiltà del caffè, inteso come bevanda. Un contenitore che sa raccogliere e unire prodotti e cose di differenti culture, cercando di farle intrecciare e condividere nella città più dinamica e cosmopolita d’Italia.

 

La contaminazione tra culture è il cuore del progetto. I sistemi di estrazione più diffusi al mondo, come i filtrati anglosassoni, i cold brew, i v60 asiatici, i cezve diffusi nel Sud Europa e in Medio Oriente, oltre ai light coffee statunitensi, si uniscono alle artistiche elaborazioni eseguite alla macchina espresso, alla napoletana, alla moka e alle cuccume italiane. “Pascucci Milano” vuole essere finestre sul mondo dal nostro Paese. Il Pascucci, inteso come contenitore, offre la possibilità di incontrare, rilassarsi e sperimentare i vari metodi per bere il caffè. Particolare attenzione è dedicata alle bevande più lunghe, che possono accompagnare una pausa caffè riposante e meno frenetica, ma anche a bevande che esaltano altri sentori legati al caffè. Meno vicini al palato italiano, quali acidità o dolcezza, piuttosto che sciropposità e spesso amarezza.

 

La filosofia del locale mette al centro il biologico. Gli ingredienti più importanti e di maggior diffusione, come bevande, latte, uova, infusi, cioccolato e soprattutto caffè,  provengono da agricoltura biologica certificata. Il blend Pascucci Bio è composto da caffè di differenti origini: India, Papua Nuova Guinea, Messico, Honduras ed Etiopia. Per offrire una tazza sconvolgente, che rompe il mercato convenzionale, con le sue caratteristiche organolettiche primitive e originali. La contaminazione è fondamentale per una crescita culturale. Soltanto assaggiando differenti tipologie e differenti origini di caffè possiamo conoscerle e interpretarle. “Pascucci Milano” offre i caffè speciali in blend, in singola origine e i Cup Of Excellence (COE), i caffè selezionati dall’Alleanza per i Caffè di Eccellenza (ACE) in modo unico con filiera dichiarata.

 

Lo spazio, il palcoscenico su cui l’artista-barista si muove è una scatola grezza, ruvida e, dove possibile, lasciata inalterata. Una scelta forse un po’ azzardata ma che permette di puntare l’occhio di bue su tre necessari protagonisti: il cliente, il barista e la progettazione italiana. Tutti i baristi provengono dalla scuola di formazione “Pascucci Espresso School”, che oltre ad avere capacità professionali legate al caffè presentano conoscenza della materia prima e di ciò che stanno lavorando e servendo al consumatore finale. Gli spazi sono costruiti in modo che il barista sia sempre al centro dell’attenzione, operatore unico e determinante per il risultato finale. In questo contesto il barista cerca di essere anche informatore culturale, di creare interesse negli appassionati per rendere la scelta autonoma e consapevole. Fondamentale è la presenza di un piccolo laboratorio di tostatura e assaggio sul soppalco che sovrasta il coffee shop. E’ in questo ambiente che i trainer Pascucci tosteranno campioni di singole origini di caffè per assaggiarle insieme ai clienti più curiosi e interessati ad allargare la visione. Il naturale co-protagonista è il disegno, sotto forma di arredi legati ad importanti brand italiani, a luci ed ombre create da artisti-artigiani del territorio romagnolo. Il tutto per esaltare colori e sensazioni che solo il design e l’arte italiana possono offrire.

 

La storia della Caffè Pascucci è ultracentenaria ed inizia nel 1883 quando Antonio Pascucci, figlio di tessitori, decide di dedicarsi al commercio focalizzandosi soprattutto sulla sua passione: i caffè crudi.
Di padre in figlio, si tramanda questa passione, finché nel 1975 si decide di dedicarsi esclusivamente all’espresso ed avviare il progetto “solo caffè di qualità”. Nel 1996 nasce la “Espresso School”, centro di formazione dedicato all’espresso e alle ricette di caffetteria. Sempre negli anni Novanta si decide di riavviare e replicare l’esperienza di caffetteria secondo il modello tradizionale storico per promuovere lo sviluppo di caffetterie a marchio Pascucci.

 

Nel 2000 quest’idea diventa realtà con l’inaugurazione del centro pilota “CAFFÈ PASCUCCI SHOP”, punto vendita monomarca replicabile. Radici nel Montefeltro (a Montecerignone per l’esattezza), terra di confine contesa dalle blasonate Signorie dei Malatesta di Rimini e di Urbino, da questo incontaminato lembo d’Italia Pascucci ha costruito il primo marchio di coffee shop italiano nel mondo: 468 locali. La stragrande maggioranza sono in Estremo Oriente. Più di 300 in Corea. Nel 2014  in quelle terre ne sono stati aperti una sessantina. Nel 2013, la bandiera italiana sventolava su 300 locali; erano 250 nel 2012. I coffee shop Pascucci impiegano circa 4000 persone. (G.C.)

 

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Emilia Romagna Campione d’Italia di cucina 2015

Importante risultato degli chef emiliano romagnoli alla 15a edizione degli Internazionali d’Italia di Cucina, la più importante competizione culinaria nazionale, tenutasi recentemente a Marina di Carrara dal 22 al 25 febbraio. Oltre 600 cuochi da tutto il paese si sono sfidati in competizioni fra squadre e singoli partecipanti, e ancora fra Cucina Calda e Fredda. In giuria per la valutazione, esperti internazionali. A rappresentare degnamente l’Emilia Romagna, portando a casa la medaglia d’oro ed il prestigioso titolo di Campione d’Italia di cucina calda, gli Chef della nostra squadra regionale (foto) e quelli di Associazione Cuochi Romagnoli che hanno gareggiato nelle competizioni per singoli. A questa si aggiunge anche una medaglia d’argento nella categoria cucina fredda, battuti per pochissimi punti dalla Puglia.
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Novità di quest’anno, la categoria dedicata allo street food dove, grazie alla sapiente reinterpretazione della piadina, i nostri chef hanno trionfato meritandosi più posti sul podio. Medaglia d’oro e Trofeo germoglio d’oro per lo Chef Riminese Marco Frassante con la sua versione moderna di “piada, seppia e piselli”, più una medaglia di bronzo per un altro Chef Riminese, Domenico Bartolomeo, e la sua “Piada di carrube, triglia porchettata, lischeri, zenzero e savor”. Medaglia di bronzo anche per un altro Chef Riminese, Luca Borrelli, nella categoria Cucina Mediterranea grazie al suo piatto “variazioni di triglia, gambero rosso, baccalà e calamaro”.

Buoni risultati anche per gli altri Chef dell’Associazione Cuochi Romagnoli Fulvio Politi, Simone Bertaggia e Stefano Urso che hanno onorato la provincia di Rimini, “un onore condiviso con tutti gli chef,  i produttori e gli operatori del mondo della ristorazione emiliano romagnoli che vedono riconosciuta ancora una volta la qualità dei prodotti della nostra regione e l’impegno faticoso e certosino che contraddistingue la preparazione di queste competizioni e che certifica la professionalità che quotidianamente contraddistingue il lavoro dei nostri Chef – comunicano dall’Associazione Cuochi Romagnoli. – Un grazie particolare ai componenti della squadra guidata dal team manager Chef Gabriella Costi di Modena, dagli chef Alex Cabua di Bologna, Gaetano Ragunì, Lorenzo Alessio, Nicholas Capucci e Filippo Crisci di Forlì e Cesena, Marco Frassante di Rimini, Fabrizio Capannini e Cosimo Chiarelli di Cervia e Ravenna, Simone Magnanini di Reggio Emilia, Giancarlo Querzè , Cosimo Naglieri e Michele D’Alessandro di Modena oltre al Maestro  Gianfranco Capitani di Modena per la sezione cucina artistica e alla pasticcera Serena Paioli di Modena”.

Ma non è il momento di riposarsi per gli chef nostrani, già pronti per la prossima competizione che li vedrà impegnati nella finale del trofeo regionale di cucina, in programma per il prossimo 10 marzo presso l’IPSSAR di Riccione. Giunto ormai alla sua 5a edizione, vede gli Chef della riviera romagnola sfidarsi su un prodotto tipico del territorio e l’alimento scelto quest’anno dalla commissione di Chef di Associazione Cuochi Romagnoli è la “Birra Artigianale”. La birra dovrà quindi essere uno degli ingredienti principali della ricetta con cui gli chef in gara, suddivisi nelle due categorie Senior e Junior, dovranno realizzare un piatto in grado di stupire una giuria di esperti Chef e gourmet. La manifestazione è aperta a tutti, anche ai curiosi, a partire dalle 15:00 per concludersi con un aperitivo a buffet durante la premiazione finale. (M.Z.)




Il futuro di Rimini legato ad idee anni ’90, la lunga storia del Trc

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di SIMONA CENCI

Il Trc è destinato a procedere nonostante le opposizioni di tanti e un costo che ha già superato i 100 milioni di euro. La domanda a oggi, probabilmente, non è molto pertinente visto che rinunciare ora al progetto significa perdere, a quanto pare, milioni di euro già spesi. È comunque necessario interrogare e interrogarsi. Recentemente è stato respinto il ricorso presentato da parte del Comune di Riccione al Consiglio di Stato. Ma cominciamo dal principio. Il Metrò di Costa (tecnicamente T.R.C. – Trasporto Rapido Costiero), si legge sul sito di AM Rimini, è stato pensato come un sistema di trasporto che utilizzerà mezzi a trazione elettrica e su gomma, che correrà lungo una corsia riservata larga da un minimo di 3,50 metri ad un massimo di 7 metri e contenuta sul lato monte della linea ferroviaria da strutture leggere e di altezza limitata, inferiore ai mezzi. Una piattaforma dedicata,  dunque, delimitata lateralmente non da “muri”, ma da strutture di arredo urbano. E’ previsto che lungo tutto il tracciato verranno montate strutture fonoassorbenti sul lato che si affaccia verso i binari ferroviari, così da ridurre il rumore provocato dal passaggio dei treni e quindi l’inquinamento acustico.
A conferma dell’aumento di permeabilità della circolazione tra monte e mare, lungo il percorso del Metrò di Costa fra Rimini e Riccione saranno realizzati 9 sottovia per lo scavalcamento delle vie trasversali alla via di corsa, 2 ponti ed un ponticello, 3 sottopassi pedonali e 4 carrabili ala linea ferroviaria, mentre per 9 sottopassi già esistenti è previsto un intervento di prolungamento o ristrutturazione. I treni saranno su ruote gommate e avranno dispositivi autonomi di guida.
Il progetto è stato realizzato negli anni 2000 con l’obiettivo di unire Rimini e Riccione con una linea metropolitana su cui veicolare parte del traffico che normalmente si distribuisce lungo la filovia, parallela al mare, e la Statale 16. Il “progetto preliminare del Trasporto Rapido Costiero” è stato approvato dal CIPE con delibera n. 86 del 20 dicembre 2004 e il progetto definitivo, che ne ha recepito le prescrizioni, è stato poi consegnato al Ministero delle Infrastrutture. Per la realizzazione dell’opera e l’acquisto dei mezzi si sono previsti circa 93 milioni di euro, di cui 56 provenienti dal finanziamento statale stanziato con delibera CIPE n. 70 del 27/05/2005 per la linea di collegamento tra Rimini – Stazione e Riccione – Stazione. Nel 2006 sono cominciati gli espropri e i relativi riscorsi.
Ai progetti iniziali si sono aggiunti quelli relativi ai collegamenti tra la Stazione di Rimini e la Fiera e quello tra Riccione e Cattolica. Il Comune di Riccione, il cui nuovo sindaco Renata Tosi si è sempre dimostrato contrario al Trc, ha perso il ricorso al Tar Emilia Romagna che ha respinto, con sentenza n. 767/2014, la richiesta di varianti, decisione confermata dalla recente sentenza del Consiglio di Stato. Nelle motivazioni della sentenza, il Consiglio di Stato ha giudicato inammissibili tutti i motivi del ricorso avanzati dalla nuova giunta riccionese.

 

Tra le opposizioni anche lo schieramento pentastellato che accusa: troppa vicinanza della tratta alle abitazioni, mancato collegamento con l’aeroporto, sostenimento dei costi per le manutenzioni a carico della collettività.  C’è allora da chiedersi se un’opera ideata quasi vent’anni fa sia rispondente alle necessità attuali del territorio, visto che comunque non prevede sulla sua tratta né il PalaCongressi né l’aeroporto, e che le priorità al momento sembrano essere diverse. Di per sé, come si fa a dire che il Metrò di Costa non sia una bella cosa? Lo è sicuramente. Ma non abbiamo la bacchetta magica e per realizzarlo servono soldi, e non pochi. Il punto allora è un altro: vale la pena destinare a questa opera e non ad altro cento milioni di euro, se non di più? Per la salvezza del nostro turismo non era meglio puntare su altre idee, come ad esempio, una rete di piste ciclabili estesa che davvero inducesse i cittadini e i turisti a muoversi diversamente?
Bisogna poi non scordare che, una volta realizzata, la metropolitana di costa comporterà spese di mantenimento e manutenzione. Si prevede che i costi di gestione verranno compensati dagli incassi derivanti dai titoli di viaggio e parzialmente dai contributi regionali che annualmente vengono erogati per i servizi di trasporto pubblico locale.
Rimane il fatto che stiamo costruendo la Rimini del futuro sulla base di idee che erano nuove negli anni novanta.




Banca Carim, ventisei gli indagati. La protesta dei piccoli azionisti

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Il tenente colonnello Marco Antonucci (a sinistra) con il comandante della Guardia di Finanza, colonnello Mario Venceslai.

E dopo il caso Aeradria, una bufera si è abbattuta sulla Carim, la Cassa di Risparmio di Rimini. In 26 hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari da parte del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Rimini, comandata dal tenente colonnello Marco Antonucci (foto). Gli indagati sono responsabili a vario titolo di associazione a delinquere, false comunicazioni sociali e indebita restituzione dei conferimenti. Tutti reati commessi negli anni 2009 e 2010. Secondo quanto notificato dalla GdF, in Carim c’era “un sodalizio criminale composto dai vertici dell’istituto, in carica nel periodo dal 2009 fino al commissariamento disposto dalla Banca d’Italia nel 2010 che, a seguito di elargizione di mutui e di finanziamenti non assistiti da adeguate garanzie, ometteva dolosamente di evidenziare nei bilanci le perdite già maturate da tempo tramite stime e valutazioni palesemente non corrispondenti alla reale situazione del credito”.

 

Secondo quanto emerso finora, gli indagati “hanno partecipato attivamente e sistematicamente al processo di concessione e/o revisione delle linee di credito concesse dalla Banca Carim spa a favore di soggetti o gruppi societari da tempo insolventi”. Molti di questi prestiti a causa della crisi economica e dei fallimenti sono poi diventato inesigibili e quindi avrebbero correttamente richiesto una svalutazione dei crediti stessi vantati dalla Carim. La Gdf ha invece scoperto che nei bilanci Carim degli anni in esame sono state inserite “valutazioni alterate, sproporzionate ed arbitrarie, appostate dagli organi dell’istituto di credito sia nella redazione del bilancio al 31.12.2009 che nella relazione semestrale al 30.06.2010” , nascondendo così le perdite finanziare per un importo che non supera i 100 milioni di euro.

 

Nomi eccellenti si scoprono tra le fila degli indagati: Giuliano Ioni per anni presidente della Carim, Alberto Martini ex direttore generale della banca e il suo vice Claudio Grossi. Inoltre, Bruno Vernocchi titolare dell’omonima concessionaria, Gianluca Spigolon uomo di punta della Fondazione Carim, Fabio Bonori amministratore di un’azienda del settore ferramenta, Vincenzo Leardini albergatore di Riccione, Franco Paesani presidente di Confagricoltura, Mauro Gardenghi segretario generale della Confartigianato, Attilio Battarra ex direttore di Confcommercio, Alduino Di Angelo detto Richard proprietario del pub Rose&Crown, Claudio Semprini Cesari presidente del Gros, Roberto Ferrari ex presidente dell’ordine degli avvocati. Fino ad arrivare a Giancarlo Mantellato, Marcello Pagliacci, Giuseppe Farneti, Massimo Conti, Riccardo Sora e Piernicola Carollo. Questi ultimi due risultano essere indagati per indebita restituzione dei conferimenti in veste di commissari inviati da Banca d’Italia alla Carim negli anni 2009-2010.

 

Gli attuali vertici dell’istututo di piazza Ferrari spiegano che nessuno degli esponenti in carica è stato interessato da analoghi provvedimenti e “si riserva ogni necessaria valutazione in merito a tutela del patrimonio e della propria reputazione” sottolineando, soprattutto, “l’assoluta correttezza della gestione post-commissariale”.

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L’assemblea dei soci di Banca Carim SpA. Forti proteste da parte dei piccoli azionisti.

Nel frattempo Banca Carim il 24 febbraio scorso in assemblea ordinaria e straordinaria  ha approvato alcune modifiche statutarie e l’autorizzazione alla costituzione di un ‘Fondo Acquisto Azioni Proprie’. Le modifiche statutarie si propongono principalmente – secondo una nota della Banca – di accentuare la tutela apprestata per i piccoli azionisti rafforzandone il ruolo nella governance di Carim. I provvedimenti prevedono la riduzione (dal 10% al 5%) della percentuale di capitale sociale necessaria per la convocazione dell’Assemblea su iniziativa dei Soci, l’aumento del numero dei Consiglieri indipendenti (da due a tre), la facoltà della ‘lista di minoranza’ di designare un solo candidato indipendente, la attribuzione della carica di Presidente del Collegio Sindacale al candidato designato nella ‘lista di minoranza’ se questa, che come in precedenza potrà essere presentata da tanti soci che detengono almeno il 2% del capitale sociale, raccoglie in Assemblea almeno la percentuale del 5%. Infine la possibilità che le liste siano costituite anche da un numero di candidati inferiore a quello da eleggere, così da agevolare la formazione delle ‘liste di minoranza’.

 

Il Comitato dei Piccoli Azionisti ha levato gli scudi un po’ su tuttti i fronti. In primo luogo chiedendo  un’assunzione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori piuttosto che seguire la via dei licenziamenti e la chiusura di filiali. “La chiusura delle filiali abruzzesi e molisane di banca Carim con la relativa riduzione di personale in loco ed in sede centrale a Rimini – spiega una nota del Comitato – dovrebbe portare un risparmio stimato di circa 4 milioni di euro all’anno”. Che però rappresenterebbe ben poco a fronte “delle perdite su crediti registrate dalla Banca, che nel bilancio 2013 ammontavano a quasi 39 milioni di euro ed a oltre 40 milioni di euro nel solo primo semestre 2014″. (B.R.)




Vignetta di febbraio 2015

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